Gen 05

De Biase
Mi sono imbattuto in questo volume per caso, nel corso delle ricerche per il mio libro sulla filosofia spicciola (18.635 parole al momento; dei contenuti non so giudicare), e ho iniziato a sfogliarlo in maniera distratta, da lettore vorace e consumato e abituato a troppi libri inutili. (Saccente, in una parola.)

Poi però arrivo a pagina 78 e trovo una frase, sui motivi per i quali in economia si parla troppo poco di felicità, che vorrei avere scritto io:

Quasi che la felicità fosse considerata un punto d’arrivo talmente alto e indefinibile da dover restare fuori dal dibattito.

Allora mi appassiono. Mi faccio attento e guardingo, trovo altri concetti che attirano la mia attenzione. Mi incuriosisco. Naturalmente arrivo al sito di Luca De Biase, che è un punto di partenza per altre riflessioni.

Adesso c’è molta carne al fuoco e, per ora, di più non so dire. Però bravo Luca, non ti conosco ma il tuo lavoro è ottimo.

Dic 16

Tu sei lì tranquillo in macchina che conversi amabilmente con tua figlia e ti telefona un venditore perché un giorno, tanto tempo fa, avevi comprato qualcosa da loro, e vuole proporti questo e quell’altro prodotto. Tu dici che non hai il budget ma la persona no, insiste, vuole (meglio: deve) vendere. Tu molto tranquillo gli dici allora di toglierti, per favore e per sempre, dalla loro lista.

La vendita fatta in questo modo non può più funzionare. Seth Godin ce l’ha spiegato bene tanti anni fa (anzi, lui ci ha pure costruito una carriera sopra), e in ogni caso oggi sappiamo che non funziona e non ha un futuro (nemmeno un presente, peraltro).

Basta, non se ne può più! Io espongo la mia merce sul bancone (elettronico), faccio soft marketing offline senza vendere nulla ma rispondendo alle domande di chi può essere potenzialmente interessato; ma non farò né farò mai più fare telefonate a freddo, sperando che dall’altra parte la persona non stia aspettando altro che io gli magnifichi le caratteristiche delle mie traduzioni.

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Ott 06

Uno dei benefici dei traslochi è quello di portare ordine (il nuovo ordine per me è dato dalla semplicità – The Power of Less). Riordinando vecchie carte preparatorie della mia tesi di laurea, ho ritrovato gli appunti che scrissi durante un intervento che Norberto Bobbio fece al Salone (oggi Fiera, ma per chi l’ha vissuto nei primi anni rimarrà sempre Salone, temo) del libro venerdì 19 maggio 1995, dal titolo Libri messi in fila dalla vita.

Tra le molte note, mi colpirono un concetto e una frase.

Bobbio ricordò in quell’occasione che tutti i giorni – tutti i giorni – riceveva pacchi di libri. Era aggredito dai libri che gli arrivavano dalle parti più disparate, senza che lui li avesse chiesti. Disse che un tempo sceglieva i libri, mentre adesso veniva scelto da loro.

La frase, quasi un micro-testamento: “La mia convinzione che l’umanità si salva solo con la non-violenza”.

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Set 25

Ricevo questa mail da una traduttrice argentina, bel résumé, buoni studi, clienti discreti. Però tutto questo viene fuori solo aprendo l’allegato e leggendolo con attenzione, mentre la mail riporta, a caratteri cubitali, che il prezzo è di EUR 0,025 a parola.

Due-centesimi-e-mezzo-a-parola.

(E quel mezzo centesimo, che pure è il 20% del totale richiesto, è secondo me umiliante da chiedere. Non due, non tre: mezzo centesimo.)

Alla produttività media di un traduttore, a tempo pieno parliamo di 50 euro (lordi) al giorno. Esclusi malattia, tempo per cercare nuovi clienti, fermo macchina, aggiornamenti e così via; e considerando di avere lavori tutti i giorni, tutto il giorno.

Due-centesimi-e-mezzo-a-parola. L’Argentina non è l’Italia; ma anche così questa persona non avrà nessuna maniera di crearsi una famiglia, avere dei figli e così via, se vorrà mantenersi col proprio lavoro. No way.

Mi sono venute in mente le parole di Rodrigo Vergara, nella lunga intervista che gli feci e che è riportata in maniera pressoché integrale nel mio libro:

Quando la gente è disperata si offre per meno, e allora non sarà più possibile chiedere quello che è giusto, e non vedo come ci si potrà difendere nel lungo periodo.

Io comunque le rispondo, le faccio presenti le mie perplessità. La sua replica – e qui arriviamo alla parte marketing – è che quelli sono i prezzi in Argentina, ma che comunque ha fatto delle ricerche in rete e ha scoperto che “il prezzo dovrebbe [sic] essere almeno 6 centesimi”, per cui per eventuali lavori futuri questo sarebbe [ancora, sic] il prezzo.

Battaglie, discorsi, professionalità, servizio al cliente… Poi abbiamo schiere di traduttori improvvisati che lavorano per quella che in piemontese si chiama na bala ‘d fum.

Boh.

Set 14

Renato Beninatto, da poco tornato dalla parte degli LSP (bem-vindo!), scrive un articolo degno di nota sull’ultimo numero di MultiLingual. L’impressione che ha, dice, è che c’è molta poca innovazione nell’industria della traduzione. (Come dargli torto? Personalmente avverto netta l’esigenza di sfide intellettuali nuove, soprattutto per via della ripetitività degli incarichi che incontro.)

Tre, secondo lui, sono i dogmi che hanno finora impedito il progresso nel nostro settore:

– le memorie di traduzione sono un asset;
– la revisione migliora la qualità;
– meno traduttori danno un risultato più omogeneo.

Concordo anche sul primo (argomento creato per vendere CAT, i quali però hanno valore solo quando la memoria esiste già e solo nella misura in cui un traduttore li sa usare) e sul terzo (con una buona automatizzazione dei processi – cosa che oggi è alla portata di qualunque budget – è preferibile usare diversi traduttori bravi piuttosto che un solo superesperto per ottenere traduzioni più veloci e, tutto considerato, meno care), ma è il secondo di questi punti quello che credo più interessante per l’industria della traduzione nel suo complesso.

È un tema di cui si occupa da un paio di anni almeno; e ricordo il suo affollatissimo seminario alla conferenza ATA del 2007. In sostanza, dice Renato, più passaggi in una traduzione aumentano, non diminuiscono, la probabilità di errore. La soluzione consiste nel trovare le risorse migliori che facciano il lavoro giusto da subito. O, per usare le sue parole,

Focusing on doing things right the first time, companies can eliminate the editing stage. Total quality is knowing what needs to be done, having the means to do it, then doing it right the first time, every time.

Da segnalare anche questa intervista in cui espande i medesimi temi.

Ago 24

Accidental_Salesperson_2012_Cover
Ho conosciuto Chris Lytle alla conferenza ALC ad Austin, e sono rimasto affascinato dalla sua maniera lucida e diretta di esporre gli argomenti. In due parole: nel campo delle vendite, la conoscenza che non porta all’azione non è vera conoscenza (“To know and not to do is not to know”, per usare le sue parole).

Il passo successivo e naturale, per me, è stato acquistare e leggere il suo The Accidental Salesperson, libro che risente un pochino della polvere degli anni ma in cui sono presenti alcuni concetti che si applicano a qualunque professionista, e dunque anche ai traduttori.

Un brano tra i tanti, veloce e significativo. Racconta Lytle di un giorno in cui stava sciando con un amico dentista, cui chiese quale fosse il maggior cruccio nel suo settore.

“Le vendite”, è stata la risposta dell’amico. “Devi convincere le persone a farsi togliere i denti del giudizio. Devi gestire le obiezioni. Persuaderli a sopportare il dolore, le spese e il tempo sacrificato al lavoro. Non ti insegnano l’arte delle vendite all’università. Ma dovrebbero farlo”.

Non sembra una scena vagamente familiare?

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Giu 15

Da noi GTT è l’acronimo per il Gruppo Torinese Trasporti; ora, nel mondo dei traduttori, lo sarà per Google Translation Toolkit.

L’ho provato, e non posso che dirne bene. È chiaro che è uno strumento perfezionabile, che sarà perfezionato col tempo (ma a breve) e con la conoscenza collettiva (ancora crowdsourcing).

Quando se ne è parlato su Langit, nei giorni scorsi, diversi traduttori non hanno esitato a sostenere che non intaccherà il loro lavoro, e che non sono preoccupati data la qualità che può offrire.

A mio modo di vedere il discorso non è se essere preoccupati o meno: il punto è che questo è un ottimo strumento per le lingue, che mutando ci accompagnerà nel tempo, cambierà le nostre abitudini e ci faciliterà la vita. E che, in ogni caso, is here to stay.

Renato Beninatto, commentando un denso post di Luigi Muzii, lo dice bene:

Ci vorrà tempo per che succedano grandi cambiamenti e ci sarà ancora posto per tutti i traduttori nel mercato. Loro sono al centro di tutto e è la loro produttività che guadagnerà con tutti questi cambiamenti.

Giu 05

“Da un momento cruciale si può uscire rinnovati, ma come?”, si chiede Luigi Muzii. Non possono esistere ricette valide per tutti, ma io agisco in base a due principi:

– ridurre al minimo – no, di più – qualunque uscita che non vada ad incidere sulla colonna delle entrate nel bilancio in maniera significativa e veloce;
– non intervenire su nulla che non porti risultati entro i prossimi 30 [sic] minuti.

Insomma, per dirla con il titolo di un libro che avevo molto apprezzato all’epoca, “It’s Not the Big that Eat the Small… It’s the Fast that Eat the Slow“.

E Batista, contadino musicista (ho dimenticato il numero di volte in cui mi ha salvato la vita, by the way), direbbe: à la guerre comme à la guerre.

E val la pena anche ricordare i tre segreti del successo secondo Chris Lytle:

You’ve got to know what you’re doing.
You’ve got to know you know what you’re doing.
You’ve got to be known for what you know.

Anche Bob Bly ha dei suggerimenti significativi. E li hanno anche Timothy Ferriss e Robert Shemin.

In ogni caso, pensare fuori dagli schemi aiuta. E poi agire: la conoscenza senza azione non è vera conoscenza.

Tutto cambia – e in fretta. E io adoro il cambiamento!

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Mag 25

In questi giorni ho aggiornato il mio profilo su LinkedIn. Faccio sempre del mio meglio per scrivere in inglese, ma gli errori – si capisce – occorrono. Avevo scritto di essere appena ritornato dalla conferenza ALC di Austin, “where he speaked [sic] on May 16”.

Non erano passate tre ore che un mio amico mi fa notare l’errore. Correggo, rosso per la vergogna; però poi penso a Jeff Howe e al concetto di crowdsourcing, e mi sento subito meglio.

Già, non sono obbligato a sapere tutto. E allora mi viene in mente un jingle di Yahoo! dei tempi della new economy: It’s a pretty good time to be alive.

Dic 20

A Luigi Muzii il mio libro non è piaciuto. Me lo aveva già scritto in maniera civile anni fa; e del resto è un’opinione che, dal suo punto di vista, comprendo benissimo. Luigi è assolutamente rigoroso, preparato e competente – o, per dirla con le sue parole, “scettico […], difficile, critico e perennemente insoddisfatto”, per cui posso capire che il libro gli sia sembrato a tratti – o anche nella sua interezza – non all’altezza delle aspettative.

Tuttavia non sono d’accordo quando dice:

Il libro di Davico non contiene alcuna descrizione della realtà e delle prospettive del mercato italiano, se non nel senso di una loro visione molto personale; inutile cercare facts & figures.

Credo sia ingeneroso e forse anche un poco ingiusto.

La mia idea di allora era: descrivo la mia esperienza e la metto al servizio di chi vuole sapere qualcosa di più di questo settore, ben conscio del fatto che si trattava di una visione parziale e imperfetta. (Vado a memoria, ma non mi pare che qualcuno prima di me abbia parlato di “industria della traduzione” in Italia; mentre il sintagma è stato ripreso in innumerevoli occasioni dopo l’uscita del libro.)

E del resto, come sa chiunque si accinga ad un’impresa del genere, reperire informazioni pratiche è un compito molto arduo, perché in questo come in altri mercati frammentati ciascuno è chiuso nel proprio orticello.

Un tentativo imperfetto è molto meglio del silenzio: questo lo pensavo allora e lo penso ancora oggi.

Il libro del 2011 sarà molto meno “educato” e più tranchant. Meno torinese e più terra e colline.

Sperando di non deludere Luigi.

Quanto al dibattito, avrei voluto e vorrei ancora oggi che fosse più profondo, preciso e vero. Onesto, leale e continuo. Chiaro, rotondo, senza giri di parole. Ma qui non posso che citare Pavese:

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

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