Mar 11

Mi sono trovato la settimana scorsa vittima dello “stress da consegna” – quel tipico lavoro lungo da fare in tempi brevissimi, che va per forza consegnato entro la tal ora del tal giorno (e naturalmente va fatto bene, ma questo è un datum e quindi non è da nominare). Il problema nasce dal fatto che io, in questo caso, ero “solo” il middleman, con poco potere di influire sul risultato finale.

Il traduttore per questo incarico è stato tough but fair – qualcuno con cui non è sempre facile andare d’accordo, però gran professionista, bravissimo.

Devo aggiungere che le scadenze pressanti cozzano un po’ – più di un po’, per la verità – col mio “sistema” di vita 2.0, che è fatto di tanti fattori, tra i quali la professione è importante ma non certo esclusiva in una giornata normale.

Il lavoro è stato eseguito a regola d’arte e consegnato nei tempi. Il project manager che è in me è stato soddisfatto.

Ma la parte filosofica del fatto mi interessa molto di più, perché è da essa che si possono ricavare lezioni utili per il futuro. E per questa parte ho pensato soprattutto a Nassim Taleb – al Cigno nero in particolare, ovvio – e a Chris Guillebeau – all’antico Chris Guillebeau soprattutto, perché è da quei suoi articoli e video di quando era ancora pressoché sconosciuto che secondo me si possono ricavare le lezioni migliori, la filosofia spicciola più utile, in pratica, per le nostre vite quotidiane.

Insomma mi sono detto: che cosa resterà di questo stress tra una settimana? Tra un mese? Un anno? Un lustro? Un decennio? Alla fine della vita? E ho pensato che già oggi, a pochi giorni di distanza, è di fatto tutto andato, dimenticato. Il problema è stato risolto (bene) e siamo passati oltre.

Mettere le cose in prospettiva è importante. Dare il massimo quando si è nell’arena è fondamentale, certo: essere presenti a se stessi è un valore, si sa; ma lo è ugualmente dare il giusto valore e peso alle cose.

Perché altrimenti il lavoro mi (ci) schiaccerebbe e ci sarebbero troppe cose che non funzionerebbero. Invece così il cerchio, comunque, si chiude.

Mar 04

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 10 novembre 2011]

A riguardo della posta elettronica c’è un piccolo trucco, che io uso da anni e che trovo straordinariamente efficace nella sua semplicità:

Svuota completamente la tua casella di posta in arrivo ogni sera.

“Eh, ma come?” “No, non è possibile!” Eccetera. Sento già i commenti di chi ha nel proprio programma venti, duecento o duemila messaggi.

C’è un fatto, però. La Posta in arrivo è un luogo di passaggio: essendo un luogo (sia pure metaforico) dove trascorriamo molto tempo, ogni messaggio che rimane lì più del dovuto significa tempo in più per l’attenzione che richiede, per il fatto di dover riprendere il filo di una questione a distanza di tempo, perché non è necessario. Tempo prezioso sottratto ad altri preziosissimi compiti.

Ci sono cose più importanti che fare l’esegesi dei messaggi in arrivo. La vita media di una mail è breve, brevissima. Allora quel che io considero di un’efficacia cartesiana e illuminante è proprio questo: allontanarsi dal computer ogni sera avendo la casella di posta in arrivo completamente vuota. Di più, per me è talmente un’abitudine che faccio così ogni volta che mi allontano dalla scrivania.

Non morirà nessuno. E funziona a meraviglia. Provate, provate…

Feb 18

Alla fine delle fini, cambiare non è difficile; solo, richiede metodo e applicazione, richiede costanza e capacità di sopportare le difficoltà inevitabili. Ecco perché la stragrande maggioranza delle persone non cambierà mai: si arrenderà un momento prima del cambiamento.

Alla fine delle fini, il mio 25×44 non è altro che buon senso applicato. Ho molto da dire, e soprattutto da scrivere, sul tema, ma a ben vedere penso anche che il tutto potrebbe riempire un paio di fogli A4, e sarebbe sufficiente.

(Cioè, insomma, come al solito la realtà è sfaccettata, e il medesimo concetto può avere significati differenti e anche opposti a seconda del destinatario: perché da un altro punto di vista servirebbe un La vita 2.1 di 400 pagine.)

Scrive Paula Radcliffe:

La maggior parte di noi ha la tendenza a concentrarsi su come stanno andando le cose al momento, reiterando nella mente sempre gli stessi pensieri, per tutta la vita. Così facendo perpetuiamo all’infinito le stesse situazioni, mantenendo immutata la nostra versione di “realtà”.

(Paula Radcliffe non è una filosofa di professione, anche se in effetti il suo mestiere – maratoneta – può per tanti aspetti essere assimilato a quello di filosofo.)

Questa, ad ogni modo, è la pars distruens. Ma per fortuna c’è anche quella costruens:

Però, noi non siamo prigionieri di questo schema: abbiamo a portata di mano gli strumenti che ci consentono di cambiarlo, e il più efficace di tutti è l’immaginazione.

Dunque il primo passo è immaginare il futuro possibile, desiderato; e poi lavorarci, e poi non arrendersi davanti alle difficoltà e ai fastidi che incontreremo.

Se puoi immaginarlo puoi farlo, ecco.

Feb 11

mareggiate
Ha smesso di piovere, stamattina.

Stamattina sono uscito a guardare il mare. Ho pensato a quel verso di Pavese, “uomo solo dinanzi all’inutile mare”; ma poi ho cercato di mettere a tacere i pensieri e lasciar parlare le sensazioni. (Difficile, ma si può fare. E dà soddisfazione.)

Sono le sensazioni che ti fanno capire delle cose. E sì, è vero che capire – l’ha detto Eduardo – è in fondo inutile. Ma insomma ho capito che anche i fastidi che ho, le magagne, i problemi che non riesco a risolvere compongono la meraviglia della vita stessa. Sono parte di me, sono me: e allora non li respingo, ma li accolgo.

Le sensazioni sono importanti, e soprattutto non possono sbagliare. Allora lasciarsi guidare dalle sensazioni è un buon metodo per andare un po’ più in là, per scoprire qualcosa di te stesso e – soprattutto – del mondo. Ben sapendo che la maggior parte delle cose che accadono e che vengono dette non sono importanti, e che non riuscirai comunque a cambiare la maggior parte delle cose che vorresti.

Cammino, respiro, mi siedo.

Gen 14

Flow
Oggi non parlo io, parla un libro fondamentale per capire meglio il concetto di flusso (flow), ovvero la condizione in cui ci troviamo quando siamo in situazioni nelle quali ricaviamo talmente tanto piacere da quel che stiamo facendo che ci dimentichiamo quasi di noi stessi, che il mondo esterno non ha più alcuna importanza, che non siamo più nemmeno consapevoli dello scorrere del tempo.

Flow. The Psychology of Optimal Experience di Mihaly Csikszentmihalyi (d’accordo, il cognome potrebbe porre qualche problema) è un’opera straordinaria, un luogo dove filosofia, psicologia e vita quotidiana si incontrano. La parola al libro. (Io ho semplicemente tradotto i passaggi.)

Sulla differenza tra piacere e gioia
Le esperienze che danno piacere possono anche dare gioia, ma le due sensazioni sono molto diverse. Per esempio, tutti provano piacere a mangiare. Godere del cibo, tuttavia, è più difficile. […] Una persona può provare piacere senza sforzo alcuno, se i giusti centri nel suo cervello sono stimolati elettricamente, o come conseguenza della stimolazione chimica dei farmaci. Ma è impossibile godere di una partita di tennis, di un libro o di una conversazione a meno che l’attenzione sia pienamente concentrata sull’attività (p. 46).

Sulla felicità
Le persone che imparano a controllare l’esperienza interna saranno in grado di determinare la qualità della loro vita: il che rappresenta la minor distanza possibile che ciascuno di noi può avere rispetto alla felicità (p. 2).

Sulla vita armoniosa
Invece di preoccuparsi di come guadagnare un milione di dollari o del modo di avere nuovi amici e influenzare le persone, sembra più giovevole scoprire come la vita quotidiana possa essere resa più armoniosa e più soddisfacente, e ottenere così in maniera diretta ciò che non può essere raggiunto attraverso il perseguimento di obiettivi simbolici (p. 45).

Sul valore di una comunità
Una comunità non dovrebbe essere giudicata in maniera positiva perché è tecnologicamente avanzata, o perché gode di ricchezze materiali; ma va giudicata positivamente se offre alle persone la possibilità di godere di quanti più aspetti possibile della loro vita, al contempo permettendo loro di sviluppare il proprio potenziale nella ricerca di sfide sempre più grandi (p. 191).

Una virtù essenziale
Di tutte le virtù che possiamo imparare, nessuna è più utile, più essenziale per la sopravvivenza e più promettente per migliorare la qualità della vita che la capacità di trasformare le avversità in una sfida avvincente (p. 200).

L’intero capitolo Cheating Chaos (pp. 192-213) è illuminante sul tema. Ecco le tre caratteristiche che secondo l’autore accomunano le persone che riescono comunque a uscire bene da situazioni drammatiche, imparando cose nuove e minimizzando le negatività:

– naturale sicurezza di sé (unselfconscious self-assurance, pp. 203-204), ovvero la ferrea convinzione che il nostro destino è nelle nostre proprie mani;

– attenzione rivolta al mondo (focusing attention on the world, pp. 204-207) e non a se stessi: in un momento di pericolo o difficoltà è naturale guardare all’interno di noi stessi, ma è solo prestando attenzione all’esterno che si possono risolvere in maniera brillante situazioni difficili;

– scoperta di soluzioni nuove (the discovery of new solutions, pp. 207-208), ovvero la capacità di andare oltre la normalità e i percorsi scontati per arrivare a conclusioni efficaci di livello superiore.

Gen 07

VLUU L110  / Samsung L110
Ecco, ieri ero nel mio rifugio tra i monti e mi sono abbandonato alle sensazioni, ho lasciato che permeassero il mio corpo e il mio spirito.

Prima di tutto, mi è stato chiaro lo scorrere del tempo. Avevo dentro di me le voci e i colori di quand’ero bambino, le voci di chi non c’è più, il suono di una radio, d’estate; e davanti a me gli stessi colori della montagna di tanti lustri fa. Mi sono sentito fortunato e un po’ malinconico, mi era chiaro che lì come dovunque sono semplicemente un ospite temporaneo, e come ospite devo essere gentile ed educato con tutti.

A tratti soffiava un vento caldo, e mi riempiva la faccia e i polmoni.

Ho guardato quella casa, “casa mia”, ho guardato quelle montagne innevate e quei prati slavati: tutte le preoccupazioni, come d’incanto, svanivano. Ho pensato che quel luogo sarà per sempre il mio rifugio, il luogo dove i mali del mondo non potranno raggiungermi. (Be’, starò male anche lì, è chiaro, ma quel luogo sarà sempre un lenimento per l’anima.)

Ho pensato, riprendendo parole che mi sono tanto care, quelle di Stefano Tomassini riguardo alla Corsica, che le mie figlie le ho fregate comunque: perché loro non potranno mai fare finta che quel luogo non esista. Potranno odiarlo oppure amarlo ma non ignorarlo, no.

Mi sentivo in pace con me, il che ultimamente mi capita solo in due luoghi molto specifici (lassù e in campo pratica). Ecco, allora ho pensato che questa pace – che da dentro di me si rifletteva in tutto lo spazio circostante, quasi un leopardiano infinito – non ha prezzo, e che la fortuna di poterla ritrovare a poco più di un’ora di macchina è la mia gran risorsa, l’uscio che ho conservato per uscire quando niente nel mio mondo quadra.

Lassù, insomma, i giorni dispari divengono giorni pari; e il cerchio si chiude.

Dic 31

VLUU L110  / Samsung L110
Come per il 2011, anche quest’anno ho pubblicato qui 52 articoli, uno per ciascun lunedì dell’anno. Ieri li ho scorsi tutti, perché penso che sia importante ogni tanto voltarsi indietro a vedere da dove arriviamo. I temi sono stati quelli annunciati, ovvero lavoro e filosofia spicciola: quel che cerco di fare in questo luogo è legare appunto il lavoro – la gestione dei progetti di traduzione nel mio caso, ma il discorso è ampliabile a qualunque occupazione – con il poco tempo che abbiamo. (E molto presto non avremo un anno in più, ma uno in meno, come direbbe don Bosco.)

A gennaio ho – abbiamo – dovuto fare i conti con la scomparsa di David Henderson, che non era solo un traduttore brillante ma anche uomo molto intelligente e persona di gran cuore. Qui e qui i miei ricordi, qui un bell’articolo di Cristina Caimotto, qui un ricordo del caro Giulio Pianese a.k.a. Zu (il che mi fa riandare con la mente alla sera in cui lo conobbi e al suo ingresso del tutto teatrale; e mi fa pensare che, caro Zu, devo mettere in agenda un articolo dedicato a te e, soprattutto, una birra da bere tu e io, a raccontarci fallimenti, emozioni e successi dei nostri primi 45 anni circa).

Ho parlato tanto di marketing: la mia passione per questo aspetto della professione è stata amplificata dai due seminari tenuti, ad aprile a Milano e a dicembre a Pisa (be’, anche questa è una maniera di lasciare un legato al mondo, un segno minimo del passaggio).

In estate ho parlato soprattutto della mia primogenita e delle sue esplorazioni (e per lei ho scritto il pezzo che considero più bello di tutto l’anno) e della Piatta. (Summer time calls for light thoughts, si sa.)

Per il 2013 le cose non cambieranno: cercherò di analizzare le mie emozioni legate sia alla professione, ovvero come possiamo spendere al meglio i talenti (avendo bene in mente che arrivare in cima serve solo a rendersi conto del fatto che non esiste nessuna cima), sia – e vorrei dire soprattutto – al tempo che scorre e che scivola via come rena dalle dita, come dice Carlo Betocchi:

Per cui
un vecchio come me s’alza dalla sua
sedia senza vacillare e si guarda
d’intorno. E s’accorge, senza averne
spavento, che il tempo scivola come
rena, e che il nuovo è tutto da venire
ancora tutto da venire: e sente
dire in sé sommessamente, dalla vita:
siamo parte dell’humus che prepara
il futuro, noi che ce ne andiamo.

Insomma è passato un altro anno e io non ho capito nulla, ma racconto comunque ciò che vedo e sento e tocco.

Dic 10


Questo post è dedicato a coloro che hanno in animo di intraprendere la professione di traduttore. È un suggerimento operativo che può avere valenza anche più estesa, nel senso che le considerazioni che farò valgono per tutte le professioni (i fondamenti sono sempre gli stessi).

Mi arrivano, ogni tanto (ma puntualmente), mail da studenti che mi chiedono informazioni di vario genere sul settore: prospettive sul mercato, informazioni sulla tal opera, domande sui CAT e compagnia cantando.

Sono di persone che stanno compiendo degli studi universitari, e che lavoreranno con la parola scritta. Dunque io mi aspetto alcune cose semplici: che il tono sia appropriato, che tutte (ho detto tutte, non quelle più elementari) ricerche siano state fatte e così via.

Ad esempio una mail indirizzata a me ma mandata all’indirizzo info e non al mio non va bene: il mio indirizzo si trova dappertutto sul web, non ci sono attenuanti.

Ad esempio che mi si chiami “signor Davico” non mi piace: o sono Gianni o sono dottore. (E so bene che occorre guardarsi dagli asini specie se dottori, ma lo dico nonostante.)

Lo so, lo so che lamentarsi vuol dire ammettere di essere vecchi, ma se sei in gamba certe domande non le fai, e se sei in gamba si vede subito. Bastano poche, pochissime frasi. (Il contrario è vero, ma non sempre.)

Quindi ragazzi, attenzione: dato che lavorate con le parole scritte, ogni virgola si conta e si pesa, ogni singola virgola può fare la differenza.

Detto questo, quel che so lo condivido volentieri, lo faccio con piacere – lo faccio qui e altrove da tempo immemore, per dire –, ma chiare devono essere le regole del gioco.

Anch’io certe volte ho consegnato lavori non perfetti e me ne pento. Anch’io certe volte non sono al massimo delle possibilità. Io sono bravo sul lavoro, molto bravo (absit iniuria verbis): voglio dare il 100%, sempre. E tu puoi fare lo stesso. Questo, in sintesi, è il mio invito per te, che potresti essere il “me stesso ragazzo”, per dirla con Franco Ferrucci (Lettera a me stesso ragazzo è un libro bellissimo, ed è un peccato che non si trovi più in giro).

Del resto che cos’è, veramente, il talento, ovvero ciò che – in questo specificio caso – ti fa adoperare le parole giuste? Da una parte rimando a Fuoriclasse, il libro di Malcolm Gladwell di cui ho parlato qui; e dall’altro lo si può dire con le parole di Bob Rotella:

In most of life’s endeavors, characteristics like persistence and self-discipline are much more important that the kind of talent measured by standardized tests.

Che aggiunge:

That’s why success in life correlates so weakly with success in high school.

Per riassumere: il talento è impegnarti al massimo, non è avere talento naturale. E quindi: le coordinate le hai. Ora tocca a te.

Ott 15

A volte qualcuno mi dice qualcosa come ‘tu hai capito tante cose’.

No, io non ho capito nulla e credo anche che capire, come ricordava Eduardo, sia in fondo inutile. Però essere presenti a sé stessi sì, però essere grati per quel che si ha e si è sì. Leggo ad esempio frasi come questa, a proposito dei “manuali per vivere meglio”:

Difficilmente vi troveremo istruzioni ed esortazioni alla mitezza, alla dignità, alla compassione, alla gentilezza, alla gratitudine e a tante altre virtù, più classiche che romantiche, oggi poco praticate.

Il libro è questo, l’autore è Enzo Marigonda (peraltro scomparso tragicamente qualche mese fa, ma questa è un’altra storia).

Se io penso al mio libro, oggi che sono passati quasi due anni da quando è uscito, e quindi lo posso guardare con una certa prospettiva, ritrovo tutta la mia ingenuità (come gli operai di quel racconto di Rodari, se le tue mani hanno fatto sempre armi da guerra difficilmente riusciranno a costruire giocattoli). Ma la mia ingenuità e la mia pacatezza sono un valore che porto con me.

Io non ho capito nulla ma, appunto, non è importante. Ho solo suggerito qualche tecnica sperimentata su me stesso e di cui, quindi, posso testimoniare la validità. Ho solo detto che vivere meglio si può, che lavorare meglio si può, che è un percorso che si costruisce. Serenamente, è una cosa della vita: è bene tenere le cose in prospettiva. E quanto al successo, vale quel che dice Jakob Burak nel suo splendido Ma gli scimpanzé sognano la pensione? Come diventare molto ricchi (o almeno essere felici):

Il segreto del successo, secondo me, è che non c’è nessun segreto, e chiunque arrivi in cima si accorge che non c’è nessuna cima. La decisione più difficile per un uomo di successo è rinunciare alla propria strepitosa capacità di accumulare denaro per fare spazio a una vita più equilibrata, più umile, nella quale avere il tempo per dedicarsi a cause che con gli affari non hanno niente a che vedere.

Ho solo detto che valori come la semplicità e la gratitudine sono alla base di tutto, solo questo.

Dice Cartesio:

Non c’è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.

Ho letto poco fa un commento ad un post nel blog di Simone Perotti:

Mentre tua madre è stanca di tutto, di medicine, di medici, di quella carrozzina, con la quale la devi spostare dal letto al bagno, perché le sue gambe sono immobili, le sue ossa spezzate; e lei piange ogni giorno, perché vorrebbe vivere ancora, camminare ancora, andare ancora una volta al mare con te, come l’estate scorsa.

Ecco, alla fine il cerchio si chiude quando noi siamo presenti a noi stessi, tutto il resto – denaro, carriera eccetera – non è importante.

Set 17

f
Non è che ho l’impressione che non ci capiamo, è che proprio non parliamo la medesima lingua e non c’è speranza di comunicare.

Leggo questo articolo, che è fuorviante già dal titolo e dalla foto (oltre che per i ragionamenti che vi si fanno) e capisco alcune cose.

Prima di tutto, capisco che il sistema socio-economico di cui facciamo parte esige che i lettori (in questo caso, ma le persone in generale) siano innanzitutto consumatori. Devi consumare o sei out. (Sentita ieri sera, Elisa scusami se cito le tue parole: i genitori di un ragazzo di diciott’anni si sono sentiti chiedere dall’assistente sociale se il figlio aveva dei problemi, essendo l’unico in classe a non avere un telefonino.)

Poi capisco che per troppe persone la felicità è commisurata in maniera più o meno diretta al denaro, mentre sia varie ricerche (alcune anche citate nell’articolo) che, soprattutto, un po’ di buon senso dicono che la felicità è da cercare dentro di sé, e non certamente nel possesso dell’ultimo telefonino, TV al plasma eccetera.

Misuriamo il denaro perché è più semplice da quantificare rispetto alla felicità: ma quanto a importanza come stiamo? Non sarebbe il caso piuttosto di far luce sulla chiave là dove la chiave si trova?

Quindi il punto è chiaro, ma nello stesso tempo è un paradosso: la felicità è commisurabile alla felicità, ma far luce sulla questione è complicato, richiede che ci si metta in gioco: e allora si ricorre al denaro. Pecunia non olet, è un termine di paragone immediato e comprensibile a chiunque. Peccato che non significhi nulla; eppure periodicamente arriva qualcuno a spiegarci che con tot euro saremo felici.

Tutto questo non vuol dire, naturalmente, che il denaro non sia funzionale alla nostra felicità; ma solo nella misura in cui migliora il nostro stato interno, il nostro benessere percepito. Quindi il punto non è preoccuparsi di come fare a guadagnare tot soldi, ma cercare di scoprire come rendere più armoniosa e soddisfacente la nostra vita quotidiana, l’adessoqui, e ottenere così in maniera diretta ciò che non può essere raggiunto attraverso il perseguimento di obiettivi simbolici.

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