Ott 01


Prendo spunto da questa intervista fatta a Luigi Muzii per esprimere qualche pensiero sull’industria della traduzione.

L’intervistatore, Paul Sulzberger, cita questo post di Don DePalma per sostenere che, anche se la domanda di traduzioni è in aumento,

prices appear to be dropping or at least are stagnant.

Desidero stabilire un primo punto generale qui. Abbassare il prezzo di un servizio che si offre stabilmente in un qualunque mercato è un suicidio professionale. Piuttosto, allora, meglio perdere il cliente o i clienti – decisamente meglio. Questa regola vale per chiunque in qualunque mercato. Insomma abbassare il proprio prezzo unitario è sintomo di una malattia che non può che peggiorare.

Seconda considerazione, questa specifica: chi dice che i prezzi siano in discesa? È, leopardianamente, una fòla. I prezzi dei servizi professionali – qualunque servizio professionale – non sono mai in discesa, per il semplice fatto che i servizi professionali servono al mercato. Il cliente ha bisogno del mio servizio, nient’altro.

Dice Luigi:

The most damaging problem is that the main parameter in selling/buying translation is price–and usually price alone. Rather than looking to understand and meet their customers’ real needs, language service providers find themselves trapped in a downward spiral of destructive price competition.

Dunque. Anche questo appare essere un argomento nazional-popolare, ma con quanto appiglio alla realtà? Parto dalla mia esperienza, che mi dice l’esatto opposto: Tesi & testi è, per molti tra i principali clienti di (diciamo l’80% in termini di fatturato), nella pratica dei fatti, un business partner e non un fornitore. La differenza è abissale.

E quindi mi fa sorridere quest’idea del prezzo ad ogni costo, del pensare al costo come unica variabile nell’acquisto. Non tutti i progetti che seguo sono lineari e redditizi, ovvio, ma se questa non fosse la norma sarei fuori dal mercato da anni. Il prezzo è importante, ovvio, ma è solamente uno dei fattori che influenzano l’acquisto (un’estesa analisi di Don DePalma del 2006, What buyers and suppliers of language services want, lo poneva al quarto posto nella mente dei compratori). E queste considerazioni valgono per qualunque mercato: perché l’industria della traduzione non è differente dall’industria dei bulloni, che a sua volta non differisce dall’industria del pane e così via. Tantissimi operatori di qualunque settore diranno, con Renato Beninatto, che “in Italia è diverso”: l’obiezione tipica che Renato si sente muovere quando dice che tutti i mercati sono uguali. Ovvero: “Eh, ma tu non capisci, questo vale in America, ma in Italia è diverso!” Nel mercato delle viti è diverso. Nel mercato del pane confezionato è diverso.

Il mercato delle traduzioni è esattamente uguale a tutti i mercati del mondo: ci sono compratori e venditori, ci sono clienti non paganti e clienti cui bisognerebbe fare un monumento, ci sono professionisti in gamba e mezze calzette, ci sono clienti furbi e traduttori sbruffoni eccetera.

Che cosa significa questo, per un traduttore? Principalmente, che un fornitore tende a pensare soprattutto in termini di prezzo, mentre spesso il cliente pensa in termini di servizio. Ribadisco, è una differenza abissale. Quindi la soluzione è pensare (e, soprattutto, agire) in termini di servizio per divenire dei business partner dei propri clienti – e non dei semplici fornitori intercambiabili non appena un collega si offrirà per meno. Come? Per esempio specializzandosi, per esempio offrendo servizi aggiuntivi. Presentando soluzioni e non vendendo un servizio precotto.

Una soluzione proposta da Luigi su cui non si può non concordare:

The winners will be those translators who can leverage their specialist linguistic skills by increasing their productivity with advances in technology.

Però aggiunge:

The future is in disintermediation and collaboration.

Collaborazione sì, assolutamente – è la tecnologia che ci porta dritti dritti lì. Ma disintermediazione no, no: è da quando sono entrato in questo mercato che sento dire e scrivere che il middle man verrà tagliato fuori dal processo produttivo. Ma come mai, allora, il mio lavoro di gestione progetti continua ad aumentare? Disintermediation è una parola magica che non avrà mai in questo settore applicazione reale: le regole cambiano, ma servirà sempre qualcuno che organizza i progetti – proprio come servono e serviranno dei business partner per le aziende.

Set 24


Io un po’ l’ho presa dagli americani, questa mania di numeri e statistiche. O meglio, la loro ossessione per le classifiche ben si sposa col mio amore per i numeri. Ora Inc. pubblica come tutti gli anni Inc. 5000, l’elenco delle aziende americane a crescita più rapida, e io un po’ mi sento a casa.

Anche perché quest’anno sono venti le aziende del nostro settore a far parte della lista, come ci fa sapere Common Sense Advisory. Ed è una sorta di ritorno a casa perché per me un elenco del genere è prima di tutto un’enumerazione di amici conosciuti negli anni a varie conferenze negli Stati Uniti e altrove. Dunque un ritorno al passato, in un certo senso, o una sorta di conferenza virtuale.

Tre anni fa notavo la medesima cosa. Insomma è un fenomeno che si ripete.

Mi fa piacere vedere che persone con cui ho conversato, pranzato, passato del tempo sono alla guida di aziende sane, che crescono, che creano lavoro. Insomma il nostro è un settore in movimento; mi sembrano segnali positivi. (Quasi quindici anni fa, ai tempi del mio primo incontro con la Inc. 500 – allora non c’era la classifica “allargata” – c’era solo TransPerfect a rappresentare la categoria, mentre ora c’è una popolazione variegata.)

E cinque tra queste venti aziende hanno un fatturato che sta sotto i tre milioni di dollari, che non sono certamente tanti. Per chi ama l’imprenditoria è un invito a crescere, a spargere i propri talenti per il mondo.

Giu 11


Segnalo questo articolo di Don DePalma, perché concerne una frontiera che dovrà per forza essere superata nella gestione dei progetti di traduzione.

In due parole, l’idea è di incaricare il sistema di fare buona parte del lavoro sporco, mentre il PM interviene solo quando ci sono eccezioni.

È una barriera di cui da anni tanti gli operatori del settore sono consci, perché i PM si scontrano continuamente con la ripetitività di compiti che potrebbero essere automatizzati. Ricordo che nel mio primo viaggio “d’affari” negli Stati Uniti, la mia valigia di cartone e io, uno degli incontri fu con un collega il quale mi parlò di un sistema che stava elaborando proprio con questo fine: forse era un precursore, probabilmente era troppo avanti con i tempi, poi i tempi andarono più avanti di lui e il progetto non divenne realtà; ma l’idea era proprio quella di togliere l’elemento umano dal processo ogniqualvolta ciò fosse pensabile.

Ricordo tutto questo con vividezza, ricordo il panorama che si godeva dal suo ufficio, il buco a Ground Zero lì sotto e, vicinissimo, il grattacielo dove sognavo di impiantare il mio ufficio americano. (Che delusione quando entrai, chiesi e seppi che era interamente occupato da un ente federale e non aveva spazi in affitto.)

Ma per tornare all’articolo, l’idea nasce da un problema che tutti i PM sperimentano continuamente: il fatto che qualunque progetto porti ad occuparsi di una serie di attività che potrebbero essere automatizzate.

Se expressIt è un portale che avrà successo ignoro, ma l’idea è vincente: ridurre del 90% i tempi necessari ad un progetto accorciando la catena della produzione. Dal punto di vista della traduzione le cose non cambiano, ma a livello gestionale la promessa è quella di rendere il più possibile agile il processo.

Comunque sia, tempi interessanti ci attendono.

Mag 21

Perché i traduttori in Italia sono troppi ma i traduttori qualificati, quelli che costituiscono il cosiddetto premium market, non sono abbastanza?

(Storia vecchia, peraltro. È una sorta di segreto di Pulcinella, e in due parole dice che chi fa bene viene premiato. Condisci la storia come vuoi, ma alla fine è tutta lì.)

In generale, la domanda di traduzione è in aumento. Secondo IBM, il 90% dei dati esistenti oggi è stato creato negli ultimi due anni.

In un mercato da 31,4 miliardi di dollari (di cui – stima mia – un miliardo di euro imputabile all’Italia) le opportunità abbondano, e come sempre sopravvive chi meglio si adatta al cambiamento.

Che cosa significa questo, per un singolo traduttore? I CAT sono diventati talmente onnipresenti e necessari da essere scontati. Idealmente un traduttore dovrebbe conoscere – e fattivamente usare – i principali.

Marco Cevoli aveva preparato un documento interessante, una tavola di comparazione tra i vari CAT. Ovviamente questi dati invecchiano in fretta: per esempio in questo file, che risale a sei mesi fa, memoQ è dato a 149 euro, mentre il prezzo corrente è oggi di 620 euro. Ma insomma è utile per farsi un’idea. L’articolo di riferimento è qui.

Sempre Marco, col collega Sergio Alasia, due professionisti italiani “prestati” alla Spagna, ha scritto un manuale tecnico dedicato a OmegaT, CAT gratuito e open source (qui i dettagli).

È un mondo in fermento, quello della traduzione. Sono tempi interessanti. Forse l’iperspecializzazione non è la risposta (la sconsiglia, per esempio, Nassim Taleb), ma chi è al passo con i tempi e sa cogliere le tendenze del mercato non rimarrà senza lavoro.

(E il cerchio, come sempre, si chiude.)

Apr 16


Dopo Milano, a corso terminato, la mia domanda a me stesso è stata: “Avrò consegnato abbastanza valore a chi ha speso dei soldi e del tempo per venirmi a sentire?” A giudicare dai feedback la risposta è positiva, ma rimane sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio, qualche dettaglio da aggiustare eccetera.

Qualche giorno fa ho sentito, non ricordo più da chi, un concetto del tipo “chi insegna ad un bravo allievo impara due volte”. Sì, alla fine l’essenza del trasmettere la conoscenza sta tutta nella conoscenza che di rimando se ne deriva.

Abbiamo parlato di marketing, naturalmente, di CAT, di fatture e quant’altro. Ho cercato di fare una panoramica il più possibile completa sulla professione. Già, perché l’idea fondante non è che il traduttore è bravissimo a tradurre e basta: no, il traduttore è bravissimo a tradurre e (almeno) bravo – molto bravo è meglio – a fare le fatture, negoziare, vendere e così via.

Un professionista è un professionista a tutto tondo, insomma. Questo è il concetto che abbiamo cercato di far passare.

Ma, come ha giustamente fatto notare una partecipante sabato, “perché io devo spendere dei soldi per dei concetti che, con la laurea che ho, dovrebbero essere dati per saputi?” Già, perché? Anch’io preferirei che non ci fosse il bisogno di seminari come il nostro: ma a giudicare dalla risposta del pubblico il bisogno c’è, e come!

Tanto abbiamo già fatto, tanto e ancora di più rimane ancora da fare. Infatti non è certamente finita qui. E lo dico con le parole di Chris Guillebeau:

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

Mar 26

Ho finito di preparare – fatica e gioia si intrecciano, in questo mettere insieme parole e immagini – la giornata milanese del 14 aprile, in cui parleremo delle basi per la professione di traduttore: come entrare sul mercato, come farsi conoscere, come stabilire i propri prezzi e così via.

In più, parteciperanno anche Giuseppe Bonavia, commercialista esperto in materia di problematiche fiscali per traduttori, e Sandra Bertolini, presidentessa AITI. Personalmente adoro questi incontri in cui si condivide la conoscenza per ricavare delle indicazioni pratiche su che cosa fare, a partire dal momento preciso in cui l’incontro finisce, per lavorare non tanto dentro la propria attività ma sopra, nel senso di fare le mosse di marketing giuste, impiegare gli strumenti più utili ai propri scopi e così via.

Certo, poi ciascuno il lavoro proprio dovrà farlo da sé, e questa è la parte più difficile di tutte; ma capire bene prima che cosa occorre fare è meglio per risparmiare tanto tempo dopo.

Motivare, spingere all’azione è il mio compito principale in questi casi (“io non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida”, per dirla con Tim Ferriss). Dopo tanti anni mi sembra di aver fatto tutto, e che quindi tutto sia ancora da fare. Sento dentro di me tanta forza ed energia da trasmettere a chi mi ascolterà.

Obiettivo principale: contribuire a colmare quella grossa lacuna che esiste tra il mestiere e il mercato. Tantissimo resta ancora da fare, ma la direzione è questa.

Mar 12

Sono nel settore delle traduzioni per aziende da quasi vent’anni ormai. Ho partecipato a conferenze, ho avuto a che fare con migliaia [sic] di traduttori e di clienti, ho scritto libri e articoli, tengo questo blog da anni eccetera. Ciò significa che due o tre cose dell’industria della traduzione – non sarà superfluo ricordare qui che sono stato io, di pirsona pirsonalmente, a introdurre questo sintagma nella lingua italiana – le conosco; e allo stesso modo sono conosciuto in questo ambiente.

Lunedì scorso esce questo post non firmato, che attacca il workshop del 14 aprile prossimo in cui parleremo di marketing per traduttori agli esordi della professione. L’ignoto autore dice in sostanza che la formazione è fuffa, sono trucchi per spillare soldi ai traduttori, mentre “il futuro invece è qui: Da traduttori per traduttori”.

Un tempo attacchi del genere, che sfiorano il personale pur essendo di fatto anonimi, mi facevano arrabbiare (gli archivi di Langit sono pieni delle mie filippiche); ora mi fanno al più sorridere.

Ho inserito un commento, in cui dicevo che la critica è legittima, ma la critica non informata è semplice arroganza. Il commento non è stato approvato.

Sulla pochezza delle argomentazioni non dirò nulla – il Web è assolutamente trasparente in questo senso. Dirò solo che l’accenno all’onestà, da parte di qualcuno che non si firma con nome e cognome né approva i messaggi delle persone citate, con questo chiudendo di fatto la porta alla comunicazione, è un atto vile.

Ovviamente ciascuno è libero di partecipare o meno, di investire in formazione o meno eccetera. Ma mi auguro soltanto che non si prendano davvero sul serio queste “lezioni di metodo”.

Feb 06


E via, si riparte.

A Milano il 14 aprile parleremo di marketing per i traduttori. “Di nuovo?” Sì, e con qualcosa in più: questo incontro è dedicato ai traduttori che hanno da poco iniziato il mestiere e agli studenti degli ultimi due anni delle scuole di traduzione che hanno in animo di intraprendere questa carriera.

(Con l’immodesto proposito di contribuire a colmare una grossa lacuna che ho sempre visto nelle scuole di traduzione: il collegamento tra il mestiere e il mercato.)

Gli argomenti non mancano. Il marketing in primis, ovviamente: il marketing è la chiave di tutto. (Finché qualcuno non fa una proposta nulla accade nel mondo.) E il marketing vuol dire avere un sito ben fatto, scrivere un résumé efficace, sapersi presentare nei vari social network (e di persona ai clienti potenziali, si capisce) eccetera.

Ma oltre a questo parleremo anche di contabilità: come compilare una fattura, come tenere la contabilità e così via. “Parleremo” è un plurale maiestatis: è più esatto dire che ne parlerà Giuseppe Bonavia, commercialista e revisore contabile, esperto in materia di adempimenti contabili e problematiche fiscali per traduttori e interpreti professionisti.

Parleremo dei CAT, parleremo di come stabilire i propri prezzi, parleremo dell’importanza delle associazioni di categoria.

Una giornata di parole forse terra terra – se fossero poesia sarebbero Saba e non Montale –, ma fondamentali per avere successo nel nostro settore. “Il re è nudo”, insomma, per dirla con Andersen: ed è importante che chi è entrato da poco nel mercato, vi sta entrando oppure ha in animo di entrarvi a breve sappia che cosa occorre fare.

Dic 26


Il titolo di questo post riprende il mio intervento di martedì scorso presso l’agenzia formativa Tuttoeuropa. Qui voglio fare qualche considerazione a margine.

Il pubblico, ragazzi che – ahimè – potrebbero quasi essere miei figli (note to self: Gianni, senti per caso il peso del tempo che passa?), era molto attento. L’impressione è che si siano trovati un po’ spiazzati a sentire parlare di marketing e informatica e non di lingua o traduzione. Ho cercato di instillare più volte in loro l’idea della vendita di un prodotto o servizio, del fatto che il marketing è alla base di tutto nel mondo del lavoro, del fatto che “qualità” è una parola vuota di significato eccetera.

Perché la vostra, ragazzi, è la generazione del troppo di tutto: ma voi avete i mezzi per farvi valere. Fatevi valere.

Come sempre, conto di aver parlato per i felici pochi; ma credo che qualcuno tra i presenti abbia colto i problemi che ci sono, e soprattutto le opportunità che si nascondono dietro di essi.

Personalmente mi sono divertito – se così si può dire –, mi sentivo perfettamente a mio agio, perfettamente in the flow e questo ha certamente giovato allo scorrere dei concetti.

I ragazzi, stando al feedback che ho ricevuto, hanno apprezzato. Ora non resta (a chi è seriamente intenzionato ad avere successo) che proseguire sul percorso iniziato. It’s a tough world, out there; ma bando alle scuse, chi vuole arrivare lontano è bene che parta per tempo.

Dic 12

L’8% del mio fatturato di quest’anno è andato in crediti che non verranno mai più riscossi. (Requiescant in pace.) Qualche altro punto percentuale è di clienti che ci marciano.

(Per me non sono perdite, preferisco considerarli soldi spesi nella mia formazione.)

Dicono le agenzie.

Un traduttore un giorno mi ha detto che avrei dovuto fare un fido per pagare le fatture in sospeso. Dal punto di vista etico-morale il ragionamento non fa una grinza. Allora io però dovrei dire la stessa cosa al mio cliente. E lui che fa? Ride. (Vallo a contattare, chi ci marcia: è in perenne riunione, un dinosauro nell’era digitale.) E io che faccio? (Certo, ho già abbandonato quel cliente ma intanto la fiducia c’era, il lavoro è stato fatto eccetera.)

Agenzie maledette.

Se le agenzie non avessero senso economico non esisterebbero. Ho superato i quindici anni di questo mestiere, mi sento quasi un veterano e sento sempre gli stessi discorsi. Ma alla fine mi sembra che tutto si risolva in poche parole: se sei un traduttore hai un’impresa, per quanto piccola, dunque accetti il rischio e il fatto che a volte le cose possano non andare come pianificato.

Puoi cambiare il mondo partendo dal tuo piccolo, ovvero non lavorando con chi non ti ispira fiducia. A volte sono scelte difficili, ma pagano (appunto) sul lungo periodo.

(Insomma: non sono le agenzie, sei tu. Fine.)

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