Lug 30


A Piatta Soprana, frazione del comune di Montemale di Cuneo che fino agli anni Cinquanta gli abitanti li contava nelle centinaia, abitano oggi due persone, due vecchini che ti fanno tenerezza solo a guardarli, due custodi imperterriti del tempo che passa.

Piatta Soprana è oggi di fatto una borgata deserta; ma contiene in sé i segni del cambiamento.

Il sentiero che da qui parte per arrivare a Pradleves, il provenzale prato delle acque (tre ore di cammino a leggere i cartelli, ma di fatto poco più di due ore di buon passo), è stato recentissimamente sistemato.

Qui non c’è (non ora, almeno, se escludiamo il primo lunedì di agosto in cui la tradizionale festa della borgata impedisce l’accesso se non a chi arriva mooolto per tempo) vita sociale ma è tutto pronto per un rinascimento prossimo venturo: ci sono le case, in gran parte integre (e, cosa non da poco, economiche all’acquisto), ci sono tutte le utenze, c’è la strada (prontamente sgombrata d’inverno dalla neve).

La rivoluzione informatica prima e la crisi globale poi hanno reso le città obsolete. (Lavoro di fatto per pagare le inefficienze di un sistema – e no, non lo trovo giusto; sento che devo fare qualcosa.) Ora luoghi come questo sono pronti ad accogliere abitanti nuovi, nuove iniziative, il nostro futuro.

Il futuro passa anche da qui. Quei vecchini lo sanno, stanno aspettando.

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Lug 23


Ieri sera mi sono seduto di fronte a queste montagne che han fatto il mio corpo, imbruniva e io guardavo piovere.

Quel che succede all’esterno, quel che succede laggiù, in città, non ha molta importanza. Non è molto più di un rumore di fondo quel che arriva quassù.

Quel che succede dentro di me sì.

La mia realtà è fatta di cose minime, probabilmente insignificanti ad un occhio esterno. Tutto questo non vuol dire molto. Più passa il tempo e più mi accorgo di come la realtà e la mia realtà sono due entità assolutamente distinte. A volte si toccano, più spesso no – e va bene così.

Il tempo non è più un problema, il tempo è liberato e quindi libero. Le cose che contano sono ormai poche: ad esempio pensare, esplorare, guardare piovere.

Lug 16


Di te non scriverò,
io sono tutta scritta di te.
Non c’è al di là del mio margine ombroso
pagina chiara che ti possa accogliere.
(Elena Clementelli)

L’anno scorso ero io ad andare oltre; adesso è lei, la mia primogenita.

Mi trovo proiettato in lei, in lei che approda in territori sconosciuti (sia della mente che nello spazio) e se la cava. E io la vedo imparare divertendosi. Ha un’opportunità fantastica e la sta cogliendo.

Roberta è consapevole del fatto che, andando oltre i propri limiti (e prendere un aereo da sola, attraversare l’Atlantico e giungere in un luogo sconosciuto dove parlano una lingua che capisci poco è, sotto tutti i punti di vista, andare oltre i proprio limiti – lo era per me, e avevo trentacinque anni, figuriamoci per i suoi dodici), qualcosa può andare storto. Ma ciò che conta veramente, il sugo di tutta la storia, è imparare divertendosi, è crescere. Andare un po’ più in là.

Il sugo di tutta la storia è andare oltre.

Roberta sa che andare oltre vuol dire inevitabilmente fare errori, ma lo accetta come parte del processo di apprendimento.

Sbagliare riflettendoci è una santa attività.

E io di conseguenza imparo. E sono felice.

Lug 09


Questo post avrebbe dovuto essere una lettera d’amore alla mia primogenita, che oggi avrebbe dovuto lasciare il nido per andare a conoscere un po’ di mondo al di là dell’oceano.

(Leopardi:

Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.)

Lasciatala, avrei pensato a Giorgio Caproni:

Addio e addio e a Dio.
Soltanto chi non partiva (io)
partiva in quel rimescolio.

Poi è successo che il viaggio è stato rimandato di due giorni. Due giorni non sono nulla, in confronto al tempo e a tutto il bello che sono ancora da venire, ma sono un’eternità nella mente di una dodicenne già proiettata alla meta, con iPod, magliette, e un mondo nuovo tutto da scoprire.

All’accettazione, questa mattina molto presto, c’eravamo noi, un’assistente di volo inflessibile (com’è giusto che sia) e la delusione della piccola.

Ma le cose non accadono per caso e – a saperlo vedere – c’è del buono dappertutto. Allora in questa giornata lunghissima fatta di attese, di ansia e di stress (e il lavoro che continua, le tasse da pagare e tutto il resto) sono stato molto calmo. Tra quel che ho potuto imparare:

– incontri persone splendide lungo la via, come quella operatrice al bancone della questura che con infinita pazienza e un sorriso ha risolto il nostro problema;

– la stragrande maggioranza delle persone è in buona fede e fa sempre del suo meglio: non solo è inutile accanirsi, ma può diventare dannoso;

– ad andare oltre i propri limiti si è passibili di errore, ma – per fare uno yogiberrismo – sbagliare sperimentando è mooolto meglio che non sbagliare non facendo nulla;

– percorrere the extra mile paga, perché come dice Paul McCartney,

And in the end
The love you take
Is equal to the love you make.

E tu sorridi, ragazzina bella, il mondo è un luogo magico che ti aspetta.

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Lug 02

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 16 giugno 2011]

Ho fatto due conti. Non di soldi, ma di tempo, di anni, l’unica risorsa critica.

Ho pensato che la mia vita mi piace così. Anche con tutte le magagne che contiene. Anche con le sconfitte, le liti eccetera. Mi va bene così. Ci sto bene.

E poi voglio guardare avanti. Io non torno indietro. Ci ho messo tutti questi anni per arrivare – per caso – ad un risultato che mi soddisfa. Ora posso solo andare avanti posso solo migliorare.

E mi rendo anche conto che la felicità degli altri può dare fastidio. “Ma come? Io lavoro come un matto e quello pratica il 25×44 ed è pure felice?” Di domani ignoro, ma in questi tre anni sono stato sempre molto felice (di una felicità che Rita Levi-Montalcini definirebbe probabilmente da bambini, ma tant’è), ho mantenuto la mia famiglia, ho coltivato dei sogni per me grandi. Non è una ricetta e non è una garanzia, ma è – semplicemente è.

Ogni tanto mi volto indietro, guardo a quello che ero. Con tenerezza, ma senza rimpianti. Mi vedo giovane uomo in carriera, con i miei sogni imprenditoriali eccetera. Ma non voglio più tornare là, ho già dimostrato a me stesso che certe cose le so fare. Ora è tempo di mangiare altre colline.

E penso alla mia consapevolezza di adesso, al viaggio che ho intrapreso e che non intendo smettere. Sono felice. Voglio vedere dove mi porta questo percorso.

Il domani non mi spaventa. L’oggi nemmeno. Ho lasciato indietro tutte le paure. Quello che faccio, penso e dico non ha un particolare valore o significato. Morirò comunque. Ma proprio qui sta la forza di questa vita. Ha significato proprio perché non ha scopo.

Di tante preoccupazioni passate non possiamo che ridere. Essere felici costa più o meno lo stesso, è un percorso che possiamo scegliere.

Va benissimo così. Io non torno indietro.

Giu 25


… e ho dormito tutto il pomeriggio. (Ne avevo bisogno, nella mia cittadina l’estate è tremenda, la quiete è praticamente assente – non divento silvano per caso.)

A volte in questo luogo mi prende una gran nostalgia, un sentimento che sta tra la voglia improvvisa di dormire (Leo Buscaglia, La via del Toro) e Montale (Vissi al cinque per cento), passando per l’attacco dell’ottavo canto del Purgatorio (“Era già l’ora…”).

Ma l’altro giorno la nostalgia era assente. Ero sereno. E ho sognato. Ho pensato alle nostre figlie, ho pensato alle cose importanti della vita.

Sentivo questa ragazzina e questa bambina che cantavano in coro, mi sentivo felice. Era tutto reale, non era un sogno.

Ho pensato che devo usare la bici o andare a piedi ogniqualvolta sia possibile, come succedanei della mia bella Jeep.

Ho pensato a quanto è importante vivere fino in fondo qualunque cosa mi accada oggi, positiva oppure negativa, che comunque tra cent’anni non avrà nessuna importanza.

E poi questa mattina ci sono una luce così tersa, una brezza leggera e un cinguettio continuo che ti fanno per forza sentire in pace.

Giu 18

Il ritmo della mia vita è ormai scandito a tempo pieno dalle figlie. In un giorno normale lungo l’anno scolastico, i compiti prevedono portare una e l’altra, prendere una e prendere l’altra, portare una tennis eccetera.

È un ritmo che segue le stagioni, un ritmo che sarà bello ricordare quando saranno grandi. E la stagione, la scorsa settimana è cambiata.

La scorsa settimana è finita la scuola. E se il distacco tra la seconda e la terza media è piccolo, quello tra la scuola materna e la scuola elementare è gigante. (Non tanto per Michela, che il giorno dopo aver terminato da una parte è andata a fare continuità alla scuola elementare e si è trovata con altri bambini che conosceva già, è partita col piede giusto e insomma sembrava da sempre appartenere a quell’ambiente di bambini grandi.)

Non tanto per Michela, ma per i suoi genitori sì. L’anno scolastico è stato così bello, il grembiule i piccoli amici i riti i pianti i sorrisi le recite le feste, che è volato.

Io ho bisogno di tempo per metabolizzare questo passaggio, per me la piccola è ancora alla scuola materna.

E un pensiero va anche alle maestre di Michela, da cui lei, noi, io abbiamo imparato tantissimo. Il sorriso sempre presente sui loro visi qualunque cosa accadesse – ecco, questo è un insegnamento che non ha prezzo.

“Oscuramente forte è la vita”, direbbe Quasimodo.

Finisce un’epoca, inizia un’altra epoca. Siamo fortunati, e mi sovviene il dottor Seuss:

Don’t cry because it’s over. Smile because it happened.

Finisce un’epoca, inizia un’altra epoca. Fino a qui siamo arrivati, e ora andiamo avanti.

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Giu 11


Segnalo questo articolo di Don DePalma, perché concerne una frontiera che dovrà per forza essere superata nella gestione dei progetti di traduzione.

In due parole, l’idea è di incaricare il sistema di fare buona parte del lavoro sporco, mentre il PM interviene solo quando ci sono eccezioni.

È una barriera di cui da anni tanti gli operatori del settore sono consci, perché i PM si scontrano continuamente con la ripetitività di compiti che potrebbero essere automatizzati. Ricordo che nel mio primo viaggio “d’affari” negli Stati Uniti, la mia valigia di cartone e io, uno degli incontri fu con un collega il quale mi parlò di un sistema che stava elaborando proprio con questo fine: forse era un precursore, probabilmente era troppo avanti con i tempi, poi i tempi andarono più avanti di lui e il progetto non divenne realtà; ma l’idea era proprio quella di togliere l’elemento umano dal processo ogniqualvolta ciò fosse pensabile.

Ricordo tutto questo con vividezza, ricordo il panorama che si godeva dal suo ufficio, il buco a Ground Zero lì sotto e, vicinissimo, il grattacielo dove sognavo di impiantare il mio ufficio americano. (Che delusione quando entrai, chiesi e seppi che era interamente occupato da un ente federale e non aveva spazi in affitto.)

Ma per tornare all’articolo, l’idea nasce da un problema che tutti i PM sperimentano continuamente: il fatto che qualunque progetto porti ad occuparsi di una serie di attività che potrebbero essere automatizzate.

Se expressIt è un portale che avrà successo ignoro, ma l’idea è vincente: ridurre del 90% i tempi necessari ad un progetto accorciando la catena della produzione. Dal punto di vista della traduzione le cose non cambiano, ma a livello gestionale la promessa è quella di rendere il più possibile agile il processo.

Comunque sia, tempi interessanti ci attendono.

Giu 04


Alla fine ho scelto un Kindle. Era inevitabile, un forte lettore come me non può più fare a meno di un ebook reader.

Intanto un pensiero sul nome della cosa. Marco Cevoli notava il fatto che non esiste ancora una lezione precisa per “ebook”, che viene anche indicato come “e-book” oppure “eBook”. Ebbene, per me – che sono minimalista fino al midollo quando si tratta della scrittura – è e sarà certamente “ebook”, senza trattini o maiuscole, perché non ne vedo la ragione. (Oltre dieci anni fa Gianfranco Livraghi spiegava perché secondo lui non fosse necessaria la maiuscola alla parola “internet”).

In ogni caso ho fatto un po’ di ricerche, i modelli sono molti, alcuni molto economici, alcuni un poco sorpassati quanto a tecnologia. Anche gli standard (sembra una contraddizione in termini) sono tanti, e orientarsi in tutto ciò provoca confusione.

Il Kindle Touch mi è sembrato un compromesso ragionevole. Mi dispiace un po’ andare con colui che è già il più forte, ma la concorrenza non mi è parsa all’altezza. (Non sono un esperto, non ho tutte le informazioni ma solo qualche opinione.)

Ma al di là di queste considerazioni mi premeva proprio arrivare lì, lì dove i libri sono fatti di bit e non più di carta.

Un anno fa riflettevo sul concetto di lettura, oggi le cose mi sembrano un po’ più chiare ma anche – credo sia inevitabile – più piatte. Ricordo una ricerca di tanti anni fa, credo quasi una decina, fatta o commissionata da un’istituzione assolutamente seria (forse il Financial Times, ma vado a memoria), che indicava nel 2047 l’ultimo anno in cui si sarebbero stampate delle riviste. Ebbene, allora questo era difficile da immaginare ma oggi, ai tempi dell’iPad, è più facile vedere come ciò inevitabilmente succederà.

Mi ci affezionerò, a questo come ad altri strumenti che verranno, perché io adoro la lettura e, con Bobbio, mi fermo a leggere anche il biglietto del tram gettato per terra.

La parte negativa in tutto ciò è il concetto stesso di libro, che tende a diventare un blocco di lettura slegato dal resto (un po’ come accade per i brani musicali rispetto ad un album), e questo lo trovo un poco difficile da digerire – io che ho la Treccani in salotto a far mostra di sé, oggetto bellissimo quanto oggi inutile acquistato dal nonno Giovanni quando uscì, nel 1929. Ma insomma i vantaggi sono innegabili e dunque sia.

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Mag 28

La formazione è un tema fondamentale per un professionista. Ovviamente presta il fianco a critiche, perché come si dice “chi fa sa e non chi non sa insegna”. C’è del vero in questo, è ovvio. (A volte si passa il segno e si rischia di mancare completamente il punto, come in questo caso, ma insomma le cose possono migliorare.)

Ho avuto al riguardo una conversazione con Marco Cevoli, fondatore di Qabiria. Abbiamo iniziato da una sua considerazione: secondo Marco non sono molti coloro che si dedicano al settore. E questo, a suo parere, per almeno quattro motivi.

Il primo è la scarsa propensione all’investimento in formazione da parte dei freelance, che preferiscono imparare da soli, senza comprendere che il costo delle ore spese in autoapprendimento spesso (per non dire sempre) supera di molto il costo di un corso. Lo stesso vale per le micro e piccole imprese.

È difficile dire da che cosa derivi questa scarsa propensione: io penso che, a differenza di altri collettivi, quello dei traduttori soffra dell’isolamento in cui si svolge la professione, i cui effetti si vedono anche nel tipo di atteggiamento retrivo, autoreferenziale e vittimistico che emerge in molti forum, su Facebook o nei gruppi di discussione.

Il secondo motivo riguarda le piccole imprese (10-20 dipendenti), che condividono molto spesso la mentalità dei freelance e – nei pochi casi in cui prendono la decisione di investire in formazione – preferiscono appoggiarsi a professionisti o aziende consolidati o ad assumere profili che riuniscono queste competenze, per poi trasferirle internamente al resto del team. E le aziende più grandi (quelle con più di 20 dipendenti) dispongono quasi sempre di risorse interne e di know-how utili a coprire tutte le esigenze di formazione tecnica, e nei rari casi in cui acquistano formazione tecnica lo fanno con aziende di pari spessore.

Il terzo motivo: il mercato, apparentemente vastissimo in termini assoluti, in realtà si riduce di molto se si considera che un professionista tende ad acquistare formazione principalmente nella propria lingua nativa. I formatori sono dunque obbligati a rivolgersi a un solo segmento nazionale o ad allestire la loro formazione in varie lingue, con il conseguente aumento dei costi di preparazione. Se poi si rapporta il valore potenziale all’importo unitario stimato che ciascun utente sarebbe disposto a spendere (anche un semplice sondaggio informale fra i propri contatti è sufficiente per farsi un’idea), ci si accorge che il fatturato che ne consegue difficilmente compensa lo sforzo organizzativo.

L’ultimo scoglio è rappresentato dal fattore online vs in aula. Dopo 8-10 ore giornaliere di lavoro in solitario dinanzi al computer, molti (per non dire tutti) i traduttori con cui ho parlato preferiscono formarsi in aula con altri colleghi, limitando quindi, di fatto, ulteriormente l’offerta che un’azienda può allestire.

La formazione online, già: un’attività che – in un mondo digitale – ha a mio parere possibilità immense. Gli ho chiesto come la vede.

La formazione online è un’enorme opportunità per tutti i creatori di contenuti, perché permette di raggiungere un pubblico vastissimo con un’infrastruttura minima. È tuttavia necessario conoscere a fondo gli strumenti, per essere in grado di allestire piattaforme appetibili e user-friendly, ma soprattutto c’è bisogno di conoscere le metodologie adeguate. Creare un corso non vuol dire soltanto offrire dei contenuti strutturati agli studenti. Ci sono molti altri aspetti di cui tener conto: l’interazione, il tutoraggio, il controllo dei risultati ottenuti eccetera. D’altro canto, bisogna riconoscere che l’interazione e il confronto in aula arricchiscono molto di più gli studenti. Spesso i professionisti che vogliono tenersi aggiornati scelgono soluzioni in aula o almeno miste, proprio per poter aver un contatto diretto con i docenti e con i compagni.

Nel futuro (ma anche oggi, volendo) questo tipo di interazione sarà sempre più replicabile online, grazie alle innovazioni nel campo dell’audiovisivo. Strumenti gratuiti come Google+ Hangouts consentono dinamiche di gruppo fino a pochi anni fa riservate soltanto a chi poteva permettersi hardware e software di fascia alta. Se a questo uniamo la decisione, adottata da sempre più numerosi centri universitari, di mettere a disposizione gratuitamente contenuti didattici di altissimo livello, vediamo che il futuro della formazione online è veramente roseo.

È probabile che a un certo punto questa ipertrofia dell’offerta porti alla nascita di figure intermedie: non veri professori, ma figure nuove che potremmo chiamare facilitatori, che avranno il compito di costruire percorsi su misura dei discenti e di guidarli attraverso di essi.

Come vedi il mercato della formazione per traduttori, sia in generale sia nel vostro specifico?

Oltre a quanto ho già detto sopra, aggiungo che secondo me è emblematico che le aziende che si dedicano esclusivamente a questo si possano contare sulla dita di una mano (mettiamo due, se allarghiamo il contesto a un ambito europeo). Spesso ho provato a ribaltare la questione: assodato che il traduttore medio ha bisogno di imparare ad utilizzare gli strumenti tecnici (parlo sempre infatti di formazione extra-linguistica, cioè non “come si fa a tradurre”, ma “come tradurre nel modo più produttivo usando la tecnologia”), perché l’attuale offerta formativa non fa breccia nei professionisti? Dove stiamo sbagliando? Ti pongo un esempio tratto da una realtà vicina, quella francese: com’è possibile che un corso in aula di 8 ore su OmegaT, il noto CAT tool gratuito e open source, impartito dal capo programmatore del progetto (ovvero la persona che più ne sa sull’argomento), offerto a Lione (500 mila abitanti, 1,4 milioni compreso l’hinterland) per circa 200 euro (sovvenzionabili o comunque scaricabili ai fini fiscali) non raccolga nemmeno le otto iscrizioni necessarie per il suo svolgimento? È segno che il messaggio non arriva, o fisicamente (nel senso che la promozione non raggiunge il target), o metaforicamente, nel senso che i traduttori non ne comprendono i vantaggi.

Che cosa fare per cambiare questa situazione? Non lo so. C’è da lavorare sulla comunicazione, prendendo spunto da altri settori, ma – come dicevo prima – se il target è il traduttore libero professionista, ho paura che il discorso sia molto più vasto e che ci scontriamo contro un certo tipo di mentalità che cambierà soltanto con il naturale ricambio generazionale.

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