Nov 25

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 17 novembre 2011]

Avrebbe scritto Goethe:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Ho usato il condizionale perché, per quanto il concetto sia certamente goethiano, queste parole sono in realtà attribuite erroneamente a Goethe. Derivano da una traduzione in inglese molto libera dei versi 214-230 del Faust, ad opera di John Aster (Londra, Cassell, 1835, p. 20).

Ma al di là della filologia il concetto è questo: è importante seminare per il futuro. Guardare oltre gli ostacoli come se gli ostacoli non esistessero. Lasciare gli ormeggi e semplicemente fare (con un progetto, s’intende; non fare a casaccio – ma forse a volte anche fare a casaccio).
che-fare
Lo vedo succedere a me stesso: ci sono tante magagne nella mia vita, cose che non vanno, paure che non riesco a superare ma mi sto muovendo. (Fondamentalmente questo accade grazie a tanti amici incontrati lungo la via.) Ho deciso di fare comunque dei passi e di conseguenza il lavoro diventa più interessante, ci sono progetti nuovi, sfide. Il futuro mi piace, ma adoro il presente. Sto bene. Forse a dire che sono felice offenderei Rita Levi Montalcini, per la quale la felicità è una cosa da bambini, ma insomma sono soddisfatto e questo presente – l’unico presente che ho, peraltro – mi piace.

Mi sovviene l’Innominato dopo la conversione cui viene sonno e che dorme in pace. Io ho fatto il mio dovere e nonostante gli errori eccetera mi sento in pace. Non potersi rimproverare nulla è importante.

Allora il messaggio diventa questo: fai quel che devi, getta il cuore al di là dell’ostacolo e goditi la pace e il benessere che ne deriveranno.

Hai già pensato. Il prossimo passo è fare.

Nov 18

mozziconi
Ho sperimentato il flow tantissime volte nel lavoro (quella meravigliosa sensazione di dimostrare a se stessi che si è molto bravi, sia lavorando da soli che in gruppo), molte volte nel golf, ma la scorsa settimana mi è capitato per la prima volta nella corsa.

È stata un’esperienza esaltante perché non cercata. È iniziata giovedì: prima della consueta lezione di pilates ho fatto un quarto d’ora scarso sul tapis roulant, poi complice la musica la lezione è scivolata via con gioia e ritmo (Luciano, la tua playlist era fantastica!), e infine ho corso per un’altra mezz’ora senza pensare a niente e contando i passi (180 passi al minuto è il numero magico per una corsa fluida, by the way); ma ha raggiunto il suo apice ieri mattina.

Avevo scelto un percorso pianeggiante, che ho approcciato in maniera cauta (Gianni diesel, that’s me!); ma verso la fine della prima ora di corsa i pensieri – che prima già fluivano – hanno cominciato a scorrere velocissimi e ordinati, e ho “visto” (ovvero immaginato in profondità, con vividezza e ricchezza di particolari) due cose:

– l’armonia di mente e corpo senza soluzione di continuità: quando tutto fluisce non c’è confine tra il pensiero e la fisicità;

– di conseguenza, la mia vita secunda, ovvero il film di quel che farò da ora fino a che avrò respiro.

Ieri era tutto un fluire, sia di corsa che di pensieri. Ho corso per un’ora e 44 minuti e percorso 15,5 km, e ho visto la mia prima mezza maratona, il 15 dicembre: mi sono visto con chiarezza e precisione alla partenza, durante il percorso, nella fatica degli ultimi kilometri e nella gioia dell’arrivo. E, tra l’altro, arriverò lì un anno prima del previsto, il che dice una cosa chiara: gli obiettivi ragionati e scritti sono molto più semplici (e divertenti) da raggiungere rispetto alle generiche buone intenzioni.

Altra cosa: nell’ultimo anno o anno e mezzo ho avvertito la netta sensazione che la spinta datami dal libro è via via andata esaurendosi, anche per ingenuità mie (se nasci ingenuo non puoi morire scafato, direi): ho passato un periodo limbesco e di attesa, che ora è finito. E ritorna Goethe (l’ho già citato lunedì scorso ma le rinascite hanno questo di magico, l’aura che si trascinano dietro di sé):

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

E ancora: sempre ieri mattina mi tornava in mente un pensiero scritto qualche giorno fa nella mia pagina Facebook:

La mattina, la prima cosa che faccio uscendo di casa è tirare su una cicca dal cortile e buttarla nel cestino dell’immondizia. Non cambia nulla nel mondo, ma cambia la mia giornata. E come.

E la metafora è lucida: se io raccolgo un mozzicone – se io porto a termine una mezza maratona, è lo stesso –, al mondo fondamentalmente non interessa, non cambia nulla. Ma magari qualcuno osserva, e gli/le viene voglia di farlo anche lui/lei: perché quel mozzicone che raccogli è figura (nel senso auerbachiano del termine) del bene che fai a te, indipendentemente da ogni altra considerazione. È un’attività autotelica, per dirla alla Csikszentmihalyi, di puro flow. Running flow.

Nov 11

daje
Ho passato recentissimamente e in sequenza due giornate con due persone che hanno significato e significano tantissimo per me. La prima con uno scrittore che con i suoi libri mi ha insegnato una parte molto significativa di quello che so sul come si fa a scrivere bene; l’altra con un amico – probabilmente il mio più caro. Mi è venuto allora da fare qualche considerazione. (Non mi aspettavo certo che due giornate così “pesanti” passassero come acqua fresca su di me.)

Fondamentalmente mi accorgo che in tante cose non sono all’altezza. Per carattere o per altro, i motivi non li so: ma mi accorgo che sono tanto bravo con la parola scritta perché faccio tanta fatica con la parola parlata (o viceversa, è lo stesso); e se non dici le parole giuste al momento giusto rimani indietro, è matematico. E questo è un mio limite che mi è evidente e con cui devo comunque fare i conti.

O, per dirla con Giovanni Giudici:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Queste due giornate mi hanno per forza costretto a fare i conti con quello che ero io quando ho conosciuto queste persone, o direttamente o per mezzo delle loro opere – il tempo non passa invano, anche se così potrebbe sembrare al suo scorrere –, e mi rendo conto che io sono cambiato molto; probabilmente sono cresciuto ma non è importante, ci sono delle cose che non riesco a fare, dei miei limiti di cui devo prendere atto e basta.

Passare del tempo con loro, oltre alla naturale gioia che ne ho ricavata, mi è servito a capire che ci sono dei punti e dei luoghi dove io non arrivo e comunque non potrò arrivare perché – in parole povere – non sono nelle mie corde. Devo prenderne atto, tutto qui.

In maniera più generale vedo anche che in questa vita, come dice l’amico, chi cazzo a sa lòn ch’a l’é giust. Questo mi porta a pensare che è tutto inutile quel che facciamo, o più precisamente buona parte di quel che facciamo. Ma almeno una risposta possibile c’è: “daje”, per dirla alla Zeman; o “daje mach”, per dirla in piemontese. Ovvero: tieni duro, qualcosa succede.

Anche qui Giovanni Giudici (Con tutta semplicità) ha una risposta interessante:

Con tutta semplicità devo dire
che un tempo sembrava lontano
il tempo in cui morire.

Ora non è più un pensiero strano.
Ora è sempre lontano (almeno spero) ma
posso già prefigurarmelo. Ho l’età

in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.
Faccio quel che faccio, altra scelta non ci sarà:

leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso.

(Era uno dei miei poeti preferiti quand’ero al liceo, ho scoperto stamattina che si è spento da due anni. In questi casi penso sempre alle parole che non ho detto.)

E non possiamo nemmeno dimenticare Goethe:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Insomma daje (mach): ciascuno ha i propri limiti ma la nostra volontà è qui con noi, adesso, è qui per aiutarci a superarli.

Ott 28

IFC
Conobbi Daniel alla stazione di Grosseto, in un giorno di primavera di due anni fa. Ricordo perfettamente la sensazione di calma e forza che subito mi trasmise la persona. (Forse sarebbe più corretto dire che lo ri-conobbi, perché vidi in lui – immediatamente, senza pensare – una proiezione di come avrei voluto essere io.)

Poco più di un anno fa lui è partito alla scoperta – ma anche qui, si tratta piuttosto di una ri-scoperta – dell’Italia che cambia: lo scopo era quello di incontrare quelli che lui ha chiamato “gli agenti del cambiamento”, ovvero coloro che hanno deciso che le condizioni di vita cui sono costretti non vanno bene. E quindi cambiano.

O meglio, hanno già cambiato. Sono già cambiati. Se dovessi sintetizzare in poche parole questo progetto non potrei dirlo meglio che con le parole di Montale:

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.

Ma gli incontri, ovviamente, non erano fini a se stessi, erano piuttosto il pre-testo per un testo: i sette mesi e sette giorni di viaggio sono infatti diventati libro, Io faccio così. Viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia.

Ora, questa rivoluzione silenziosa è in atto dal 2008 perlomeno, ovvero dal momento in cui divenne chiaro a tutti che l’economia e la società così come sono strutturate oggi non vanno bene, e dunque per forza – per forza – devono cambiare. E cambiano: è semplice, logico e conseguente.

Daniel è un testimone e un osservatore acuto di questo fenomeno dal quale nessuno può più chiamarsi fuori. La sua calma e la sua forza mi commuovono. E questa rivoluzione silenziosa non ha bisogno di essere gridata, semplicemente è.

Ott 21

Austin
Quando diedi vita a questo mio diario pubblico, ormai cinque anni fa, raccontando la mia esperienza nel mondo delle traduzioni, lo feci col doppio intento speculare di fissare i miei pensieri e di portare conoscenza ai lettori. Col tempo, lentamente, il focus si è allargato a contenere temi più ampi – il segno che possiamo lasciare nel mondo e l’importanza di fare davvero le cose che ci interessano e appassionano, in due parole.

I due concetti non sono affatto antitetici, come forse potrebbe sembrare. Io non mi tiro mai indietro di fronte al lavoro, e credo che sia importante che quando lavori lavori davvero; del resto, seguire e inseguire le proprie passioni e passare tanto tempo con le persone importanti della nostra vita sono cardini cui non ha senso rinunciare. Quanti, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? (Lo scopo ultimo del lavoro è o dovrebbe essere liberare il tempo, non occuparlo fino allo sfinimento.)

Insomma questo blog è il diario di un collegamento tra due concetti solo apparentemente contrapposti. Tutto questo per dire che mi è tornata, improvvisa (ma non inattesa), la voglia – portata da una mail di quella che considero, pur non essendone più membro, la “mia” vera associazione, la ALC – di prendere nuovamente parte ad una conferenza negli Stati Uniti: unire l’utile e il dilettevole, l’esperienza acquisita con quella ancora da acquisire, i fusi orari differenti con le sessioni di lavoro, io me stesso me come operatore del settore e come persona in cerca di conoscenza più ampia.

L’ultima fu ad Austin, tanto tempo fa. Quegli anni sono stati per me, dal punto di vista del lavoro e della conoscenza dell’industria della traduzione, molto intensi: mi ci sono dedicato anima e corpo, ho incontrato molte realtà, imparato concetti e cercato di trasmetterli.

È stato un viaggio (mentale, innanzitutto) affascinante e splendido, avventuroso e foriero di sviluppi e conversari e segni lasciati nel mondo. Poi ad un certo punto ho pensato che potesse bastare e messo in soffitta quel periodo.

Ora quel desiderio mi è ritornato. Con cautela e con i capelli grigi, ma per il 2014 ci sono.

Ott 14

telefono Siemens S62
Sono andato la settimana scorsa a comprare un telefonino, accompagnato da mia figlia grande in qualità di esperta nella materia. Sono stato costretto: quello precedente stava morendo (preso tre anni fa e già defunto: questi oggetti non sono evidentemente fatti per durare).

Di tutti i modelli che c’erano, scintillanti e baluginosi davanti a noi, ne ho visto uno solo – forse due – di quelli che credo si dicano flip, che per me sono modernissimi (per mia figlia antidiluviani, ça va sans dire). Per il resto ero in un mondo che non comprendevo.

La ragazza che me lo ha venduto a un certo punto guarda i miei capelli grigi e mi chiede:

Col touchscreen sarebbe troppo difficile?

Leggero sconcerto. Però dal suo punto di vista ha ragione lei: chi compra ancora oggigiorno telefonini come questo?

È vero, io in queste cose di telefonia sono un po’ indietro – molto indietro, probabilmente (talmente indietro che chiamo telefonino quell’oggetto, per distinguerlo da quello che per me è il telefono, ovvero quello che uso in ufficio) – e capisco (pur non condividendola) la vergogna che prova mia figlia. Ma quando il risultato di tutto ciò è che lei mi dice che io sono “strano”, qualunque cosa intenda, per me è un complimento.

Sono strano, credo sia vero. Ma sono andato a riprendere quel che dei telefonini – o telefoni che siano – scrivevo nel libro:

Ho avuto per sette anni il medesimo telefonino, un Motorola V66i, che ho dovuto cambiare solo perché è “morto” – il 22 gennaio 2010, riposi in pace. E anche adesso vedo intorno a me troppe persone con telefonini che potrebbero captare il segnale di Tele Capodistria, ma poi dubito che abbiano veramente dei contenuti significativi da far passare dentro a quelle meraviglie tecnologiche.

Non faccio, ad esempio, foto ad ogni cosa che vedo perché non ho lo strumento e penso in parole piuttosto che in immagini. Probabilmente non vado allo stesso passo del resto del mondo – buona parte di esso, via. Sono strano, già – e con quella lieta sensazione di contentezza per essere così.

Ott 07

collina
Ieri mi sono ricordato di quando, da ragazzo, mi chiamavano Gianni diesel – perché in tutto ciò che facevo c’era lentezza iniziale, e poi man mano prendevo coraggio, mi lasciavo andare e da un certo punto in poi davo il massimo. E andavo forte. Ebbene, io sono così – è un tratto di me che non posso né voglio modificare.

Ieri questa era la sfida. Per i primi quattro kilometri, che erano in piano, ho corso al mio passo tranquillo; poi ho affrontato con calma la salita, e ho continuato a correre piano anche quando la pendenza si faceva proibitiva.

Poi è iniziata la discesa e una cosa bella, strana e bella, mi è successa. Ho iniziato ad accelerare, a correre sempre più forte. Non è importante che in questo fare abbia superato diversi corridori (anche perché probabilmente la maggior parte di loro non era lì per competere), ma è importante relativamente a me stesso: non sapevo nemmeno di esserne capace. Finire la corsa senza camminare mai sarebbe già stata ricompensa sufficiente; invece accorgermi che una volta preso lo slancio potevo andare avanti quasi per forza d’inerzia, e che in ciò facendo potevo ottenere dei buoni risultati (parlo per me, ovvio – tutto è relativo) è stato semplicemente bellissimo. Bellissimo e soddisfacente.

Allora la lezione appresa, in una parola, è:

Keep grinding.

Arrivo tardi alle cose? E pazienza, va bene così. Ho ripensato anche a quel che avevo descritto qui e al fatto che, insomma, alla meta si può arrivare in un milione di maniere differenti, e che come dice quel proverbio cinese che amo citare:

Chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliegie non sa nulla dell’uva.

Ho la consistenza tranquilla dell’uva e non la dirompenza delle ciliegie. Ci ho messo una vita intera a rendermene conto, va bene così.

Set 23

Noi abbiamo un problema.

Ce l’abbiamo come società tutta, ma oggi lo esaminiamo dal punto di vista di un giovane che sta per entrare, sta entrando o è appena entrato sul mercato del lavoro. Un traduttore, per esempio.

Partiamo da questo post di Giovanna Cosenza, che pubblica lo sfogo di una lavoratrice dell’intelletto che è impiegata per due lire.

Sara Crimi, che con l’editoria ci lavora, sulla sua pagina Facebook sintetizza tutto quanto in maniera efficace:

Basta con i piagnistei, sul serio.
Tirare fuori gli attributi e smettere di menarsela col lavoro intellettuale.

Allora che cosa facciamo?

Prima considerazione: questa turbolenza che stiamo attraversando contiene già in sé, per forza e di necessità, la sua soluzione, solo che noi non la vediamo ora. Il fatto che non la vediamo non significa però che non esista. (Nassim Taleb docet; e non solo col suo Cigno nero, ma anche col suo Antifragile che sto leggendo da un mese – lettura difficile, lentissima, da digerire, affascinante, piena di significati.)

Nessuno ha (per ora) grandi risposte, dunque; ma questo non ci deve scoraggiare. Se io non avessi una vita “avviata” e fossi un giovane oggi, probabilmente andrei all’ estero – in Cile, è pressoché sicuro –; ma questa è solo una risposta parziale.

Possiamo ripartire dai fondamentali, questo sì. Ho letto per esempio questo post di Marco Cevoli in cui si raccontano fatti prosaici; ma, per fare uno yogiberrismo, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica no.

E poi le risposte non possono arrivare tutte insieme e tutte subito. (Anch’io passata la ventina mi sentivo assolutamente perso, sapevo di essere intelligente e di avere doti ma non sapevo proprio che cosa fare dei miei talenti. Poi però la vita scorre, la vita è lunga, le cose cambiano, le cose succedono, diventi grande comunque e nonostante, a volte anche nonostante te stesso.) Pensiamo ad una soluzione a dieci anni, per esempio. A dieci anni, sì – non dieci minuti o dieci giorni o dieci mesi. Dieci mesi non bastano.

Nessuno ha le risposte, ma le risposte arrivano. A volte anche da sole. Dice Fabian Kruse:

Isn’t it weird that most people, when they want to get smarter, slimmer or stronger, want immediate results? It seems like all they’re willing to put in is a bunch of money, but as little time as possible.

E:

Are you fucking kidding me?

E ancora:

We can’t all be Jack Kerouacs and write a bestselling novel in a few nights of typing frenzy. And even if we were, we’d still need years and years of preparation to get to that point!

Look at it from the other end: If you give yourself enough time, you can do pretty much anything.

E questo risponde anche a Sara e chiude il cerchio, perché come dicono spesso le mie figlie quando chiedo loro qualcosa:

E un attimo!

Ago 12


Un concetto espresso da Chris Guillebeau mi ha fatto riflettere in questi giorni:

What could you build that you’d want to escape to instead of escape from?

Ovvero: qual è il confine, la differenza sottile tra una vita piena, scelta, vissuta e un continuo reagire alle pressioni esterne? È lo stesso concetto che ho trovato espresso dall’uomo che ha cambiato per sempre la mia visione del golf:

The lucky people in life are the ones who never forget who they are, not what other people think they are.

È una frase apocrifa, perché fa parte di un romanzo di cui pubblicherò la recensione a settembre, ma il concetto è certamente hoganiano e comunque dà da riflettere.

È un concetto che trovo attualissimo in un momento di vacanza, in cui i nostri sogni possono essere esaminati da vicino, sia che ciò avvenga sulla spiaggia, in una città d’arte o in alta montagna – o anche semplicemente nel salotto di casa, ma senza pressioni contingenti.

Ciascuno ha la sua propria risposta; io la trovo tra qui e qui. Vale da anni e varrà per tutto il tempo che mi rimane, nonostante i detrattori, gli uccelli del malaugurio e compagnia cantando.

Ago 05

Dragonero
Non sempre arrivare ultimi è una cosa negativa. Questa è la lezione che ho imparato ieri, al Trofeo Sentieri degli Acciugai, una corsa podistica di 10,6 km in valle Maira, per tre quarti in ripida salita e per il quarto restante in discesa altrettanto ripida (per me almeno).

I partecipanti erano un centinaio, e – al netto di qualche sparuto ritiro (che immagino, pur non avendone notizia certa) – l’ultimo degli arrivati è stato proprio yours truly.

Lezioni apprese, tre.

1. Gli spettatori ti dicono bravo per il solo fatto che tu partecipi (in fondo a chi importa che tu arrivi novantanovesimo o centesimo?), e questa è già di per sé una vittoria.

2. Correre è un’attività autotelica, che trae in sé la sua ragion d’essere e la sua soddisfazione; e non importa se a tratti ho camminato, il ritiro semplicemente non era tra le opzioni possibili e la soddisfazione di aver tagliato il traguardo è ricompensa sufficiente.

3. Il podismo è disciplina povera e semplice (lo dico con tutto il rispetto e l’ammirazione possibili): essere stato parte di questa festa popolare significa essere in armonia con l’ambiente e con tutte le altre – tantissime – persone presenti.

Tutto ciò specificato, ieri mi è stato lampante un fatto che già sapevo: la corsa in salita non è il mio forte (e in discesa nemmeno, tanto perché sia chiaro). Ma il mio obiettivo, che qui rendo pubblico (e nel dirlo mi sovviene un obiettivo che mi posi da trentaduenne: parlare in pubblico in inglese negli Stati Uniti entro i quarant’anni, cosa che realizzai ad Austin – sia pure qualche mese dopo il mio genetliaco numero quaranta), è quello di partecipare, portandola a termine, ad una mezza maratona entro la fine del 2014.

Ho detto.

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