Feb 24

Langit
Sono rientrato da poche settimane in Langit, dopo un’assenza di anni.

Non che la cosa mi stupisca, ma in tanti, troppi messaggi ho trovato – è stata la mia prima impressione – la stessa sciatteria, la stessa trascuratezza, la stessa disinformazione che all’epoca avevo lasciato.

Due esempi, tra i tanti possibili: mail scritte a caratteri tutti maiuscoli, oppure scritte senza il rigore che il mestiere di traduttore richiede.

Noi che lavoriamo con le parole scritte dovremmo essere infastiditi se una singola virgola non è al suo posto preciso.

Ricordo una sera, terminata la sessione di lavoro di una conferenza ALC (era giugno 2005, lo ricordo bene perché era il sabato immediatamente precedente l’annuncio dell’acquisto di Trados da parte di SDL – certe cose si sedimentano dentro di te con immagini e colori e profumi e aria), in cui un collega disse:

Tu credi che lunedì mattina, quando i nostri colleghi torneranno in ufficio, metteranno in pratica quel che hanno sentito, le esortazioni a cambiare, a fare meglio eccetera e di conseguenza cambierà tutto?

Era una domanda retorica, ma mi colpì. Perché io credo che cambiare sia una sorta di imperativo categorico per chiunque, un dovere morale oltre che un mezzo per stare meglio. Ma chi mi sente!

Feb 03

Zucchero
Sono partito da una frase di Jaron Lanier, riportata da Luigi Muzii in questo post:

Any skill, no matter how difficult to acquire, can become obsolete when the machines improve.

E l’ho collegata alle mie competenze acquisite in tanti anni di studi e poi di professione. Ho pensato, per esempio, al mestiere di correttore di bozze che ho esercitato tanti anni fa: anche grazie al mio professore di tesi, il caro Riccardo Massano, imparai una competenza che ben si sposava col mio carattere, ovvero la pignoleria nei minimi segni grafici, la diffidenza per il doppio spazio e così via. Ma tutte quelle ore passate a sudare sui testi, che portarono al mio primo libro e alla creazione della mia attività, quale valore hanno oggi, oggi che quel mestiere è da tempo estinto?

Muzii riferisce questa frase al mestiere del traduttore:

Oggi il profilo di un professionista della traduzione si può paragonare a un tavolino a tre gambe, ognuna delle quali è essenziale, ma nessuna di esse corrisponde più alla conoscenza della lingua. Queste tre gambe sono i dati, le tecnologie e la conoscenza. La lingua è una tecnologia; la conoscenza serve a sviluppare le tecnologie e a servirsene per accedere ai dati.

E mi è venuto in mente anche un passaggio di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples, pubblicata su Inc nell’agosto 1998:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Ovvero, in sostanza: noi ci accapigliamo tanto sul nostro mestiere, oggi, schiacciati come siamo dalla crisi globale da un lato e, dall’altro, dal cambiamento radicale di tutti i paradigmi che riguardano il lavoro e le professioni; ma io non mi chiedo soltanto se ci sarà posto, domani, per tutti i traduttori (ovviamente no), quanto piuttosto che cosa sarà non solo la traduzione ma anche – più in generale – lo scrivere, domani; e se questa mia competenza – lo scrivere essendo l’unica attività nella quale non temo la concorrenza di chicchessia – avrà ancora un senso e un valore in un mondo digitale.

Penso al mio scrivere, a tutte le parole che ho scritto, e credo che mi sia servito per fare chiarezza dentro di me, per comunicare dei concetti, per trasmettere dei pensieri; ma sul valore sociale di questo scrivere ho grandi dubbi. C’è stato un momento, allorché il Web ha preso piede e scrivere una mail era un’attività necessaria, quasi di moda, in cui questa abilità poteva avere un valore; ma poi il Web è diventato visuale, è diventato degli oggetti e delle fotografie, è diventato un copia e incolla e allora scrivere o non scrivere non fa poi tanta differenza.

“Es todo un manicomio”, per dirla con Zucchero. E allora continuo a scrivere perché non so far altro, ma sull’utilità di questo fare mi interrogo anzichenò.

Gen 13

sfide
A margine del mio post di due settimane fa, desidero oggi affrontare un problema piuttosto sentito nella comunità dei traduttori. Kevin Hendzel, il cui post ha dato la stura al mio e a un profluvio di commenti anche sulla lista ATA Business Practices (tanto che ha continuato a essere discusso per settimane dopo la pubblicazione), ha parlato tra gli altri argomenti della direzione presente e futura dell’ATA. Notava infatti sulla lista:

The experts are already going elsewhere.

ATA in some sense “competes” with other translator and interpreter associations for members and conference dollars (this may be one reason why membership has stalled and conference attendance has dropped every year since 2009).

Il che mi sembra molto vero: probabilmente il “mercato” dei nuovi traduttori è interessante per un’associazione del genere, ma appare altrettanto pacifico che quando un traduttore cresce professionalmente ha bisogno di sfide nuove, sfide che probabilmente l’ATA non è in grado di sottoporgli – e allora finisce in troppi casi per andare altrove.

La mia esperienza personale differisce da quella di un traduttore ma è indicativa: trovai nell’ATA il mio referente naturale, scoprii davvero la mia America, ma negli anni il bisogno di andare oltre, di avere sfide più vicine ai miei obiettivi si fece pressante e l’ALC mi offrì poi quello che cercavo.

Può essere anche che sia molto più complesso rappresentare traduttori esperti piuttosto che non i nuovi – lo concedo –, ma il problema generale rimane: se gli “esperti” vanno altrove, che cosa accade all’ATA? Non rischia forse di avvitarsi su di sé e di perdere quella spinta che ha avuto per oltre cinquant’anni?

E soprattutto: dove va a finire l’esperienza dei traduttori esperti? Non rischia di essere dispersa in troppi rivoli, o chiusa dentro a menti brillanti o, al più, in limitati conversari?

Che cosa succede a un traduttore quando cresce?

Dic 30

Learn As You Go
Segnalo questo interessante post di Kevin Hendzel (del suo blog in generale avevo parlato qui), dedicato all’apprendistato dei traduttori.

Già, è sempre lo stesso problema (“La storia non contiene / il prima e il dopo”, direbbe Montale): come entro in un settore se non ho esperienza, anche se ho studiato anni e anni per fare questo mestiere?

La paura.

La paura, dice Hendzel, è una gran maestra, perché ti costringe a farti domande, semina dentro di te il dubbio. Perché quando tu traduci non devi solo conoscere l’argomento di cui stai parlando (ovvio), ma devi anche conoscere tutto ciò che il tuo scrittore conosce.

Hendzel racconta un’esperienza che ebbe agli inizi del suo percorso professionale come interprete involontario e assolutamente impreparato allo scopo, e, sebbene se la sia cavata,

that terror of desperation and self-doubt is a key reason I was later to succeed at professional translation – an activity where I was actually paid for my work.

E c’è un altro punto del suo discorso che mi ha colpito. Ma non è nel post, è nei commenti:

When I was young and going through the longest and toughest period of growth, about 10 years long, I was being paid 3 cents a word for my work as it was being re-written and revised and corrected.

It was the best investment of my life.

Ovvero: 3 centesimi sono pochissimi, e questo è pacifico; ma a determinate condizioni non sono solo assolutamente sufficienti, ma sono un investimento che si ripagherà mille volte nel corso della carriera di un traduttore.

Insomma imparare strada facendo non va bene, nel senso che è una strategia che presta il fianco a disastri (i nostri clienti non comprano dei semilavorati, comprano dei prodotti finiti). Perché – è la logica conclusione del post –

the industry urgently needs a feedback mechanism, a hard one, for beginning translators and it must be in place for a long period of time – if we are to have a new generation of expert translators out there – in all fields of translation, down to the simplest texts – who can actually beat Google Translate rather than spend the rest of their careers making minor corrections to it.

In sostanza: la preparazione di un traduttore non può essere solo formale, ma deve essere sostanziale (non importa che cosa dica un libro di testo, importa sapere come quel dato termine si traduce oggi in un reale contesto lavorativo).

Dic 02

Jonathan Mardukas
In questi giorni mi è tornata in mente la questione delle tariffe (delle traduzioni, ovviamente). Era tanto che non ci pensavo: il fatto – un fatto – è che probabilmente ai prezzi cui vendere i tuoi servizi ci pensi tanto nei primi anni di attività, poi col tempo ti lasci indietro tutte queste questioni e semplicemente fai quel che devi e che sai fare.

(In effetti pensando ai clienti di Tesi & testi penso soprattutto ad un rapporto di partnership: forse non strategica come la consulenza aziendale, ma d’altra parte se qualcuno cerca il prezzo più basso nel servizio di traduzioni non verrà certamente da me.)

Ebbene, mi è tornata in mente perché ho ricevuto il listino da un’azienda simile alla mia. Ora, a parte il fatto che il concetto stesso di listino prezzi non ha molto senso (il prezzo essendo influenzato da troppi fattori quali il tempo, il settore, la quantità eccetera), mi ha colpito il fatto che quei prezzi sono di un buon 30% (almeno) più bassi rispetto ai miei.

Be’, sai che c’è? La cosa non mi preoccupa punto, in effetti mi inorgoglisce. Già, perché io so – so perfettamente – quanto mi costa offrire il servizio di livello che offro, e in questi casi non posso non citare Jack Walsh:

Dammi quello che è giusto, Eddy, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Sono in questo settore da pressoché vent’anni: so di che cosa parlo, so che cosa compro e che cosa vendo. (Il punto non è se sono bravo o meno, il punto è che ho troppi anni, per la miseria!) Ho passato tempeste e periodi felici nel lavoro, ho avuto problemi e tante soddisfazioni. Potrei dire, come scriveva Cesare Pavese il 14 ottobre 1932 a E.:

Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

I miei clienti lo sanno, e si fidano: il valore del mio lavoro, a ben vedere, è quasi tutto qui. Loro mi danno quello che è giusto, ed entro venerdì a mezzanotte hanno – come è nei patti – quello che vogliono.

Non è nemmeno questione di crisi o che, è semplicemente che i prezzi non mi interessano. Se ti fidi sai che il prezzo è giusto e negoziare non è poi così importante. La mia bòita non è certificata né è (più) iscritta ad alcuna associazione di categoria: ma entro venerdì a mezzanotte Jonathan Mardukas, detto Il Duca, sarà qui.

Ott 21

Austin
Quando diedi vita a questo mio diario pubblico, ormai cinque anni fa, raccontando la mia esperienza nel mondo delle traduzioni, lo feci col doppio intento speculare di fissare i miei pensieri e di portare conoscenza ai lettori. Col tempo, lentamente, il focus si è allargato a contenere temi più ampi – il segno che possiamo lasciare nel mondo e l’importanza di fare davvero le cose che ci interessano e appassionano, in due parole.

I due concetti non sono affatto antitetici, come forse potrebbe sembrare. Io non mi tiro mai indietro di fronte al lavoro, e credo che sia importante che quando lavori lavori davvero; del resto, seguire e inseguire le proprie passioni e passare tanto tempo con le persone importanti della nostra vita sono cardini cui non ha senso rinunciare. Quanti, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? (Lo scopo ultimo del lavoro è o dovrebbe essere liberare il tempo, non occuparlo fino allo sfinimento.)

Insomma questo blog è il diario di un collegamento tra due concetti solo apparentemente contrapposti. Tutto questo per dire che mi è tornata, improvvisa (ma non inattesa), la voglia – portata da una mail di quella che considero, pur non essendone più membro, la “mia” vera associazione, la ALC – di prendere nuovamente parte ad una conferenza negli Stati Uniti: unire l’utile e il dilettevole, l’esperienza acquisita con quella ancora da acquisire, i fusi orari differenti con le sessioni di lavoro, io me stesso me come operatore del settore e come persona in cerca di conoscenza più ampia.

L’ultima fu ad Austin, tanto tempo fa. Quegli anni sono stati per me, dal punto di vista del lavoro e della conoscenza dell’industria della traduzione, molto intensi: mi ci sono dedicato anima e corpo, ho incontrato molte realtà, imparato concetti e cercato di trasmetterli.

È stato un viaggio (mentale, innanzitutto) affascinante e splendido, avventuroso e foriero di sviluppi e conversari e segni lasciati nel mondo. Poi ad un certo punto ho pensato che potesse bastare e messo in soffitta quel periodo.

Ora quel desiderio mi è ritornato. Con cautela e con i capelli grigi, ma per il 2014 ci sono.

Set 23

Noi abbiamo un problema.

Ce l’abbiamo come società tutta, ma oggi lo esaminiamo dal punto di vista di un giovane che sta per entrare, sta entrando o è appena entrato sul mercato del lavoro. Un traduttore, per esempio.

Partiamo da questo post di Giovanna Cosenza, che pubblica lo sfogo di una lavoratrice dell’intelletto che è impiegata per due lire.

Sara Crimi, che con l’editoria ci lavora, sulla sua pagina Facebook sintetizza tutto quanto in maniera efficace:

Basta con i piagnistei, sul serio.
Tirare fuori gli attributi e smettere di menarsela col lavoro intellettuale.

Allora che cosa facciamo?

Prima considerazione: questa turbolenza che stiamo attraversando contiene già in sé, per forza e di necessità, la sua soluzione, solo che noi non la vediamo ora. Il fatto che non la vediamo non significa però che non esista. (Nassim Taleb docet; e non solo col suo Cigno nero, ma anche col suo Antifragile che sto leggendo da un mese – lettura difficile, lentissima, da digerire, affascinante, piena di significati.)

Nessuno ha (per ora) grandi risposte, dunque; ma questo non ci deve scoraggiare. Se io non avessi una vita “avviata” e fossi un giovane oggi, probabilmente andrei all’ estero – in Cile, è pressoché sicuro –; ma questa è solo una risposta parziale.

Possiamo ripartire dai fondamentali, questo sì. Ho letto per esempio questo post di Marco Cevoli in cui si raccontano fatti prosaici; ma, per fare uno yogiberrismo, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica no.

E poi le risposte non possono arrivare tutte insieme e tutte subito. (Anch’io passata la ventina mi sentivo assolutamente perso, sapevo di essere intelligente e di avere doti ma non sapevo proprio che cosa fare dei miei talenti. Poi però la vita scorre, la vita è lunga, le cose cambiano, le cose succedono, diventi grande comunque e nonostante, a volte anche nonostante te stesso.) Pensiamo ad una soluzione a dieci anni, per esempio. A dieci anni, sì – non dieci minuti o dieci giorni o dieci mesi. Dieci mesi non bastano.

Nessuno ha le risposte, ma le risposte arrivano. A volte anche da sole. Dice Fabian Kruse:

Isn’t it weird that most people, when they want to get smarter, slimmer or stronger, want immediate results? It seems like all they’re willing to put in is a bunch of money, but as little time as possible.

E:

Are you fucking kidding me?

E ancora:

We can’t all be Jack Kerouacs and write a bestselling novel in a few nights of typing frenzy. And even if we were, we’d still need years and years of preparation to get to that point!

Look at it from the other end: If you give yourself enough time, you can do pretty much anything.

E questo risponde anche a Sara e chiude il cerchio, perché come dicono spesso le mie figlie quando chiedo loro qualcosa:

E un attimo!

Set 16

Mi capita ogni tanto di imbattermi in colleghi nuovi arrivati in questa professione. Anch’io ero un “nuovo collega” una ventina d’anni fa, ma col tempo le cose sono cambiate: avendo commesso tutti gli errori possibili e immaginabili, ho semplicemente cercato di imparare da quelli (nel senso di non ripeterli più), e ora mi è facile distinguere di primo acchito il grano dal loglio, ovvero i competitor seri da quelli improvvisati e senza preparazione. (Bastano le prime due righe di una mail, per dire.)

Questo mercato è vasto – l’ordine di grandezza è intorno al miliardo di euro –, ma come dappertutto non ci si improvvisa. Ovvero, non ci vuole molto più di un computer per iniziare, ma continuare, creare valore, è una cosa diversa. Puoi anche ammantare le tue magagne di marketing e loghi e design, ma per fare vedere che sei un professionista non servono molte parole, ci vuole sostanza. E, soprattutto, anche il contrario è vero: ti sgamano subito.

E il discorso non vale solo per le agenzie, vale per chiunque, translators included: a cosa servono, ad esempio, i curricula che sono di fatto dei copia e incolla, mandati come fossero un modulo e non un atto creativo e uno strumento di marketing? Mentre i dettagli minimi nel CV (e in tutto quello che di noi traspare sul Web) sono importantissimi.

Il marketing, insomma, è fondamentale; ma i segreti non esistono più e le magagne vengono fuori subito. Prendiamone nota.

Mag 13

Per anni, gli anni a cavallo del giro del millennio, ho sentito parlare di questi famigerati CAT senza sapere bene che cosa fossero. È vero che la tecnologia è vecchissima (gli albori risalgono agli anni Cinquanta), ma per un traduttore “normale” la storia era molto più vicina: nel 2000 non erano molti i traduttori che possedevano e soprattutto utilizzavano fattivamente un CAT.

Io all’epoca ero (più precisamente: io pensavo di essere) un imprenditore tutto preso dal suo sogno, impegnato a costruire una grande azienda. (Altrimenti perché avrei comprato una sede di 140 metri quadri? Sognavo di riempirla di persone che lavoravano a progetti, ma come? Su questo punto non avevo riflettuto veramente.) Nella pratica, il primo CAT a entrare da noi – era il 2002 circa – fu SDLX Lite (credo), grazie ad una traduttrice che rientrava da un’esperienza inglese. Servì a dare un tocco di internazionalità alla mia boita torinese, e la sua esperienza fu preziosa perché aprì un mondo nuovo. Comprammo le licenze e tutto, ma per me personalmente rimase un mondo lontano, di cui avevo diffidenza ovvero timore. Ne scrissi anche nel libro, ma più da “studioso”, da osservatore che da utente.

Negli anni arrivarono Trados (era il 2005 e seppi in anteprima, a mercati chiusi il venerdì sera – ero a Pasadena, ad una delle tante conferenze che ho adorato in quegli anni –, della fusione con SDL che sarebbe stata annunciata solo il lunedì mattina successivo), Transit, Idiom e probabilmente altri di cui ora non ricordo nemmeno.

Con Trados non divenni mai amico, mi incuteva sempre un po’ di timore quella sua aria di superiorità, non riuscii mai a capirlo davvero. Eppure lo usai a lungo; ma sempre come ospite, mai con un rapporto da pari a pari.

Il cambiamento per me è avvenuto con memoQ. Quello da subito mi è sembrato uno strumento con cui potevi ragionarci, che ti permetteva di dialogare. Mi è piaciuto immediatamente, e col tempo avvicinandomici ho capito alcune cose:

– che un CAT è un programma come un altro – come un word processor per dire, fa cose diverse ma è fatto solo di 0 e 1 come tutti gli altri;

– che utilizzarlo non è difficile: secondo il principio di Pareto, in poco tempo puoi arrivare ad usarlo in tutte le funzioni base (quelle che ti servono) e approfondire poi alla bisogna, senza pretendere di sapere tutto subito (cosa che di fatto non è necessaria);

– che tanti traduttori si fermano, appunto, alle funzioni base e non vanno – anche perché non gli viene richiesto – più in là.

Ora io sono arrivato qui e sono fiero di me. Che il mondo sia ormai del tutto digitale e ciò sia, come dire?, qualcosa di assolutamente scontato non importa: io ci sono arrivato e per me è stata una conquista. Sono lento in tutto e ci ho messo più di dieci anni a fare un passo che dovrebbe richiedere al più qualche mese, ma insomma ho fatto pace con i CAT.

Mar 25

Conobbi Kevin Hendzel in una delle tante conferenze nel settore della traduzione cui ho partecipato negli Stati Uniti tra il 2003 e il 2008 – una conoscenza occasionale, ma ricordo che rimasi colpito dal suo modo tranquillo di parlare e dall’aura di calmevolezza (sì, lo so che il termine non esiste sul dizionario; ma inventare le parole è un bel modo per sviscerare, rimescolare e conoscere la propria lingua) che emanava la persona.

Ho da poco scoperto, e volentieri segnalo, il suo blog, Word Prisms, un laboratorio di idee sul mondo della traduzione.

(La cosa bella dei blog americani, anzi degli americani in genere, a riguardo del nostro settore è che si parla – anche – di denaro senza troppi giri di parole come invece faremmo noi.)

(Da un po’ tempo rifletto anche sul fatto che il concetto stesso di “blog” è obsoleto: certo, io non faccio male a nessuno con le mie parole in libertà, e anzi c’è pure chi le apprezza; ma uno strumento che qualche anno fa mi appariva futuristico oggi mi sembra superato dagli eventi, ovvero dall’informazione che si sbriciola e frammenta.)

Tutto il blog si fa leggere con piacere. Tra gli articoli, mi hanno colpito soprattutto questo (dedicato a come i traduttori dovrebbero usare le conferenze per trovare nuovi clienti) e questo dedicato alla MT (“If you think translators feel threatened by the encroaching wave of next-generation MT software, consider the case of poor commercial airline pilots”).

Un blog molto recente – l’articolo più datato ha sei mesi –, ma dati i contenuti è facile immaginare che diverrà molto seguito. Mi piace.

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