Set 28

Chiara Zanardelli, che qui aveva parlato dell’equilibrio delicato tra lavoro e famiglia, descrive oggi alcuni strumenti a disposizione del traduttore (e del professionista in generale) per migliorare l’organizzazione del lavoro e dunque la gestione del proprio tempo.

Siamo padroni o schiavi della tecnologia? Domanda difficile che dipende da molti fattori come la propria esperienza, età, professione e, direi, il proprio individuale approccio alla tecnologia. Di certo non se ne può più prescindere e quindi perché non sfruttarla per “liberare tempo” invece che assorbirlo con giochi et similia?
tools
Come ho già raccontato alcune settimane fa, per me la tecnologia è importantissima per trarre il massimo dalle mie giornate lavorative e per dare quell’illusione di presenza continua a cui, ormai, sono avvezzi molti clienti. Prima di passare in rassegna alcuni dei software più utili, premetto che è essenziale dotarsi di uno smartphone e installare le App corrispondenti ai software presenti su PC: la sincronizzazione tra PC e smartphone permette infatti di non perdere tempo nel recupero dei dati e di averli sempre a propria disposizione.

A livello di comunicazione, consiglio vivamente l’utilizzo di Skype: per la sua immediatezza molti clienti preferiscono un messaggio su Skype alla tradizionale telefonata; personalmente apprezzo questo strumento perché permette di mantenere un tono professionale anche nelle situazioni più “difficili” (vedi festa di compleanno con bambini urlanti in sottofondo) e non perdere interessanti opportunità di lavoro. D’altro canto, il cliente ci vede come “disponibili” e quindi si aspetta una risposta in tempi rapidi.

Sempre sul fronte della comunicazione, oltre a telefono e Skype, i miei clienti mi contattano naturalmente via e-mail. A chi ha più di un account suggerisco di usare un programma di posta elettronica che aiuti a gestire i diversi indirizzi e permetta di strutturare con facilità la posta. Al momento utilizzo Thunderbird ma in passato ho usato anche MS Outlook, mentre su smartphone mi basta l’App di Gmail su cui inoltro le altre caselle. L’organizzazione della casella di posta è molto importante per gestire al meglio il proprio tempo e tenere comunque traccia della propria documentazione. Da anni utilizzo un sistema di archiviazione dei messaggi suddiviso per clienti e fornitori in cui archivio i task conclusi; i lavori in corso restano invece in inbox, categorizzati tramite le etichette di Thunderbird.

Thunderbird ha inoltre la possibilità, tramite apposite estensioni, di integrare l’utilissimo calendario di Google. Da anni ho abbandonato l’agenda cartacea a vantaggio di Calendar a cui, ovviamente, accedo sia da PC sia da smartphone. Suggerisco di creare diversi calendari, eventualmente condividendoli con i soggetti interessati (con autorizzazioni di scrittura o di semplice visualizzazione); io ho un calendario personale, un calendario lavorativo e un calendario familiare (che in sostanza include tutti gli impegni familiari, condiviso in lettura/scrittura con mio marito). In questo modo tutto è sempre sotto controllo e, per i più smemorati, si possono attivare anche utili promemoria.

La vostra scrivania è invasa di post-it e la borsa è piena di foglietti accartocciati? Siete fra le persone che scrivono una dettagliata lista della spesa e poi la dimenticano a casa? Vi serve un programma di gestione degli appunti. Di recente sto utilizzando Evernote, anche questo sincronizzabile su diversi dispositivi, che permette di fare ricerche tra le note, suddividerle in taccuini e fotografare i post-it cartacei per avere sempre tutto a portata di mano.

A livello più prettamente lavorativo, come traduttrice non posso prescindere dall’utilizzo di sistemi CAT che permettono di recuperare traduzioni già svolte in precedenza e quindi di risparmiare tempo prezioso; se poi aggiungiamo ai programmi di traduzione assistita anche strumenti di gestione terminologica, l’investimento iniziale sarà di certo recuperato in breve tempo.

E passiamo a uno dei compiti meno amati dai traduttori e, più in generale, dall’intera categoria dei liberi professionisti: la fatturazione; anche se sono anni che mi riprometto di provare l’arcinoto Translation Office 3000, gestisco con facilità le mie fatture con TradBase, un programma gratuito in MS Access creato dal traduttore Nazzareno Mataldi (@ennemme). Per chi ha un po’ di dimestichezza con MS Access sarà facile adattarlo alle proprie esigenze, grafiche e contenutistiche. In buona sostanza, a parte l’inserimento mensile dei vari lavori, le fatture sono generate automaticamente e il programma consente anche di tenere traccia di pagamenti, spese e altri dati sui committenti.

Avete mai perso dei dati per un guasto al PC? Se vi è successo immagino che vi sarete attrezzati con un sistema di backup. Io utilizzo Cobian Backup che giornalmente sincronizza i miei dati in maniera incrementale e, dopo un numero di giorni stabilito, in maniera integrale. Potete impostare la frequenza di backup, le cartelle da salvare e tanto altro. Per un backup “al volo” si può ricorrere anche a Google Drive o Dropbox ma attenzione alla riservatezza dei dati che salvate su questo archivi cloud.

La parola chiave per ottimizzare la giornata è quindi organizzazione! Spesso l’utilizzo della tecnologia appare più complesso rispetto a sistemi più tradizionali, ma vi assicuro che il tempo di apprendimento è minimo rispetto ai vantaggi derivanti dall’ottimizzazione delle procedure. Se però non riuscite a capire come impiegate la vostra giornata al PC vi consiglio di provare Rescue Time, un programma che tiene traccia di tutte le attività svolte e le suddivide in attività più o meno produttive. Potreste scoprire di dedicare troppo tempo ai social network o ai video di YouTube invece che alla vostra traduzione…

E la vostra “cassetta degli attrezzi” cosa contiene? Segnalateci nei commenti i vostri must have!

Lug 27

Meaningoflife
Gestisco la mia attività da oltre vent’anni. Vent’anni sono un tempo lunghissimo, un periodo in cui succedono tante cose, in cui assisti a tanti fenomeni.

Dal 1992 a oggi ho avuto una miriade di consulenti. Intendo qui questo termine nella sua accezione più ampia possibile, a includere notai, avvocati, commercialisti, informatici, meccanici e via dicendo: ovvero chiunque abbia utilizzato la sua esperienza professionale (vera o presunta) per consigliarmi sul da farsi rispetto a problemi specifici dell’attività.

Ebbene, di tutte queste persone che si sono avvicinate a Tesi & testi posso dire che la stragrande maggioranza è stata in buona fede. Solo in qualche caso c’è stata una sorta di dolo, materializzatasi nell’approfittare di uno stato di bisogno. Se chiudo gli occhi mi vengono in mente due casi eclatanti: una società di informatica che mi vendette come indispensabile un servizio di cui non avevamo assolutamente bisogno e che di fatto consisteva nel nulla, solo che fu brava a presentarlo come necessario (come non pensare alla macchina che fa “ping” di montypyphoniana memoria?); e uno studio di avvocati che presentò il suo servizio come toccasana, quando tali professionisti sapevano per certo – ora lo so senza ombra di dubbio – che sarebbe stata la mia rovina.

Tolti questi due casi, per tutti gli altri il desiderio di aiutare era sincero. E se in tanti casi il valore è corrisposto al costo, in alcune evenienze ha prodotto danni notevoli; danni che in determinati casi ho scoperto soltanto anni dopo (il Cigno nero torna inesorabile).

Quindi ho riflettuto non sul latte versato, punto sul quale non ho maniera di intervenire, ma sulla seconda parte della mia attività lavorativa, sugli anni che mi restano per produrre valore e sul come non ripetere (cercare di non farlo, perlomeno) gli errori marchiani fatti in passato.

E la risposta è una sola: maggiore attenzione da parte mia. La fiducia va bene, ma vigilare anche. Prometto a me stesso che sarò più attento, tutelerò meglio la mia attività, sarò vigile e cauto: la mia esperienza servirà – e tanto, suppongo – al me stesso che verrà.

Giu 29

CV
Ho seguito nelle settimane scorse un progetto per un amico: la scrematura di un certo numero di curriculum per una posizione all’interno della sua azienda.

Ne ho tratte alcune conclusioni generali, che espongo a seguire sotto forma di errori da non commettere. È una sorta breve pentalogo a vantaggio di chi ha bisogno di presentare il suo curriculum. E, ahimè, mi rendo conto anche che gli errori principali sono sempre gli stessi: cambiano gli attori ma si ripetono nel tempo esattamente uguali a se stessi.

(Avevo parlato di questi argomenti, tra gli altri luoghi, qui.)

  1. Non mandare il CV in Word

Questo perché un Word è un semilavorato: è sì il programma di scrittura di gran lunga più diffuso, ma non l’unico; mentre il PDF è uno standard per lo scambio di dati. (E i convertitori gratuiti da Word a PDF sono millanta e tutti di utilizzo immediato – dunque non ci sono scuse.)

  1. Occhio all’oggetto della mail

Spesso non ci si fa caso ma è importante! Un oggetto corretto è il primo contatto che si ha con l’interlocutore, e dunque la prima (e direi quasi unica) possibilità di fare un buon colpo d’occhio.

  1. Occhio all’inoltra e a quel che rimane nel corpo del testo

Questo punto è un corollario del precedente, un dettaglio altrettanto importante. Il tasto Inoltra è una tentazione, ma non va usato fuori contesto.

  1. Attenzione alle parole di presentazione, che devono essere brevi e mirate

Una mail di accompagnamento deve fare il suo lavoro in poche righe (cinque? dieci? in ogni caso pochissime). Nessuno ha tempo da perdere in queste cose, e il lettore deciderà subito se proseguire o meno nel contatto.

  1. Basta con i CV di otto pagine! Due sono più che sufficienti (ma una è ancor meglio)

Questo è il punto che a me personalmente dà più noia. Sono convinto che il résumé di Umberto Eco potrebbe avere tre pagine; quello di quasi chiunque altro due al massimo; ma se si tratta di qualcuno con esperienza limitata una pagina è decisamente più che sufficiente.

Feb 16

donnie brasco
Il post di oggi nasce da un commento casuale fatto da un’insegnante sulla rinata lista Langit a proposito di un misero compenso percepito per un lavoro. L’occasione è casuale, ma il tema è generale – e anche ricorrente – e val la pena approfondirlo.

Io, per dirla con Nelo Risi,

vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

Ma so anche che Donnie Brasco direbbe: “Che te lo dico a fare?”

Il sottinteso di un misero compenso è questo: è bene accettare qualunque prezzo ci venga offerto, altrimenti non si lavora.

Ebbene, lasciamo da parte il bene della categoria, il rispetto verso i colleghi, considerazioni morali eccetera. Non parliamo di questo.

Parliamo “semplicemente” della convenienza economica e professionale, per un traduttore (o un insegnante, o un giornalista, o un web writer o i mille altri mestieri che oggi compongono “il popolo delle partite IVA”, è lo stesso), di accettare un compenso che sta ben al di sotto del livello di sopravvivenza.

(Occorre “spezzare l’assedio”, per dirla alla Luca Canali.)

Io capisco bene l’obiezione di chi sta entrando sul mercato del lavoro dopo aver fatto tutti i corsi del mondo, è perfettamente preparato/a ma riceve solo offerte a 3 euro l’ora.

Ebbene, c’è una notizia: quei 3 euro l’ora non ti porteranno da nessuna parte. Ti faranno solo del danno. A te, non al mercato. A te.

I 3 euro l’ora hanno senso solo se inseriti in un progetto, ovvero in cambio dell’imparare un mestiere, ovvero con una prospettiva reale e documentata. Realtà, non promesse.

Certamente dopo tanti anni di mestiere mi è “facile” parlare così. Però i problemi di liquidità ce li ho anch’io, gli errori li faccio anch’io e così via.

Ma questo è un assioma: i 3 euro/ora / i 3 centesimi/parola eccetera ti fanno un danno. Non ti portano alcun beneficio.
Eddie
Mi piacerebbe che chi si trova in situazioni del genere riflettesse su questo fatto, considerasse che farsi del male non è lecito (oltre che sciocco). Capisco le sue obiezioni ma mi piacerebbe che andasse oltre, che trovasse un’altra via perché questa non gli/le porterà del bene.

È difficile, lo so. Richiede tempo, sudore, lo so. Fortuna, anche. Ma un punto di arrivo sensato potrebbe, a mio avviso, essere riassunto nelle parole di Jack Walsh in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddy, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Io non sarò l’ennesimo “professionista” che si immolerà sull’altare del lavoro irretito da promesse e atterrito da quel che vede intorno a sé, e tu avrai quello che chiedi. In un rapporto corretto, dove guadagnerò quello che è giusto perché avrò portato valore al mio committente.

Nov 17

funnelling
Mi sono messo a pensare quanti preventivi posso aver preparato in questi vent’anni. Certamente sono migliaia, e negli ultimi mesi il numero medio a settimana è aumentato. È invece diminuita la percentuale di preventivi accettati, ovvero quelli che diventano ordini.

(A questo proposito mi piace pensare a un concetto che si esprime con una parola sola, funnelling, ovvero l’idea che un contatto passa attraverso fasi successive fino a divenire un ordine; anche se qui trattiamo solo dell’ultima fase, quando un preventivo diventa un ordine.)

Quando un preventivo non viene confermato né mi viene detto qualcosa in proposito, faccio sempre – via, spesso – seguito al contatto con una telefonata o una mail (senz’altro meglio una telefonata, ma dipende dal contesto) per cercare di capire il motivo.

Va da sé che il motivo principe è dalla notte dei tempi il prezzo, ma questo motivo è diventato – nella mia percezione almeno – di recente più importante. Ovvero: nella maggior parte dei casi, se un mio preventivo non viene accettato ciò dipende dal fatto che il cliente (potenziale, ma anche attuale) ha trovato un’alternativa più economica che reputa più confacente al caso suo.

Ebbene, io credo che la risposta sia dentro di me – e sia giusta. Ovvero: non ridurrò il prezzo solo perché il mercato propone alternative più economiche alla mia. Per intuito e per scelta ho puntato sin dall’inizio al processo e non al prezzo. Ovvero: do tranquillamente per scontato che esistano alternative meno care rispetto alla mia proposta, ma sia perché so quanto mi costa produrre quel che vendo, sia perché pongo l’accento sul processo e non sul prezzo, sia perché so perfettamente che puntare sul prezzo è una politica suicida, non lavoro sul prezzo. Ciò non significa che non proponga degli sconti quando lo reputo il caso, né che non abbia a mente l’interesse del cliente (per conto del quale agisco); ma soltanto che il prezzo non è la mia prima preoccupazione. Il mio buon nome lo è.

Preferisco perdere un cliente che non è disposto a pagare quello che chiedo che negoziare allo sfinimento sul singolo euro. Intendiamoci: il singolo euro in questi anni è importante per chiunque e va tenuto in conto, non assecondo la politica dello spreco. Dico soltanto che conoscendo il mercato e i punti di forza e di debolezza della mia offerta, la mia proposta è tarata sia sulla parte interna (quel che so di poter offrire) che sulla parte esterna (nello specifico il cliente per come lo conosco io, e in generale il mercato) della transazione.
Eddie Moscone
Se non va, pazienza. La risposta è dentro di me, ed è giusta.

Il mio lavoro, insomma, si riassume efficacemente nelle parole di Jack Walsh in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddie, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Ott 06

escolo
Allora: in una parola qui, in questo luogo magnifico e (apparentemente) solitario delle nostre valli, c’è bisogno di tutto. Ma facciamo un passo indietro.

L’avventura ebbe inizio circa sessant’anni fa, quando lou magistre, Sergio Arneodo, disse ai suoi allievi di allora che riempivano la piccola aula scolastica:

Da encuéi coumensé co a scrive ente la lengo que vous a moustrà vosto maire.
(Da oggi incominciate anche a scrivere nella lingua che vi ha insegnato a parlare vostra madre.)

L’Escolo di Sancto Lucìo de Coumboscuro è un’avventura straordinaria, che risalta la diversità (la società ci vorrebbe tutti omologati, tutti macdonaldizzati e perfettamente allineati ma non è detto che tutti si sia d’accordo con questa esigenza) e va avanti grazie all’impegno di persone che hanno capito (meglio, che sanno per istinto e conoscenza) che la montagna ha un valore.

Il futuro di questo progetto è difficile e incerto, ma il progetto è magnifico e va sostenuto. C’è bisogno di tutto ma c’è una maniera bellissima per aiutare la scuola e nello stesso tempo ricavarne benefici anche materiali: comprare dei prodotti di aziende agricole che la sostengono (avendone tra l’altro anche un vantaggio fiscale). Qui le istruzioni.

Io l’ho fatto – ho cominciato proprio sabato. Poca cosa, ma è stata la prima di tante volte. Perché la montagna è una risorsa, perché la diversità culturale è un valore, perché l’omologazione non è d’obbligo.

Quando penso a Mauro Arneodo, anima dell’intero progetto, non mi può non venire in mente il verso di Orazio:

Aut insanit homo aut versus facit.

E non è tutto: quando lui mi ha presentato il progetto del dizionario provenzale, dove per esempio trovi millanta maniere in uso sulle nostre montagne per descrivere la neve, ho pensato che quest’altro progetto affascinante è un risvolto della stessa faccenda, la tutela delle infinite sfaccettature che compongono la vita sulle nostre montagne. Risorse che non moriranno fino a che persone come lui, e coloro che come lui si dedicano a progetti come questi, continueranno a dare l’anima nonostante tutte le difficoltà per una realtà in cui credono.

Aut insanit homo aut versus facit, già. Ma quell’uomo è tutt’altro che pazzo.

Lug 14

Se telefonando
Sono stato con il mio fornitore di telefonia fissa e ADSL (non importa il nome) negli ultimi sette – otto anni, da quando decisi di liberarmi dal giogo dell’incumbent (e giurai a me stesso che mai in vita mia, mai per nessun motivo, sarei tornato indietro; intendo restare fedele alla promessa).

Con questo fornitore ho passato due traslochi cambiando città, ma siamo riusciti a fare tutto in buona regola. Sono stato sempre discretamente soddisfatto.

Fino a quest’anno almeno. Ad aprile, in seguito ad uno spostamento interno, ho chiesto di traslocare la linea. All’interno dello stesso stabile, sullo stesso piano, tra due appartamenti confinanti. Il lavoro consiste nello spostare una borchia telefonica 10 metri [sic] più in là.

La mia richiesta è del 26 aprile o giù di lì. A oggi ancora nulla. Il problema è che telefono al numero verde e parlo con una malcapitata persona che non ha assolutamente alcun potere decisionale né autorità di alcun tipo. Ha le mani legate, legge uno schermo e probabilmente la più parte del tempo si domanda che cosa facendo lì. L’ultima volta, qualche giorno fa, l’operatore mi dava ragione, simpatizzava con me e con questa assurdità italiana del 2014, ma diceva che non poteva fare nulla. Lui capiva me e io capivo lui, ma di fatto stavamo perdendo tempo in due.

Simone Perotti l’ha detto bene qui. Il problema è che non ci si prende la responsabilità di quello che si fa. Questo provider – ma di fatto è assolutamente la stessa cosa per tutti gli altri – si trincera dietro il fatto di essere una grande azienda, che è un organismo senza testa e senza onore. Mi sovviene la mia diatriba di questi anni con l’INPS: io avrei voluto parlare con qualcuno da uomo a uomo ma invece no, o ci si parla per raccomandate, avvocati eccetera oppure… oppure niente, è così è basta.

Ora. La mia attività, sia lavorativa che professionale in genere che extralavorativa, passa per la sua quasi totalità dalla nuvola. Devo spostare un cavo di dieci metri e in quasi tre mesi questo non è stato possibile. Ha ragione Simone Perotti che se ne va in mare, hanno ragione – mille volte ragione – coloro che lasciano l’Italia: perché queste cose qui, che sono scandalose (perché questa è la parola), rimangono la normalità e non possiamo fare nulla. Perché di là c’è una grande azienda e di qua c’è una bottega.

Poi guardo le pubblicità di questo o quel fornitore di telefonia fissa e mobile e non mi arrabbio, no. Ho visto e toccato con mano il servizio pessimo offerto. Io scrissi la carta dei diritti del cliente di Tesi & testi il 1° febbraio 1995, e ogni tanto vado a rileggermela per cercare di essere all’altezza della situazione, di essere davvero quel professionista che dico di essere. Ma nel caso dei fornitori di telefonia no, non c’è carta dei diritti che tenga. Al di là di tutte le parole belle conta quello che vedi e che sperimenti, ed è il disastro totale.

In conclusione oggi firmo un contratto con un fornitore nuovo. Sarà meglio? Sarà peggio? Non lo posso sapere ora, ma almeno non sarò stato ad aspettare che un operatore parlasse con un tecnico, e che questi si mettesse d’accordo con un collega, firmassero un foglio d’ordine eccetera. Almeno l’avrò scelto io.

Mar 10

William Stafford

William Stafford


Oggi partiamo da questo commento di Luigi Muzii:

Non si parla al vento, altrimenti tanto vale restare zitti e questo post è inutile, come gli altri, qualunque altro. Così si sputa in aria.

Commento assolutamente legittimo; però vorrei illustrare alcuni concetti che regolano il mio scrivere.

1. Mi picco di essere uno scrittore. (Che lo sia davvero o meno non è importante, credo di esserlo e questo è sufficiente.) E uno scrittore, per mille motivi, scrive. La scrittura è la mia gioia e il mio cruccio.

2. Non pretendo che i miei pezzi siano imperituri. Ho scritto delle cose che reputo bellissime (immodestamente ma davvero), e altre che sono state giustamente ignorate e che non fa differenza che abbia scritto o no.

3. Con me stesso e con i miei venticinque lettori ho preso un impegno: di pubblicare qui, ogni lunedì del mondo, un pezzo. Che sia Natale oppure un giorno qualunque, che io sia nella comodità del mio studiolo oppure con una connessione lentissima e provvisoria nel mio rifugio tra i monti o dovunque. Così accade dall’11 ottobre 2010, il che fa – se non erro – 178 settimane. All’epoca mi influenzò la scelta di Chris Guillebeau, che utilizzava questo metodo (in realtà per lui si trattava di ogni lunedì e giovedì, ma il concetto non cambia). Ignoro se lo segua ancora ma non è rilevante: lo è per me perché, come dice il Piccolo principe,

C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

4. Questo blog è un progetto per me importante (che tra l’altro fa parte di un progetto più grande, che è questo sito medesimo). Dove mi porti, ignoro; però è per me significativo e quindi lo curo. Vedo anche che a volte è utile a qualcuno e questo mi fa piacere.

5. Due citazioni, per finire. La prima è di Seth Godin:

Drip, drip, drip, it adds up. The hard part, as you can guess, is the first 2,500 posts. After that, momentum really starts to build.

La seconda è la risposta del poeta William Stafford agli amici che gli chiedevano, visto il suo personale impegno a scrivere poesie tutti i giorni, come facesse nei giorni in cui non era particolarmente ispirato:

On those days I just lower my standards.

Insomma: i giorni dispari, esistono, e come! Ma on those days I just lower my standards – e passo oltre.

Mar 03

Bla_Bla_Bla
Io ho sempre adorato preparare preventivi. A chi mi chiedesse suggerimenti ricorderei due punti fondamentali:

Primo: la qualità non è un argomento di vendita.

Già: si ottengono risultati molto superiori semplicemente non menzionandola. Quello che noi facciamo parla molto più forte di quello che diciamo; e il concetto di qualità è un argomento del tutto soggettivo.

Secondo: la stringatezza nelle comunicazioni scritte ha un valore inestimabile.

Il nostro cliente non ha tempo di sentire tutta la pappardella su quanto siamo bravi eccetera, ma vuole sapere quanto gli costa il progetto, e vuole essere sicuro che il lavoro sarà fatto a regola d’arte. Quando sei un professionista non servono tante parole.

E poi c’è un altro punto che ho scoperto di recente (almeno nella sua formulazione scritta) e che trovo fondamentale:

in un preventivo, ti è permesso di usare una sola volta lo 0. Una sola. Fine.

Lo spunto viene da questo interessante articolo (sito da tenere d’occhio, quello), segnalato qualche settimana fa su ATA Business Practices.

 

L’idea è semplice ma profondissima allo stesso tempo: 1.680 euro appare un prezzo “ragionato” (comunque sia stato ricavato), mentre 1.500 è un arrotondamento (ovvero, nelle parole dell’autore: “Heck, I want a grand for this”).

If you’re tempted to charge $300, charge $320 instead. If your real hourly rate is $100, make it $115. More rational to the client, more coin for you.

Per me funziona. Idee?

Gen 06

pedalando in salita
Quando ho fatto il mio ingresso nel mercato del lavoro, grossomodo venti anni fa, credevo di fare faville – ne ero sinceramente convinto. Ora, guardando indietro, credo anche che ne avrei avute le capacità. Sognavo di costruire una grande impresa, avevo tutto in mente e tutto scritto. Ora, guardando indietro, vedo che ben poco si è realizzato. Eppure (ma questa è una nota del tutto laterale) per nulla al mondo cambierei la mia vita – provvisoria e precaria – con qualunque altra.

(“Vissi al cinque per cento”, direbbe Montale.)

Ad ogni modo. Mi sto “riorganizzando” per la seconda parte della vita, le mie “seconde nove” – le buche che ti riportano al punto di partenza (perché il tempo è circolare: ma questo lo sapevi già, vero?). Non importano i dettagli – i dettagli cambiano per ciascuno –, ma vorrei mettere l’accento sul “sistema di pensiero” che mi porta lì.

Un tempo scrivevo dei piani strategici dettagliatissimi e lunghissimi. Ne ero fiero, e confesso che erano belli a vedersi; ma di fatto inutili, proprio perché troppo articolati. Era un bel lavoro, che mi richiedeva quantità spropositate di tempo e soddisfaceva il mio ego, ma non era di fatto fruttuoso.

Poi sono successe delle cose (“Poi scordarono tutti e passò molto tempo”, direbbe Pavese – e chissà perché mi vengono in mente le pedalate in salita di Marco Pantani e la direzione ostinata e contraria di Fabrizio De André?), e il mio “piano di vita” di oggi è semplicissimo e lineare. I dettagli non importano, ma vorrei descriverne i meccanismi.

Intanto, dico che per caso ci sto dedicando molto tempo ora, ma questo non è legato all’anno solare (ovvero non c’entra nulla con le buone intenzioni di Capodanno tipo voglio perdere peso, smettere di fumare eccetera).
in direzione ostinata e contraria
È diviso in – pochi – punti, che corrispondono alle aree che mi interessano, quelle sulle quali voglio lasciare il segno: ël masnà (sarebbero le figlie), per esempio; Tesi & testi, il golf e pochi cetera. Ciascun punto ha (meglio: può avere) degli obiettivi a breve termine (da raggiungere entro un anno), a medio (3-5 anni) e a lungo termine (20 anni).

È un work in progress, che elaboro precipuamente in due momenti distinti:

– durante il sogno: “per fare una cosa devi prima sognarla”, come dice Bob Rotella;

– durante la corsa: la corsa ha tra le altre cose questo di bello per me, che libera e pulisce la mente e mi permette di pensare in maniera slegata dal momento (ne ho parlato, ad esempio, qui).

Quel che farò nel tempo che mi resta da vivere non è importante – o meglio, lo è per me. Morirò comunque; ma, se sarò mooolto fortunato, riuscirò a fare birdie tirando da un parcheggio; e questa sarà la mia soddisfazione e non avrò bisogno di altra ricompensa.

Ovvero, come scriveva Cesare Pavese il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

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