Lug 21

Tanti anni fa – ero ragazzo – riuscii per un pomeriggio ad unire due mie grandi passioni: il calcetto e le Langhe. Aver giocato per una volta al mio sport preferito di allora in una terra che consideravo (e considero) pressoché sacra fu una gioia grandissima, mi diede la soddisfazione che deriva dal senso delle cose che si compiono.

Ieri, dentro di me, è successa una cosa simile: ho potuto mettere insieme il mio mestiere in senso lato – nella fattispecie l’appartenenza alla comunità langitiana – con il luogo che più d’ogni altro considero casa.

Era un avvenimento che ho sognato da quest’inverno nei dettagli, e che ora sono contento di aver contribuito a creare. Eravamo in pochi, ma l’atmosfera dei raduni è sempre gioiosa e rilassata e questo mi bastava. È stato qualcosa di molto semplice, semplice come le mie montagne.

Non abbiamo (non che sappia io almeno) foto di questo raduno. Pur nella civiltà dell’immagine, dove lo scatto domina dovunque e comunque, ho pensato alle parole di Italo Calvino (che cito a memoria, ma che un giorno scrisse ad uno scrittore amico ‘Come osi paragonare un’immagine alla potenza della parola scritta?’); e dunque il fatto che di questo raduno nel tempo rimarranno solo dei ricordi e qualche piccolo scritto come questo non mi dispiace affatto.

Tutto cambia, tutto si trasforma. Ho incontrato Langit nel 1996 e col tempo ne ho sperimentate mille sfaccettature. Ieri abbiamo aggiunto un piccolo tassello a questo mosaico gigante, e ne sono felice.

Giu 09

Piatta
Langit è stata la mia prima “casa” per le traduzioni, luogo virtuale in cui dal 1996 – con periodi di interruzione anche lunghi – ho imparato tantissimo, espresso le mie idee, dato notizie, raccolto informazioni, litigato furiosamente, incontrato persone in gamba e così via.

Diciotto anni fa, non solo per me, le cose erano molto diverse. Allora mi è parsa una bella cosa organizzare un raduno – un tempo erano molto più frequenti – per i simpatizzanti di questa lista, ma aperto a tutti i traduttori e alle loro famiglie, nel mio rifugio tra i monti il 19 e 20 luglio prossimi.

L’incontro è pensato come un momento conviviale nello spirito che da sempre caratterizza Langit. (Non sono successe solo cose belle, in tutti questi anni; ma lo spirito di comunità esiste, e come.)

Programma e aggiornamenti sono in questo gruppo FB.

In parole semplici è un incontro tranquillo – tranquillo come me – in un luogo povero e affascinante – se sia bello non so, ignoro se lo si possa dire – dove c’è una casa tra i monti che è aperta sempre.

Feb 10

neve alla Piatta
Sono stato nel mio rifugio tra i monti, qualche giorno fa. Una toccata e fuga – di fatto una notte –, ma significativa per più d’un motivo.

L’occasione l’hanno fatta due conferenze – questa e questa –, e mi è venuto bene unirci una notte a casa mia.

Sono state ore molto intense, dentro di me (e rasserenanti, ça va sans dire), a partire dalla vista della linea delle Alpi Marittime che incorona la piana di Cuneo. Sia detto incidentalmente, per parte di mamma provengo da una famiglia povera di pianura, fatta di terra e nebbia e fango, ma la mia natura mi porta inevitabilmente verso quelle montagne – povere anche loro: quindi andare verso le montagne, in un pomeriggio di un giovedì qualunque, è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio in luoghi stranieri.

È stato particolare vedere la Bisalta “ingrossata” e pienotta per la neve, mentre l’immagine che ne ho è di montagna snella e verdissima. Correre (ma tanto sono allenato, non è un problema) per arrivare in tempo alla prima conferenza. Arrivarci. Trovare – con piacere – la sala piena.

Di questa prima conferenza, tenuta dal professor Alessandro Vitale Brovarone, mi ha colpito una frase in particolare: “Non credo ai confini linguistici”, che è una bella dichiarazione di pace tra le lingue; e in ciò ho trovato conferma della mia idea, a riguardo dell’isoglossa che dovrebbe passare per San Damiano Macra a dividere il piemontese dal provenzale alpino; ma che di fatto non esiste, poiché due persone abitanti in due paesi confinanti, anche se le carte dovessero dire che hanno parlate differenti, si comprenderanno sempre. Il professore parlava della società transmontana – semplificando, quella delle nostre Alpi – che può non avere avuto interesse ad andare verso la pianura: il che può contribuire a spiegare da un lato l’unità di una lingua attraverso le montagne (queste Alpi, è importante che sia chiaro, sono sempre state un passaggio piuttosto che una barriera per le popolazioni che le hanno abitate, e di conseguenza il provenzale si estende in maniera naturale fin quasi alla pianura), dall’altra le differenze verso il piemontese della pianura; anche perché, per citare ancora il professore, “normalmente a fondo valle cambia musica”.

Il secondo incontro cui ho partecipato raccontava di un fatto minimo successo nel mio comune d’adozione tanti secoli fa. Il fatto in sé non è importante, è importante aver visto una piccola comunità riunita in una moderna vijà; e mi ha colpito il fatto che tale intervento sia stato condotto in piemontese. Mi ha colpito solo fino a un certo punto però: il piemontese – ël montomalèis, per essere precisi – è l’idioma del luogo, in quale altra lingua vorresti parlare?
la pian-a
Poi, finita la conferenza e le parole con gli amici (incluso l’abbozzo di un corso di grafia piemontese da tenersi quest’estate: pare incredibile, ma scrivere in piemontese per un piemontofono analfabeta in questa lingua – absit iniuria verbo, ma questa è la normalità per il 98% almeno dei parlanti – è di una facilità che fa impressione, come sono sicuro potrò dimostrare nei fatti da qui a pochi mesi), è stata la volta di andare a casa. Casa mia. Per la prima volta in tanti decenni di frequentazione ci andavo da solo, e mi è parsa un’anticipazione della mia vita futura, difficile e bellissima. Difficile perché isolata, bellissima perché vera, piena, viva.

Ho dormito al freddo, e mi è sembrata una cosa sana.

Mi sono svegliato e ho fatto colazione col caldo buono della stufa. Il caffè e il latte li ho scaldati col fuoco della stufa – poteva essere diversamente?

Fuori c’era la neve. Poco più in là sentivo il latrare – ij giap – dei cani del nostro padrone di casa, e a catena di altri cani di altre case più lontane. Le cose familiari erano ammantate di neve. Certe sensazioni sono minime, ma bastano a farti sentire in pace con te.

Set 09

Montemaggiore, foto di Hubert J - http://tinyurl.com/n9hnvb6

Montemaggiore, foto di Hubert J – http://tinyurl.com/n9hnvb6


C’è una cosa che io so che devo fare il giorno prima di lasciare quella terra benedetta: prendere l’auto e guidare piano verso i piccoli paesi dell’interno, camminarvi lentamente, sedermi qua e là per osservare i panorami o anche semplicemente le cose.

Sabato era quel giorno, e così ho fatto. Io preferirei andare a piedi, ma per questa specifica attività – che ha un nome preciso: Corsica blues – l’auto è necessaria o mi parrebbe sempre di avere troppo da vedere davanti a me.

Sabato sono stato in piccoli paesi della Balagna. Ho passato prima quelli più classici (Curbara, Sant’Antuninu, Pigna); però la bellezza troppo vicino al mare è finta, perché fatta a bella posta per il turista che ha poco tempo da dedicare alle visite, vuole stare sulla spiaggia. (Non è che a me la spiaggia non piaccia, ma la “mia” Corsica è la montagna in mezzo al mare: ovvero è prima di tutto terra e dopo, solo dopo, mare.)

Su un muretto mi sono seduto a guardare. La vista spaziava da Calinzana, là dove parte il sentiero più famoso d’Europa, fino a capu d’Occi, proprio sopra quel piccolo villaggio abbandonato (ma nell’anno 2000 la chiesa è stata completamente restaurata, il che ne fa un luogo d’incantagione e meraviglia, soprattutto se ci arrivi verso il tramonto).

Infine sono giunto a Montemaggiore, un paesino con un’unica bottega e un caffè, luogo di silenzio, “vero” luogo di Corsica. In quel paesino minuscolo mi sono riconciliato con quella terra, ho riposto le mie emozioni e sono stato in pace con me.

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Set 02

Porto Pollo
C’è un luogo – i miei venticinque lettori lo sanno – che più di altri io chiamo casa in questo territorio immenso e disabitato, splendido e solitario che è la Corsica, ed è un piccolo paese che chiude a nord il golfo del Valinco, lieu dit Porto Pollo.

Ieri – ehm – era il mio genetliaco numero quarantasei (queste cose accadono e non puoi farci nulla, sorry). Da qui, dalla Balagna a laggiù è una sorta di viaggio della speranza – una delle caratteristiche della Corsica, positiva oppure negativa a seconda di come la si vede, è che nessun luogo è lontano e nessun luogo è vicino -, ma seguendo una tradizione iniziata l’anno scorso ho scelto, come regalo, una gita in quei luoghi per me magici.

Che cosa c’è di sensato nel passare tante ore in auto pur di vedere per una volta ancora un luogo che ti rende felice? Be’, apparentemente nulla se non – e non è poco, almeno per me non è punto poco – la felicità insita in quell’osservare. Passeggiare per quei luoghi, ricordarsi episodi accaduti tanti anni fa: l’ammonimento montiano di non tornare a Monesiglio non valeva ieri, ieri ero felice e basta.

E il fatto che, per una sorta di combinazione, queste sensazioni siano state provate in un giorno che segna un passaggio aggiunge ancora un po’ di sale al tutto: il mio corpo lentamente invecchia con me, io mi sono affezionato ai miei capelli grigi che non cambierei per nessun altro colore al mondo; e insomma ieri a Porto Pollo c’ero io, io davvero.

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Ago 26

desertu di l'Agriate
Sabato sono partito da una citazione. Dice infatti Cesare Pavese ne Il diavolo sulle colline:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

Ecco, da anni ho quest’idea che le terre che amo – e io amo questa santa terra corsa, la amo struggentemente e totalmente – vanno attraversate a piedi. Le voglio percorrere in lungo e in largo per cercare di scalfirne l’essenza.

Sabato ho camminato per oltre otto ore senza interruzione per il desertu di l’Agriate, parte sul sentier littoral e parte sul sentier des douaniers. La felicità era nelle gambe, nei passi, nei piedi più che nella testa. Andare per andare insomma, viaggiare senza nessuno scopo o motivo che non sia quello intrinseco al viaggio stesso. Abbracciare una terra, cercare di comprenderla.

Gli sparuti viandanti incontrati lungo il cammino erano rari nantes in gurgite vasto, compagni di scoperta e di avventura. Ogni tanto incontravo qualche pagliaghju, per lo più abbandonato, il che mi faceva pensare a come rapidamente è cambiata la vita in questo luogo, se fino a non più di un secolo fa era coltivata a grano, agrumi, olive e fichi.
la vache qui rit
Ho ritrovato sensazioni già provate in passato, per esempio due anni fa. La felicità era nell’aria, nel profumo della macchia, nel calore che più che scendere dal cielo pareva sgorgare dalla terra, nei colori netti della giornata. Il senso di libertà e di solitudine era immenso.

Ho camminato, ecco.

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Ago 19

Pigna
Il luogo che considero casa sta in mezzo ai boschi, quasi sul crinale che divide la valle Grana dalla valle Maira. È fatto di silenzio, di verde, di mattini chiari, di gente semplice e di lunghe camminate. È un luogo molto preciso, poco esteso. Quando ci penso – spesso – mi viene in mente un verso di Erri De Luca:

Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco.

(Perché il valore di quel luogo è per me intrinseco, non dipende dal giudizio del mercato o di chicchessia.)

La mia patria seconda è invece un luogo molto più esteso. Sì, prende vita da un piccolo villaggio che chiude a nord il golfo del Valinco, Lieu dit Porto Pollo, ma si allarga ad abbracciare quella terra tutta, in tutte le sue sfumature e variazioni.

Poiché arrivo da tanto tempo passato nel primo luogo, e mi trovo ora per qualche settimana nel secondo, ho pensato in questi giorni alle similarità che avvolgono queste due terre apparentemente così tanto diverse tra di loro.

Le feste di paese, per esempio: lunghe tavolate, balli, luci. Sono identiche.

La lingua, per esempio: la lingua del posto, il genius loci, resiste nelle nostre montagne come in Corsica. E lo fa in maniera naturale, senza forzature.

I colori, per esempio: se ti allontani un momento dalla marina ti rendi conto che le foreste si assomigliano parecchio.

La solitudine, per esempio: io, che sto bene con me stesso e dunque sto bene anche da solo, trovo in queste terre la mia misura, perché non devo necessariamente parlare, argomentare, discutere e così via. (Questo non implica il non avere amici in questi luoghi, con l’aggiunta che un amico che provenga da queste parti è un amico per sempre: probabilmente ci metti anni per conquistare la sua fiducia e la sua stima, ma una volta concesse lo sono per la vita.)

In sostanza non è per caso che adoro questi luoghi, non è per caso che in essi mi sento a casa.

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Mag 20

2013-05-18 20.31.12
Chissà, forse sono io ad essere disadattato al mondo ma è un fatto che i luoghi solitari, là dove la natura è padrona assoluta, sono quelli in cui mi trovo in pace con me. Il mio rifugio tra i monti è uno di questi; il Delta del Po ne è un altro esempio.

Ti trovi in questi luoghi dove non puoi che perderti, prima di tutto perché non c’è un abbozzo minimo di collina – e dunque non esiste prospettiva –, e il pensiero lascia il posto alle sensazioni.

Ma un pensiero l’ho avuto: che in un luogo come questo, là dove l’acqua è padrona e non sai dove finisce il fiume – il grande fiume, il padre Po – e dove inizia il mare, mi piacerebbe vivere. (In effetti mi piacerebbe vivere in tanti posti, ma vedo che sono accomunati dal silenzio e dal tempo rallentato.)

E le sensazioni! Di meraviglia, soprattutto. E di impotenza: arrivare all’estremo lembo di terra calpestabile solo per scoprire quello che già sai, che un po’ più in là c’è un isolotto dove potresti approdare solo con una barca, e ti senti quasi derubato di qualcosa. (Un giorno ci ero arrivato, all’estremo confine, e porto dentro di me quelle sensazioni leggere.)

Arrivare all’estremo lembo del mondo. Poi più niente. Solo sensazioni e silenzio.

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Mag 06

pecoranera
Avevo preso in biblioteca il suo libro – un approccio soft, come dire –, poi ho iniziato a leggerlo mi è piaciuto talmente tanto che mi sono vergognato: sono andato in libreria con un’amica, l’ho comprato e gliel’ho regalato seduta stante. (Da autore sono sicuro nell’affermare che i libri vanno comprati. Fine.)

Perché niente, io prima di morire voglio andare a conoscere Devis Bonanni, alias pecoranera. E voglio farlo perché scrive bene, perché è tosto, perché sa che cosa sta facendo e perché, perché ha dei dubbi ma anche dei punti saldi (quella capanna che liberò dai rovi, tanto per dire).

Voglio parlare con lui, spiegarmi, capire. Voglio sentirlo parlare, vederlo lavorare. Perché quella è una strada percorribile; ed è vero che io sono fortunato, lassù in montagna ho praticamente tutto pronto, ma chiunque può fare una cosa del genere. E “chiunque”, via tutte le balle, vuol dire chiunque.

Per me una recensione – e questa è una recensione, sia pure sui generis – non è tale senza almeno una citazione. Vorrei citare il libro intero, ma dovendo scegliere un passo opterei per questo:

Quando si inizia a essere la propria idea non c’è più necessità di parlarne, di farne propaganda, di urlarla addosso al mondo. Eccomi, sono qua a coltivare i miei pomodori, era questo che aveva sostituito le infinite discussioni sui massimi sistemi. Quel che avrei da dirvi lo sto facendo (p. 176).

La pagina Facebook parla del libro in questa maniera:

Tra le montagne della Carnia, la straordinaria storia di un ventenne e della sua scelta di vita coraggiosa e controcorrente, a mezza strada fra i libri di Mauro Corona e “Adesso Basta” di Simone Perotti.

E questo sì, è vero, ma c’è di più: nel senso che lui è lui e basta, non assomiglia a nessuno se non a se stesso. Non lo voglio mitizzare perché non lo conosco (ancora) ma insomma voglio dirti bravo Denis, sei in gamba.

Poche parole, via tutte le balle, si fanno i fatti: i fatti parlano per noi.

Ago 27


Per la prima volta, quest’anno trascorrerò il mio genetliaco – ennesimo et imminente – nella mia patria seconda, la Corsica: tecnicamente è dunque un anniversariu.

Anche se io mi sento sempre un ragazzo, quarantacinque anni sono tanti. Ma i bilanci non mi interessano, perché quel che ho fatto non è importante: conta invece quel che sta davanti a me, conta soprattutto il momento presente.

E il momento presente è la maestosa e silente e sconfinata bellezza di questi luoghi. Non potrò mai più fare finta che la Balagna (“Balagna” e non “Balagne”, perché when in Rome do as Romans do – e la lingua non ufficiale ma del luogo qui non è certamente il francese ma il corso) sia un semplice tratto di cartina geografica, ormai mi è nel cervello e nel cuore come la Corsica tutta – la mia patria seconda appunto.

Attraverso queste terre, percorro tratti lunghissimi di una terra assolutamente disabitata, arida, magnifica, e ogni tanto incontro minuscoli paesini, quali rari nantes in gurgite vasto. La sensazione è quasi di non sapere dove ti trovi, ma certamente presente a te medesimo, certamente vivo e attento dinnanzi a tanto incanto.

Insomma arrivare ai quarantacinque qui, in un luogo così pieno di bellezza e natura e tradizioni e lotte, è un onore e una felicità, una felicità piena del momento presente. Tutto il resto non ha alcuna importanza.

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