Ott 08

Bell’articolo, questo, perché collega il lato destro del cervello a quello sinistro, cosa che troppo spesso manca alle analisi (anche mie, alas!).

Da leggere con attenzione, e soprattutto da applicare. Perché i clienti scelgono noi? Perché noi scegliamo un servizio piuttosto che un altro? Spesso non lo sappiamo dire esattamente. O meglio, non c’è un preciso motivo razionale:

Because their decisions are largely subconscious, intuitive, purely from the gut. Sometimes emotional. Maybe even irrational in some way. Instantaneous.

Claudio Maffei dice che l’unico motivo per cui compriamo una macchina – l’unico – è perché ci fa sentire fighi quando siamo sopra (parole sue). Ma lo dice anche Walt Kania:

Clients decide at gut level first. They only use the goodies in your CV to justify their choice afterward. Emotion first, facts later.

Interessante anche il paragone con il corteggiamento, perché la vendita è seduzione.

Quindi: dimentichiamo tutti i nostri titoli di studio, la lista dei clienti eccetera. La presunzione. (Se sei un professionista si vede subito, non c’è bisogno di molte parole.) Dimentichiamo tutto il resto e uniamo il lato destro del cervello con quello sinistro:

From what I’ve seen, your enviable credentials and hard-won qualifications may get you a phone call. But they don’t necessarily get you the job, or a long-term relationship.

Infine: regalare le proprie idee (what goes around comes around). È un investimento, paga.

Ott 01


Prendo spunto da questa intervista fatta a Luigi Muzii per esprimere qualche pensiero sull’industria della traduzione.

L’intervistatore, Paul Sulzberger, cita questo post di Don DePalma per sostenere che, anche se la domanda di traduzioni è in aumento,

prices appear to be dropping or at least are stagnant.

Desidero stabilire un primo punto generale qui. Abbassare il prezzo di un servizio che si offre stabilmente in un qualunque mercato è un suicidio professionale. Piuttosto, allora, meglio perdere il cliente o i clienti – decisamente meglio. Questa regola vale per chiunque in qualunque mercato. Insomma abbassare il proprio prezzo unitario è sintomo di una malattia che non può che peggiorare.

Seconda considerazione, questa specifica: chi dice che i prezzi siano in discesa? È, leopardianamente, una fòla. I prezzi dei servizi professionali – qualunque servizio professionale – non sono mai in discesa, per il semplice fatto che i servizi professionali servono al mercato. Il cliente ha bisogno del mio servizio, nient’altro.

Dice Luigi:

The most damaging problem is that the main parameter in selling/buying translation is price–and usually price alone. Rather than looking to understand and meet their customers’ real needs, language service providers find themselves trapped in a downward spiral of destructive price competition.

Dunque. Anche questo appare essere un argomento nazional-popolare, ma con quanto appiglio alla realtà? Parto dalla mia esperienza, che mi dice l’esatto opposto: Tesi & testi è, per molti tra i principali clienti di (diciamo l’80% in termini di fatturato), nella pratica dei fatti, un business partner e non un fornitore. La differenza è abissale.

E quindi mi fa sorridere quest’idea del prezzo ad ogni costo, del pensare al costo come unica variabile nell’acquisto. Non tutti i progetti che seguo sono lineari e redditizi, ovvio, ma se questa non fosse la norma sarei fuori dal mercato da anni. Il prezzo è importante, ovvio, ma è solamente uno dei fattori che influenzano l’acquisto (un’estesa analisi di Don DePalma del 2006, What buyers and suppliers of language services want, lo poneva al quarto posto nella mente dei compratori). E queste considerazioni valgono per qualunque mercato: perché l’industria della traduzione non è differente dall’industria dei bulloni, che a sua volta non differisce dall’industria del pane e così via. Tantissimi operatori di qualunque settore diranno, con Renato Beninatto, che “in Italia è diverso”: l’obiezione tipica che Renato si sente muovere quando dice che tutti i mercati sono uguali. Ovvero: “Eh, ma tu non capisci, questo vale in America, ma in Italia è diverso!” Nel mercato delle viti è diverso. Nel mercato del pane confezionato è diverso.

Il mercato delle traduzioni è esattamente uguale a tutti i mercati del mondo: ci sono compratori e venditori, ci sono clienti non paganti e clienti cui bisognerebbe fare un monumento, ci sono professionisti in gamba e mezze calzette, ci sono clienti furbi e traduttori sbruffoni eccetera.

Che cosa significa questo, per un traduttore? Principalmente, che un fornitore tende a pensare soprattutto in termini di prezzo, mentre spesso il cliente pensa in termini di servizio. Ribadisco, è una differenza abissale. Quindi la soluzione è pensare (e, soprattutto, agire) in termini di servizio per divenire dei business partner dei propri clienti – e non dei semplici fornitori intercambiabili non appena un collega si offrirà per meno. Come? Per esempio specializzandosi, per esempio offrendo servizi aggiuntivi. Presentando soluzioni e non vendendo un servizio precotto.

Una soluzione proposta da Luigi su cui non si può non concordare:

The winners will be those translators who can leverage their specialist linguistic skills by increasing their productivity with advances in technology.

Però aggiunge:

The future is in disintermediation and collaboration.

Collaborazione sì, assolutamente – è la tecnologia che ci porta dritti dritti lì. Ma disintermediazione no, no: è da quando sono entrato in questo mercato che sento dire e scrivere che il middle man verrà tagliato fuori dal processo produttivo. Ma come mai, allora, il mio lavoro di gestione progetti continua ad aumentare? Disintermediation è una parola magica che non avrà mai in questo settore applicazione reale: le regole cambiano, ma servirà sempre qualcuno che organizza i progetti – proprio come servono e serviranno dei business partner per le aziende.

Set 24


Io un po’ l’ho presa dagli americani, questa mania di numeri e statistiche. O meglio, la loro ossessione per le classifiche ben si sposa col mio amore per i numeri. Ora Inc. pubblica come tutti gli anni Inc. 5000, l’elenco delle aziende americane a crescita più rapida, e io un po’ mi sento a casa.

Anche perché quest’anno sono venti le aziende del nostro settore a far parte della lista, come ci fa sapere Common Sense Advisory. Ed è una sorta di ritorno a casa perché per me un elenco del genere è prima di tutto un’enumerazione di amici conosciuti negli anni a varie conferenze negli Stati Uniti e altrove. Dunque un ritorno al passato, in un certo senso, o una sorta di conferenza virtuale.

Tre anni fa notavo la medesima cosa. Insomma è un fenomeno che si ripete.

Mi fa piacere vedere che persone con cui ho conversato, pranzato, passato del tempo sono alla guida di aziende sane, che crescono, che creano lavoro. Insomma il nostro è un settore in movimento; mi sembrano segnali positivi. (Quasi quindici anni fa, ai tempi del mio primo incontro con la Inc. 500 – allora non c’era la classifica “allargata” – c’era solo TransPerfect a rappresentare la categoria, mentre ora c’è una popolazione variegata.)

E cinque tra queste venti aziende hanno un fatturato che sta sotto i tre milioni di dollari, che non sono certamente tanti. Per chi ama l’imprenditoria è un invito a crescere, a spargere i propri talenti per il mondo.

Set 17

f
Non è che ho l’impressione che non ci capiamo, è che proprio non parliamo la medesima lingua e non c’è speranza di comunicare.

Leggo questo articolo, che è fuorviante già dal titolo e dalla foto (oltre che per i ragionamenti che vi si fanno) e capisco alcune cose.

Prima di tutto, capisco che il sistema socio-economico di cui facciamo parte esige che i lettori (in questo caso, ma le persone in generale) siano innanzitutto consumatori. Devi consumare o sei out. (Sentita ieri sera, Elisa scusami se cito le tue parole: i genitori di un ragazzo di diciott’anni si sono sentiti chiedere dall’assistente sociale se il figlio aveva dei problemi, essendo l’unico in classe a non avere un telefonino.)

Poi capisco che per troppe persone la felicità è commisurata in maniera più o meno diretta al denaro, mentre sia varie ricerche (alcune anche citate nell’articolo) che, soprattutto, un po’ di buon senso dicono che la felicità è da cercare dentro di sé, e non certamente nel possesso dell’ultimo telefonino, TV al plasma eccetera.

Misuriamo il denaro perché è più semplice da quantificare rispetto alla felicità: ma quanto a importanza come stiamo? Non sarebbe il caso piuttosto di far luce sulla chiave là dove la chiave si trova?

Quindi il punto è chiaro, ma nello stesso tempo è un paradosso: la felicità è commisurabile alla felicità, ma far luce sulla questione è complicato, richiede che ci si metta in gioco: e allora si ricorre al denaro. Pecunia non olet, è un termine di paragone immediato e comprensibile a chiunque. Peccato che non significhi nulla; eppure periodicamente arriva qualcuno a spiegarci che con tot euro saremo felici.

Tutto questo non vuol dire, naturalmente, che il denaro non sia funzionale alla nostra felicità; ma solo nella misura in cui migliora il nostro stato interno, il nostro benessere percepito. Quindi il punto non è preoccuparsi di come fare a guadagnare tot soldi, ma cercare di scoprire come rendere più armoniosa e soddisfacente la nostra vita quotidiana, l’adessoqui, e ottenere così in maniera diretta ciò che non può essere raggiunto attraverso il perseguimento di obiettivi simbolici.

Set 10


Oggi è il giorno. Adesso è l’ora.

Daniel Tarozzi, direttore de “il Cambiamento”, parte per un viaggio di cinque mesi con l’obiettivo di incontrare quelli che lui chiama “gli agenti del cambiamento”, ovvero coloro che hanno deciso che le condizioni di vita cui sono costretti non vanno bene. E quindi cambiano.

O meglio, hanno già cambiato. Sovviene Montale:

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.

“Cambiamento”, che bella parola… Il cambiamento che può partire solo da dentro di noi, tutto il resto sono sciocchezze. Aria fritta.

Conobbi Daniel alla stazione di Grosseto, un giorno in cui in agenda c’era la creazione dell’ufficio di scollocamento. E ora lui è in viaggio. (L’intero percorso può essere seguito qui.) Abbiamo già un appuntamento, che non poteva che essere nel mio angolo di paradiso sui monti.

Bene, non vedo l’ora di scambiare qualche parola con te, Daniel. Che io sia un agente del cambiamento è da dimostrare, ma insomma noi ti aspettiamo a braccia aperte.

Taggato:
Set 03


Ho fatto quel che ho voluto, e questo è ciò che conta davvero. Ho scritto questo libro per me soprattutto, perché dopo il secondo non volevo più che passassero tanti anni tra l’uno e l’altro, perché mi picco di essere scrittore (che lo sia davvero o meno non è importante, credo di esserlo e questo è sufficiente) e uno scrittore scrive, perché sentivo di avere cose da dire, informazioni da passare, volevo lasciare il segno.

Il libro ha venduto poco, ma non importa: ogni tanto mi arrivano messaggi di complimenti e allora mi rendo conto che è per momenti come quelli che scrivo. Ovviamente credo che meriterebbe molto di più ma questo lo pensa qualunque autore; i messaggi di chi l’ha letto e – soprattutto – messo in pratica mi bastano.

Io non sono tanto bravo a vendermi ma anche questo non importa: lì ci sono ricette pratiche, ricette che funzionano e per me è sufficiente. La mia vita è già 2.0 da anni ormai, alla fine è questo che conta. Il libro in sé piano piano si allontana da me, com’è naturale che sia.

Vendere, alla fine, non mi interessa nemmeno così tanto: vedo il libro come un messaggio in bottiglia, arriva ai felici pochi e per me è sufficiente, va bene così.

Taggato:
Ago 27


Per la prima volta, quest’anno trascorrerò il mio genetliaco – ennesimo et imminente – nella mia patria seconda, la Corsica: tecnicamente è dunque un anniversariu.

Anche se io mi sento sempre un ragazzo, quarantacinque anni sono tanti. Ma i bilanci non mi interessano, perché quel che ho fatto non è importante: conta invece quel che sta davanti a me, conta soprattutto il momento presente.

E il momento presente è la maestosa e silente e sconfinata bellezza di questi luoghi. Non potrò mai più fare finta che la Balagna (“Balagna” e non “Balagne”, perché when in Rome do as Romans do – e la lingua non ufficiale ma del luogo qui non è certamente il francese ma il corso) sia un semplice tratto di cartina geografica, ormai mi è nel cervello e nel cuore come la Corsica tutta – la mia patria seconda appunto.

Attraverso queste terre, percorro tratti lunghissimi di una terra assolutamente disabitata, arida, magnifica, e ogni tanto incontro minuscoli paesini, quali rari nantes in gurgite vasto. La sensazione è quasi di non sapere dove ti trovi, ma certamente presente a te medesimo, certamente vivo e attento dinnanzi a tanto incanto.

Insomma arrivare ai quarantacinque qui, in un luogo così pieno di bellezza e natura e tradizioni e lotte, è un onore e una felicità, una felicità piena del momento presente. Tutto il resto non ha alcuna importanza.

Ago 20

Ho conosciuto Emanuela tanti anni fa, per poco e per caso. Era all’epoca una studentessa universitaria (brava), era chiaro che avrebbe fatto carriera.

Poi gli anni sono passati, la carriera (la prima parte, almeno) l’ha fatta. E, di nuovo casualmente, la ritrovo nel suo blog, aperto per parlare di un malessere e di una speranza:

Tra pochi giorni partirò per il Senegal.

Lascio un’avviata (dodici anni di esperienza) carriera nel mondo della pubblicità. […] Un contratto a tempo indeterminato, di quelli che non si vedono più, di quelli che molti miei coetanei non hanno mai visto, un ruolo chiaro, riconosciuto, un posto di lavoro sicuro. Sicuro.

Ma.

Tra i miei ma ci sono un blackberry troppo invadente, praticamente l’unico vero compagno della mia vita, e l’ansia.

L’ansia del vedermi a 34 anni con la strada segnata, dritta, lineare, scritta.

Per troppi mesi ho sentito un ticchettio. Tic tac. Non quello in cui spererebbe mia madre. Quello di un altro orologio, quello che continua a fare solo tic tac. Tic tac. Tic tac.

E quindi eccomi qui.

Allora. Chi cambia la sua vita è mio amico a prescindere, perché ha coraggio, perché non si accontenta, perché vuole sperimentare, perché ha un tormento. Perché.

Allora le ho fatto due domande semplici semplici, sul prima e sul dopo (di quelle che se le facessero a me ci metterei sei mesi a trovare una risposta), e ho avuto due risposte interessanti. Il resto del suo viaggio è sul suo blog, che vale assolutamente la pena di leggere.

Le ho chiesto che cosa abbia in animo di fare una volta tornata.

Prevedo di lavorare come freelance nel settore pubblicitario: accounting, project management, organizzazione eventi (tutte cose che già facevo), a cui vorrei affiancare un’attività nell’ambito dell’organizzazione di viaggi.

Mio commento: prendere in mano la propria vita richiede per forza che si lavori per proprio conto. Per quanto un datore di lavoro sia illuminato e generoso, non ci sono soldi al mondo che paghino compleanni dei figli mancati, mancate partite di coppa (o qualunque altra cosa rientri tra le nostre proprie priorità nella vita) eccetera. (Davvero vorresti arrivare in punto di morte e lamentarti per non aver passato abbastanza tempo in ufficio?)

Le ho chiesto poi di descrivermi le sue sensazioni nei momenti in cui ha preso la decisione di partire (questo perché è questo il punto interessante, il punto focale: che cosa ti spinge a cambiare – nessun dubbio che una persona in gamba trovi poi la strada e la maniera per una vita a misura sua, anche dal punto di vista economico).

Faccio un passo indietro. La decisione più difficile da prendere è stata lasciare. O meglio trovare il coraggio di lasciare. La stabilità, un posto di lavoro a tempo indeterminato, una carriera, la strada segnata insomma, per l’incerto. È stato un processo che mi è costato un paio di mesi tormentati.

Complice di questa decisione è stato il viaggio che avevo già fatto in Senegal a gennaio. Quel viaggio, di stacco netto da tante cose, mi ha permesso di vedere chiaramente il tutto, e di rimettere in fila le priorità che volevo dare alla mia vita. Insomma quel viaggio mi ha aiutato a ritrovarmi e a riprendere in mano delle cose che avevo perso di vista, o forse solo sepolto sotto mille altre.

Quindi una volta trovato il coraggio di lasciare, la scelta di ripartire è stata automatica. Ritornare nei posti in cui un processo aveva avuto una svolta, rifare un viaggio con spirito e animo diverso, con ruolo diverso e molto più lungo è stato quasi una necessità. Un ritorno prima della vera ripartenza su una nuova strada.

E aggiungo che adesso che sono quasi a fine viaggio posso dire che queste settimane mi sono servite per riassestarmi dopo un semestre di svolta, per riprendermi i miei tempi e dare alla mia testa il tempo e la tranquillità per girare senza sosta e pensare, liberamente. È un lusso, che avevo perso di vista. tra blackberry e doveri.

Essere lontani da tutto, per quanto difficile in certi momenti, aiuta a riprendere consapevolezza di se stessi e di ciò che si vuole davvero. In questi anni ho fatto molto e non rinnego nulla, anzi. Semplicemente mi stavo perdendo e se fossi andata avanti su quella strada mi sarei imprigionata definitivamente in una costruzione che non era ciò che ero davvero.

Un futuro brillante ti aspetta, Emanuela. Ma anche il presente non è male.

Ago 13

Questo è un libro bellissimo, che merita pienamente il successo che sta avendo.

Conoscevo Gramellini solo molto tangenzialmente e distrattamente, ma il consiglio di un’amica mi ha spinto verso questo romanzo – questa storia, come la definisce l’autore – e l’ho trovato meraviglioso.

È un libro che parla dell’importanza del perdono, del lasciare andare le colpe come mezzo verso il crescere, verso il diventare tutto quello che possiamo diventare. Il tutto con una scrittura ariosa e leggera.

Una citazione:

Se alzi il velo sui tuoi tormenti più intimi, ti esponi alle critiche di chi trova insopportabile la sincerità perché ne teme il contagio.

E poi ce ne sarebbero tante altre, ma il libro mi ha rapito e ho preferito arrivare al fondo della storia anziché soffermarmi sui dettagli. Ora lo rileggerò con calma, cercherò di digerirlo. Ci vorrà tempo. Ma il succo, in due parole, è chiaro già da ora: perdona e passa oltre. A Gramellini sono occorsi quarant’anni ma ci è arrivato, questo è importante. Lo dice anche Antonio Albanese in Un uomo d’acqua dolce:

C’era una crepa sul muro vicino alla mia lavagna. Io stringevo l’occhio e guardavo il fiore del grano. Notte e giorno, giorno e notte col naso incollato al muro. Poi ho deciso di entrarci, dalla crepa, perché bisogna capire nella vita! Perché bisogna capire nella vita, Tonina! Bisogna capire nella vita.

Capire e perdonare. Gramellini qui mescola ironia e delicatezza, intelligenza e sensibilità. Il risultato è ottimo.

Mi permetterò anche un appunto: bambin e Madamin non vogliono l’accento! Posso capirne la logica, ma la grafia della lingua piemontese ha, com’è giusto che sia, regole precise e non sopporta d’essere bistrattata (peraltro sono gli unici refusi, e di categoria molto particolare invero, che ho trovato nel libro).

Ma è un peccato veniale, e lo si perdona (appunto!) volentieri. Questa è un’opera magistrale, una gran prova di scrittura e di pensiero. Chapeau, monsù Gramellini.

Taggato:
Ago 06


Avevo una serie di pensieri che non riuscivo a sistemare. Non preoccupazioni grandi, ma fastidi – tanti e diversi. Li pensavo, uno per uno, ma non riuscivo a dare un senso, un ordine. In questi casi il mio mondo non funziona, so che devo fare qualcosa per equilibrarlo.

Per fortuna ero diretto verso il mio rifugio tra i monti. È importante mantenersi sempre una via di fuga. La mia è una casa senza pretese in mezzo al bosco, ma non è questo il punto: è una metafora, conta che sia un luogo dell’anima, un rifugio per quei momenti dispari della vita.

Ho pensato alle parole del Piccolo principe:

È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante,

e in quelle parole, pensate in quel luogo, ho trovato una sistemazione a quei fastidi. Avere una rosa è importante, può fare la differenza tra un giorno dispari e uno pari.

preload preload preload