Gen 02

Ho ripassato
le epoche
della mia vita

(Giuseppe Ungaretti, I fiumi)

Un tempo guardavo con religioso scrupolo il passaggio d’anno. Ricordo che inorridii, avrò avuto dieci anni o che, quando una mia cugina mi disse che sarebbe andata a dormire normalmente la sera del 31 dicembre, prima di mezzanotte. Dentro la mia testa quest’idea non trovava posto.

Ora non sento necessità di fare bilanci e programmi in questo periodo (ovvero, la sento in maniera continuativa e non legata al cambio d’anno); ma parlerò comunque di questo blog.

Questo è il post numero 150 – casuale coincidenza. Cinquantadue tra questi sono stati pubblicati nel 2011, uno per ciascun lunedì dell’anno. Era un obiettivo che mi ero dato, l’ho raggiunto. Lo stesso per GoPiedmont al mercoledì e per Campo pratica al venerdì.

Dei contenuti non so giudicare, ma questo mio diario pubblico è diventato una sorta di amico per me. Non solo un luogo di confronto e discussione, ma anche un oggetto che – in quanto pubblico – non mi appartiene più. Ovvero penso che gli articoli che si trovano qui non sono miei, ma sono di tutti, perché a tante persone, a tanti blog, a tanti libri eccetera devo gli spunti che hanno composto col tempo questo luogo. Insomma considero questo work in progress un “bene pubblico”.

I temi: guardando indietro, mi rendo conto dei cambiamenti intervenuti in me. Quest’anno continuerò a parlare di traduzioni e di filosofia spicciola, gli argomenti nei quali mi sento preparato. E poi capiteranno dei fatti meravigliosi che ora ignoro, ci saranno dei problemi ma sarà un bel viaggio come fantastico è stato l’anno testé chiuso.

Ai miei venticinque lettori, i “felici pochi”, un grazie sincero per aver trovato il tempo di leggere queste note: la lettura, i commenti, le mail e le telefonate che seguono i post sono molto preziosi, mi arricchiscono e mi fanno più consapevole.

Dic 26


Il titolo di questo post riprende il mio intervento di martedì scorso presso l’agenzia formativa Tuttoeuropa. Qui voglio fare qualche considerazione a margine.

Il pubblico, ragazzi che – ahimè – potrebbero quasi essere miei figli (note to self: Gianni, senti per caso il peso del tempo che passa?), era molto attento. L’impressione è che si siano trovati un po’ spiazzati a sentire parlare di marketing e informatica e non di lingua o traduzione. Ho cercato di instillare più volte in loro l’idea della vendita di un prodotto o servizio, del fatto che il marketing è alla base di tutto nel mondo del lavoro, del fatto che “qualità” è una parola vuota di significato eccetera.

Perché la vostra, ragazzi, è la generazione del troppo di tutto: ma voi avete i mezzi per farvi valere. Fatevi valere.

Come sempre, conto di aver parlato per i felici pochi; ma credo che qualcuno tra i presenti abbia colto i problemi che ci sono, e soprattutto le opportunità che si nascondono dietro di essi.

Personalmente mi sono divertito – se così si può dire –, mi sentivo perfettamente a mio agio, perfettamente in the flow e questo ha certamente giovato allo scorrere dei concetti.

I ragazzi, stando al feedback che ho ricevuto, hanno apprezzato. Ora non resta (a chi è seriamente intenzionato ad avere successo) che proseguire sul percorso iniziato. It’s a tough world, out there; ma bando alle scuse, chi vuole arrivare lontano è bene che parta per tempo.

Dic 19


… o forse tre. (La mia vita 2.0 era iniziata due anni prima, nel 2008, e prima con meraviglia e poi con sempre maggior decisione ho sperimentato su di me i cambiamenti.)

Esattamente un anno fa facevo qui la cronaca dell’edizione del mio ultimo libro. Oggi voglio tentare un bilancio (provvisorio), vedere come quel libro ha influito su di me e – sperabilmente – su altri.

L’idea di fondo è che tu sei l’artefice del tuo destino, e che solo tu puoi decidere che cosa è giusto oppure no per te. (Non sempre ci riusciamo, ovvio.)

Soprattutto, per cambiare – cambiare davvero – ti deve essere chiaro che vuoi cambiare. Sembra una tautologia ma non lo è: non esiste un cambiamento generico, ma solo un cambiamento preciso che nasce da una precisa volontà interna.

Ecco, questo mio entusiasmo a volte ingenuo è allo stesso tempo contagioso, qua e là. Alla fine, si semina “solo” per i felici pochi di morantiana memoria. Mi piacerebbe, ma non posso contare sul fatto che il cambiamento sia generale, dobbiamo sempre basarci sul fatto che la maggior parte delle persone si limiterà a dire qualcosa come “bello”, con un sospiro aggiungendo “beato te che te lo puoi permettere…”, e poi ritornerà alle azioni abituali, sperando che portino a risultati diversi.

(Tu non sarai tra quelli, voglio ben sperare.)

È un progetto imperfetto e migliorabile, con i suoi grossi limiti (per fortuna). Ma si va avanti, un po’ di tempo c’è ancora. E, per dirla con Chris Guillebeau,

I would do it again tomorrow. Next time I want to do a 7-continent book tour.

Dic 12

L’8% del mio fatturato di quest’anno è andato in crediti che non verranno mai più riscossi. (Requiescant in pace.) Qualche altro punto percentuale è di clienti che ci marciano.

(Per me non sono perdite, preferisco considerarli soldi spesi nella mia formazione.)

Dicono le agenzie.

Un traduttore un giorno mi ha detto che avrei dovuto fare un fido per pagare le fatture in sospeso. Dal punto di vista etico-morale il ragionamento non fa una grinza. Allora io però dovrei dire la stessa cosa al mio cliente. E lui che fa? Ride. (Vallo a contattare, chi ci marcia: è in perenne riunione, un dinosauro nell’era digitale.) E io che faccio? (Certo, ho già abbandonato quel cliente ma intanto la fiducia c’era, il lavoro è stato fatto eccetera.)

Agenzie maledette.

Se le agenzie non avessero senso economico non esisterebbero. Ho superato i quindici anni di questo mestiere, mi sento quasi un veterano e sento sempre gli stessi discorsi. Ma alla fine mi sembra che tutto si risolva in poche parole: se sei un traduttore hai un’impresa, per quanto piccola, dunque accetti il rischio e il fatto che a volte le cose possano non andare come pianificato.

Puoi cambiare il mondo partendo dal tuo piccolo, ovvero non lavorando con chi non ti ispira fiducia. A volte sono scelte difficili, ma pagano (appunto) sul lungo periodo.

(Insomma: non sono le agenzie, sei tu. Fine.)

Dic 05

Photo courtesy of Doina Coman


Sabato a fine pomeriggio, dopo una giornata trascorsa a parlare del marketing per i traduttori, ero esausto. Prosciugato. Ho dato tutto me stesso, ho cercato di trasmettere quello che so.

A chi era presente vorrei aggiungere questo: benissimo. Ora che avete ascoltato e riflettuto passate all’azione! È importante che la teoria diventi pratica, che le parole che si sono dette diventino realtà, sforzi di marketing e infine ordini. Questo conta.

Ci sono difficoltà oggettive. Troppa offerta rispetto alla domanda, pochi soldi in circolazione. Non è facile. Non è facile per nessuno. Ma il marketing, se fatto bene, è una grossa opportunità. Ed è anche divertente!

Il sito, un blog, Twitter, l’emailing… solo la fantasia può essere il limite. E le visite dirette ai clienti. Vedere un cliente di persona, piantare nella sua mente il seme della vostra esistenza professionale.

Mille cose si possono fare. Mille opportunità davanti a noi. La passione.

Tutto qui.

Nov 28

Sto terminando di preparare il workshop che terrò questo sabato a Torino sul marketing per il traduttore. È anche un’occasione per riflettere su tanti temi che riguardano il mestiere del traduttore. Uno di questi è una brutta, famigerata parola: qualità.

Che cos’è, esattamente, la qualità?, mi chiedo – e non so rispondermi. Parto allora da quello che so.

Un tempo tutti i miei preventivi facevano leva sulla qualità (del servizio, della traduzione eccetera). Ma col passare degli anni e col feedback che via via ricevevo, crescendo quella che io soggettivamente considero la qualità complessiva del servizio che la mia azienda offre, mi sono reso conto che ottenevo risultati molto superiori semplicemente non menzionandola.

Insomma non lo considero un argomento di vendita o di discussione. In sé la parola “qualità” non significa molto: è un argomento soggettivo, ciascuno di noi ha una sua idea di qualità. Anche le varie certificazioni non fanno altro che garantire un processo, non che una traduzione sia di “qualità”.

Non serve dire che le nostre traduzioni sono di qualità. Tutti lo dicono e lo diranno, dunque non è un differenziatore.

E poi la stringatezza nelle comunicazioni scritte ha un valore inestimabile. Il tuo cliente non ha tempo di sentire tutta la pappardella su quanto sei professionale eccetera, ma vuole sapere quanto gli costa e vuole essere sicuro che il lavoro sarà fatto a regola d’arte.

Sei in grado di garantire questo?

Nov 21

Il mio post della settimana scorsa ha suscitato molti commenti, sia qui che sulla mia pagina Facebook che sul gruppo STL di Sabrina Tursi. Già, come stabilire il prezzo per i propri servizi – insieme un’arte e una scienza – è un punto cruciale per qualunque professionista, e dunque il tema è molto sentito. E probabilmente ho scritto anche delle ovvietà, come mi ha fatto notare Aurelia Peressini (invitandomi però a continuare a scriverle). (Personalmente mi pare il commento più sensato e lo condivido pure; ma se il re è nudo bisogna prima accorgersi che lo è per vedere che cosa fare dopo.)

Orbene, un filone di commenti riguardava i giovani, e in particolare i neolaureati che entrano sul mercato del lavoro e hanno scarse prospettive. Chi ha venticinque anni oggi fa parte di una generazione che non sta certo bene; e in più è inserito in una crisi epocale, peggiore di quella del 1929, fatta per durare anni.

Ma le crisi, di qualunque natura siano, hanno questo di buono: che fanno pulizia. Ti costringono a svegliarti la mattina presto, a pensare a soluzioni creative. Tutti i cambiamenti possibili del mondo non nascono che da un nostro, semplicissimo, banale primo passo.

E ancora: ogni minaccia nasconde per sua natura un’opportunità dentro di sé. Quella stessa informatica che mette in pericolo il nostro lavoro ci dà delle possibilità inedite fino a ieri. (La mia vita 2.0 sarebbe stata impensabile anche solo cinque anni fa.)

Io non ho soluzioni preconfezionate, ma ribadisco il concetto espresso sette giorni fa: tenere i prezzi troppo bassi è un suicidio professionale. Lasciamo stare l’etica, lasciamo stare i colleghi, lasciamo stare i grandi discorsi: ma cedere alla tentazione – comprensibilissima – di abbassare i prezzi è un danno a se stessi. Fine.

Un’alternativa sensata è fare team con un traduttore esperto. Andare a bottega, con l’umiltà di chi apprende un mestiere e tutti i vantaggi che la tecnologia offre.

Personalmente ho perso (e perderò, lo so) molti progetti per insistere su un prezzo relativamente alto. Ma un prezzo corretto è condizione necessaria (non sufficiente) affinché il proprio servizio sia professionale, affinché il cliente abbia quel che chiede, affinché il traduttore ricavi il giusto compenso dalla propria prestazione. È il circolo virtuoso della qualità di cui ho parlato qui.

Nov 14

A  luglio dell’anno scorso avevo preparato un intervento per il LanguageCamp della Luspio, che poi per motivi di tempo non era stato possibile esporre: ecco qui a seguire la traccia per quel contributo.

Grazie, innanzitutto, ad Anna Fellet e Valeria Cannavina per l’organizzazione di questa unconference: trovo che la formula sostanzialmente nuova – almeno per l’Italia – sia un buon viatico per il futuro.

Questo fatto – l’uso della tecnologia per semplificare la nostra vita lavorativa – mi fa venire in mente quel che Renato Beninatto ha detto questa mattina, ovvero che la machine translation è di fatto un alleato e non un nemico del traduttore.

Non ho potuto seguire tutti gli interventi, ma un’idea della giornata me la sono fatta. Così come ho un’idea abbastanza precisa di questo nostro mercato, che cercherò ora di illustrare.

Ho scritto qualche appunto, ma sostanzialmente vedo questo breve intervento come una chiacchierata a braccio. Questo anche perché ho preparato quest’intervento in pochissimo tempo, seguendo la legge di Parkinson esposta da Tim Ferriss, secondo la quale il lavoro si espande fino a riempire tutto il tempo disponibile per il suo completamento: e quindi minor tempo non vuol dire minor risultati, ma gli stessi risultati ottenuti in maniera più concentrata.

Quindi non sarò preciso come vorrei, ma sono comunque disponibile – molto disponibile – per scambi di pareri alla fine del discorso.

Dal mio ingresso in questo settore – 1996, in maniera assolutamente casuale (un Cigno nero – e vorrei invitare chi non abbia letto il libro di Nassim Taleb a farlo, magari come lettura sotto l’ombrellone – potrebbe aprire più di un occhio) – ho fatto tutti gli errori possibili e immaginabili, ma quel che ho capito subito è stato che il marketing era la chiave di tutto.

Il marketing, ovvero il mercato; e per me il mercato è una visione molto limpida. È uno dei miei primi ricordi a colori, una piazzetta della mia cittadina, le voci di chi comprava e vendeva, i colori e i suoni di quel mattino, il profumo degli aranci, il sole.

Il marketing, ovvero come rapportarsi come i clienti, i clienti potenziali, i concorrenti, le associazioni, i colleghi e così via: qualcosa di molto semplice, a ben vedere.

Ecco, il punto dolente dall’ottica del traduttore (e qui mi rivolgo soprattutto ai giovani) – quello che mi ha indotto al titolo di questo intervento – è proprio la considerazione che troppo spesso troppi traduttori dimenticano chi si trovano di fronte, si dimenticano di se stessi e del valore che possono offrire al cliente, dimenticano che vendere a poco non è conveniente, che è un atteggiamento che non ha futuro.

È chiaro che la tentazione a vendere a poco, a concedere sconti, è forte, perché magari ci si ritrova con tanto tempo, ottimi studi e nessun cliente “vero”: ma è un percorso suicida.

Non dico che sia facile, però chiedo scusa a chi mi ascolta e cito qui la mia esperienza. Vendetti le mie prime traduzioni a 14mila lire la cartella, ma in realtà solo perché spinto da un amico: io volevo chiederne 7mila – o almeno a questo mi spingeva il mio carattere umile, oltre che l’ignoranza – nel senso etimologico del termine – verso qualunque meccanica e conoscenza del settore.

Ma presto mi fu chiaro come stavano le cose, che le aziende pretendevano ma pagavano, che determinate lingue non le potevo pagare poco – semplicemente non c’erano traduttori disposti a lavorare a determinate cifre. Cito l’esempio del polacco: una traduttrice, che conobbi allora e con cui lavoro ancor oggi, che si rifiutava (giustamente, dico ora; ma allora non lo sapevo) di lavorare alle cifre che le avevo proposto.

Quindi da una parte potevo andare verso i prezzi bassi, ma mi è stato subito chiaro che non era una strategia valida sul lungo periodo.

Insomma le cose erano – e sono – semplici. Anche perché – rammento un’indagine citata da Renato Beninatto qualche anno fa e ricordata anche questa mattina – il prezzo è solo il terzo o il quarto fattore di decisione nel nostro settore, mentre fattori più critici sono il tempo, per esempio, il rispetto delle scadenze, il fatto che si offra una determinata lingua e così via.

Ma di più: se i prezzi sono alti, di solito il tuo servizio è percepito come eccellente – siamo umani, dopotutto. Non è bello da dire, ma spesso giudichiamo il vino dall’etichetta. Questo, però, vale solo alla condizione che il servizio offerto sia eccellente – altrimenti cade tutta la costruzione.

Tuttavia, un paio di settimane fa ho ricevuto una proposta di traduzioni a 2,5 – due virgola cinque – centesimi, da una persona che ha due lauree. Mi ha colpito talmente tanto che ne ho parlato nel mio blog. Io mi sento dispiaciuto per queste persone, che sicuramente sono preparatissime da un punto di vista tecnico ma non si rendono conto del danno che fanno a sé e ai colleghi.

Questo è un messaggio rivolto soprattutto a chi ha cominciato da poco, a chi comincia, a chi sta per cominciare: non svendetevi, sarebbe il vostro suicidio professionale. Un sistema può essere quello di lavorare in tandem con un traduttore professionista, cui lasciare buona parte – o anche l’intero – dei propri profitti iniziali, in cambio però di una revisione puntuale dei proprio lavori e di suggerimenti di mercato. È la classica win-win situation.

E mi sembra che non ci sia soluzione a questo problema. Insomma, chi si svenderà ci sarà sempre. Ma per vivere – bene – del proprio lavoro occorrono tra le altre cose, almeno queste due caratteristiche:

1. prezzi adeguati: e prezzi adeguati dall’inizio;

2. servizio eccellente: e con servizio non intendo la “semplice” traduzione, ma tutta l’assistenza di cui il cliente può avere bisogno: sia da una punto di vista informatico, che di fatture e così via.

E il risultato sarà un rapporto da pari a pari e non come questo:

È un disegnino – elementare ma assolutamente esplicativo, come le immutabili leggi del marketing – fatto da Renato Beninatto ad una presentazione alla conferenza ATA 2007 a San Francisco, dove l’uomo più grande (e sorridente) è il nostro cliente e l’omino piccolo (e triste) è ovviamente il traduttore.

Le cose sono semplici, non è il caso di farle molto complicate. Secondo me è più o meno tutto qui.

Nov 07

Tre anni fa scrissi una recensione del libro di Daniel Gouadec per Language International, sito che aveva lo scopo di far rivivere i fasti dell’omonima rivista, punto di incontro nel nostro settore tra il 1988 e il 2002; ma purtroppo ebbe vita breve. Ripubblico allora qui quel pezzo.

Daniel Gouadec is a professor at the Université de Rennes 2 and a well-known author in our field (a list of his publications can be found here). His latest feat is Translation as a profession, an excellent overview of the translator’s job in the XXI century. Generally speaking, the perception of the translation profession in the eyes of the general public is that of a sort of Saint Jerome with a dusty dictionary (obviously on paper) in his/her hands. But nothing is more far from the truth, now that translation and IT have become more and more intertwined; and this book contributes to clearing up that misunderstanding.

The book is divided into six sections. The first analyzes the translation process, while the second describes the translation profession and the market. The third section is devoted to how to become a translator, and at which conditions this career is worth the effort. The fourth can be seen as the result of the previous section, looking at issues such as rates, productivity, quality, deadlines, certifications and so on. The fifth section describes the impact that IT has had on the profession. The final section concerns the training of translators.

The main merit of the book lies in its completeness. Professor Gouadec gives an in-depth view of the profession that is very useful for aspiring translators as a guide, and for actual translators to revisit and rethink their job. In some passages, the book may come across as too theoretical, but must be said that it is anything but simple to give precise data and indications in this field. Also, there are too many pointed and numbered lists that do not really make for a fluent read: there is for example a numbered list that describes the translation process (pages 57-83) 156 points long! Another flaw that, quite frankly, surprises the reader is the lack of a bibliography: the author quotes some sites, but the information would have been more complete and accurate with annotated references to books and articles on the subject.

Some specific concepts are worth noting. For example that “the translating profession has long been dominated by women. The reasons were economic (the relatively low rates were acceptable as a second income) and social (translation offered part-time opportunities and flexibility)” (p. 88): a good and plain explanation for a phenomenon that is the same everywhere you go. Or that “salaried employment in the translation industry tends to focus more and more on such activities as project management and language engineering” (p. 89): this is precisely what is happening in the industry today.

Rather theoretical but interesting is the difference between a broker and an agency: the first “simply buys and sells translations”, whereas the second “usually takes care of at least part of the translation process” (p. 96).

There is also the unfailing point that regards the prices that translators apply to their clients: “When it comes to tariff levels, translators all too often appear to be willing to dig their own graves” (p. 199).

There are some other concepts that are perhaps more arguable. For example:

– “Translation graduates are expected to be able to translate from two foreign languages into their mother tongue” (p. 89; emphasis is in the original); why two and not only one, or more than two, as may be the case for Nordic languages?

– “It must also be remembered that a translation company’s rates will always be higher than those of a freelance translator” (p. 123): this is not always true, in some cases a freelancer may charge higher than an agency for a specialized service;

– “Need it be said that the choice of premises and their location are all-important […]. Also be wary that many clients (more especially those that bring in the major contracts) will, soon or late, drop by […] and that major clients will be dismayed at the sight of substandard premises” (p. 184): this may have been true in the past, but in the current market rules have changed dramatically;

– “A good rule of thumb is that the normal pattern for freelancers is to aim to cut down their reliance on agency work from 50% the first year, to around 20% by the third year” (p. 190): it may be useful advice as a general rule, but the numbers depend on many factors. Just to name one, translators may want to concentrate on their translation duties, letting the agencies do the marketing efforts for them and be compensated for this.

All in all, this is an excellent overview of the translation profession, recommended especially for translators who are still new to the profession; however the price may be an obstacle to the circulation of the book.

Daniel Gouadec, Translation as a Profession, “Benjamins Translation Library”, volume 73, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, 2007, pages 396, ISBN 9789027216816, price EUR 110.00 (hardbound – ebook), EUR 36.00 (paperback), available here.

Ott 31

Da tempo ho l’idea che ciò che scrivo sia, per quanto possibile, riunito in questo mio sito, perché ciò che è altrove può per vari motivi andare “disperso”. Inizio allora con oggi la ripubblicazione di miei vari interventi e articoli sul mondo della traduzione.

Il primo, Milwaukee non è Carrapipi, è un pezzo che scrissi nel 2006 per il blog di Nicola Poeta, inserito ovviamente col suo permesso e solo lievemente aggiornato per via dei link che nel frattempo sono cambiati, e che racconta di una delle tante esperienze che ho avuto a conferenze sul nostro mondo (il collegamento con l’attualità è dato dalla conferenza ATA testé terminata), esperienze che ricordo con piacere e gratitudine immensi e che conto di riprendere presto.

Come dice il giornalista Bobby Tanzilo, americano di quarta generazione che ha riscoperto l’Italia e l’italiano, lingua dei padri che nemmeno i genitori parlavano più (e, tra parentesi: curioso e denso di sviluppi l’incontro di un piemontese innamorato dell’America con un americano innamorato del Piemonte), Milwaukee viene spesso considerata dagli americani come la città di Happy Days, delle breweries e di poco altro ancora. Ma, forse – ho detto forse! – non è tutto qui.

Per pochi ma densi giorni (21-24 giugno 2006) questa città del Midwest ha infatti ospitato la quarta conferenza annuale della ALC, la Association of Language Companies di cui la nostra società fa parte, non a caso intitolata (autoironicamente?) Brewing Up a New Vision. In America esistono diverse associazioni che tutelano gli interessi delle aziende operanti nel settore dei servizi linguistici. Tra queste, la ALC è quella che più si addice a chi ha come obiettivo principale la crescita della propria azienda, perché se non bisogna mai perdere di vista l’oggetto del nostro lavoro – la parola scritta –, occorre allo stesso tempo essere consapevoli del fatto che qualunque azienda senza utili non ha futuro.

Tra gli interventi mi ha colpito (in negativo) quello – tipicamente yankee – di Walter Bond, un ex giocatore della NBA ora convertito a motivational speaker, che ha intrattenuto per oltre un’ora i partecipanti con un discorso che potremmo definire di carattere religioso ma senza la religione. Tra le attività richieste ai presenti: andare a stringere la mano, sorridendo, a tre perfetti sconosciuti dicendo loro: “No one can stop you but you!” Now figure this.

Ma non sono mancate le sessioni concrete e dense di significato: una presentazione di Teresa Marshall, Localization Manager di Google, ha messo in luce i criteri usati da questo motore di ricerca per la localizzazione dei suoi servizi, e le implicazioni che ciò può avere per chi opera nel nostro settore. Si è poi parlato di stato dell’arte nella tecnologia applicata alle traduzioni (tema che per noi riveste un’importanza strategica almeno pari all’aspetto linguistico – e allora come mai continuiamo a dirci che dovremmo diventare più esperti nell’uso di questo o quel programma, salvo poi rimandare e sperare che gli stessi comportamenti portino a risultati differenti?). Un seminario interessante è stato condotto sul family business: numerose aziende tra le presenti alla conferenza sono infatti gestite da membri della seconda generazione, e in alcuni casi anche dalla terza. A chiudere il cerchio il fatto che la relatrice, Donna Gray (be’, la foto ricorda un po’ troppo da vicino Mrs. Doubtfire), è di origine italiana.

Tutti i giorni della conferenza sono stati naturalmente accompagnati dall’attività tipica di questo genere di eventi: il networking. È molto interessante, e fruttuoso, conoscere colleghi nuovi o incontrarne dei vecchi, scambiare pareri sul settore e sull’attività, anche semplicemente bere una birra in compagnia. Ma il tema caldo per eccellenza di questo periodo è l’M&A, le fusioni e le acquisizioni. È in atto infatti un consolidamento nel settore delle traduzioni, per cui i grandi attori cercano di diventare ancora più grandi per non farsi raggiungere dai player medi. È pensabile che questo movimento continui ancora per un paio di anni almeno, fino a quando l’industria della traduzione non raggiungerà la stabilità (data, credo, dal fatto che non ci sarà più posto per new entries tra i big del settore).

L’ultima attività della conferenza non poteva essere che un MicroBrewery Tour – come dire che i luoghi comuni nascono pur sempre da un fondamento di realtà. O magari sarebbe il caso di chiedere a Luca Goldoni, autore di un magnifico (e purtroppo esauritissimo) Viaggio in provincia, spiegazioni su che cosa significa vivere in un luogo comune. Lui chiederebbe agli abitanti di Canicattì quale effetto fa vivere in un modo dire. E loro risponderebbero: “Ma che modo di dire, qui è un modo di esistere: mica siamo a Carrapipi”.

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