Set 04

Con piacere ho ritrovato nella Inc. 5000 tanti amici conosciuti negli anni in varie conferenze negli Stati Uniti. Viviamo in un mondo sempre più piccolo, dopotutto; o, per dirla con Leopardi,

Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

Anni fa, ai tempi del mio primo incontro con Inc., quando la parola inglese che mi impressionava di più era growth – rotonda, scintillante, piena di promesse – c’era solo TransPerfect a rappresentare la categoria. Ora, forse anche per il maggior peso che l’internazionalizzazione ha sui commerci – ma soprattutto per via del fatto che il numero di aziende che entrano nella lista è decuplicato! –, vi si trovano molte aziende del settore.

Nel 2005, alla conferenza ALC a Pasadena, conobbi Gene Schriver, vicepresidente di Language Services Associates. Negli ultimi 3 anni il fatturato di quest’azienda è cresciuto del 140%, fatto che la posiziona al numero 2236 della lista. Io di quell’incontro ricordo lo sguardo sornione, la sicurezza di sé e, soprattutto, quell’“Eugene Schriver IV” scritto sul biglietto da visita (un imperatore? un rampollo di una dinastia? In ogni caso una persona affabile e piacevole).

In questo articolo, Gene dà una sua immagine fresca e immediata di che cosa possono essere le traduzioni oggi:

Say you’re in Paris and can’t speak to your taxi driver because he only speaks French. Simply select French on your iPhone application, enable your speakerphone and you’ll be communicating within seconds.

La traduzione oggi è questa, o almeno anche questa; e non più dizionari polverosi e san Girolamo di fianco.

Giu 27

Nel numero di giugno dell’ATA Chronicle, l’editoriale del presidente Jiri Stejskal parla delle minacce nei confronti della professione del traduttore identificate dal Board. Le prime due posizioni sono occupate dal “global outsourcing” e dal “crowdsourcing”.

Dice Stejskal a proposito della prima:

Outsourcing itself has been a basic business model in our industry for decades.

Già, infatti trovo molto strano che questo fenomeno sia primo nella lista dei pericoli: dopo che per decenni le aziende di traduzione americane si sono arricchite affidando lavori all’estero, sembra dire, ora che c’è la crisi tiriamo i remi in barca e, insomma, si salvi chi può. Atteggiamento poco lungimirante e poco saggio, a mio avviso, soprattutto se viene dal presidente della prima associazione mondiale di traduttori.

Quanto al crowdsourcing, parlarne oggi come una minaccia mi sembra antistorico. Non si è accorta l’ATA che il mondo è cambiato, sta cambiando e cambierà, e che il concetto romantico di traduttore cui molti di noi sono affezionati è morto per sempre?

Giu 15

Da noi GTT è l’acronimo per il Gruppo Torinese Trasporti; ora, nel mondo dei traduttori, lo sarà per Google Translation Toolkit.

L’ho provato, e non posso che dirne bene. È chiaro che è uno strumento perfezionabile, che sarà perfezionato col tempo (ma a breve) e con la conoscenza collettiva (ancora crowdsourcing).

Quando se ne è parlato su Langit, nei giorni scorsi, diversi traduttori non hanno esitato a sostenere che non intaccherà il loro lavoro, e che non sono preoccupati data la qualità che può offrire.

A mio modo di vedere il discorso non è se essere preoccupati o meno: il punto è che questo è un ottimo strumento per le lingue, che mutando ci accompagnerà nel tempo, cambierà le nostre abitudini e ci faciliterà la vita. E che, in ogni caso, is here to stay.

Renato Beninatto, commentando un denso post di Luigi Muzii, lo dice bene:

Ci vorrà tempo per che succedano grandi cambiamenti e ci sarà ancora posto per tutti i traduttori nel mercato. Loro sono al centro di tutto e è la loro produttività che guadagnerà con tutti questi cambiamenti.

Giu 11

speaker
Qui c’è la mia presentazione alla conferenza ALC. E qui ci sono alcune risorse addizionali – libri, soprattutto – date per chi è interessato ad approfondire l’argomento.

Il succo del discorso, ad ogni modo, è questo: credo che le aziende di traduzione possano essere i veri “traduttori”, a patto che siano in grado di parlare ai loro clienti nel linguaggio economico e ai loro traduttori nel linguaggio del professionista, e a patto di lavorare solo con veri professionisti. (Il che, tra l’altro, significa che guardare innanzitutto al prezzo può non essere la scelta migliore.)

Questa è la vera opportunità, e nello stesso tempo la sfida che attende le aziende di traduzione: fungere da collegamento tra produzione e vendite, connettere due mondi che fanno difficoltà a comunicare tra di loro perché parlano lingue differenti.

E per raggiungere questo obiettivo io voglio pagare il traduttore di più, e non di meno: in cambio, però, di un servizio completo e non una semplice traduzione. Cosa che è troppe volte difficile da ottenere: troppo spesso il traduttore cerca di spuntare il prezzo più alto possibile senza realmente riflettere sulla qualità del servizio offerto.

Ma se il circolo virtuoso della qualità funziona, allora tutte le parti coinvolte nella transazione saranno soddisfatte:
– il traduttore può ottenere il giusto compenso per la sua professionalità;
– io ottengo un servizio impeccabile;
– il mio cliente è contento.

(Tra parentesi: un effetto laterale ma non secondario di questo circolo virtuoso è che l’imprenditore può dedicare meno tempo al lavoro e liberare più tempo per fare altre cose che gli interessano, e dunque vivere una vita più ricca e completa.)

(Infine: che sia facile non l’ha detto nessuno.)

Mag 19

Chiedi a qualunque collega americano che conosci in maniera superficiale come vanno gli affari e ti risponderà, invariabilmente, “They are great!” Poi però apri il giornale e leggi che Chrysler sta mandando una lettera a 789 dei suoi 3200 concessionari negli Stati Uniti in cui notifica che non intende rinnovare il contratto di franchising che li lega, e che la procedura di bancarotta cui si è sottoposta glielo permette – così come, tra l’altro, le permetterà di non pagare miliardi di dollari di debiti contratti.

Io questa cosa qui non l’ho mai capita bene. Possibile che tutto vada sempre per il meglio, nel migliore dei mondi possibili?

Una risposta involontaria mi è arrivata però da Chris Lytle, keynote speaker – nonché oratore eccellente con parole piene di sostanza, senza alcun dubbio – alla conferenza ALC. Ha raccontato di come un giorno uno dei suoi venditori fosse tornato in ufficio e lui gli avesse chiesto come fosse andato l’incontro con il potenziale cliente. “Great!”, è stata la risposta. “And you got the order?” “No, but we agreed that I would call him next spring!”

Infatti quando vai un po’ più in profondità nelle conversazioni ti accorgi che, direbbe Renato Beninatto, “in Italia non è diverso” – anche loro hanno i loro problemi non da poco, sebbene non sia prudente dirlo di fronte ai colleghi.

Apr 09

cantata
I commenti di Renato Beninatto e Luigi Muzii al mio post precedente mi hanno fatto riflettere più in profondità sull’argomento. Mi sono reso conto che forse la citazione era fuorviante, perché potrebbe lasciar trasparire un astio che – in realtà – non c’è.

In due parole, intendo dire che il male fondamentale dell’industria della traduzione, per come la vedo io, è una sorta di Giano bifronte. Da un lato c’è il cliente agenzia che non considera il proprio fornitore un partner, ma un mero accessorio intercambiabile in qualunque momento (cosa che può essere vera in molti casi, ma in tanti altri no). Dall’altro il traduttore che accetta, e dunque avalla, questo stato di cose – e diviene pertanto causa del suo stesso male.

Mar 27

Forse il fatto che, per me, è passata una generazione non dovrei misurarlo tanto dalle mie bambine che crescono, quanto dalle interviste che mi fanno. Effettivamente a 25 anni i 40enni mi sembravano di un altro pianeta, estranei a me, diversi e anche un po’ strani. E probabilmente, ora che sono dall’altra parte, mi rendo conto che anche se io vedo queste persone come colleghi, sia pure nel senso allargato del termine, ai loro occhi sono un oggetto non bene identificato.

Ad ogni modo qui c’è l’intervista di Sonia Briano della European School of Translation. Mentre a seguire c’è la conversazione avuta con Anna Fellet, giovane e recente laureata all’università San Pio V, e pubblicata nella sua tesi dal titolo Machine Translation: qualità, produttività, customer satisfaction.

1. Come giudica i risultati offerti attualmente dalla machine translation (MT)?

Molto buoni. Sono finiti i tempi in cui la MT faceva sorridere, oggi anche con uno strumento semplice e gratuito come Google Translate si ottengono dei risultati ottimi.

2. Crede che questo strumento possa essere utile alla professione? In caso affermativo, che tipo di contributo pensa possa apportare?

Assolutamente sì. In sostanza, può permettere al traduttore di concentrarsi sui compiti non ripetitivi, lasciando alla macchina il lavoro “sporco”. Molti traduttori oggi vedono la MT come fumo negli occhi: ma a pensarci bene non è una percezione molto diversa da quella che si aveva del computer negli anni Settanta o dei CAT qualche anno fa; e non per questo il progresso si è arrestato.

3. Molti prevedono che presto la MT sarà impiegata estensivamente nei progetti di traduzione; condivide questa previsione? Quale pensa che potrà essere la diffusione della MT nell’industria italiana? Con quali tempi e dimensione si potrà eventualmente realizzare?

Sì (lo è già, in effetti, per progetti grandi e ripetitivi). Per quanto riguarda l’Italia, nemmeno noi possiamo chiudere gli occhi di fronte al progresso; solo che, come accade in molti campi, la diffusione sarà giocoforza lenta.

4. Quale crede sia la migliore strategia per usare gli strumenti a disposizione in modo efficiente?

La conoscenza: degli strumenti, degli scopi e delle maniere nelle quali gli strumenti possono semplificare la nostra vita.

5. Crede che i professionisti italiani della traduzione siano pronti a rispondere al cambiamento imposto da un’eventuale diffusione della MT?

No. La maggior parte dei traduttori ha paura della MT, perché lo ritiene uno strumento che potrebbe rimpiazzare il suo proprio lavoro. E allora gioca a nascondersi: questo è un danno per l’intero settore.

6. In cosa ritiene debba concretizzarsi l’eventuale adeguamento?

È prima di tutto un cambio mentale: affrontare e vincere la paura, guardare il nemico negli occhi per scoprire, alla fine, che non è poi così brutto e cattivo.

7. Crede che la formazione dei traduttori sia sufficiente a sostenere un eventuale impatto della MT o ritiene debba essere integrata? In quest’ultimo caso, con cosa?

Non credo sia sufficiente. Questo perché le scuole di traduzione pongono troppo spesso l’accento sull’aspetto traduttivo del mestiere, dimenticando che l’informatica è il supporto non prescindibile per qualunque professione. La miglior integrazione sta secondo me tutta nelle parole di Gianni Rodari:

Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

Mar 26

In un recente comunicato stampa di Transperfect si legge:

With more than 7 years’ experience in the language services field, Flodrová is an industry veteran.

Veteran? Con tutta l’ammirazione che ho avuto per la storia imprenditoriale di Liz Elting, soprattutto nei primi, avventurosi anni, e pur tenendo conto del fatto che tutti abbiamo bisogno di vendere qualcosa, e naturalmente senza conoscere la persona citata, credo che sette anni siano pochi per definire qualcuno “veterano” di un settore.

Mar 14

C’è un concetto che porto con me da un anno circa, sul quale ho pensato molto e che mi pare incontri un certo interesse tra il pubblico. In due parole, è la prospettiva differente dei traduttori e dei loro clienti (che possono essere oppure no aziende di traduzione): i traduttori vogliono rispetto, i clienti vogliono i benefici che derivano dal servizio di traduzione.

È un’idea che ha viaggiato parecchio: ne ho parlato a Bologna al congresso AITI, a Roma al congresso Federcentri, a Santiago al VMS, ne ho scritto su Multilingual e ne parlerò tra un paio di mesi ad Austin alla conferenza ALC.

Sembra un dialogo tra sordi. Sembra che non se ne esca. Già, sembra. Ma per fortuna ci sono molti traduttori illuminati che si rendono conto che parlare il linguaggio dei propri clienti è un viatico al successo. Tanto più in tempi di crisi, perché le crisi costringono a soluzioni creative alle quali in tempi “normali” si potrebbe anche non aver pensato.

Luigi Muzii è d’accordo in parte con quel che scrivo (e già questa è per me di per sé una benedizione). Io, dall’inizio, ho sempre considerato la mia azienda una struttura di servizio ai clienti, e ne ho sempre avuta un’alta opinione. Anche se, evidentemente, ho compiuto una moltitudine di errori: altrimenti dopo tanti anni non farei ancora tutta questa fatica per guidarla.

Muzii scrive anche, parlando di Tesi & testi:

Resta da vedere quanti [professionisti] a loro volta […] abbiano considerato lui e la sua azienda all’altezza delle loro, ma soprattutto è necessario riflettere sul fatto che quelli che forse riuscirebbero a soddisfarlo sono anche pienamente consapevoli della considerazione di cui le società di traduzione godono presso le altre imprese e sono quindi probabilmente molto mal disposti a venire incontro alle loro spesso assurde pretese economiche e di servizio.

E in effetti coglie nel segno: numerose volte mi sono stupito di come una certa categoria di traduttori potesse guardare me e la mia creatura dall’alto, solo perché italiana e come tale destinata – nella loro mente – a pagare poco. Ma qui il Pavese di Antenati mi viene in soccorso: “Ho trovato compagni trovando me stesso”.

E in sostanza ora mi sembra che sia tempo di tirare le fila: ora veramente abbiamo l’occasione di spostare la comunicazione su un livello superiore, e se siamo dei veri professionisti questo è il momento di dimostrarlo.

Feb 02

Segnalo un bell’articolo di uno dei miei miti dell’imprenditorialità, Norm Brodsky, Our Irrational Fear of Numbers, perché già nell’occhiello è presente un messaggio che vale per tutti gli imprenditori, ma che trovo molto azzeccato per i traduttori:

No, you didn’t start a company because you wanted to learn accounting. But you had better learn some – pronto – if you want to understand your business.

(Per combinazione ho letto l’articolo venerdì scorso, il giorno stesso in cui su Langit impazzava la solita polemica sulle tariffe, che è un gioco al massacro in cui nessuno può essere vincitore.)

Due punti, in sintesi:

Like it or not, you need to understand the numbers of your business, and that requires knowing something about accounting.

If you’ve never taken the time to learn the basics of accounting, even experienced entrepreneurs can get tripped up. On the other hand, when you do learn the basics of accounting, you realize that the numbers aren’t as complicated as you feared and that you’re finally developing the knowledge you need to be in control of your company.

Alla fine i numeri non sono così brutti, non possono fare paura! E per chi non sa da dove cominciare, un buon punto di partenza può essere Il mago dei numeri.

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