Feb 25

VLUU L110  / Samsung L110
Sto rileggendo, sfogliando – centellinando è il termine più preciso – le vecchie copie di Inc. È una storia d’amore che è nata nel 1998 a Philadelphia. Fu amore a prima vista: io vidi quella rivista e in un momento intuii che lì dentro c’era un mondo.

Quel mondo era fatto di adrenalina che scorreva, di storie di grandi uomini e grandi donne che facevano l’America, era la proiezione, l’idealizzazione del mio essere imprenditore. Io come volevo essere ed essere visto.

È stato bellissimo. Letture appassionanti, libri, conferenze, conversazioni, conoscenze.

Ora però il tempo è passato, io sono cambiato e in quei numeri vedo evidenziazioni che ho fatto e che adesso non mi dicono più nulla. Un po’, si parva licet, come l’ingegner Luciano De Crescenzo all’IBM alla fine degli anni Settanta.

Ripensando ora alla mia storia professionale, vedo che ho realizzato solo il 10% di quel che pensavo, e forse solo il 5% (“Vissi al cinque per cento”, direbbe Montale) di quel che avrei potuto.

Ora vorrei evitare a quelle riviste di finire nel cassonetto della carta straccia: mi piacerebbe trovare un/una giovane – un/una me con vent’anni di meno – che alzasse la mano e mi dicesse io, dai a me quelle riviste. In cambio vorrei solo la promessa solenne che verranno lette e pensate, così da coltivare dentro di me la speranza che qualcun altro possa fare meglio di quel che ho fatto io.

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Feb 18

Alla fine delle fini, cambiare non è difficile; solo, richiede metodo e applicazione, richiede costanza e capacità di sopportare le difficoltà inevitabili. Ecco perché la stragrande maggioranza delle persone non cambierà mai: si arrenderà un momento prima del cambiamento.

Alla fine delle fini, il mio 25×44 non è altro che buon senso applicato. Ho molto da dire, e soprattutto da scrivere, sul tema, ma a ben vedere penso anche che il tutto potrebbe riempire un paio di fogli A4, e sarebbe sufficiente.

(Cioè, insomma, come al solito la realtà è sfaccettata, e il medesimo concetto può avere significati differenti e anche opposti a seconda del destinatario: perché da un altro punto di vista servirebbe un La vita 2.1 di 400 pagine.)

Scrive Paula Radcliffe:

La maggior parte di noi ha la tendenza a concentrarsi su come stanno andando le cose al momento, reiterando nella mente sempre gli stessi pensieri, per tutta la vita. Così facendo perpetuiamo all’infinito le stesse situazioni, mantenendo immutata la nostra versione di “realtà”.

(Paula Radcliffe non è una filosofa di professione, anche se in effetti il suo mestiere – maratoneta – può per tanti aspetti essere assimilato a quello di filosofo.)

Questa, ad ogni modo, è la pars distruens. Ma per fortuna c’è anche quella costruens:

Però, noi non siamo prigionieri di questo schema: abbiamo a portata di mano gli strumenti che ci consentono di cambiarlo, e il più efficace di tutti è l’immaginazione.

Dunque il primo passo è immaginare il futuro possibile, desiderato; e poi lavorarci, e poi non arrendersi davanti alle difficoltà e ai fastidi che incontreremo.

Se puoi immaginarlo puoi farlo, ecco.

Feb 11

mareggiate
Ha smesso di piovere, stamattina.

Stamattina sono uscito a guardare il mare. Ho pensato a quel verso di Pavese, “uomo solo dinanzi all’inutile mare”; ma poi ho cercato di mettere a tacere i pensieri e lasciar parlare le sensazioni. (Difficile, ma si può fare. E dà soddisfazione.)

Sono le sensazioni che ti fanno capire delle cose. E sì, è vero che capire – l’ha detto Eduardo – è in fondo inutile. Ma insomma ho capito che anche i fastidi che ho, le magagne, i problemi che non riesco a risolvere compongono la meraviglia della vita stessa. Sono parte di me, sono me: e allora non li respingo, ma li accolgo.

Le sensazioni sono importanti, e soprattutto non possono sbagliare. Allora lasciarsi guidare dalle sensazioni è un buon metodo per andare un po’ più in là, per scoprire qualcosa di te stesso e – soprattutto – del mondo. Ben sapendo che la maggior parte delle cose che accadono e che vengono dette non sono importanti, e che non riuscirai comunque a cambiare la maggior parte delle cose che vorresti.

Cammino, respiro, mi siedo.

Feb 04

DC
Il post di oggi è l’ideale complemento a quello della settimana scorsa, scritto dalla traduttrice Gabriella Gentile sul tema sempre caldo delle tariffe.

Che cosa succede se il cliente offre 5 centesimi a parola?

È semplice: una risata, grassa, sonora e liberatoria. Una risata li seppellirà. Senza tante parole o fronzoli: si ride e si passa oltre.

Dice Gabriella:

Le agenzie cattive sono molte di più di quelle buone, […] le tariffe da fame (inferiori rispetto agli anni precedenti) sembrano essere diventate uno standard di mercato.

Mi sono affacciato a questa professione intorno al 1996, e udivo allora precisamente gli stessi concetti. La storia è sempre uguale a se stessa e si ripete. È ovvio – e anche logico – che un compratore offra poco, offra comunque “di meno”; ma, altrettanto, è logico che il venditore rifiuti la proposta e passi oltre.

In questi anni ho aumentato in maniera regolare i prezzi, perché questo garantisce ai miei clienti che io sarò qui anche domani a servirli. Sì, negli ultimi due anni ho fatto fatica, come chiunque, ma chi vuole i miei servizi deve essere disposto a pagarli quello che è giusto. Così, o non se ne fa nulla. Valgono infatti sempre le parole di Jack Walsh a Eddy Mascone in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddy, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Jack
E questo anche perché “Quando c’ho il mal di stomaco / ce l’ho io, mica te, o no?”, come canta Vasco Rossi (e l’INPS che mi inseguirà fino alla tomba è uno dei miei mal di stomaco).

E poi parlare di “medici, ingegneri e avvocati” è poco significativo: la concorrenza nel campo legale, tanto per dire, non è differente da quella che si trova nel nostro settore. Il discorso è uguale per tutti. Certo è verissimo, come dice Gabriella, che

a volte sono gli stessi traduttori (o presunti tali) che si svendono diventando pane per i denti delle agenzie a basso costo che promettono servizi accurati in 24 ore,

ed è su questo punto che occorre lavorare. Spezzare l’assedio, per dirla alla Luca Canali. Ma allora appare chiaro che “ho guardato il nemico negli occhi, ed ero io”. Quindi sì, ancora una volta concordo con Gabriella quando dice

l’imperativo deve rimanere sempre quello di non praticare mai tariffe basse per vincere sugli avversari perché questo oltre ad essere una falsa vittoria è un attentato alla professione,

però solo per il primo dei due motivi, la falsa vittoria. Perché l’attentato alla professione richiama alla mente la questione del rispetto. E “rispetto” è una parola che ricorre spesso, nei discorsi dei traduttori: “I clienti – le agenzie, soprattutto – non hanno rispetto per noi…” eccetera.
rispetto
Discorsi sentiti troppe volte, ma che lasciano il tempo che trovano: qui dobbiamo fare nostra la lezione di Renato Beninatto, il quale va da anni sostenendo che le traduzioni per i nostri clienti sono tanto importanti quanto la carta igienica, di cui ti rendi conto di avere bisogno di solito quando? Quando è finita, ovviamente!

(E si veda anche l’articolo citato da Luigi Muzii a commento del post di lunedì scorso, in cui Marcela Reyes dice le stesse cose. E sempre sullo stesso blog è da segnalare almeno questa intervista a Renato Beninatto. E il cerchio si chiude.)

Allora: il nostro ego può uscirne danneggiato, ma la nostra bottom line ne guadagnerà nel momento in cui ci rendiamo conto che di fatto raramente i nostri clienti includono le traduzioni quando pensano strategicamente al loro business. Però, ovviamente, tanto più saremo in grado di costruire una relazione d’affari con loro, tanto più sarà facile essere considerati non dei fornitori ma dei partner strategici, e tanto meno dovremo riconsiderare la questione del rispetto – perché sarà scontato che il nostro servizio porta benefici e quel che facciamo fa la differenza.

In questa maniera si esce – meglio, si può uscire – dalle forche caudine delle tariffe per vivere con dignità del proprio lavoro.

Gen 28

Lo spunto per questo post, della traduttrice Gabriella Gentile, è nato da un suo recente commento ad un mio vecchio articolo.

Ma il tema delle tariffe, si sa, è annoso e imperituro; e poi tocca ovviamente chiunque lavori per proprio conto. Ho chiesto allora a Gabriella di elaborare il suo pensiero sul tema. Il risultato è qui a seguire.

Enter Gabriella.

Lettera d’incarico, impegno, ricerche terminologiche, finalmente la consegna e la fattura: “siamo spiacenti ma il cliente ha limitato ulteriormente il budget e possiamo offrirle soltanto 0,05 centesimi a parola”.

La professione del traduttore, perché di professione si tratta, è oggi persa nell’ambiguità di un mercato in cui le agenzie cattive sono molte di più di quelle buone, in cui le tariffe da fame (inferiori rispetto agli anni precedenti) sembrano essere diventate uno standard di mercato.

Pensandoci su, come può essere possibile che negli anni le tariffe si abbassino invece di aumentare? È evidente che qualcosa non va. Medici, ingegneri e avvocati, hanno adeguato le tariffe al costo della vita così come sono aumentati i prezzi di beni e servizi e tutti pagano senza storcere il muso. Per le traduzioni però, sembra sempre che ci sia una certa difficoltà. A volte sono gli stessi traduttori (o presunti tali) che si svendono diventando pane per i denti delle agenzie a basso costo che promettono servizi accurati in 24 ore. L’agenzia ci guadagna e il presunto traduttore racimola, a fatica, un misero compenso che non garantisce nemmeno la sopravvivenza. A guardarli in cagnesco ci sono i traduttori professionisti, quelli che hanno alle spalle una solida esperienza tanto che possono rifiutare progetti low budget e conquistare la fiducia di clienti prospect.

Ebbene, più che una questione di budget è una questione di strategia. In sostanza, il mercato delle traduzioni di oggi non è né in crisi né in declino, è semplicemente in trasformazione, c’è l’esigenza del tutto e subito e dell’iper tecnologico che può risultare fastidioso al traduttore old school e del tutto normale al traduttore matricola. In questo nuovo equilibrio, vanno forte le agenzie che offrono servizi in tempo reale e traduttori cat tool muniti che grazie a basi terminologiche ben guarnite, riescono a rispettare tempistiche fino a qualche anno fa inimmaginabili. Il mercato, ormai liberissimo, è diventato teatro di guerra di traduttori che hanno l’astuzia di stare al passo con i tempi e che sanno rivendere la loro esperienza ai clienti giusti. Ma l’imperativo deve rimanere sempre quello di non praticare mai tariffe basse per vincere sugli avversari perché questo oltre ad essere una falsa vittoria è un attentato alla professione.

E il budget? Il budget è quella sottile linea rossa che separa il prodotto scadente dal prodotto di qualità. Succede sempre che una cosa pagata poco dura anche poco, quindi un cliente finale che risparmia su una traduzione non avrà un testo ben tradotto, mentre un’agenzia che paga poco non saprà tenersi né il cliente né il traduttore e non solo per una questione di prezzi ma anche per la cattiva gestione del lavoro. Un traduttore professionista si guarda bene dal farsi rappresentare da agenzie di questo tipo. Se il lavoro è accurato, pulito, e veloce, posso fare un prezzo da professionista senza paura di chiedere troppo, esiste ancora chi chiede e pretende qualità.

Per concludere, il mercato delle traduzioni benché libero, è ormai in una fase in cui andrebbero istituiti nuovi standard con l’appoggio e la garanzia di istituzioni e associazioni di categoria rinnovate. Chi vive di questa professione deve mantenere un livello qualitativo alto offrendo servizi riservati a clienti che possono permettersi di pagarli. Le agenzie e i clienti giusti che pagano il giusto esistono, ma è necessario che diventino la regola e non l’eccezione.

Gen 21

biblioteca
Che cos’è un libro, oggi?

Quali sensazioni provavano i lettori allorché si introdussero sul mercato i primi incunaboli? Che cos’era la lettura per loro, a fine Quattrocento?

Che cos’è la lettura per noi, oggi?

Che cosa sarà dei miei libri adorati che ho sul Kindle anche solo tra dieci anni? Se nel 2020 vorrò andare a ripescare una citazione di un libro che ho letto ora in versione digitale sarò in grado?

Perché oggi, nel 2013, se voglio comprare un libro che mi interessa veramente, un livre de chevet, propendo piuttosto per la versione su carta nonostante il costo superiore?

Impressionerò ancora qualcuno che verrà in casa mia coi miei libri, un domani, mostrandogli tutte le opere che ho sul Kindle (od omologo che ci sarà allora)?

Perché la lettura, che è un’attività che assolutamente adoro – assolutamente, senza riserva alcuna – mi procura delle ansie? Be’, il perché lo so, è per via di questa commistione tra analogico e digitale; ma non sono – non sono ancora, perlomeno – in grado di approfondire gli aspetti negativi di questa sensazione, non riesco a capire dove mi porterà.

A questo si aggiunge l’inevitabile appiattimento dei contenuti: accorciare la filiera editoriale vuol dire anche che chiunque oggi può diventare con facilità editore di se stesso; e allora i lettori finiscono per comprare dei libri di cui non hanno bisogno e del cui acquisto si pentono appena iniziano la lettura. (Been there, done that.)

La lettura è liquida, insomma; e questo non è di per sé un fatto negativo. Forse devo imparare a distinguere tra l’oggetto libro e la conoscenza e il piacere estratti dai libri. Non lo so, non capisco bene. Vorrei capire ma non riesco a sistematizzare la questione.

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Gen 14

Flow
Oggi non parlo io, parla un libro fondamentale per capire meglio il concetto di flusso (flow), ovvero la condizione in cui ci troviamo quando siamo in situazioni nelle quali ricaviamo talmente tanto piacere da quel che stiamo facendo che ci dimentichiamo quasi di noi stessi, che il mondo esterno non ha più alcuna importanza, che non siamo più nemmeno consapevoli dello scorrere del tempo.

Flow. The Psychology of Optimal Experience di Mihaly Csikszentmihalyi (d’accordo, il cognome potrebbe porre qualche problema) è un’opera straordinaria, un luogo dove filosofia, psicologia e vita quotidiana si incontrano. La parola al libro. (Io ho semplicemente tradotto i passaggi.)

Sulla differenza tra piacere e gioia
Le esperienze che danno piacere possono anche dare gioia, ma le due sensazioni sono molto diverse. Per esempio, tutti provano piacere a mangiare. Godere del cibo, tuttavia, è più difficile. […] Una persona può provare piacere senza sforzo alcuno, se i giusti centri nel suo cervello sono stimolati elettricamente, o come conseguenza della stimolazione chimica dei farmaci. Ma è impossibile godere di una partita di tennis, di un libro o di una conversazione a meno che l’attenzione sia pienamente concentrata sull’attività (p. 46).

Sulla felicità
Le persone che imparano a controllare l’esperienza interna saranno in grado di determinare la qualità della loro vita: il che rappresenta la minor distanza possibile che ciascuno di noi può avere rispetto alla felicità (p. 2).

Sulla vita armoniosa
Invece di preoccuparsi di come guadagnare un milione di dollari o del modo di avere nuovi amici e influenzare le persone, sembra più giovevole scoprire come la vita quotidiana possa essere resa più armoniosa e più soddisfacente, e ottenere così in maniera diretta ciò che non può essere raggiunto attraverso il perseguimento di obiettivi simbolici (p. 45).

Sul valore di una comunità
Una comunità non dovrebbe essere giudicata in maniera positiva perché è tecnologicamente avanzata, o perché gode di ricchezze materiali; ma va giudicata positivamente se offre alle persone la possibilità di godere di quanti più aspetti possibile della loro vita, al contempo permettendo loro di sviluppare il proprio potenziale nella ricerca di sfide sempre più grandi (p. 191).

Una virtù essenziale
Di tutte le virtù che possiamo imparare, nessuna è più utile, più essenziale per la sopravvivenza e più promettente per migliorare la qualità della vita che la capacità di trasformare le avversità in una sfida avvincente (p. 200).

L’intero capitolo Cheating Chaos (pp. 192-213) è illuminante sul tema. Ecco le tre caratteristiche che secondo l’autore accomunano le persone che riescono comunque a uscire bene da situazioni drammatiche, imparando cose nuove e minimizzando le negatività:

– naturale sicurezza di sé (unselfconscious self-assurance, pp. 203-204), ovvero la ferrea convinzione che il nostro destino è nelle nostre proprie mani;

– attenzione rivolta al mondo (focusing attention on the world, pp. 204-207) e non a se stessi: in un momento di pericolo o difficoltà è naturale guardare all’interno di noi stessi, ma è solo prestando attenzione all’esterno che si possono risolvere in maniera brillante situazioni difficili;

– scoperta di soluzioni nuove (the discovery of new solutions, pp. 207-208), ovvero la capacità di andare oltre la normalità e i percorsi scontati per arrivare a conclusioni efficaci di livello superiore.

Gen 07

VLUU L110  / Samsung L110
Ecco, ieri ero nel mio rifugio tra i monti e mi sono abbandonato alle sensazioni, ho lasciato che permeassero il mio corpo e il mio spirito.

Prima di tutto, mi è stato chiaro lo scorrere del tempo. Avevo dentro di me le voci e i colori di quand’ero bambino, le voci di chi non c’è più, il suono di una radio, d’estate; e davanti a me gli stessi colori della montagna di tanti lustri fa. Mi sono sentito fortunato e un po’ malinconico, mi era chiaro che lì come dovunque sono semplicemente un ospite temporaneo, e come ospite devo essere gentile ed educato con tutti.

A tratti soffiava un vento caldo, e mi riempiva la faccia e i polmoni.

Ho guardato quella casa, “casa mia”, ho guardato quelle montagne innevate e quei prati slavati: tutte le preoccupazioni, come d’incanto, svanivano. Ho pensato che quel luogo sarà per sempre il mio rifugio, il luogo dove i mali del mondo non potranno raggiungermi. (Be’, starò male anche lì, è chiaro, ma quel luogo sarà sempre un lenimento per l’anima.)

Ho pensato, riprendendo parole che mi sono tanto care, quelle di Stefano Tomassini riguardo alla Corsica, che le mie figlie le ho fregate comunque: perché loro non potranno mai fare finta che quel luogo non esista. Potranno odiarlo oppure amarlo ma non ignorarlo, no.

Mi sentivo in pace con me, il che ultimamente mi capita solo in due luoghi molto specifici (lassù e in campo pratica). Ecco, allora ho pensato che questa pace – che da dentro di me si rifletteva in tutto lo spazio circostante, quasi un leopardiano infinito – non ha prezzo, e che la fortuna di poterla ritrovare a poco più di un’ora di macchina è la mia gran risorsa, l’uscio che ho conservato per uscire quando niente nel mio mondo quadra.

Lassù, insomma, i giorni dispari divengono giorni pari; e il cerchio si chiude.

Dic 31

VLUU L110  / Samsung L110
Come per il 2011, anche quest’anno ho pubblicato qui 52 articoli, uno per ciascun lunedì dell’anno. Ieri li ho scorsi tutti, perché penso che sia importante ogni tanto voltarsi indietro a vedere da dove arriviamo. I temi sono stati quelli annunciati, ovvero lavoro e filosofia spicciola: quel che cerco di fare in questo luogo è legare appunto il lavoro – la gestione dei progetti di traduzione nel mio caso, ma il discorso è ampliabile a qualunque occupazione – con il poco tempo che abbiamo. (E molto presto non avremo un anno in più, ma uno in meno, come direbbe don Bosco.)

A gennaio ho – abbiamo – dovuto fare i conti con la scomparsa di David Henderson, che non era solo un traduttore brillante ma anche uomo molto intelligente e persona di gran cuore. Qui e qui i miei ricordi, qui un bell’articolo di Cristina Caimotto, qui un ricordo del caro Giulio Pianese a.k.a. Zu (il che mi fa riandare con la mente alla sera in cui lo conobbi e al suo ingresso del tutto teatrale; e mi fa pensare che, caro Zu, devo mettere in agenda un articolo dedicato a te e, soprattutto, una birra da bere tu e io, a raccontarci fallimenti, emozioni e successi dei nostri primi 45 anni circa).

Ho parlato tanto di marketing: la mia passione per questo aspetto della professione è stata amplificata dai due seminari tenuti, ad aprile a Milano e a dicembre a Pisa (be’, anche questa è una maniera di lasciare un legato al mondo, un segno minimo del passaggio).

In estate ho parlato soprattutto della mia primogenita e delle sue esplorazioni (e per lei ho scritto il pezzo che considero più bello di tutto l’anno) e della Piatta. (Summer time calls for light thoughts, si sa.)

Per il 2013 le cose non cambieranno: cercherò di analizzare le mie emozioni legate sia alla professione, ovvero come possiamo spendere al meglio i talenti (avendo bene in mente che arrivare in cima serve solo a rendersi conto del fatto che non esiste nessuna cima), sia – e vorrei dire soprattutto – al tempo che scorre e che scivola via come rena dalle dita, come dice Carlo Betocchi:

Per cui
un vecchio come me s’alza dalla sua
sedia senza vacillare e si guarda
d’intorno. E s’accorge, senza averne
spavento, che il tempo scivola come
rena, e che il nuovo è tutto da venire
ancora tutto da venire: e sente
dire in sé sommessamente, dalla vita:
siamo parte dell’humus che prepara
il futuro, noi che ce ne andiamo.

Insomma è passato un altro anno e io non ho capito nulla, ma racconto comunque ciò che vedo e sento e tocco.

Dic 24


Be’, in una parola è stato bellissimo.

L’aria era tersa e limpida, venerdì alle 12,21 quando, la mano di mia figlia piccola da una parte, quella di una signora sconosciuta dall’altra, abbiamo formato una catena umana a dimostrare solidarietà con la natura. Tre semplicissimi, lunghissimi minuti.

È stato un evento imperfetto e bellissimo, sono felice di poter dire “io c ‘ero”. Nel blog del sito ci sono alcuni resoconti, qui tantissime foto. Nel tratto che avevo scelto – corso Francia, tra corso Racconigi e piazza Rivoli – eravamo in pochi ma questo non è stato importante. Importante è stato esserci.

I coordinatori sono stati gentili e quasi sopraffatti da quello che stava per capitare. Tra i passanti, c’è stato chi si è fermato e si è unito alla catena. L’atmosfera era magica.

Insomma, bello.

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