Ricevo questa mail da una traduttrice argentina, bel résumé, buoni studi, clienti discreti. Però tutto questo viene fuori solo aprendo l’allegato e leggendolo con attenzione, mentre la mail riporta, a caratteri cubitali, che il prezzo è di EUR 0,025 a parola.
Due-centesimi-e-mezzo-a-parola.
(E quel mezzo centesimo, che pure è il 20% del totale richiesto, è secondo me umiliante da chiedere. Non due, non tre: mezzo centesimo.)
Alla produttività media di un traduttore, a tempo pieno parliamo di 50 euro (lordi) al giorno. Esclusi malattia, tempo per cercare nuovi clienti, fermo macchina, aggiornamenti e così via; e considerando di avere lavori tutti i giorni, tutto il giorno.
Due-centesimi-e-mezzo-a-parola. L’Argentina non è l’Italia; ma anche così questa persona non avrà nessuna maniera di crearsi una famiglia, avere dei figli e così via, se vorrà mantenersi col proprio lavoro. No way.
Mi sono venute in mente le parole di Rodrigo Vergara, nella lunga intervista che gli feci e che è riportata in maniera pressoché integrale nel mio libro:
Quando la gente è disperata si offre per meno, e allora non sarà più possibile chiedere quello che è giusto, e non vedo come ci si potrà difendere nel lungo periodo.
Io comunque le rispondo, le faccio presenti le mie perplessità. La sua replica – e qui arriviamo alla parte marketing – è che quelli sono i prezzi in Argentina, ma che comunque ha fatto delle ricerche in rete e ha scoperto che “il prezzo dovrebbe [sic] essere almeno 6 centesimi”, per cui per eventuali lavori futuri questo sarebbe [ancora, sic] il prezzo.
Battaglie, discorsi, professionalità, servizio al cliente… Poi abbiamo schiere di traduttori improvvisati che lavorano per quella che in piemontese si chiama na bala ‘d fum.
Boh.