Feb 10

neve alla Piatta
Sono stato nel mio rifugio tra i monti, qualche giorno fa. Una toccata e fuga – di fatto una notte –, ma significativa per più d’un motivo.

L’occasione l’hanno fatta due conferenze – questa e questa –, e mi è venuto bene unirci una notte a casa mia.

Sono state ore molto intense, dentro di me (e rasserenanti, ça va sans dire), a partire dalla vista della linea delle Alpi Marittime che incorona la piana di Cuneo. Sia detto incidentalmente, per parte di mamma provengo da una famiglia povera di pianura, fatta di terra e nebbia e fango, ma la mia natura mi porta inevitabilmente verso quelle montagne – povere anche loro: quindi andare verso le montagne, in un pomeriggio di un giovedì qualunque, è stato come tornare a casa dopo un lungo viaggio in luoghi stranieri.

È stato particolare vedere la Bisalta “ingrossata” e pienotta per la neve, mentre l’immagine che ne ho è di montagna snella e verdissima. Correre (ma tanto sono allenato, non è un problema) per arrivare in tempo alla prima conferenza. Arrivarci. Trovare – con piacere – la sala piena.

Di questa prima conferenza, tenuta dal professor Alessandro Vitale Brovarone, mi ha colpito una frase in particolare: “Non credo ai confini linguistici”, che è una bella dichiarazione di pace tra le lingue; e in ciò ho trovato conferma della mia idea, a riguardo dell’isoglossa che dovrebbe passare per San Damiano Macra a dividere il piemontese dal provenzale alpino; ma che di fatto non esiste, poiché due persone abitanti in due paesi confinanti, anche se le carte dovessero dire che hanno parlate differenti, si comprenderanno sempre. Il professore parlava della società transmontana – semplificando, quella delle nostre Alpi – che può non avere avuto interesse ad andare verso la pianura: il che può contribuire a spiegare da un lato l’unità di una lingua attraverso le montagne (queste Alpi, è importante che sia chiaro, sono sempre state un passaggio piuttosto che una barriera per le popolazioni che le hanno abitate, e di conseguenza il provenzale si estende in maniera naturale fin quasi alla pianura), dall’altra le differenze verso il piemontese della pianura; anche perché, per citare ancora il professore, “normalmente a fondo valle cambia musica”.

Il secondo incontro cui ho partecipato raccontava di un fatto minimo successo nel mio comune d’adozione tanti secoli fa. Il fatto in sé non è importante, è importante aver visto una piccola comunità riunita in una moderna vijà; e mi ha colpito il fatto che tale intervento sia stato condotto in piemontese. Mi ha colpito solo fino a un certo punto però: il piemontese – ël montomalèis, per essere precisi – è l’idioma del luogo, in quale altra lingua vorresti parlare?
la pian-a
Poi, finita la conferenza e le parole con gli amici (incluso l’abbozzo di un corso di grafia piemontese da tenersi quest’estate: pare incredibile, ma scrivere in piemontese per un piemontofono analfabeta in questa lingua – absit iniuria verbo, ma questa è la normalità per il 98% almeno dei parlanti – è di una facilità che fa impressione, come sono sicuro potrò dimostrare nei fatti da qui a pochi mesi), è stata la volta di andare a casa. Casa mia. Per la prima volta in tanti decenni di frequentazione ci andavo da solo, e mi è parsa un’anticipazione della mia vita futura, difficile e bellissima. Difficile perché isolata, bellissima perché vera, piena, viva.

Ho dormito al freddo, e mi è sembrata una cosa sana.

Mi sono svegliato e ho fatto colazione col caldo buono della stufa. Il caffè e il latte li ho scaldati col fuoco della stufa – poteva essere diversamente?

Fuori c’era la neve. Poco più in là sentivo il latrare – ij giap – dei cani del nostro padrone di casa, e a catena di altri cani di altre case più lontane. Le cose familiari erano ammantate di neve. Certe sensazioni sono minime, ma bastano a farti sentire in pace con te.

Feb 03

Zucchero
Sono partito da una frase di Jaron Lanier, riportata da Luigi Muzii in questo post:

Any skill, no matter how difficult to acquire, can become obsolete when the machines improve.

E l’ho collegata alle mie competenze acquisite in tanti anni di studi e poi di professione. Ho pensato, per esempio, al mestiere di correttore di bozze che ho esercitato tanti anni fa: anche grazie al mio professore di tesi, il caro Riccardo Massano, imparai una competenza che ben si sposava col mio carattere, ovvero la pignoleria nei minimi segni grafici, la diffidenza per il doppio spazio e così via. Ma tutte quelle ore passate a sudare sui testi, che portarono al mio primo libro e alla creazione della mia attività, quale valore hanno oggi, oggi che quel mestiere è da tempo estinto?

Muzii riferisce questa frase al mestiere del traduttore:

Oggi il profilo di un professionista della traduzione si può paragonare a un tavolino a tre gambe, ognuna delle quali è essenziale, ma nessuna di esse corrisponde più alla conoscenza della lingua. Queste tre gambe sono i dati, le tecnologie e la conoscenza. La lingua è una tecnologia; la conoscenza serve a sviluppare le tecnologie e a servirsene per accedere ai dati.

E mi è venuto in mente anche un passaggio di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples, pubblicata su Inc nell’agosto 1998:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Ovvero, in sostanza: noi ci accapigliamo tanto sul nostro mestiere, oggi, schiacciati come siamo dalla crisi globale da un lato e, dall’altro, dal cambiamento radicale di tutti i paradigmi che riguardano il lavoro e le professioni; ma io non mi chiedo soltanto se ci sarà posto, domani, per tutti i traduttori (ovviamente no), quanto piuttosto che cosa sarà non solo la traduzione ma anche – più in generale – lo scrivere, domani; e se questa mia competenza – lo scrivere essendo l’unica attività nella quale non temo la concorrenza di chicchessia – avrà ancora un senso e un valore in un mondo digitale.

Penso al mio scrivere, a tutte le parole che ho scritto, e credo che mi sia servito per fare chiarezza dentro di me, per comunicare dei concetti, per trasmettere dei pensieri; ma sul valore sociale di questo scrivere ho grandi dubbi. C’è stato un momento, allorché il Web ha preso piede e scrivere una mail era un’attività necessaria, quasi di moda, in cui questa abilità poteva avere un valore; ma poi il Web è diventato visuale, è diventato degli oggetti e delle fotografie, è diventato un copia e incolla e allora scrivere o non scrivere non fa poi tanta differenza.

“Es todo un manicomio”, per dirla con Zucchero. E allora continuo a scrivere perché non so far altro, ma sull’utilità di questo fare mi interrogo anzichenò.

Gen 27

Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.

Eugenio Montale, Per finire, in: Diario del ’71 e del ’72, Milano, Mondadori, 1973.

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Gen 20

ricominciare
Non sono pessimista.

Il bicchiere è per me sempre mezzo pieno: sempre e comunque e per definizione. A volte, però, faccio fatica a credere alle mie stesse parole.

Passano gli anni e vedo che non riesco a modificare il mondo come vorrei. Lasciare il segno, andare oltre. Pavese, nel diario:

Sei consacrato dai grandi cerimonieri. Ti dicono: hai 40 anni e ce l’hai fatta, sei il migliore della tua generazione, passerai alla storia, sei bizzarro e autentico… Sognavi altro a vent’anni?
Ebbene? Non dirò ‘tutto qui e adesso?’ Sapevo quel che volevo e so quel che vale ora che l’ho. Non volevo soltanto questo. Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina.

Diventare perenne come una collina. Resistere al tempo. Fare birdie tirando da un parcheggio.

Montale: “Vissi al cinque per cento”. Non è un po’ poco?

L’altra sera dicevo: “Che tragedia! Ho già tutti questi anni e fatto solo il cinque per cento di quel che avrei voluto”. Mia figlia piccola, però, mi ha risposto senza pensarci troppo: “Ma tutto il resto puoi ancora farlo”.

Allora i pensieri neri come d’incanto sono svaniti. Forse per poco, e certo non definitivamente, ma per un po’ almeno si sono allontanati.

La moglie di Ben Hogan, Valerie, un giorno disse al marito, che si lamentava di non riuscire a fare un numero sufficiente di birdie, che la soluzione era semplice: “Honey, hit it closer”. E lui stesso riconobbe quel momento come fondante di tutta la sua carriera.

E quindi? Quindi vivo al cinque per cento ma non fa niente. Si può ricominciare sempre, anche con i capelli grigi, si può ricominciare adesso.

Ricomincio adesso.

Gen 13

sfide
A margine del mio post di due settimane fa, desidero oggi affrontare un problema piuttosto sentito nella comunità dei traduttori. Kevin Hendzel, il cui post ha dato la stura al mio e a un profluvio di commenti anche sulla lista ATA Business Practices (tanto che ha continuato a essere discusso per settimane dopo la pubblicazione), ha parlato tra gli altri argomenti della direzione presente e futura dell’ATA. Notava infatti sulla lista:

The experts are already going elsewhere.

ATA in some sense “competes” with other translator and interpreter associations for members and conference dollars (this may be one reason why membership has stalled and conference attendance has dropped every year since 2009).

Il che mi sembra molto vero: probabilmente il “mercato” dei nuovi traduttori è interessante per un’associazione del genere, ma appare altrettanto pacifico che quando un traduttore cresce professionalmente ha bisogno di sfide nuove, sfide che probabilmente l’ATA non è in grado di sottoporgli – e allora finisce in troppi casi per andare altrove.

La mia esperienza personale differisce da quella di un traduttore ma è indicativa: trovai nell’ATA il mio referente naturale, scoprii davvero la mia America, ma negli anni il bisogno di andare oltre, di avere sfide più vicine ai miei obiettivi si fece pressante e l’ALC mi offrì poi quello che cercavo.

Può essere anche che sia molto più complesso rappresentare traduttori esperti piuttosto che non i nuovi – lo concedo –, ma il problema generale rimane: se gli “esperti” vanno altrove, che cosa accade all’ATA? Non rischia forse di avvitarsi su di sé e di perdere quella spinta che ha avuto per oltre cinquant’anni?

E soprattutto: dove va a finire l’esperienza dei traduttori esperti? Non rischia di essere dispersa in troppi rivoli, o chiusa dentro a menti brillanti o, al più, in limitati conversari?

Che cosa succede a un traduttore quando cresce?

Gen 06

pedalando in salita
Quando ho fatto il mio ingresso nel mercato del lavoro, grossomodo venti anni fa, credevo di fare faville – ne ero sinceramente convinto. Ora, guardando indietro, credo anche che ne avrei avute le capacità. Sognavo di costruire una grande impresa, avevo tutto in mente e tutto scritto. Ora, guardando indietro, vedo che ben poco si è realizzato. Eppure (ma questa è una nota del tutto laterale) per nulla al mondo cambierei la mia vita – provvisoria e precaria – con qualunque altra.

(“Vissi al cinque per cento”, direbbe Montale.)

Ad ogni modo. Mi sto “riorganizzando” per la seconda parte della vita, le mie “seconde nove” – le buche che ti riportano al punto di partenza (perché il tempo è circolare: ma questo lo sapevi già, vero?). Non importano i dettagli – i dettagli cambiano per ciascuno –, ma vorrei mettere l’accento sul “sistema di pensiero” che mi porta lì.

Un tempo scrivevo dei piani strategici dettagliatissimi e lunghissimi. Ne ero fiero, e confesso che erano belli a vedersi; ma di fatto inutili, proprio perché troppo articolati. Era un bel lavoro, che mi richiedeva quantità spropositate di tempo e soddisfaceva il mio ego, ma non era di fatto fruttuoso.

Poi sono successe delle cose (“Poi scordarono tutti e passò molto tempo”, direbbe Pavese – e chissà perché mi vengono in mente le pedalate in salita di Marco Pantani e la direzione ostinata e contraria di Fabrizio De André?), e il mio “piano di vita” di oggi è semplicissimo e lineare. I dettagli non importano, ma vorrei descriverne i meccanismi.

Intanto, dico che per caso ci sto dedicando molto tempo ora, ma questo non è legato all’anno solare (ovvero non c’entra nulla con le buone intenzioni di Capodanno tipo voglio perdere peso, smettere di fumare eccetera).
in direzione ostinata e contraria
È diviso in – pochi – punti, che corrispondono alle aree che mi interessano, quelle sulle quali voglio lasciare il segno: ël masnà (sarebbero le figlie), per esempio; Tesi & testi, il golf e pochi cetera. Ciascun punto ha (meglio: può avere) degli obiettivi a breve termine (da raggiungere entro un anno), a medio (3-5 anni) e a lungo termine (20 anni).

È un work in progress, che elaboro precipuamente in due momenti distinti:

– durante il sogno: “per fare una cosa devi prima sognarla”, come dice Bob Rotella;

– durante la corsa: la corsa ha tra le altre cose questo di bello per me, che libera e pulisce la mente e mi permette di pensare in maniera slegata dal momento (ne ho parlato, ad esempio, qui).

Quel che farò nel tempo che mi resta da vivere non è importante – o meglio, lo è per me. Morirò comunque; ma, se sarò mooolto fortunato, riuscirò a fare birdie tirando da un parcheggio; e questa sarà la mia soddisfazione e non avrò bisogno di altra ricompensa.

Ovvero, come scriveva Cesare Pavese il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Dic 30

Learn As You Go
Segnalo questo interessante post di Kevin Hendzel (del suo blog in generale avevo parlato qui), dedicato all’apprendistato dei traduttori.

Già, è sempre lo stesso problema (“La storia non contiene / il prima e il dopo”, direbbe Montale): come entro in un settore se non ho esperienza, anche se ho studiato anni e anni per fare questo mestiere?

La paura.

La paura, dice Hendzel, è una gran maestra, perché ti costringe a farti domande, semina dentro di te il dubbio. Perché quando tu traduci non devi solo conoscere l’argomento di cui stai parlando (ovvio), ma devi anche conoscere tutto ciò che il tuo scrittore conosce.

Hendzel racconta un’esperienza che ebbe agli inizi del suo percorso professionale come interprete involontario e assolutamente impreparato allo scopo, e, sebbene se la sia cavata,

that terror of desperation and self-doubt is a key reason I was later to succeed at professional translation – an activity where I was actually paid for my work.

E c’è un altro punto del suo discorso che mi ha colpito. Ma non è nel post, è nei commenti:

When I was young and going through the longest and toughest period of growth, about 10 years long, I was being paid 3 cents a word for my work as it was being re-written and revised and corrected.

It was the best investment of my life.

Ovvero: 3 centesimi sono pochissimi, e questo è pacifico; ma a determinate condizioni non sono solo assolutamente sufficienti, ma sono un investimento che si ripagherà mille volte nel corso della carriera di un traduttore.

Insomma imparare strada facendo non va bene, nel senso che è una strategia che presta il fianco a disastri (i nostri clienti non comprano dei semilavorati, comprano dei prodotti finiti). Perché – è la logica conclusione del post –

the industry urgently needs a feedback mechanism, a hard one, for beginning translators and it must be in place for a long period of time – if we are to have a new generation of expert translators out there – in all fields of translation, down to the simplest texts – who can actually beat Google Translate rather than spend the rest of their careers making minor corrections to it.

In sostanza: la preparazione di un traduttore non può essere solo formale, ma deve essere sostanziale (non importa che cosa dica un libro di testo, importa sapere come quel dato termine si traduce oggi in un reale contesto lavorativo).

Dic 23

stupid
Il titolo del post di oggi riprende il libro di Nicholas Carr di cui avevo parlato qui.

Lo so, lo so che quando inizi a dire – o anche solo a pensare – “ai miei tempi” vuol dire, in parole povere, l’inizio della fine. E tuttavia mi chiedo, io che ho ancora voglia di studiare argomenti nuovi, imparare, approfondire: come faccio a farlo, visto che a parte quando sono sul divano o nel letto con un libro il tempo è per forza spezzettato dalla potenza del Web?

Oggi ricordo con piacere i pomeriggi del liceo, o i giorni dell’università passati di fronte ad un libro. Però, che cosa potremmo pensare oggi di che cosa scriveva Roberto Vacca nel 1981 in Come imparare più cose e vivere meglio?

I tedeschi dicono che è importante “lernen mit Sitzfleisch” – cioè: imparare con la carne con cui ci si siede. Questo vuol dire che c’è molta roba che non puoi imparare, se non ti metti seduto e se non ci rimani fin quando hai letto un sacco di pagine e hai lavorato davvero sodo.

Allora la mia paura è che il nostro cervello tenda a diventare pezzi di Wikipedia messi insieme. D’altra parte il fine ultimo della cultura – è Umberto Eco che lo dice – è sapere dove trovare rapidamente un’informazione quando serve, non sapere a memoria la Treccani.

Faccio un passo indietro (no, più d’uno per la verità). Quando scrissi il mio primo libro il Web non esisteva (o meglio, era un oggetto nuovo e la cui utilità non era percepita da quasi nessuno – basta vedere la homepage del sito di Microsoft nel 1994 per rendersene conto); ai tempi del secondo sì, ma non era “social”; ai tempi del terzo (giusto tre anni fa, e sembra un altro millennio) il Web era già dappertutto. Eppure in tutti e tre i casi la gran parte di essi è stata scritta in un mese circa di sforzo concentrato, dove le distrazioni erano ridotte al minimo proprio allo scopo di proseguire nell’atto creativo. Quando scriverò il quarto sarà ancora così?

Mette conto qui citare un articolo apparso sull’ultimo “Wired” (while we are here: l’edizione italiana di questa rivista mi sembrò dirompente al suo apparire, ora la vedo fatta soprattutto di marchette – e tutto sommato sono contento che il mio abbonamento scada presto), del quale mi hanno colpito un paio di passaggi.

Il primo è una considerazione dell’autore fatta a margine di un pensiero di Nicholas Carr:

Il problema è il multitasking. Che in realtà non esiste: gli umani sono in grado di prestare la debita attenzione a un unico compito. “Multitasking” in realtà significa volgere rapidamente l’attenzione da un compito all’altro, con un dispendio di energie mentali superiore a quello necessario per eseguire il compito in sé.

Il secondo è un commento del pediatra Michael Rich:

Lo schermo non fornisce ai bambini la capacità di guardare una cosa, di analizzarla a velocità umana e di sintetizzare quello che sta succedendo.

Insomma il problema rimane. Oggi l’informazione è pervasiva e non costa nulla, ma quanto vale? E, soprattutto: che cosa accadrà nel tempo al nostro cervello?

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Dic 16

VLUU L110  / Samsung L110
Scrivevo qualche mese fa:

Il mio obiettivo, che qui rendo pubblico […], è quello di partecipare, portandola a termine, ad una mezza maratona entro la fine del 2014.

Ebbene, quel sogno – perché di sogno a tutti gli effetti si tratta: per fare una cosa devi prima sognarla (è questo uno degli insegnamenti fondamentali di Bob Rotella) – si è avverato ieri. (Decisamente prima del previsto: e questo, a cose fatte, non mi stupisce punto – da tre mesi sognavo, con profluvio di dettagli, di passare sotto quel traguardo.)

La corsa era questa. Oggi ne parlo da un punto di vista “filosofico”; mercoledì dirò di come ho vissuto questa competizione in piemontese, e venerdì del lato strettamente sportivo.

Quel che volevo, a dirla tutta, era arrivare in fondo entro le due ore e mezza: questo era lo spartiacque che, nella mia mente, avrebbe separato il successo dal fallimento.

Le due notti precedenti sono state difficili, per problemi che non riuscivo a togliermi dalla testa; così invece di rilassare la mente per l’imminente prova ho continuato a macerarmi dentro a problemi che non riesco a risolvere.

Ma tant’è. Sono partito ad un passo tranquillo (circa 7 minuti al chilometro) e, cosa più importante, dopo i primi chilometri mi è stato chiaro che quel passo mi avrebbe permesso di stare sotto la soglia prefissata.
Un Po di Corsa
Verso il chilometro 14 le forze scarseggiavano. Per un po’ mi è servito l’incitamento di un volontario, ma poi vedevo che faticavo a tenere il passo. Più avanti ho messo in pista tutti i trucchi che mi venivano in mente (contare i passi al minuto, per esempio, così come altri trucchetti forse stupidi ma efficaci): così il tempo passava e la meta si avvicinava. Lo sforzo più grande è stato contare i passi fino a mille quando ero intorno al ventesimo chilometro: sapevo che se fossi riuscito ad arrivare a mille sarei arrivato nei pressi del traguardo, e a quel punto sarei stato sicuro di farcela.

All’arrivo il mio cronometro segna 2 ore e 27 minuti: ovvero ho corso esattamente a 7 minuti al chilometro, mantenendo la media con lievi deviazioni.

C’è il sole, io sono felice.

Dic 09

VLUU L110  / Samsung L110
Tornare al mio rifugio tra i monti in dicembre è difficile, per via del freddo, della luce scarsa e dell’acqua in casa che, d’inverno, non c’è. (Già, nel mio paese d’adozione le stagioni hanno il loro ritmo naturale e lo seguono qualunque cosa accada, “in direzione ostinata e contraria”, per così dire – ma contraria a cosa, poi?)

Essere lassù è per me una necessità quasi fisica ormai. Essere in un luogo dove il silenzio è la condizione naturale, dove ci si scalda con il fuoco. Dove si respira. Raccogliere da terra le ultime pere, raccogliere i rami per il fuoco, camminare per davvero su quella terra. Mettere via la legna per l’inverno prossimo venturo.

Siamo andati dal nostro pusher di fiducia per la frutta e la verdura: abbiamo fatto il pieno di mele, pere, kiwi, cavolfiori, porri (“Ij pòr son nen bon, i-i mangio ij verm”, ci avvisa; d’altra parte i porri riempiti di chimica non hanno vermi, questo è pressoché certo). E io non posso non pensare a quella frutta di plastica che si trova in quegli scatoloni giganti e che troppe volte siamo costretti a mangiare.

Certo in quelle terre di silenzio ti mancano tante cose, d’inverno. Ma a volte basta un saluto, o magari una veloce chiacchierata con un giovane che rimane lassù per capire perché quella terra voglio trattarla bene: perché voglio lasciarla a posto per chi verrà dopo.

Guardare la linea delle montagne quando si fa notte, e pensare con struggente nostalgia e dolcezza a quanto tempo dovrà passare per essere di nuovo lassù. Respirare.

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