Gen 10

Ho conosciuto Sabrina Tursi per caso. Abbiamo iniziato a parlare di progetti comuni, che sperabilmente avranno sviluppi di cui darò conto a breve.

Per intanto segnalo un seminario organizzato da lei, che si terrà a Milano il 12 febbraio: Gli adempimenti fiscali del traduttore/interprete professionale. Qui c’è il programma completo.

E lo segnalo perché tradizionalmente i traduttori non hanno (in genere) un buon rapporto con i numeri. E invece essere traduttori vuol dire essere imprenditori; ed essere imprenditori vuol dire capire i numeri, amarli anche, comunque rispettarli. Allora sapere quali sono le strade che si possono percorrere per dare alla propria micro-impresa un senso (in buona sostanza, per non lasciare sul tavolo più soldi del necessario) è importante, anzi fondamentale. E questo seminario va precisamente in quella direzione.

Tra l’altro, l’educazione ai numeri parte da lontano, idealmente dai nostri figli, come ci segnala magistralmente Cameron Herold in questa presentazione al TED.

Altro punto debole, di cui non mi stancherò mai di parlare: il marketing. Il marketing (meglio, il soft marketing) non concerne i numeri ma fa parte di quei requisiti estranei alla professione in senso stretto ma assolutamente necessari per esserne dei vincenti.

E aggiungo che, soprattutto in tempi di cosiddetta crisi, investire in formazione è una delle mosse più sagge che si possano fare pensando al futuro a medio e lungo termine della propria micro-impresa – dunque di se stessi.

Quindi ben vengano opportunità come questa: più il traduttore vedrà se stesso come un professionista completo, in grado di offrire soluzioni e non “semplici” traduzioni, più il servizio fornito verrà percepito come fondamentale. Un’industria che diventa adulta è un bene prezioso per tutti.

Nov 22

Scrive Nicholas Hartmann, presidente dell’ATA, sull’ultimo editoriale dell’ATA Chronicle:

I will express frankly our concerns with regard to machine translation.

L’articolo sintetizza l’intervento tenuto alla nona conferenza dell’AMTA (Association for Machine Translation in the Americas) qualche settimana fa a Denver, immediatamente precedente la conferenza ATA. L’intero testo si trova qui.

Credo sia un atteggiamento pericoloso, soprattutto perché viene da una figura che ovviamente è autorevole nell’industria della traduzione. Ma di più, credo anche che nasconda la paura per il futuro, per la scomparsa o il ridimensionamento di un mestiere.

Sarebbe forse più opportuno esternarla, quella paura: guardare il futuro dritto negli occhi e vedere che cosa porta con sé. Decidere in un mondo imperfetto. Anche perché quando il futuro arriva – hint: è già qui – non tiene conto di preghiere e invocazioni, spazza via come un tornado quel che trova sulla sua strada.

Il presidente precedente, Jiri Stejskal, aveva scritto nell’editoriale di gennaio 2009:

Like it or not, machine translation is here to stay and we should pay attention and find ways to make the best of it. Let us view it not as a threat, but as an opportunity.

Il che mi pare una posizione più equilibrata, nonostante l’ATA sia tradizionalmente attenta a non fare soverchie concessioni alla traduzione automatica. (Ne avevo parlato qui.)

Continua Hartmann:

I will […] demonstrate that translators possess and exercise unique and unduplicatable skills, and that we must keep exercising them because our work is not just useful but essential.

Ecco, nel momento in cui ci sentiamo in dovere di dire che il nostro lavoro è indispensabile abbiamo di sicuro un problema. Un traduttore può comprensibilmente sentirsi minacciato dalla traduzione automatica, ma l’ATA – organismo che parla a nome di una categoria – dovrebbe, io credo, pensare a come dare ai singoli traduttori degli strumenti per proporsi sul mercato in maniera efficace – oggi, e in pratica – piuttosto che non dire che l’opera del traduttore rimane comunque indispensabile.

MT has not demonstrated equivalence with, let alone superiority to, human translators except in a very few contexts.

Stesso discorso: non ci si chiede come si possano migliorare le cose, ma si dice che il nostro succedaneo non potrà mai svolgere il nostro lavoro (se non, concediamoglielo, in ambiti molto ristretti). Io, personalmente, pur facendo parte da molti anni dell’ATA non mi trovo rappresentato in un’argomentazione del genere. Non la condivido perché non la trovo gravida di futuro.

È forse curioso – e al contempo certamente meritorio – che la stessa rivista contenga un punto di vista opposto, quello di Jost Zetzsche, uno dei maggiori esperti di traduzione automatica e assistita. Zetzsche pensa (e non da oggi) che si tratti non di una minaccia ma di uno strumento carico di possibilità. Anche se, avverte,

things are moving a lot slower than many anticipated, despite the huge amount of coverage devoted to MT in the news media and the very widespread private use of Google Translate, ect.

Perché è chiaro: stiamo parlando di strumenti perfettibili. Ma allo stesso tempo parliamo di strumenti che modificano – profondamente, e per sempre – il lavoro del traduttore. Vediamoli come un’opportunità.

Nov 01

Uno dei vicepresidenti di Lionbridge, Didier Hélin, scrive venerdì scorso (lui di pirsona pirsonalmente, per dirla alla Camilleri) proprio a me (“Dear Gianni Davico”) chiedendomi uno sconto del 5% sulle condizioni in essere perché la crisi ecc. ecc.

Ora, non è tanto il fatto che l’ultimo lavoro per Lionbridge che abbiamo fatto noi risale a oltre sei anni fa (ere geologiche fa).

Non è neanche il fatto che non immagino – nemmeno lontanamente – che sia possibile che io o la mia società cureremo ora o in futuro dei progetti per conto di Lionbridge. Semplicemente, non succederà (ma lui non è tenuto a saperlo).

E non è nemmeno il fatto che un vicepresidente di una società quotata in borsa scriva a tutti (credo) i fornitori di servizi linguistici per dire che la crisi impone delle scelte drastiche: non mi offende il modo, sono andato ben oltre alle apparenze (siamo nel post-post-post-modernismo, come mi disse un tempo un’amica). Io sono passato oltre; Lionbridge e Gianni Davico possono coesistere senza problemi perché parlano lingue diverse. Ma non è questo il punto.

Piuttosto, tirando le somme credo che il settore delle traduzioni tecniche sia davvero alla frutta, sia un po’ come l’industria delle carrozze di un secolo fa. E sospetto che il discorso sia decisamente più ampio, solo che io altri mestieri li conosco di meno.

Allora non so se si tratti di una domanda o di una risposta, ma non sarà mica che a queste condizioni anni e sudore investiti non potranno comunque essere commisurati ai risultati che si otterranno? E che, allora, sarà magari il caso di pensare al piano B? O forse che, poiché mala tempora currunt, il successo consiste nell’usare il piano B come se fosse il piano A?

Ott 05

Sono grato a Emily Stewart, che già aveva scritto qui a giugno, per averci aggiornato relativamente al suo percorso di conoscenza nella nostra difficile, intricata e cangiante industria della traduzione.

Sono riflessioni pratiche e dirette (filosofia spicciola della gestione delle traduzioni, potremmo dire), che trovo utili perché danno un altro punto di vista su temi che conosciamo bene. Eccole.

E il collega che risponde al telefono mentre ordina il suo hamburger da McDonald’s è secondo me un segno – una figura, direbbe Auerbach – che troppe cose in questo mondo non vanno e vanno aggiustate. Ma questa è un’altra storia, magari tema per un prossimo intervento.

Ago 10

Ho conosciuto Cecilia Iros quando lei e la collega Maria Cecilia Maldonado (“las dos Cecis”, ossia le anime di IMTT) ebbero la bontà (l’ardire?) di invitarmi a parlare al secondo Vendor Management Seminar di Santiago. Conservo ricordi molto piacevoli di quella settimana cilena, che per me fu anche un ritorno a radici familiari.

Nei giorni scorsi le ho chiesto se le andava di scrivere qualcosa sul VMS di Las Vegas da poco concluso, pregandola di scrivere in spagnolo. Ecco il risultato.

Con tante grazie a Ceci per aver trovato il tempo di scrivere questa nota.

Lug 24

Ho provato una sensazione strana, questa sera, quando ho cancellato l’iscrizione a Langit. Sentivo che era giunto il momento di passare oltre, di “mangiare una collina” come direbbe Pavese. E tuttavia tredici anni passati di fatto quasi quotidianamente nella più grande comunità online di traduttori italiani non si cancellano con un click, lasciano giocoforza un po’ disorientati.

Da una parte la rete si è evoluta, e tanto di ciò che passava di lì ora passa per FB e altri canali, dall’altra io sono cambiato molto; ma insomma il momento era giunto.

Però, poiché Langit è una parola che ho pensato, pronunciato e scritto un milione di volte in tutto questo tempo, vorrei ricordare i benefici che ne ho avuto, che sono anche una sorta di invito per il traduttore – o comunque per chi gravita attorno all’ambiente – a considerare la possibilità di frequentarla.

1. L’industria della traduzione, che era per me un oggetto assolutamente sconosciuto tredici anni fa, mi è diventata familiare anche grazie a Langit. È stata una sorta di rampa di lancio verso altri incontri, altre conoscenze, altri mondi (associazioni, conferenze, risorse di vario tipo).

2. Vi ho incontrato tantissime persone con cui ho sviluppato amicizie più o meno forti, o anche semplici conoscenze. Ho litigato tantissimo e a lungo con diversi traduttori; avrò detto la mia quota di sciocchezze – quandoque bonus dormitat Homerus, si sa –, ma ho cercato di aiutare quando e come potevo.

3. Langit è stata anche una risorsa magnifica per la ricerca di traduttori, mi ha tolto dalle peste grandi e piccole un’infinità di volte.

Spendo lietamente una parola finale per il “padre spirituale” della lista, Simon Turner, il cui senso della misura moltiplica il valore della lista stessa.

Ciao Langit – e grazie.

Giu 29


Sono entrato nel settore delle traduzioni assolutamente per caso, circa 15 anni fa, e senza alcuna esperienza. Se una piccola dote posso ascrivermi in questo lavoro, è quella di imparare dagli errori; e avevo capito presto che osservare quello che succede sul mercato è fondamentale per prosperare. (E il mercato, per me, è un concetto molto semplice: banchi di frutta osservati dal basso – uno dei miei primi ricordi a colori –, il profumo della frutta intorno a me e le voci di chi comprava e di chi vendeva.) Di conseguenza, un mio piccolo merito può essere quello di aver sempre messo l’accento, parlando con i traduttori (su Langit, alle conferenze, in scambi privati eccetera), sull’importanza del marketing.

Ora però sono giunto alla conclusione che – in definitiva – tutto questo parlare non è molto di più che un parlarsi addosso: elegante forse, ma inutile di fatto. Lo capisco per esempio da mail che ogni tanto mi arrivano. L’ultima qualche giorno fa, dove l’oggetto è “candidatura traduzioni inglese spagnolo 0,02 cent”, proveniente da una persona con due lauree.

Due cent per due lauree, un centesimo a laurea. Ai miei occhi non è poi molto diverso dal chiedere la carità: dignitoso, ma fuorviante. E discutere, ahimè, non serve, perché non parliamo il medesimo idioma. Direbbe Antonio Piscopo, indimenticabile personaggio di Eduardo (Sabato, domenica e lunedì):

Mannaggia la testa del ciuccio! e lo fate apposta. Io non è che per orgoglio non confesso una debolezza mia, che me ne importa a me? All’età mia mi metto a fare l’educato? Ma è che mi sono scocciato di dirlo.

Insomma il mondo non cambia, né potrebbe: perché l’animo umano è quello e non muta. Io ho scelto di ridurre i clienti e concentrarmi solo su quelli redditizi – non sul cliente multinazionale, che vuole lo sconto del 20% perché dice che i miei colleghi, la crisi eccetera bla bla bla, ma su coloro cui il lavoro serve e ti ringraziano per quello che fai, come succede quando l’idraulico viene a liberarti la casa allagata. Però quando lo racconto chi mi crede? Al più sono il ragazzo fortunato eccetera. Provo a dirlo allora prendendo a prestito le parole di Simone Perotti:

E’ solo che da quasi nove mesi non faccio che spiegare cose che, a volte, mi pare vengano fraintese un po’ a soggetto. IO accetto qualunque obiezione e critica, ma mi batto come un leone per far capire che la mia scelta è vera, non ha paracadute speciali, si basa su risorse interiori. Io non sono un privilegiato, ho pagato e pago un prezzo, alto, a volte molto alto, per un premio che ritengo eccellente: maggiore libertà. Su questo pretendo di essere creduto non certo condiviso.

Insomma è un gioco delle parti, un teatrino che non muta. “Capire, in fondo, è inutile”, direbbe Eduardo. E io non ho speranza (non ragionevole, almeno) che la situazione cambi, so perfettamente che troppi traduttori non riescono a vivere decentemente del loro lavoro perché non osservano le regole elementari e immutabili del mercato.

Ma dirlo non serve, e fare la Cassandra inascoltata non è divertente. Nonostante ciò, segnalo ancora una volta la splendida intervista di Marcela Jenney a Renato Beninatto, che ripercorre tutti i temi principali che un traduttore può ignorare solo a proprio rischio. A Renato si deve anche il disegnino qui sopra – elementare ma assolutamente esplicativo, come le immutabili leggi del marketing –, dove l’uomo più grande (e sorridente) è il nostro cliente e l’omino piccolo (e triste) è ovviamente il traduttore.

Non è un caso che da Renato io abbia sentito per la prima volta parole come “Skype” (Bologna, Galleria 2 agosto 1980, in una pausa della conferenza Federcentri, ottobre 2005) e “Facebook” (San Francisco, conferenza ATA, novembre 2007). Insomma, chi si trova in difficoltà e ha desiderio di cambiare potrebbe per esempio partire da ciò che dice quell’uomo: ascoltandolo con spirito critico ma mooolto attento. (E poi metterlo in pratica, si capisce: la conoscenza senza pratica non è utile a nessuno. Altrimenti come si spiegherebbe l’esercito di professori, molti dei quali veri pozzi di scienza nella propria disciplina, che vive con 1.400 euro al mese? E non pare di vedere un parallelo, qui, con molti, troppi traduttori?)

Giu 09

Sheila Bernard (attenzione perché il nome, come dice lei, si pronuncia “proprio alla nostrana, Scèila”) è per me un’entità virtuale, come tanti dei nostri amici di oggi. Dall’inizio della nostra conoscenza mi hanno affascinato i suoi racconti di boschi e di luna, che avevano un che di magico – e invidio il figlio che avrà certamente diritto ad una razione ottima e abbondante, oltre che quotidiana, di quel narrare.

Mi è venuto naturale chiederle di scrivere qualcosa a riguardo della felicità applicata al nostro mestiere: il risultato è qui.

Confesso che non ho capito tante cose (forse ho intuito); ma Eduardo diceva che capire, in fondo, è inutile. Mi sono però lasciato cullare dalle sensazioni che le sue parole hanno provocato in me: e sono tranquillo.

Giu 03

Cigni neri, come i lettori di questo blog sanno bene, sono fenomeni ben presenti nelle nostre vite. Anche avere conosciuto Emily Stewart è stato per me un Cigno nero: una conoscenza occasionale, nata da un suo commento ad un mio articolo, mi ha fatto scoprire una personalità brillante e interessante, relativamente nuova nella nostra professione ma anche per questo con opinioni interessanti che val la pena di ascoltare.

Le ho chiesto di scrivere qualcosa per questo blog, a beneficio dei miei venticinque lettori. L’occasione è stato il V Congreso Latinoamericano de Traducción e Interpretación, di cui ha parlato recentemente anche Luigi Muzii: ne è venuto fuori un ritratto disincantato e degno di attenzione su un aspetto specifico dell’industria della traduzione.

Ovvero, il mondo della traduzione e dei traduttori visti dall’altro capo del mondo, quel mondo che leopardianamente va giorno per giorno rimpicciolendosi. Ecco qui le sue considerazioni, con tante grazie per aver trovato il tempo di scrivere tutto questo.

Mag 25

Stefano Gallorini è un traduttore che era incanalato verso la “normalità” della professione: azienda di traduzioni di famiglia, esperienza presso la Logos di Modena.

Poi, però, è successo qualcosa. E del suo percorso professionale mi hanno colpito un paio di cose: la specializzazione in nivologia e meteorologia alpina (non sapevo nemmeno che cosa fosse, la nivologia) e soprattutto il coraggio di fare il “salto” e andare a vivere in Marocco.

Ammiro le persone che hanno la forza d’animo di fare delle cose inconsuete, di vivere la vita secondo i loro propri termini, sicure che nessun altro potrà mai decidere al posto loro. Gli ho fatto qualche domanda. Qui le sue risposte.

preload preload preload