Ago 27


Per la prima volta, quest’anno trascorrerò il mio genetliaco – ennesimo et imminente – nella mia patria seconda, la Corsica: tecnicamente è dunque un anniversariu.

Anche se io mi sento sempre un ragazzo, quarantacinque anni sono tanti. Ma i bilanci non mi interessano, perché quel che ho fatto non è importante: conta invece quel che sta davanti a me, conta soprattutto il momento presente.

E il momento presente è la maestosa e silente e sconfinata bellezza di questi luoghi. Non potrò mai più fare finta che la Balagna (“Balagna” e non “Balagne”, perché when in Rome do as Romans do – e la lingua non ufficiale ma del luogo qui non è certamente il francese ma il corso) sia un semplice tratto di cartina geografica, ormai mi è nel cervello e nel cuore come la Corsica tutta – la mia patria seconda appunto.

Attraverso queste terre, percorro tratti lunghissimi di una terra assolutamente disabitata, arida, magnifica, e ogni tanto incontro minuscoli paesini, quali rari nantes in gurgite vasto. La sensazione è quasi di non sapere dove ti trovi, ma certamente presente a te medesimo, certamente vivo e attento dinnanzi a tanto incanto.

Insomma arrivare ai quarantacinque qui, in un luogo così pieno di bellezza e natura e tradizioni e lotte, è un onore e una felicità, una felicità piena del momento presente. Tutto il resto non ha alcuna importanza.

Ago 20

Ho conosciuto Emanuela tanti anni fa, per poco e per caso. Era all’epoca una studentessa universitaria (brava), era chiaro che avrebbe fatto carriera.

Poi gli anni sono passati, la carriera (la prima parte, almeno) l’ha fatta. E, di nuovo casualmente, la ritrovo nel suo blog, aperto per parlare di un malessere e di una speranza:

Tra pochi giorni partirò per il Senegal.

Lascio un’avviata (dodici anni di esperienza) carriera nel mondo della pubblicità. […] Un contratto a tempo indeterminato, di quelli che non si vedono più, di quelli che molti miei coetanei non hanno mai visto, un ruolo chiaro, riconosciuto, un posto di lavoro sicuro. Sicuro.

Ma.

Tra i miei ma ci sono un blackberry troppo invadente, praticamente l’unico vero compagno della mia vita, e l’ansia.

L’ansia del vedermi a 34 anni con la strada segnata, dritta, lineare, scritta.

Per troppi mesi ho sentito un ticchettio. Tic tac. Non quello in cui spererebbe mia madre. Quello di un altro orologio, quello che continua a fare solo tic tac. Tic tac. Tic tac.

E quindi eccomi qui.

Allora. Chi cambia la sua vita è mio amico a prescindere, perché ha coraggio, perché non si accontenta, perché vuole sperimentare, perché ha un tormento. Perché.

Allora le ho fatto due domande semplici semplici, sul prima e sul dopo (di quelle che se le facessero a me ci metterei sei mesi a trovare una risposta), e ho avuto due risposte interessanti. Il resto del suo viaggio è sul suo blog, che vale assolutamente la pena di leggere.

Le ho chiesto che cosa abbia in animo di fare una volta tornata.

Prevedo di lavorare come freelance nel settore pubblicitario: accounting, project management, organizzazione eventi (tutte cose che già facevo), a cui vorrei affiancare un’attività nell’ambito dell’organizzazione di viaggi.

Mio commento: prendere in mano la propria vita richiede per forza che si lavori per proprio conto. Per quanto un datore di lavoro sia illuminato e generoso, non ci sono soldi al mondo che paghino compleanni dei figli mancati, mancate partite di coppa (o qualunque altra cosa rientri tra le nostre proprie priorità nella vita) eccetera. (Davvero vorresti arrivare in punto di morte e lamentarti per non aver passato abbastanza tempo in ufficio?)

Le ho chiesto poi di descrivermi le sue sensazioni nei momenti in cui ha preso la decisione di partire (questo perché è questo il punto interessante, il punto focale: che cosa ti spinge a cambiare – nessun dubbio che una persona in gamba trovi poi la strada e la maniera per una vita a misura sua, anche dal punto di vista economico).

Faccio un passo indietro. La decisione più difficile da prendere è stata lasciare. O meglio trovare il coraggio di lasciare. La stabilità, un posto di lavoro a tempo indeterminato, una carriera, la strada segnata insomma, per l’incerto. È stato un processo che mi è costato un paio di mesi tormentati.

Complice di questa decisione è stato il viaggio che avevo già fatto in Senegal a gennaio. Quel viaggio, di stacco netto da tante cose, mi ha permesso di vedere chiaramente il tutto, e di rimettere in fila le priorità che volevo dare alla mia vita. Insomma quel viaggio mi ha aiutato a ritrovarmi e a riprendere in mano delle cose che avevo perso di vista, o forse solo sepolto sotto mille altre.

Quindi una volta trovato il coraggio di lasciare, la scelta di ripartire è stata automatica. Ritornare nei posti in cui un processo aveva avuto una svolta, rifare un viaggio con spirito e animo diverso, con ruolo diverso e molto più lungo è stato quasi una necessità. Un ritorno prima della vera ripartenza su una nuova strada.

E aggiungo che adesso che sono quasi a fine viaggio posso dire che queste settimane mi sono servite per riassestarmi dopo un semestre di svolta, per riprendermi i miei tempi e dare alla mia testa il tempo e la tranquillità per girare senza sosta e pensare, liberamente. È un lusso, che avevo perso di vista. tra blackberry e doveri.

Essere lontani da tutto, per quanto difficile in certi momenti, aiuta a riprendere consapevolezza di se stessi e di ciò che si vuole davvero. In questi anni ho fatto molto e non rinnego nulla, anzi. Semplicemente mi stavo perdendo e se fossi andata avanti su quella strada mi sarei imprigionata definitivamente in una costruzione che non era ciò che ero davvero.

Un futuro brillante ti aspetta, Emanuela. Ma anche il presente non è male.

Ago 06


Avevo una serie di pensieri che non riuscivo a sistemare. Non preoccupazioni grandi, ma fastidi – tanti e diversi. Li pensavo, uno per uno, ma non riuscivo a dare un senso, un ordine. In questi casi il mio mondo non funziona, so che devo fare qualcosa per equilibrarlo.

Per fortuna ero diretto verso il mio rifugio tra i monti. È importante mantenersi sempre una via di fuga. La mia è una casa senza pretese in mezzo al bosco, ma non è questo il punto: è una metafora, conta che sia un luogo dell’anima, un rifugio per quei momenti dispari della vita.

Ho pensato alle parole del Piccolo principe:

È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante,

e in quelle parole, pensate in quel luogo, ho trovato una sistemazione a quei fastidi. Avere una rosa è importante, può fare la differenza tra un giorno dispari e uno pari.

Lug 23


Ieri sera mi sono seduto di fronte a queste montagne che han fatto il mio corpo, imbruniva e io guardavo piovere.

Quel che succede all’esterno, quel che succede laggiù, in città, non ha molta importanza. Non è molto più di un rumore di fondo quel che arriva quassù.

Quel che succede dentro di me sì.

La mia realtà è fatta di cose minime, probabilmente insignificanti ad un occhio esterno. Tutto questo non vuol dire molto. Più passa il tempo e più mi accorgo di come la realtà e la mia realtà sono due entità assolutamente distinte. A volte si toccano, più spesso no – e va bene così.

Il tempo non è più un problema, il tempo è liberato e quindi libero. Le cose che contano sono ormai poche: ad esempio pensare, esplorare, guardare piovere.

Lug 16


Di te non scriverò,
io sono tutta scritta di te.
Non c’è al di là del mio margine ombroso
pagina chiara che ti possa accogliere.
(Elena Clementelli)

L’anno scorso ero io ad andare oltre; adesso è lei, la mia primogenita.

Mi trovo proiettato in lei, in lei che approda in territori sconosciuti (sia della mente che nello spazio) e se la cava. E io la vedo imparare divertendosi. Ha un’opportunità fantastica e la sta cogliendo.

Roberta è consapevole del fatto che, andando oltre i propri limiti (e prendere un aereo da sola, attraversare l’Atlantico e giungere in un luogo sconosciuto dove parlano una lingua che capisci poco è, sotto tutti i punti di vista, andare oltre i proprio limiti – lo era per me, e avevo trentacinque anni, figuriamoci per i suoi dodici), qualcosa può andare storto. Ma ciò che conta veramente, il sugo di tutta la storia, è imparare divertendosi, è crescere. Andare un po’ più in là.

Il sugo di tutta la storia è andare oltre.

Roberta sa che andare oltre vuol dire inevitabilmente fare errori, ma lo accetta come parte del processo di apprendimento.

Sbagliare riflettendoci è una santa attività.

E io di conseguenza imparo. E sono felice.

Lug 02

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 16 giugno 2011]

Ho fatto due conti. Non di soldi, ma di tempo, di anni, l’unica risorsa critica.

Ho pensato che la mia vita mi piace così. Anche con tutte le magagne che contiene. Anche con le sconfitte, le liti eccetera. Mi va bene così. Ci sto bene.

E poi voglio guardare avanti. Io non torno indietro. Ci ho messo tutti questi anni per arrivare – per caso – ad un risultato che mi soddisfa. Ora posso solo andare avanti posso solo migliorare.

E mi rendo anche conto che la felicità degli altri può dare fastidio. “Ma come? Io lavoro come un matto e quello pratica il 25×44 ed è pure felice?” Di domani ignoro, ma in questi tre anni sono stato sempre molto felice (di una felicità che Rita Levi-Montalcini definirebbe probabilmente da bambini, ma tant’è), ho mantenuto la mia famiglia, ho coltivato dei sogni per me grandi. Non è una ricetta e non è una garanzia, ma è – semplicemente è.

Ogni tanto mi volto indietro, guardo a quello che ero. Con tenerezza, ma senza rimpianti. Mi vedo giovane uomo in carriera, con i miei sogni imprenditoriali eccetera. Ma non voglio più tornare là, ho già dimostrato a me stesso che certe cose le so fare. Ora è tempo di mangiare altre colline.

E penso alla mia consapevolezza di adesso, al viaggio che ho intrapreso e che non intendo smettere. Sono felice. Voglio vedere dove mi porta questo percorso.

Il domani non mi spaventa. L’oggi nemmeno. Ho lasciato indietro tutte le paure. Quello che faccio, penso e dico non ha un particolare valore o significato. Morirò comunque. Ma proprio qui sta la forza di questa vita. Ha significato proprio perché non ha scopo.

Di tante preoccupazioni passate non possiamo che ridere. Essere felici costa più o meno lo stesso, è un percorso che possiamo scegliere.

Va benissimo così. Io non torno indietro.

Giu 25


… e ho dormito tutto il pomeriggio. (Ne avevo bisogno, nella mia cittadina l’estate è tremenda, la quiete è praticamente assente – non divento silvano per caso.)

A volte in questo luogo mi prende una gran nostalgia, un sentimento che sta tra la voglia improvvisa di dormire (Leo Buscaglia, La via del Toro) e Montale (Vissi al cinque per cento), passando per l’attacco dell’ottavo canto del Purgatorio (“Era già l’ora…”).

Ma l’altro giorno la nostalgia era assente. Ero sereno. E ho sognato. Ho pensato alle nostre figlie, ho pensato alle cose importanti della vita.

Sentivo questa ragazzina e questa bambina che cantavano in coro, mi sentivo felice. Era tutto reale, non era un sogno.

Ho pensato che devo usare la bici o andare a piedi ogniqualvolta sia possibile, come succedanei della mia bella Jeep.

Ho pensato a quanto è importante vivere fino in fondo qualunque cosa mi accada oggi, positiva oppure negativa, che comunque tra cent’anni non avrà nessuna importanza.

E poi questa mattina ci sono una luce così tersa, una brezza leggera e un cinguettio continuo che ti fanno per forza sentire in pace.

Apr 30

La vita scorre a rivoli. Ciascuno insegue i propri sogni, le proprie leopardiane fòle, fa quel che può e le ricette universali non esistono.

Ma c’è il sistema per battere il sistema? O il banco vince sempre?

Io parlo per me, dal cuore del miracolo per così dire; e anche se so perfettamente che quel che ho fatto e faccio io non serve a nessuno se non a me, lo dirò ugualmente. “Perché ci sei tu a leggermi”, per dirla alla Zu. È un messaggio in bottiglia: se arriverà, ignoro. (Ma scrivo comunque per i felici pochi di morantiana memoria.)

Simone Perotti è andato ben oltre il downshifting che l’ha reso famoso:

In gioco non c’è il denaro, il lavoro, la casa, i luoghi. […] E’ vivere fuori dal contesto, fuori da molte delle regole, fuori dal quel peso sul cuore, quello là che senti stasera addosso, fuori dalle convenzioni, da dialoghi senza senso.

Siamo coetanei, apparteniamo alla generazione fortunata dei quarantenni di oggi. Non sono mai stato così pieno di vita dentro di me, i progetti di lavoro le bambine il golf il piemontese eccetera ad libitum. Sono fortunato e lo so, lo dico ad ogni pie’ sospinto.

Ma tutto questo non basta. Io voglio andare oltre, mangiarmi una collina, questa generazione e quella dopo di me, voglio lasciare traccia del mio passaggio nel mondo.

Nel mio mondo, almeno. (Lascio perdere tutto ciò su cui non posso influire, il mondo andrà avanti lo stesso. E chissenefrega.) E qui entra il gioco il cambiamento.

Il cambiamento, lo scorrere del tempo e delle cose intorno a me. Tutto cambia, io cambio. Io cambio e in questo cambiamento batto il sistema. Il banco non ha vinto, non con me.

Apr 09

Eh.

Questi giorni di vacanza sono stati un momento di immersione nelle mie montagne, queste montagne scabre che han fatto il mio corpo.

Qui perdi i riferimenti, le abitudini: la natura è l’universo mondo, fine. Il mondo è qualcosa di lontano, scrivere non sembra nemmeno più necessario. Ho lasciato che le sensazioni e non i pensieri dominassero – in maniera naturale, appunto – le giornate.

La colazione, uno dei momenti più gioiosi e pieni di significato – i cibi qui hanno un sapore differente, non c’è dubbio.

Le passeggiate, naturalmente, la scoperta di luoghi abbandonati, borgate intere e poi – nel bel mezzo del bosco – un signore che, seduto di fronte a casa sua, legge il giornale. Solitario, tranquillo, soddisfatto.

(Quand’è successo che tutte quelle persone, schiere di persone, sono state costrette ad abbandonare luoghi come questi?)

Le fotografie renderebbero forse meglio l’idea? Io penso a Calvino e al “Come osi paragonare un’immagine alla parola scritta” e mi sembra tutto chiaro. Le immagini non spiegherebbero le sensazioni, no.

I giochi, i compiti, la lettura, i momenti conviviali. Le notti così calme e serene, il silenzio assordante. E poi svegliarsi la mattina presto per caso e trovare solo per me uno spettacolo impressionante: il cielo limpido e la luna piena, tramontante sulle montagne innevate. Intorno a me il canto infinito degli uccelli. No, un’immagine non potrebbe spiegare queste sensazioni.

Mar 19


Un mio cugino, mente scientifica e razionale, da ragazzino – quarant’anni fa circa – era frustrato perché voleva inventare delle cose ma disse che non poteva, perché tutto era già stato inventato.

E forse quando tutto è stato fatto è proprio il momento in cui tutto è da fare. E dal punto di vista della scrittura tecnica ci sono nuove frontiere da esplorare: questo sito ne è un esempio.

Interessanti anche i pensieri di Ray Kurzweil.

A me pare una strada percorribile perché spesso, quando scrivo articoli, mi rendo conto che devo fare ricerche già fatte, sto ripetendo concetti già espressi altrove eccetera. Allora l’idea che una macchina faccia il lavoro sporco al posto mio non mi sembra tanto peregrina.

Non che sostituisca il mio cervello né le sensazioni che posso esprimere, ma che prepari e faciliti il lavoro. Non diversamente da quello che può fare un programma di videoscrittura rispetto ad una macchina da scrivere, o un CAT rispetto alla memoria di un traduttore: concetti che oggi diamo per scontati e – di fatto – superati.

Insomma credo che ci sia molto da fare, e che la tecnologia – se usata bene, e questo è un punto cruciale – serva a migliorare il nostro lavoro, a renderlo più interessante e nel contempo a snellirlo, a lasciarci più tempo per ciò che conta davvero per noi.

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