Mag 25

In questi giorni ho aggiornato il mio profilo su LinkedIn. Faccio sempre del mio meglio per scrivere in inglese, ma gli errori – si capisce – occorrono. Avevo scritto di essere appena ritornato dalla conferenza ALC di Austin, “where he speaked [sic] on May 16”.

Non erano passate tre ore che un mio amico mi fa notare l’errore. Correggo, rosso per la vergogna; però poi penso a Jeff Howe e al concetto di crowdsourcing, e mi sento subito meglio.

Già, non sono obbligato a sapere tutto. E allora mi viene in mente un jingle di Yahoo! dei tempi della new economy: It’s a pretty good time to be alive.

Mag 19

Chiedi a qualunque collega americano che conosci in maniera superficiale come vanno gli affari e ti risponderà, invariabilmente, “They are great!” Poi però apri il giornale e leggi che Chrysler sta mandando una lettera a 789 dei suoi 3200 concessionari negli Stati Uniti in cui notifica che non intende rinnovare il contratto di franchising che li lega, e che la procedura di bancarotta cui si è sottoposta glielo permette – così come, tra l’altro, le permetterà di non pagare miliardi di dollari di debiti contratti.

Io questa cosa qui non l’ho mai capita bene. Possibile che tutto vada sempre per il meglio, nel migliore dei mondi possibili?

Una risposta involontaria mi è arrivata però da Chris Lytle, keynote speaker – nonché oratore eccellente con parole piene di sostanza, senza alcun dubbio – alla conferenza ALC. Ha raccontato di come un giorno uno dei suoi venditori fosse tornato in ufficio e lui gli avesse chiesto come fosse andato l’incontro con il potenziale cliente. “Great!”, è stata la risposta. “And you got the order?” “No, but we agreed that I would call him next spring!”

Infatti quando vai un po’ più in profondità nelle conversazioni ti accorgi che, direbbe Renato Beninatto, “in Italia non è diverso” – anche loro hanno i loro problemi non da poco, sebbene non sia prudente dirlo di fronte ai colleghi.

Mag 08

Adoro l’atmosfera che precede le conferenze! La preparazione articolata e minuziosa, le letture, l’attesa, i piccoli rituali.

Isabella Massardo, commentando un post di Luigi Muzii dice che “per tenere un blog devi […] non dire mai o quasi quello che pensi”. Be’, questo mio diario pubblico, mio di me slightly famous, è invece proprio un contenitore di note dei miei pensieri riguardo a questo mondo. Non ricordo più chi disse: “Non voglio fare quel che mi conviene, voglio fare quello che mi va”.

Insomma qui ci sono io, idiosincrasie, debolezze e difetti compresi, quasi pronto al check-in e, con la scusa di andare a parlare ad una conferenza, impaziente di essere contraddetto, discutere, argomentare e imparare.

Apr 24

Negli ultimi mesi mi sono imbattuto – in parte per caso, ma come sappiamo da Nassim Taleb è il caso a guidare le nostre vite – in tre libri molto differenti tra di loro, dei quali però mi colpisce l’idea centrale, simile in tutti e tre.

I libri sono:

Timothy Ferriss, The 4-Hour Workweek: Escape 9-5, Live Anywhere, and Join the New Rich. Questo è il sito di Ferriss e qui c’è l’edizione italiana che, sottotitolo a parte, è ben tradotta.

Robert T. Kiyosaki, Rich Dad Poor Dad: What the Rich Teach Their Kids About Money – That the Poor and the Middle Class Do Not! L’edizione italiana esiste, ma la traduzione è molto imprecisa.

Robert Shemin, How Come THAT Idiot’s Rich and I’m Not? C’è anche l’edizione italiana, che però non conosco.

(Un’avvertenza: come per tutti i libri che provengono di là dall’Oceano, occorre fare la tara ai concetti espressi: non tutto ciò che illustrano queste opere è condivisibile o applicabile.)

Quel che trovo molto significativo è il fatto che, quando si parla delle cose che contano davvero – le nostre vite, i progetti, il futuro e soprattutto il presente – questi tre autori, molto differenti tra di loro, arrivano alle stesse conclusioni partendo da punti di vista molto diversi e parlando di argomenti differenti.

Il discorso sarebbe molto vasto; ecco comunque alcuni esempi a seguire.

Un vantaggio competitivo è dato dal non attendere di avere tutti i dati e tutte le informazioni per dare avvio ad un progetto, ma cominciare subito e poi correggere in corsa (concetto che è espresso anche da Taleb). Questo perché gli errori – che compiremmo comunque – ci permettono di apprendere la strada giusta e aggiustare in seguito.

Un corollario: non bisogna avere paura del cambiamento, ma occorre abbracciarlo (benedirlo, vorrei dire – vedi alla voce Tom Peters).

La ricchezza è definibile molto più come tempo a disposizione per fare le cose che adoriamo e per stare con le persone che amiamo piuttosto che come quantità di denaro che possediamo.

Apr 09

cantata
I commenti di Renato Beninatto e Luigi Muzii al mio post precedente mi hanno fatto riflettere più in profondità sull’argomento. Mi sono reso conto che forse la citazione era fuorviante, perché potrebbe lasciar trasparire un astio che – in realtà – non c’è.

In due parole, intendo dire che il male fondamentale dell’industria della traduzione, per come la vedo io, è una sorta di Giano bifronte. Da un lato c’è il cliente agenzia che non considera il proprio fornitore un partner, ma un mero accessorio intercambiabile in qualunque momento (cosa che può essere vera in molti casi, ma in tanti altri no). Dall’altro il traduttore che accetta, e dunque avalla, questo stato di cose – e diviene pertanto causa del suo stesso male.

Apr 03

Ricevo ex abrupto, qualche giorno fa, una mail da un cliente americano con cui abbiamo smesso da anni di collaborare per via della solita questione dei prezzi (e io sono stufo di riparlare di queste cose con chi non sa dare valore al lavoro non solo di altri, ma soprattutto proprio):

Dear Giovanni,

I hope this e-mail finds you well.

I would like to ask for you independent opinion. Please have one of your qualified linguists evaluate the document above. It has five columns: the original English text, original translation, editorial changes of the client, opinion of the original linguist of the editor’s changes and the very last column is yours. Please evaluate these changes and objectively tell who is right here.

We will pay $25 for this job.

Please confirm if you are able to deliver by Monday morning (US Eastern Standard time).

Thank you in advance,

È riportata precisa precisa, non ho cambiato nemmeno una virgola. È purtroppo un segno dei tempi. Non saprei che commentarla con le parole di Antonio Piscopo, personaggio di Eduardo:

Mannaggia la testa del ciuccio! e lo fate apposta. Io non è che per orgoglio non confesso una debolezza mia, che me ne importa a me? All’età mia mi metto a fare l’educato? Ma è che mi sono scocciato di dirlo. Io aspetto tanto la domenica per mangiarmi un piatto di maccheroni con Rocco vicino a me… un piatto di maccheroni, questo è tutto. […] Scherzate, scherzate… Mi sembra di sentirvi: “Povero nonno… ti ricordi quanta collera che si prese quella domenica?” E lo direte ridendo perché siete sicuri che non ci sono più e non vi posso rispondere. Ma può essere pure che mentre lo dite vi pigliate una scivolata e vi rompete la testa, e sono stato io dall’altro mondo, che ve l’ho fatta rompere. Statevi accorti.

Mar 27

Forse il fatto che, per me, è passata una generazione non dovrei misurarlo tanto dalle mie bambine che crescono, quanto dalle interviste che mi fanno. Effettivamente a 25 anni i 40enni mi sembravano di un altro pianeta, estranei a me, diversi e anche un po’ strani. E probabilmente, ora che sono dall’altra parte, mi rendo conto che anche se io vedo queste persone come colleghi, sia pure nel senso allargato del termine, ai loro occhi sono un oggetto non bene identificato.

Ad ogni modo qui c’è l’intervista di Sonia Briano della European School of Translation. Mentre a seguire c’è la conversazione avuta con Anna Fellet, giovane e recente laureata all’università San Pio V, e pubblicata nella sua tesi dal titolo Machine Translation: qualità, produttività, customer satisfaction.

1. Come giudica i risultati offerti attualmente dalla machine translation (MT)?

Molto buoni. Sono finiti i tempi in cui la MT faceva sorridere, oggi anche con uno strumento semplice e gratuito come Google Translate si ottengono dei risultati ottimi.

2. Crede che questo strumento possa essere utile alla professione? In caso affermativo, che tipo di contributo pensa possa apportare?

Assolutamente sì. In sostanza, può permettere al traduttore di concentrarsi sui compiti non ripetitivi, lasciando alla macchina il lavoro “sporco”. Molti traduttori oggi vedono la MT come fumo negli occhi: ma a pensarci bene non è una percezione molto diversa da quella che si aveva del computer negli anni Settanta o dei CAT qualche anno fa; e non per questo il progresso si è arrestato.

3. Molti prevedono che presto la MT sarà impiegata estensivamente nei progetti di traduzione; condivide questa previsione? Quale pensa che potrà essere la diffusione della MT nell’industria italiana? Con quali tempi e dimensione si potrà eventualmente realizzare?

Sì (lo è già, in effetti, per progetti grandi e ripetitivi). Per quanto riguarda l’Italia, nemmeno noi possiamo chiudere gli occhi di fronte al progresso; solo che, come accade in molti campi, la diffusione sarà giocoforza lenta.

4. Quale crede sia la migliore strategia per usare gli strumenti a disposizione in modo efficiente?

La conoscenza: degli strumenti, degli scopi e delle maniere nelle quali gli strumenti possono semplificare la nostra vita.

5. Crede che i professionisti italiani della traduzione siano pronti a rispondere al cambiamento imposto da un’eventuale diffusione della MT?

No. La maggior parte dei traduttori ha paura della MT, perché lo ritiene uno strumento che potrebbe rimpiazzare il suo proprio lavoro. E allora gioca a nascondersi: questo è un danno per l’intero settore.

6. In cosa ritiene debba concretizzarsi l’eventuale adeguamento?

È prima di tutto un cambio mentale: affrontare e vincere la paura, guardare il nemico negli occhi per scoprire, alla fine, che non è poi così brutto e cattivo.

7. Crede che la formazione dei traduttori sia sufficiente a sostenere un eventuale impatto della MT o ritiene debba essere integrata? In quest’ultimo caso, con cosa?

Non credo sia sufficiente. Questo perché le scuole di traduzione pongono troppo spesso l’accento sull’aspetto traduttivo del mestiere, dimenticando che l’informatica è il supporto non prescindibile per qualunque professione. La miglior integrazione sta secondo me tutta nelle parole di Gianni Rodari:

Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

Mar 26

In un recente comunicato stampa di Transperfect si legge:

With more than 7 years’ experience in the language services field, Flodrová is an industry veteran.

Veteran? Con tutta l’ammirazione che ho avuto per la storia imprenditoriale di Liz Elting, soprattutto nei primi, avventurosi anni, e pur tenendo conto del fatto che tutti abbiamo bisogno di vendere qualcosa, e naturalmente senza conoscere la persona citata, credo che sette anni siano pochi per definire qualcuno “veterano” di un settore.

Mar 23

Konosuke Matsushita, uno che su economia e mercati due o tre cose le sapeva, una volta disse:

Boom is welcome. Recession is more welcome.

In un momento in cui chiunque attende gli eventi e non si azzarda a fare investimenti o anche semplicemente spese che non siano strettamente necessari, la recessione in atto ha il gran pregio di costringere a pensare a soluzioni creative. Tutte le magagne gestionali ora vengono alla luce – adesso, veramente, si vede chi è bravo. E pensare che il coraggio imprenditoriale verrà premiato è ora una facile scommessa.

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Mar 14

C’è un concetto che porto con me da un anno circa, sul quale ho pensato molto e che mi pare incontri un certo interesse tra il pubblico. In due parole, è la prospettiva differente dei traduttori e dei loro clienti (che possono essere oppure no aziende di traduzione): i traduttori vogliono rispetto, i clienti vogliono i benefici che derivano dal servizio di traduzione.

È un’idea che ha viaggiato parecchio: ne ho parlato a Bologna al congresso AITI, a Roma al congresso Federcentri, a Santiago al VMS, ne ho scritto su Multilingual e ne parlerò tra un paio di mesi ad Austin alla conferenza ALC.

Sembra un dialogo tra sordi. Sembra che non se ne esca. Già, sembra. Ma per fortuna ci sono molti traduttori illuminati che si rendono conto che parlare il linguaggio dei propri clienti è un viatico al successo. Tanto più in tempi di crisi, perché le crisi costringono a soluzioni creative alle quali in tempi “normali” si potrebbe anche non aver pensato.

Luigi Muzii è d’accordo in parte con quel che scrivo (e già questa è per me di per sé una benedizione). Io, dall’inizio, ho sempre considerato la mia azienda una struttura di servizio ai clienti, e ne ho sempre avuta un’alta opinione. Anche se, evidentemente, ho compiuto una moltitudine di errori: altrimenti dopo tanti anni non farei ancora tutta questa fatica per guidarla.

Muzii scrive anche, parlando di Tesi & testi:

Resta da vedere quanti [professionisti] a loro volta […] abbiano considerato lui e la sua azienda all’altezza delle loro, ma soprattutto è necessario riflettere sul fatto che quelli che forse riuscirebbero a soddisfarlo sono anche pienamente consapevoli della considerazione di cui le società di traduzione godono presso le altre imprese e sono quindi probabilmente molto mal disposti a venire incontro alle loro spesso assurde pretese economiche e di servizio.

E in effetti coglie nel segno: numerose volte mi sono stupito di come una certa categoria di traduttori potesse guardare me e la mia creatura dall’alto, solo perché italiana e come tale destinata – nella loro mente – a pagare poco. Ma qui il Pavese di Antenati mi viene in soccorso: “Ho trovato compagni trovando me stesso”.

E in sostanza ora mi sembra che sia tempo di tirare le fila: ora veramente abbiamo l’occasione di spostare la comunicazione su un livello superiore, e se siamo dei veri professionisti questo è il momento di dimostrarlo.

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