Mar 31

Grazie al caro Zu che ne parla qui sono arrivato a questo articolo.

Parentesi: invito a leggere quel breve post di Zu, e soprattutto a seguirne i link (lui è un mago delle scatole cinesi, chapeau. Perché questo è solo uno dei tanti possibili, ma certamente è un uso efficace del Web). E allora scopri, per esempio, che

per fare le cose bisogna farle.

Lo sappiamo tutti, è vero; ma anche che il re fosse nudo lo vedevamo tutti, però chi aveva il coraggio di dirlo?

Tornando al concetto di tempo, ecco un’autodescrizione della generazione degli overwhelmed, nelle parole dell’autrice del libro recensito nell’articolo:

Sempre indietro e sempre in ritardo, con un’ultima cosa e poi un’ultima cosa e poi un’altra ultima cosa da fare prima di andare.

A me capita, ma segno le volte. Normalmente il tempo mi basta – mi deve bastare, perché ad un certo punto finirà. E soprattutto è un tempo scandito, non raffazzonato da una cosa e dall’altra mischiate insieme per fare e produrre sempre di più. Faccio i miei errori, certo – e marchiani, pure –, ma quando lavoro lavoro davvero, e così ho il tempo per fare anche altre cose che compongono la mia vita. Non sono un maestro, ma dico che non è difficile.

Il tempo è bastevole, sta a noi organizzarci al meglio per spenderlo in maniera da dargli valore e significato. Richard Koch illustra bene la questione:

It is not shortage of time that should worry us, but the tendency for the majority of time to be spent in low-quality ways. Speeding-up or being more “efficient” with our use of time will not help us; indeed, such ways of thinking are more the problem than the solution.

E quindi la mancanza di tempo non è altro che mancanza di priorità; o anche, per dirla con Pascal,

tutte le nostre miserie derivano per lo più dal fatto che non siamo capaci di restare seduti tranquillamente da soli in una stanza.

Mar 17

Copertina non disponibile
La settimana scorsa, al termine di una lunga e piacevole chiacchierata con un amico che da virtuale è diventato in carne e ossa, lui mi ha chiesto quando sarebbe uscito il mio prossimo libro. Io sono rimasto un po’ spiazzato – è una domanda che non mi sentivo rivolgere da tantissimo tempo –, e gli ho risposto che per ora non è in previsione, e che forse lo spazio occupato dai blog va a riempire quel mio bisogno di condividere delle esperienze.

Ho continuato a pensarci per i giorni successivi però, e ho concluso che se questo è certamente vero la questione è comunque più complessa.

Innanzitutto, nei tre libri che ho scritto l’idea è stata compiuta dentro di me prima che iniziassi a scriverli. Ovvero essi erano di fatto già tutti scritti prima di essere scritti, perché dentro di me ne avevo già il senso e l’architettura. Quindi per il prossimo (se un prossimo ci sarà, perché come diceva Vittorini “ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”), so per certo che mi si presenterà l’idea e poi la svilupperò perché questo è il mio modo di scrivere, questo e nessun altro. Attraenti o meno, io i libri li so fare così.

Parlando dei temi che interessano qui (lavoro, filosofia spicciola, sviluppo personale, scorciatoie e così via; lasciando quindi da parte golf e piemontese – in effetti un mio libro di golf è pensabile nei prossimi anni), credo che mi debbano succedere ancora due cose, prima: innanzitutto devo metabolizzare un grosso rovescio lavorativo avuto nei due anni passati (lo sto elaborando ed è una bella sensazione ora, ma è una questione che richiede tempo – a lungo non riuscivo nemmeno a parlarne a me stesso, figuriamoci se sarei stato in grado di formularlo in parole) e, poi, devo avere ben chiara in mente la mia destinazione futura, ovvero la vita nel mio rifugio tra i monti. E anche questo prende del tempo.

Verosimilmente il soggetto sarà dunque legato alla natura, alla vita semplice, allo scoprire se stessi, a concetti come questi. Probabilmente sarò intorno alla cinquantina allora – sempre un ragazzo nella mia autopercezione, ma non un ragazzo di fatto –, con tante croci addosso (“nel cuore / nessuna croce manca”, per dirla con Ungaretti).

Ma il bello delle croci è proprio questo: che quando le metabolizzi ti rendono più forte, più allegro, più desideroso di vivere ancora e di fare esperienze. Davvero, davvero, E, soprattutto – qui sta il centro –, col desiderio di condividere quelle esperienze, di parlare e di ascoltare, di andare oltre, di mangiarsi una collina (anzi, una montagna, nel mio caso).

Cinque anni fa citavo Pavese:

Io sono come pazzo perché ho avuta una grande intuizione – quasi una mirabile visione (naturalmente di stalle, sudore, contadinotti, verderame, letame ecc.) su cui dovrei costruire una modesta Divina Commedia.

Oggi non ho più il desiderio o la mania di controllare tutto. Tutto quel che mi accade è positivo e lo racconto – qui o altrove non importa. Un libro? Sì, se accadrà sarà certamente magnifico.

Mar 10

William Stafford

William Stafford


Oggi partiamo da questo commento di Luigi Muzii:

Non si parla al vento, altrimenti tanto vale restare zitti e questo post è inutile, come gli altri, qualunque altro. Così si sputa in aria.

Commento assolutamente legittimo; però vorrei illustrare alcuni concetti che regolano il mio scrivere.

1. Mi picco di essere uno scrittore. (Che lo sia davvero o meno non è importante, credo di esserlo e questo è sufficiente.) E uno scrittore, per mille motivi, scrive. La scrittura è la mia gioia e il mio cruccio.

2. Non pretendo che i miei pezzi siano imperituri. Ho scritto delle cose che reputo bellissime (immodestamente ma davvero), e altre che sono state giustamente ignorate e che non fa differenza che abbia scritto o no.

3. Con me stesso e con i miei venticinque lettori ho preso un impegno: di pubblicare qui, ogni lunedì del mondo, un pezzo. Che sia Natale oppure un giorno qualunque, che io sia nella comodità del mio studiolo oppure con una connessione lentissima e provvisoria nel mio rifugio tra i monti o dovunque. Così accade dall’11 ottobre 2010, il che fa – se non erro – 178 settimane. All’epoca mi influenzò la scelta di Chris Guillebeau, che utilizzava questo metodo (in realtà per lui si trattava di ogni lunedì e giovedì, ma il concetto non cambia). Ignoro se lo segua ancora ma non è rilevante: lo è per me perché, come dice il Piccolo principe,

C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

4. Questo blog è un progetto per me importante (che tra l’altro fa parte di un progetto più grande, che è questo sito medesimo). Dove mi porti, ignoro; però è per me significativo e quindi lo curo. Vedo anche che a volte è utile a qualcuno e questo mi fa piacere.

5. Due citazioni, per finire. La prima è di Seth Godin:

Drip, drip, drip, it adds up. The hard part, as you can guess, is the first 2,500 posts. After that, momentum really starts to build.

La seconda è la risposta del poeta William Stafford agli amici che gli chiedevano, visto il suo personale impegno a scrivere poesie tutti i giorni, come facesse nei giorni in cui non era particolarmente ispirato:

On those days I just lower my standards.

Insomma: i giorni dispari, esistono, e come! Ma on those days I just lower my standards – e passo oltre.

Feb 24

Langit
Sono rientrato da poche settimane in Langit, dopo un’assenza di anni.

Non che la cosa mi stupisca, ma in tanti, troppi messaggi ho trovato – è stata la mia prima impressione – la stessa sciatteria, la stessa trascuratezza, la stessa disinformazione che all’epoca avevo lasciato.

Due esempi, tra i tanti possibili: mail scritte a caratteri tutti maiuscoli, oppure scritte senza il rigore che il mestiere di traduttore richiede.

Noi che lavoriamo con le parole scritte dovremmo essere infastiditi se una singola virgola non è al suo posto preciso.

Ricordo una sera, terminata la sessione di lavoro di una conferenza ALC (era giugno 2005, lo ricordo bene perché era il sabato immediatamente precedente l’annuncio dell’acquisto di Trados da parte di SDL – certe cose si sedimentano dentro di te con immagini e colori e profumi e aria), in cui un collega disse:

Tu credi che lunedì mattina, quando i nostri colleghi torneranno in ufficio, metteranno in pratica quel che hanno sentito, le esortazioni a cambiare, a fare meglio eccetera e di conseguenza cambierà tutto?

Era una domanda retorica, ma mi colpì. Perché io credo che cambiare sia una sorta di imperativo categorico per chiunque, un dovere morale oltre che un mezzo per stare meglio. Ma chi mi sente!

Feb 17

This Must Be the Place
Io ho fatto tanti errori.

Rifletto sui miei primi vent’anni (circa) di lavoro, e mi rendo conto di tutte le decisioni macroscopicamente sbagliate prese nel tempo. È uno spreco di talenti, perché ho fatto ben poco di quel che avrei potuto. Dice Cheyenne (Sean Penn) in This Must Be The Place:

Lo sai qual è il vero problema, Rachel? Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”.

Oggi credo che colga l’essenza delle cose. Il vero problema.

Capisco anche che il talento mi ha aiutato ad andare avanti discretamente bene. Ma mi basta, questo? Ti basterebbe poter dire “sì, non ho fatto sfracelli ma tutto sommato me la sono cavata”?

Pavese, nel diario:

Non dirò ‘tutto qui e adesso?’ Sapevo quel che volevo e so quel che vale ora che l’ho. Non volevo soltanto questo. Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina.

Probabilmente non ho riflettuto abbastanza quando mi sono trovato a bivi importanti della vita. J’ai lu tous les livres, potrei dire citando Mallarmé; ma poi rimane il fatto che questo non basta, e rimango sempre al cinque per cento di montaliana memoria. Sic est.

Feb 10

neve alla Piatta
Sono stato nel mio rifugio tra i monti, qualche giorno fa. Una toccata e fuga – di fatto una notte –, ma significativa per più d’un motivo.

L’occasione l’hanno fatta due conferenze – questa e questa –, e mi è venuto bene unirci una notte a casa mia.

Sono state ore molto intense, dentro di me (e rasserenanti, ça va sans dire), a partire dalla vista della linea delle Alpi Marittime che incorona la piana di Cuneo. Sia detto incidentalmente, per parte di mamma provengo da una famiglia povera di pianura, fatta di terra e nebbia e fango, ma la mia natura mi porta inevitabilmente verso quelle montagne – povere anche loro: quindi andare verso le montagne, in un pomeriggio di un giovedì qualunque, è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio in luoghi stranieri.

È stato particolare vedere la Bisalta “ingrossata” e pienotta per la neve, mentre l’immagine che ne ho è di montagna snella e verdissima. Correre (ma tanto sono allenato, non è un problema) per arrivare in tempo alla prima conferenza. Arrivarci. Trovare – con piacere – la sala piena.

Di questa prima conferenza, tenuta dal professor Alessandro Vitale Brovarone, mi ha colpito una frase in particolare: “Non credo ai confini linguistici”, che è una bella dichiarazione di pace tra le lingue; e in ciò ho trovato conferma della mia idea, a riguardo dell’isoglossa che dovrebbe passare per San Damiano Macra a dividere il piemontese dal provenzale alpino; ma che di fatto non esiste, poiché due persone abitanti in due paesi confinanti, anche se le carte dovessero dire che hanno parlate differenti, si comprenderanno sempre. Il professore parlava della società transmontana – semplificando, quella delle nostre Alpi – che può non avere avuto interesse ad andare verso la pianura: il che può contribuire a spiegare da un lato l’unità di una lingua attraverso le montagne (queste Alpi, è importante che sia chiaro, sono sempre state un passaggio piuttosto che una barriera per le popolazioni che le hanno abitate, e di conseguenza il provenzale si estende in maniera naturale fin quasi alla pianura), dall’altra le differenze verso il piemontese della pianura; anche perché, per citare ancora il professore, “normalmente a fondo valle cambia musica”.

Il secondo incontro cui ho partecipato raccontava di un fatto minimo successo nel mio comune d’adozione tanti secoli fa. Il fatto in sé non è importante, è importante aver visto una piccola comunità riunita in una moderna vijà; e mi ha colpito il fatto che tale intervento sia stato condotto in piemontese. Mi ha colpito solo fino a un certo punto però: il piemontese – ël montomalèis, per essere precisi – è l’idioma del luogo, in quale altra lingua vorresti parlare?
la pian-a
Poi, finita la conferenza e le parole con gli amici (incluso l’abbozzo di un corso di grafia piemontese da tenersi quest’estate: pare incredibile, ma scrivere in piemontese per un piemontofono analfabeta in questa lingua – absit iniuria verbo, ma questa è la normalità per il 98% almeno dei parlanti – è di una facilità che fa impressione, come sono sicuro potrò dimostrare nei fatti da qui a pochi mesi), è stata la volta di andare a casa. Casa mia. Per la prima volta in tanti decenni di frequentazione ci andavo da solo, e mi è parsa un’anticipazione della mia vita futura, difficile e bellissima. Difficile perché isolata, bellissima perché vera, piena, viva.

Ho dormito al freddo, e mi è sembrata una cosa sana.

Mi sono svegliato e ho fatto colazione col caldo buono della stufa. Il caffè e il latte li ho scaldati col fuoco della stufa – poteva essere diversamente?

Fuori c’era la neve. Poco più in là sentivo il latrare – ij giap – dei cani del nostro padrone di casa, e a catena di altri cani di altre case più lontane. Le cose familiari erano ammantate di neve. Certe sensazioni sono minime, ma bastano a farti sentire in pace con te.

Gen 20

ricominciare
Non sono pessimista.

Il bicchiere è per me sempre mezzo pieno: sempre e comunque e per definizione. A volte, però, faccio fatica a credere alle mie stesse parole.

Passano gli anni e vedo che non riesco a modificare il mondo come vorrei. Lasciare il segno, andare oltre. Pavese, nel diario:

Sei consacrato dai grandi cerimonieri. Ti dicono: hai 40 anni e ce l’hai fatta, sei il migliore della tua generazione, passerai alla storia, sei bizzarro e autentico… Sognavi altro a vent’anni?
Ebbene? Non dirò ‘tutto qui e adesso?’ Sapevo quel che volevo e so quel che vale ora che l’ho. Non volevo soltanto questo. Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina.

Diventare perenne come una collina. Resistere al tempo. Fare birdie tirando da un parcheggio.

Montale: “Vissi al cinque per cento”. Non è un po’ poco?

L’altra sera dicevo: “Che tragedia! Ho già tutti questi anni e fatto solo il cinque per cento di quel che avrei voluto”. Mia figlia piccola, però, mi ha risposto senza pensarci troppo: “Ma tutto il resto puoi ancora farlo”.

Allora i pensieri neri come d’incanto sono svaniti. Forse per poco, e certo non definitivamente, ma per un po’ almeno si sono allontanati.

La moglie di Ben Hogan, Valerie, un giorno disse al marito, che si lamentava di non riuscire a fare un numero sufficiente di birdie, che la soluzione era semplice: “Honey, hit it closer”. E lui stesso riconobbe quel momento come fondante di tutta la sua carriera.

E quindi? Quindi vivo al cinque per cento ma non fa niente. Si può ricominciare sempre, anche con i capelli grigi, si può ricominciare adesso.

Ricomincio adesso.

Gen 06

pedalando in salita
Quando ho fatto il mio ingresso nel mercato del lavoro, grossomodo venti anni fa, credevo di fare faville – ne ero sinceramente convinto. Ora, guardando indietro, credo anche che ne avrei avute le capacità. Sognavo di costruire una grande impresa, avevo tutto in mente e tutto scritto. Ora, guardando indietro, vedo che ben poco si è realizzato. Eppure (ma questa è una nota del tutto laterale) per nulla al mondo cambierei la mia vita – provvisoria e precaria – con qualunque altra.

(“Vissi al cinque per cento”, direbbe Montale.)

Ad ogni modo. Mi sto “riorganizzando” per la seconda parte della vita, le mie “seconde nove” – le buche che ti riportano al punto di partenza (perché il tempo è circolare: ma questo lo sapevi già, vero?). Non importano i dettagli – i dettagli cambiano per ciascuno –, ma vorrei mettere l’accento sul “sistema di pensiero” che mi porta lì.

Un tempo scrivevo dei piani strategici dettagliatissimi e lunghissimi. Ne ero fiero, e confesso che erano belli a vedersi; ma di fatto inutili, proprio perché troppo articolati. Era un bel lavoro, che mi richiedeva quantità spropositate di tempo e soddisfaceva il mio ego, ma non era di fatto fruttuoso.

Poi sono successe delle cose (“Poi scordarono tutti e passò molto tempo”, direbbe Pavese – e chissà perché mi vengono in mente le pedalate in salita di Marco Pantani e la direzione ostinata e contraria di Fabrizio De André?), e il mio “piano di vita” di oggi è semplicissimo e lineare. I dettagli non importano, ma vorrei descriverne i meccanismi.

Intanto, dico che per caso ci sto dedicando molto tempo ora, ma questo non è legato all’anno solare (ovvero non c’entra nulla con le buone intenzioni di Capodanno tipo voglio perdere peso, smettere di fumare eccetera).
in direzione ostinata e contraria
È diviso in – pochi – punti, che corrispondono alle aree che mi interessano, quelle sulle quali voglio lasciare il segno: ël masnà (sarebbero le figlie), per esempio; Tesi & testi, il golf e pochi cetera. Ciascun punto ha (meglio: può avere) degli obiettivi a breve termine (da raggiungere entro un anno), a medio (3-5 anni) e a lungo termine (20 anni).

È un work in progress, che elaboro precipuamente in due momenti distinti:

– durante il sogno: “per fare una cosa devi prima sognarla”, come dice Bob Rotella;

– durante la corsa: la corsa ha tra le altre cose questo di bello per me, che libera e pulisce la mente e mi permette di pensare in maniera slegata dal momento (ne ho parlato, ad esempio, qui).

Quel che farò nel tempo che mi resta da vivere non è importante – o meglio, lo è per me. Morirò comunque; ma, se sarò mooolto fortunato, riuscirò a fare birdie tirando da un parcheggio; e questa sarà la mia soddisfazione e non avrò bisogno di altra ricompensa.

Ovvero, come scriveva Cesare Pavese il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Dic 16

VLUU L110  / Samsung L110
Scrivevo qualche mese fa:

Il mio obiettivo, che qui rendo pubblico […], è quello di partecipare, portandola a termine, ad una mezza maratona entro la fine del 2014.

Ebbene, quel sogno – perché di sogno a tutti gli effetti si tratta: per fare una cosa devi prima sognarla (è questo uno degli insegnamenti fondamentali di Bob Rotella) – si è avverato ieri. (Decisamente prima del previsto: e questo, a cose fatte, non mi stupisce punto – da tre mesi sognavo, con profluvio di dettagli, di passare sotto quel traguardo.)

La corsa era questa. Oggi ne parlo da un punto di vista “filosofico”; mercoledì dirò di come ho vissuto questa competizione in piemontese, e venerdì del lato strettamente sportivo.

Quel che volevo, a dirla tutta, era arrivare in fondo entro le due ore e mezza: questo era lo spartiacque che, nella mia mente, avrebbe separato il successo dal fallimento.

Le due notti precedenti sono state difficili, per problemi che non riuscivo a togliermi dalla testa; così invece di rilassare la mente per l’imminente prova ho continuato a macerarmi dentro a problemi che non riesco a risolvere.

Ma tant’è. Sono partito ad un passo tranquillo (circa 7 minuti al chilometro) e, cosa più importante, dopo i primi chilometri mi è stato chiaro che quel passo mi avrebbe permesso di stare sotto la soglia prefissata.
Un Po di Corsa
Verso il chilometro 14 le forze scarseggiavano. Per un po’ mi è servito l’incitamento di un volontario, ma poi vedevo che faticavo a tenere il passo. Più avanti ho messo in pista tutti i trucchi che mi venivano in mente (contare i passi al minuto, per esempio, così come altri trucchetti forse stupidi ma efficaci): così il tempo passava e la meta si avvicinava. Lo sforzo più grande è stato contare i passi fino a mille quando ero intorno al ventesimo chilometro: sapevo che se fossi riuscito ad arrivare a mille sarei arrivato nei pressi del traguardo, e a quel punto sarei stato sicuro di farcela.

All’arrivo il mio cronometro segna 2 ore e 27 minuti: ovvero ho corso esattamente a 7 minuti al chilometro, mantenendo la media con lievi deviazioni.

C’è il sole, io sono felice.

Dic 09

VLUU L110  / Samsung L110
Tornare al mio rifugio tra i monti in dicembre è difficile, per via del freddo, della luce scarsa e dell’acqua in casa che, d’inverno, non c’è. (Già, nel mio paese d’adozione le stagioni hanno il loro ritmo naturale e lo seguono qualunque cosa accada, “in direzione ostinata e contraria”, per così dire – ma contraria a cosa, poi?)

Essere lassù è per me una necessità quasi fisica ormai. Essere in un luogo dove il silenzio è la condizione naturale, dove ci si scalda con il fuoco. Dove si respira. Raccogliere da terra le ultime pere, raccogliere i rami per il fuoco, camminare per davvero su quella terra. Mettere via la legna per l’inverno prossimo venturo.

Siamo andati dal nostro pusher di fiducia per la frutta e la verdura: abbiamo fatto il pieno di mele, pere, kiwi, cavolfiori, porri (“Ij pòr son nen bon, i-i mangio ij verm”, ci avvisa; d’altra parte i porri riempiti di chimica non hanno vermi, questo è pressoché certo). E io non posso non pensare a quella frutta di plastica che si trova in quegli scatoloni giganti e che troppe volte siamo costretti a mangiare.

Certo in quelle terre di silenzio ti mancano tante cose, d’inverno. Ma a volte basta un saluto, o magari una veloce chiacchierata con un giovane che rimane lassù per capire perché quella terra voglio trattarla bene: perché voglio lasciarla a posto per chi verrà dopo.

Guardare la linea delle montagne quando si fa notte, e pensare con struggente nostalgia e dolcezza a quanto tempo dovrà passare per essere di nuovo lassù. Respirare.

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