Mag 21

Perché i traduttori in Italia sono troppi ma i traduttori qualificati, quelli che costituiscono il cosiddetto premium market, non sono abbastanza?

(Storia vecchia, peraltro. È una sorta di segreto di Pulcinella, e in due parole dice che chi fa bene viene premiato. Condisci la storia come vuoi, ma alla fine è tutta lì.)

In generale, la domanda di traduzione è in aumento. Secondo IBM, il 90% dei dati esistenti oggi è stato creato negli ultimi due anni.

In un mercato da 31,4 miliardi di dollari (di cui – stima mia – un miliardo di euro imputabile all’Italia) le opportunità abbondano, e come sempre sopravvive chi meglio si adatta al cambiamento.

Che cosa significa questo, per un singolo traduttore? I CAT sono diventati talmente onnipresenti e necessari da essere scontati. Idealmente un traduttore dovrebbe conoscere – e fattivamente usare – i principali.

Marco Cevoli aveva preparato un documento interessante, una tavola di comparazione tra i vari CAT. Ovviamente questi dati invecchiano in fretta: per esempio in questo file, che risale a sei mesi fa, memoQ è dato a 149 euro, mentre il prezzo corrente è oggi di 620 euro. Ma insomma è utile per farsi un’idea. L’articolo di riferimento è qui.

Sempre Marco, col collega Sergio Alasia, due professionisti italiani “prestati” alla Spagna, ha scritto un manuale tecnico dedicato a OmegaT, CAT gratuito e open source (qui i dettagli).

È un mondo in fermento, quello della traduzione. Sono tempi interessanti. Forse l’iperspecializzazione non è la risposta (la sconsiglia, per esempio, Nassim Taleb), ma chi è al passo con i tempi e sa cogliere le tendenze del mercato non rimarrà senza lavoro.

(E il cerchio, come sempre, si chiude.)

Mag 14

Fatto: i traduttori in Italia sono troppi. (Sono troppi rispetto ai bisogni anche i notai, i panettieri e le auto, ma non divaghiamo.)

Fatto: ho pubblicato una richiesta – una RFP, per dirla in gergo tecnico – qualche giorno fa su Langit. Una ricerca specifica per un progetto specifico con dei requisiti precisi.

Fatto: la maggioranza delle offerte ricevute non ha potuto essere presa in considerazione. O per mancanza dei requisiti, o perché scritta in fretta, non accurata eccetera.

Redigere una proposta di lavoro, ovvero rispondere a un’offerta, è un lavoro preciso. Volumi interi sono stati scritti sull’argomento. (Tanti anni fa mi incantavano e affascinavano libri come questo, attraverso i quali è passata tanta parte della mia formazione relativa al marketing e alle vendite, e mi intimoriva un poco l’idea di quanto lavoro fosse necessario fare per conquistare il proprio pezzetto di mondo.)

Come spunto di riflessione, ecco qualche passo da non compiere.

1. Non mettersi nei panni dell’interlocutore. “Basta che vada sul mio sito, che scarichi questo e quello” eccetera.

2. Non fare ricerche prima di spedire. Chi è il mio interlocutore, quali esigenze ha? (Nello specifico: in rete c’è tutto del mio lavoro, bastano dieci minuti per capire qualcosa di più.)

3. Mandare proposte a casaccio. “Tanto spedire una mail costa poco”.

I miei venticinque lettori sono invitati a dire la loro e a continuare la lista.

Mag 07

Questo post è un “metapost”: oggi parliamo di come nascono i miei articoli e, per estensione, di come scrivere un articolo.

Normalmente tutto parte da un’idea singola, a volte una singola frase, addirittura da un sintagma che cattura la mia attenzione e mi porta a riflettere.

Per elaborare il concetto utilizzo una tecnica mentale di cui non sono nemmeno troppo conscio, tanto è radicata in me. Credo di averla ricavata da un libro di Bertrand Russell, in cui il filosofo gallese diceva che per pensare in profondità ad un concetto se lo ripeteva più volte la sera prima di addormentarsi, “ordinando” al suo cervello di rifletterci, e in questa maniera si trovava il lavoro pronto la mattina successiva.

La bozza viene poi spesso completata da link e citazioni: sia per dare forza alle mie parole, sia per dare maniera al lettore di verificare quello che sostengo.

Dal concepimento dell’idea alla pubblicazione lascio passare del tempo: nei casi estremi un giorno, ma in genere diversi giorni o anche settimane: questo mi permette di raffinare i concetti, eliminare gli articoli che reputo inutili e così via.

Infine: i primi post mi davano apprensione ma ora – essendomi imposto di scriverne quattro alla settimana, uno per ciascun blog che curo (senza contare gli articoli per le riviste, i post scritti come guest blogger eccetera) – tutto scorre naturalmente e senza problemi. E questo perché, come sostiene Seth Godin,

The hard part, as you can guess, is the first 2,500 posts. After that, momentum really starts to build.

Apr 30

La vita scorre a rivoli. Ciascuno insegue i propri sogni, le proprie leopardiane fòle, fa quel che può e le ricette universali non esistono.

Ma c’è il sistema per battere il sistema? O il banco vince sempre?

Io parlo per me, dal cuore del miracolo per così dire; e anche se so perfettamente che quel che ho fatto e faccio io non serve a nessuno se non a me, lo dirò ugualmente. “Perché ci sei tu a leggermi”, per dirla alla Zu. È un messaggio in bottiglia: se arriverà, ignoro. (Ma scrivo comunque per i felici pochi di morantiana memoria.)

Simone Perotti è andato ben oltre il downshifting che l’ha reso famoso:

In gioco non c’è il denaro, il lavoro, la casa, i luoghi. […] E’ vivere fuori dal contesto, fuori da molte delle regole, fuori dal quel peso sul cuore, quello là che senti stasera addosso, fuori dalle convenzioni, da dialoghi senza senso.

Siamo coetanei, apparteniamo alla generazione fortunata dei quarantenni di oggi. Non sono mai stato così pieno di vita dentro di me, i progetti di lavoro le bambine il golf il piemontese eccetera ad libitum. Sono fortunato e lo so, lo dico ad ogni pie’ sospinto.

Ma tutto questo non basta. Io voglio andare oltre, mangiarmi una collina, questa generazione e quella dopo di me, voglio lasciare traccia del mio passaggio nel mondo.

Nel mio mondo, almeno. (Lascio perdere tutto ciò su cui non posso influire, il mondo andrà avanti lo stesso. E chissenefrega.) E qui entra il gioco il cambiamento.

Il cambiamento, lo scorrere del tempo e delle cose intorno a me. Tutto cambia, io cambio. Io cambio e in questo cambiamento batto il sistema. Il banco non ha vinto, non con me.

Apr 23

Non è vero che non c’è lavoro.

Il problema principale rimane quello di aiutare le imprese a sviluppare e rendere disponibili quei posti di lavoro latenti, che per un motivo o per l’altro rimangono lì, come frutti ormai maturi su un albero, e che se non colti per tempo finiscono irrimediabilmente per andare sprecati.

Non dispongo di una formazione specifica in economia, né mi intendo in modo particolare di mercato del lavoro. Mi limito a filtrare quello che vedo e sento attraverso la mia personale sensibilità e quella briciola di esperienza che mi viene da otto anni di attività nel settore dei servizi linguistici in qualità di traduttore di testi tecnici.

E mi rendo conto di certi asfissianti colli di bottiglia, che impediscono alle piccole attività di diventare un po’ meno piccole e – magari – consentire a qualcuna di queste di assumere dimensioni di medio calibro o – addirittura – diventare grande impresa.

Dal mio punto di vista, un sistema economico sano e fertile dovrebbe consentire anche a chi non ha particolari capitali a disposizione di far nascere e far crescere un’attività imprenditoriale.

Forse altrove questo discorso è possibile, oltre che incentivato. Sempre più spesso, invece, ho l’impressione che da noi si faccia di tutto per evitare che il piccolo diventi grande; oppure che non si faccia nulla, ottenendo gli stessi effetti.

Un esempio è l’enorme disparità delle aliquote contributive, del cui innalzamento si parla in queste settimane, tra chi opera come lavoratore autonomo (33% di contributi) e chi invece riesce ad operare come società (tra il 20% e il 24%). Ripeto, non ho particolare esperienza di come funzionino questi aspetti economici in altri paesi, ma l’impressione che ho del sistema italiano è che si faccia di tutto per non promuovere la formazione e la crescita delle micro imprese o del lavoro autonomo, affinché queste quote di mercato si liberino a vantaggio degli attori economici maggiori. Non sempre, però, il salto di categoria è possibile, e anche chi ci prova non sempre riesce a svilupparsi come vorrebbe e potrebbe, ma deve accontentarsi della sopravvivenza della propria attività.

Si tratta forse di un tentativo di creare forzatamente un modello composto da un numero ridotto di grandi imprese ed eliminare il modello all’italiana caratterizzato da un enorme numero di piccole attività a conduzione singola o familiare?

A questo si aggiunge il problema del costo, di questo lavoro rimasto inutilizzato. Per esperienza diretta, sono a conoscenza di almeno tre piccole attività commerciali e una artigianale i cui titolari avrebbero bisogno di un aiutante, talvolta part-time, in altri casi a tempo pieno.

In due casi si è scelto di cercare stagisti, per i costi inferiori. Negli altri, semplicemente, non si cerca nessuno, per il fatto che, fra costi del dipendente, inasprimento dei parametri degli studi di settore eccetera, il titolare non “ci starebbe dentro”.

Se il lavoro costasse meno alle imprese, avremmo quattro occupati in più, con contratti e tutele di buon livello. Invece, così abbiamo (forse) due stagisti che si uniranno al calderone degli sfruttati e alimenteranno i discorsi sull’imprenditore profittatore, e due posti di lavoro inutilizzati con due disoccupati in più.

Discorsi che ormai non servono più a nulla, vuoti, come le parolacce ripetute in sketch e gag da cabaret, il cui canovaccio è ormai trito e ritrito. Non fanno più ridere, non suscitano emozioni. Solo abitudine, prevedibilità, rassegnazione.

Un altro modo per tarpare le ali alla voglia di crescere. Per quel che mi riguarda, serve un’inversione di rotta. Il prima possibile.

Apr 16


Dopo Milano, a corso terminato, la mia domanda a me stesso è stata: “Avrò consegnato abbastanza valore a chi ha speso dei soldi e del tempo per venirmi a sentire?” A giudicare dai feedback la risposta è positiva, ma rimane sempre qualcosa che si sarebbe potuto fare meglio, qualche dettaglio da aggiustare eccetera.

Qualche giorno fa ho sentito, non ricordo più da chi, un concetto del tipo “chi insegna ad un bravo allievo impara due volte”. Sì, alla fine l’essenza del trasmettere la conoscenza sta tutta nella conoscenza che di rimando se ne deriva.

Abbiamo parlato di marketing, naturalmente, di CAT, di fatture e quant’altro. Ho cercato di fare una panoramica il più possibile completa sulla professione. Già, perché l’idea fondante non è che il traduttore è bravissimo a tradurre e basta: no, il traduttore è bravissimo a tradurre e (almeno) bravo – molto bravo è meglio – a fare le fatture, negoziare, vendere e così via.

Un professionista è un professionista a tutto tondo, insomma. Questo è il concetto che abbiamo cercato di far passare.

Ma, come ha giustamente fatto notare una partecipante sabato, “perché io devo spendere dei soldi per dei concetti che, con la laurea che ho, dovrebbero essere dati per saputi?” Già, perché? Anch’io preferirei che non ci fosse il bisogno di seminari come il nostro: ma a giudicare dalla risposta del pubblico il bisogno c’è, e come!

Tanto abbiamo già fatto, tanto e ancora di più rimane ancora da fare. Infatti non è certamente finita qui. E lo dico con le parole di Chris Guillebeau:

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

Apr 09

Eh.

Questi giorni di vacanza sono stati un momento di immersione nelle mie montagne, queste montagne scabre che han fatto il mio corpo.

Qui perdi i riferimenti, le abitudini: la natura è l’universo mondo, fine. Il mondo è qualcosa di lontano, scrivere non sembra nemmeno più necessario. Ho lasciato che le sensazioni e non i pensieri dominassero – in maniera naturale, appunto – le giornate.

La colazione, uno dei momenti più gioiosi e pieni di significato – i cibi qui hanno un sapore differente, non c’è dubbio.

Le passeggiate, naturalmente, la scoperta di luoghi abbandonati, borgate intere e poi – nel bel mezzo del bosco – un signore che, seduto di fronte a casa sua, legge il giornale. Solitario, tranquillo, soddisfatto.

(Quand’è successo che tutte quelle persone, schiere di persone, sono state costrette ad abbandonare luoghi come questi?)

Le fotografie renderebbero forse meglio l’idea? Io penso a Calvino e al “Come osi paragonare un’immagine alla parola scritta” e mi sembra tutto chiaro. Le immagini non spiegherebbero le sensazioni, no.

I giochi, i compiti, la lettura, i momenti conviviali. Le notti così calme e serene, il silenzio assordante. E poi svegliarsi la mattina presto per caso e trovare solo per me uno spettacolo impressionante: il cielo limpido e la luna piena, tramontante sulle montagne innevate. Intorno a me il canto infinito degli uccelli. No, un’immagine non potrebbe spiegare queste sensazioni.

Apr 02


C’è un piccolo trucco che uso spesso per aumentare la mia produttività (e la mia serenità e la pulizia mentale nello stesso tempo): spegnere il computer per due giorni la settimana.

Non sempre ciò è possibile, anche perché personalmente preferisco fare a meno di smartphone eccetera per non avere di continuo la tentazione di guardare le previsioni del tempo, l’ultima mail arrivata e così via. Ma faccio in modo che lo sia spesso, perché quando faccio ritorno alla postazione sono rigenerato e la produttività è certamente maggiore.

Tutto ciò si inserisce ovviamente nel filone ben più grande che prevede che il lavoro sia un mezzo e non un fine, e dunque che il tempo che passiamo con la tastiera sotto le dita non sia la maggioranza del nostro tempo. (Questo è un assioma, per me.)

Un invito, quindi: spegni il computer al venerdì sera o al sabato mattina e dimenticatene completamente (l’accento è qui sull’avverbio) fino alla domenica sera o al lunedì mattina.

E chi vuole raccontare le sue impressioni è invitato a farlo qui!

Mar 26

Ho finito di preparare – fatica e gioia si intrecciano, in questo mettere insieme parole e immagini – la giornata milanese del 14 aprile, in cui parleremo delle basi per la professione di traduttore: come entrare sul mercato, come farsi conoscere, come stabilire i propri prezzi e così via.

In più, parteciperanno anche Giuseppe Bonavia, commercialista esperto in materia di problematiche fiscali per traduttori, e Sandra Bertolini, presidentessa AITI. Personalmente adoro questi incontri in cui si condivide la conoscenza per ricavare delle indicazioni pratiche su che cosa fare, a partire dal momento preciso in cui l’incontro finisce, per lavorare non tanto dentro la propria attività ma sopra, nel senso di fare le mosse di marketing giuste, impiegare gli strumenti più utili ai propri scopi e così via.

Certo, poi ciascuno il lavoro proprio dovrà farlo da sé, e questa è la parte più difficile di tutte; ma capire bene prima che cosa occorre fare è meglio per risparmiare tanto tempo dopo.

Motivare, spingere all’azione è il mio compito principale in questi casi (“io non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida”, per dirla con Tim Ferriss). Dopo tanti anni mi sembra di aver fatto tutto, e che quindi tutto sia ancora da fare. Sento dentro di me tanta forza ed energia da trasmettere a chi mi ascolterà.

Obiettivo principale: contribuire a colmare quella grossa lacuna che esiste tra il mestiere e il mercato. Tantissimo resta ancora da fare, ma la direzione è questa.

Mar 19


Un mio cugino, mente scientifica e razionale, da ragazzino – quarant’anni fa circa – era frustrato perché voleva inventare delle cose ma disse che non poteva, perché tutto era già stato inventato.

E forse quando tutto è stato fatto è proprio il momento in cui tutto è da fare. E dal punto di vista della scrittura tecnica ci sono nuove frontiere da esplorare: questo sito ne è un esempio.

Interessanti anche i pensieri di Ray Kurzweil.

A me pare una strada percorribile perché spesso, quando scrivo articoli, mi rendo conto che devo fare ricerche già fatte, sto ripetendo concetti già espressi altrove eccetera. Allora l’idea che una macchina faccia il lavoro sporco al posto mio non mi sembra tanto peregrina.

Non che sostituisca il mio cervello né le sensazioni che posso esprimere, ma che prepari e faciliti il lavoro. Non diversamente da quello che può fare un programma di videoscrittura rispetto ad una macchina da scrivere, o un CAT rispetto alla memoria di un traduttore: concetti che oggi diamo per scontati e – di fatto – superati.

Insomma credo che ci sia molto da fare, e che la tecnologia – se usata bene, e questo è un punto cruciale – serva a migliorare il nostro lavoro, a renderlo più interessante e nel contempo a snellirlo, a lasciarci più tempo per ciò che conta davvero per noi.

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