Mar 12

Sono nel settore delle traduzioni per aziende da quasi vent’anni ormai. Ho partecipato a conferenze, ho avuto a che fare con migliaia [sic] di traduttori e di clienti, ho scritto libri e articoli, tengo questo blog da anni eccetera. Ciò significa che due o tre cose dell’industria della traduzione – non sarà superfluo ricordare qui che sono stato io, di pirsona pirsonalmente, a introdurre questo sintagma nella lingua italiana – le conosco; e allo stesso modo sono conosciuto in questo ambiente.

Lunedì scorso esce questo post non firmato, che attacca il workshop del 14 aprile prossimo in cui parleremo di marketing per traduttori agli esordi della professione. L’ignoto autore dice in sostanza che la formazione è fuffa, sono trucchi per spillare soldi ai traduttori, mentre “il futuro invece è qui: Da traduttori per traduttori”.

Un tempo attacchi del genere, che sfiorano il personale pur essendo di fatto anonimi, mi facevano arrabbiare (gli archivi di Langit sono pieni delle mie filippiche); ora mi fanno al più sorridere.

Ho inserito un commento, in cui dicevo che la critica è legittima, ma la critica non informata è semplice arroganza. Il commento non è stato approvato.

Sulla pochezza delle argomentazioni non dirò nulla – il Web è assolutamente trasparente in questo senso. Dirò solo che l’accenno all’onestà, da parte di qualcuno che non si firma con nome e cognome né approva i messaggi delle persone citate, con questo chiudendo di fatto la porta alla comunicazione, è un atto vile.

Ovviamente ciascuno è libero di partecipare o meno, di investire in formazione o meno eccetera. Ma mi auguro soltanto che non si prendano davvero sul serio queste “lezioni di metodo”.

Mar 05

Torno sul mio bilinguismo, di cui ho parlato lunedì scorso, per precisare il concetto dal momento che temo di non essere stato sufficientemente chiaro.

In primo luogo capisco che le lingue sono sempre argomenti delicati, perché entra in gioco l’identità della persona. In più, credo che l’etichetta di “piemontese” abbia per molti un’accezione negativa, perché da un lato fa venire in mente il contadino e le montagne, dall’altra ricorda pagine controverse della storia d’Italia.

Ebbene, il mio piemontese è semplicemente un altro paio di occhiali per guardare il mondo. Se fossi nato da un’altra parte avrei un’altra lingua a dare forma ai miei pensieri. Non ho nessuna pretesa di superiorità, nessun desiderio di rivalsa di nessun genere, niente da insegnare a chicchessia.

E poi credo che questa lingua, come tutte le lingue del mondo, sia un’apertura verso l’esterno, certamente non un chiudersi a riccio in un castello dorato dove le persone parlano solo la mia lingua. Il mio bilinguismo insomma mi aiuta a cercare di capire chi è diverso da me; e mi fa apprezzare lingue – e dunque culture – distanti e diverse.

Tutto qui. In maniera molto semplice e tranquilla.

Feb 27

Mi sono interrogato su che cosa significhi, per me, il mio bilinguismo. (Forse è un pensiero che mi torna spesso, ma non credo in maniera molto conscia.) L’occasione mi è venuta da un commento casuale sulla mia pagina Facebook. Io avevo citato qualche brano di una splendida traduzione del Piccolo principe, e mi si è fatto notare che i piemontesi sono “proprio convinti”, dal momento che abbiamo due diverse traduzioni di quel libro.

Ora, la storia di quella doppia traduzione non è importante qui. Ma il mio bilinguismo è qualcosa che non serve a nessuno se non alla mia identità, a vivere una vita mentale più ricca. Apparentemente, non farebbe nessuna differenza se non parlassi e scrivessi piemontese: questa lingua non serve a nulla, per così dire. Ma il pericolo – parlo per me – è di trovarmi senza lingua materna e non voglio che accada, tutto qui. Il pericolo è per esempio di colui che è emigrato e ha perso la sua lingua senza trovare davvero la lingua del paese che l’ha accolto, e ad un certo punto si è trovato senza identità.

(Prescindo qui da tutte le opportunità che mi provengono dal conoscere altre lingue oltre alla prima e alla seconda, parlo solo delle mie lingue materne.)

Chi sei tu, veramente, senza una lingua tua, quale che sia? Una lingua ti definisce, è il tuo paese, sei tu. Quando penso alle parole che vivranno almeno fino a che vivrò io mi sembra un bel posto, il mondo. E mi sovviene GianRenzo Clivio:

Mia part i l’hai fala, ij mè cit a parlo piemontèis e fin ch’i vivo i l’avrai da parleje piemontèis a quaidun.

Parole, parole, parole. Parole inutili, parole incantevoli. Pavese:

Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro.

Queste due lingue in cui mi sono rimescolato e mi sono conosciuto mi definiscono, qualunque cosa accada; sono una compagnia e una difesa, una consolazione e un mezzo. Le parole.

Feb 20

Ad aprile 2005 partecipai a Milano ad una conferenza della divisione europea della STC, il TransAlpine Chapter che non mi risulta più esistere (e anche questo è un segno dei tempi). La ricordo comunque con molto piacere: molto ben organizzata, molto interessante, molto informativa.

Scrissi per “TransAlpiner”, la newsletter del gruppo, un articolo che ricordava i benefici derivanti dalla partecipazione a conferenze simili e che ripubblico volentieri qui.

The STC-TAC Milan Conference: Impressions of a First-time Attendee

Faced with these three days of conference, as a first-time attendee I was like a child that sees a new city for the first time, with all its bright lights and colors. So I had a sort of clear-minded view, which allowed me to gather the impressions that I would now like to express in this short article.

What, where and when. The Transalpine Chapter organizes a two-day general conference twice a year (in April and October). This year for the first time, the Milan conference was preceded by a meeting of the Italian Chapter.
“What’s in it for me?” I hear you ask. What does all this specifically mean for you and for your business? Well, there are at least three benefits:
– Technical knowledge;
– Knowledge of the market, of its problems and of its opportunities;
– Networking with your colleagues (and competitors – why not?).
Obviously, each point intertwines with the others. Let us examine each one in detail.

Technical Knowledge. The Italian Chapter day involved five presentations, plus a final panel discussion about the future of technical writing as a profession. The conference itself involved nine speeches plus a final panel discussion about usability in documentation. A broad range of topics was discussed, and it was in this variety that I found the real value for the attendees: the opportunity to leave the conference with a wealth of inspiring ideas to reflect further on. From the program of professional speakers, I particularly enjoyed the speeches by Umberto Santucci, Bill Gribbons and Erik van Huisstede.

Umberto Santucci (Strategic Problem Solving and Technical Writing) gave an interesting talk explaining how the documentation of a good or service can and must be tailored to the target user. Bill Gribbons (The Migration from Information Design to User Experience Design) helped us to appreciate how the user’s experience in using a good – or a service, for that matter – needs to lie at the heart of a business strategy in order for a company to succeed. Erik van Huisstede showed us that, in designing and writing manuals and instructions for users, a multitude of approaches is possible, though whatever the approach, what is fundamental is to be creative, to pay attention to style and – perhaps most importantly, yet often neglected – to make the user happy.

Knowledge of the market. Even in this age of the Internet, in this world where information is, at least apparently, anything but a scarce resource, existing in copious amounts and readily accessible to all and sundry, the importance of market knowledge should not be underestimated. Participation in industry events of this kind allows attendees to learn and better understand their own strengths and weaknesses as well as those of the market in which they are engaged. Of course, a conference can in no way substitute books and journals, or other information channels, however talks such as that given by Piero Margutti about the challenges faced by Siemens in documentation management constitute an invaluable source of information on the issues facing our clients, and hence the opportunities available for those involved in technical writing. (Siemens was our kind and gracious host in Milan, and Piero the perfect master of ceremonies.)

Networking. The conference was particularly well-structured, especially as it gave considerable space to socializing. The organizers themselves encouraged the public to interact and exchange their thoughts and business cards during the conference, rather than wait and send an email once they were back in the office. Speaking to strangers, of course, is not always an easy thing to do, however you cannot simply wait for the people to whom you are interested in talking to come up and introduce themselves. We ourselves have to take the initiative. The benefits are many, and of undeniable importance in these fast changing times – the opportunity to meet new people, to win new jobs or simply establish a working relationship, discuss different points of view on a common problem, etc.

It is somewhat similar to what in the corporate world Tom Peters has been preaching to entrepreneurs for years: Managing By Wandering Around (MBWA), namely, the greater effectiveness of a boss who wanders around the office and speaks directly to employees, rather than lock himself away behind a desk, drawing up unrealistic strategies. Last but not least, when it comes down to it, networking is itself just plain fun! An element reflected in the traditional closing ceremony of the conference – the chocolate raffle, offering chocolates from all over Europe. Here I can directly testify to the joy of this event, having won two blocks of Slovenian chocolate which delighted my young daughter for several days on end.

Finally, a word about my impressions. With friend and foe alike present, the overwhelming sense of fearlessness and the willingness to see others as potential project allies was definitely a strength of the participants. I must say that I found the European environment incredibly positive over the three days. By ‘European environment’, I mean the ability to overcome the barrier of an “us and them” mentality, to consider ourselves citizens of the world rather than vehemently defend our own little bundles of clients.
The atmosphere was indeed very friendly and professional at the same time, with an excellent trattoria enlivening the atmosphere on Thursday night.
To sum up in a single word, the organization of the event was simply perfect. (Thanks Jang and Vilma!)

See you at the next conference!

Feb 13

photo courtesy of Lorenzo Enriques via Andrea Tuveri


Ancora su David, uno scritto di Cristina Caimotto, collega ma prima di tutto amica alla quale va il mio ringraziamento sincero per aver espresso il suo sentire. Sono cose molto personali, si sa, ma insomma David è stato un maestro e un amico per tanti tra di noi, e ricordarlo è una maniera per averlo ancora qui.

Eccomi con immenso ritardo a rimediare in qualche modo per la mia assenza al funerale. Leggo sul blog di Gianni del corteo che per un momento ha seguito la bara sbagliata: humor inglese, sì, humor che a David sarebbe piaciuto di certo. Allo stesso modo, voglio pensare, avrebbe riso del mio ritardo, anch’esso marchiato da una bella dose di ironia: io che son sempre online e io che ho scattato la foto scelta da Gianni per la pagina dedicata a lui, così che tutti han dato per scontato che sapessi tutto e la notizia a me non è arrivata.

Come ho già scritto, David è stato per me un insegnante, un maestro e un amico. E non posso far altro che tenerlo in vita raccontando un po’ delle cose che l’hanno reso speciale. Per prima cosa come insegnante, quando al master (2002-03) ha fregato tutti noi, sedici italiani che eravamo, presentandoci un testo che parlava della Chiesa di San Salvario in via Nizza, altezza largo Marconi. Dai torinesi, pensateci un attimo: dove sta la chiesa in largo Marconi?

Il master che frequentavamo era in via Saluzzo e la maggior parte di noi passava davanti a quella chiesa in tram ogni mattina. Di tutti noi, nessuno sapeva dire dove fosse sta benedetta chiesa (è proprio il caso di dirlo). Così David ci spiegò, e ci confessò che quel testo lo aveva tradotto lui anni prima e che per un momento aveva pensato si trattasse di un errore del testo sorgente. Subito dopo era partito da casa, aveva passeggiato per il suo quartiere che amava tanto ed era andato a verificare che, in effetti sì, c’era proprio una chiesa lì, solo che ha una facciata che si confonde con quella di una casa, se non si alza lo sguardo. E al mattino, addormentati sul tram, lo sguardo si alza poco.

Ecco la prima lezione: un traduttore deve essere sempre attento a tutte le cose che gli altri non notano, i presunti errori nel testo sorgente spesso sono errori nostri ed è bene verificare meglio prima di arrivare a conclusioni sbagliate; e infine, quando si traducono testi turistici, è bene poter vedere di persona il posto di cui si sta parlando perché, tutti ne eravamo la dimostrazione evidente, a volte anche i particolari del tuo quartiere possono sfuggirti.

E poi la sua battuta, che ogni mio studente si è sentito ripetere negli anni. Un giorno girando tra i banchi, mette il dito su un mio errore e mi dice che quel “the”, lì, non andava messo. Ancora una volta, sempre il solito errore, quello che non riuscivo a sradicare nonostante, per il resto, il mio inglese avesse ormai raggiunto un buon livello. O mettevo l’articolo dove non andava messo o non lo mettevo dove andava messo. Sbuffo: “Ma uffa, ma insomma, ma non c’è una regola?!” David mi guarda un attimo e poi fa “WHAT?! In English? Rules?!” E scoppiamo entrambi in una bella risata. Già… che razza di domanda!

Ed ecco, da quel momento è garantita la mia autostima ogni volta che cado in un errore di quel genere ed ecco pronto un bell’aneddoto per i miei studenti quando non hai nessun altro modo di spiegare perché, in inglese, certe cose non si possono proprio spiegare, non con una regola, almeno. Di certo, fin quando non smetterò di insegnare, David avrà numerose occasioni di rivivere nelle mie parole!

E poi c’è David collega, che mi ha passato molti dei più interessanti lavori EN>IT che io abbia svolto, consigliandomi, aiutandomi e infondendomi fiducia quando ero alle prime armi. E poi c’è il piccolo raduno che aveva organizzato a casa sua, il raduno a Casa Scaparone e la cena al ristorante indiano quando lui e Paola hanno raccontato di come avevano tenuto per un sacco di anni un letto poco adatto per entrambi (forse era una piazza e mezza?) perché David “si sarebbe fermato solo temporaneamente”. E giù a ridere.

E invece ci si è fermato tanto in quella casa. Perché, mi spiegò un giorno parlandomi delle difficoltà di un ipotetico trasferimento, un traduttore passa la giornata da solo e durante il giorno ha bisogno di contatti umani stabili, oltre a quelli con la sua famiglia. Conosceva tutti lì, quelli dei “suoi” banchi al mercato, l’edicolante, il barista. Non avrebbe potuto vivere in un altro quartiere e nemmeno sarebbe stato bene in un altro isolato. Altra lezione, consiglio prezioso che mi aiutò poco tempo dopo a scegliere la casa in cui ora sto benissimo e dalla quale, proprio come lui, non vorrei allontanarmi per gli stessi motivi.

Ecco qui, alcuni dei tesori che conservo nella memoria e che spero possano essere un giorno un po’ di conforto per Paola e per tutte le persone che sentono la mancanza di David. Lasciamo sedimentare il dolore e, appena ce la sentiamo, facciamo un buon pranzo e beviamo un buon bicchiere in suo onore. Anch’io penso che avrebbe voluto vederci così, a ricordarlo con un sorriso.

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Feb 06


E via, si riparte.

A Milano il 14 aprile parleremo di marketing per i traduttori. “Di nuovo?” Sì, e con qualcosa in più: questo incontro è dedicato ai traduttori che hanno da poco iniziato il mestiere e agli studenti degli ultimi due anni delle scuole di traduzione che hanno in animo di intraprendere questa carriera.

(Con l’immodesto proposito di contribuire a colmare una grossa lacuna che ho sempre visto nelle scuole di traduzione: il collegamento tra il mestiere e il mercato.)

Gli argomenti non mancano. Il marketing in primis, ovviamente: il marketing è la chiave di tutto. (Finché qualcuno non fa una proposta nulla accade nel mondo.) E il marketing vuol dire avere un sito ben fatto, scrivere un résumé efficace, sapersi presentare nei vari social network (e di persona ai clienti potenziali, si capisce) eccetera.

Ma oltre a questo parleremo anche di contabilità: come compilare una fattura, come tenere la contabilità e così via. “Parleremo” è un plurale maiestatis: è più esatto dire che ne parlerà Giuseppe Bonavia, commercialista e revisore contabile, esperto in materia di adempimenti contabili e problematiche fiscali per traduttori e interpreti professionisti.

Parleremo dei CAT, parleremo di come stabilire i propri prezzi, parleremo dell’importanza delle associazioni di categoria.

Una giornata di parole forse terra terra – se fossero poesia sarebbero Saba e non Montale –, ma fondamentali per avere successo nel nostro settore. “Il re è nudo”, insomma, per dirla con Andersen: ed è importante che chi è entrato da poco nel mercato, vi sta entrando oppure ha in animo di entrarvi a breve sappia che cosa occorre fare.

Gen 30

photo courtesy of Andrea Tuveri

Per l’esperienza che ho io, i funerali sono affari da sbrigare in fretta: si piange, certo, ma molto privatamente, si chiude la bara e ciascuno va per la sua strada. Ma con David Henderson no, era buono e giusto fermarsi un momento di più.

Giovedì ho assistito ad una lezione di civiltà proveniente da oltremanica. È vero, certo, che ritardare di tanti giorni un funerale vuole dire stress che si accumula per le persone che volevano bene a chi se ne è andato; ma è altrettanto vero che il dolore composto è sfumato poi nei toni verso una pacata allegria, in ricordo, in memoria e in onore dell’amico scomparso.

In pieno stile davidiano, come mi ha fatto notare il ragazzo che viene dall’isola, c’è stato un attimo in cui dalla camera ardente è uscita una bara – non era quella giusta – e il piccolo corteo si è incamminato sui suoi passi. Humour inglese…

Il tempio della cremazione, poi, era stracolmo. Persone e familiari che gli hanno voluto bene hanno commemorato in maniera magistrale il compagno, il fratello, l’amico. Non posso non ricordare il discorso di Simon Turner, che commosso fino alle lacrime ha espresso immensa riconoscenza per l’amico che lo aveva avviato alla carriera di traduttore, e poi ha ricordato le sue (sue di David) stesse parole, scritte in occasione della morte di un caro amico:

[cito a memoria] Oggi farò un buon pranzo e berrò un buon bicchiere in onore dell’amico scomparso. Forse potrò anche ubriacarmi, perché così lui avrebbe voluto.

Dopo la cerimonia c’è stato un lungo brindisi per David in un caffè della zona, dove persone sconosciute tra di loro hanno avuto maniera di familiarizzare e ricordare l’amico. Ed è stata anche l’occasione per un “mini-raduno Langit” del tutto estemporaneo, in cui ho provato la sensazione di trovarmi in mezzo a molti tra i senatori – David era certamente tra questi, ben presente in mezzo a noi – della lista.

Ho scorso velocemente dentro di me i miei quindici anni di Langit. In quindici anni ci si sposa, nascono dei figli, ci si separa, si muore, si fanno tante cose, alcune significative e la maggior parte senza importanza. Ma la vita scorre e guardare indietro, vedere quelle persone che sono amici cari – alcuni tra i quali mai visti prima, stranezze del mondo digitale – è stato bello. David certamente avrebbe dato la sua approvazione. Senza tante parole, senza voler apparire.

Qui un ricordo di Giulio Pianese, “Zu” per gli amici.

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Gen 23

foto di Cristina Caimotto


Be’, io sabato mattina avevo preparato il post per oggi, era un post normale, come tanti, dove dico le mie opinioni e il mondo continua.

Ma alle due del pomeriggio il ragazzo che viene dall’isola mi dà la ferale notizia: David Henderson è mancato ieri sera.

Ecco, questa cosa è proprio grossa, ci lascia senza fiato e parole. Io… io conoscevo David anche se non troppo bene, l’ho incontrato alcune volte e abbiamo lungamente scambiato pareri ma le cose si sono fermate a quel punto, alla conoscenza cordiale che precede l’amicizia. Succede, niente di male in questo; ora però sapere che questo grande traduttore, amico di tantissimi traduttori, persona onesta, retta, di cultura eccelsa, intelligentissima e soprattutto ironica e autoironica non è più qui, sapere questo è un fatto difficile da digerire.

Allora ho pensato ai momenti belli passati insieme, al raduno Langit a Casa Scaparone per esempio, e ho dato un senso minimo ad un fatto che non ha spiegazioni: conoscerlo è stato un raro privilegio.

Tutto ciò significa probabilmente che dobbiamo dare valore, molto valore, assoluto valore, ad ogni singolo momento che ci è concesso, perché domani potremmo non essere più qui a raccontarlo. O forse non significa nulla, chi sa.

E che il sonno, David, ti sia leggero.

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Gen 16

Ho avuto a che fare nei giorni scorsi con due-tre fornitori differenti per servizi che in parte riguardavano Tesi & testi e in parte riguardavano me personalmente.

E mi sono reso conto che del divario che c’è, a volte, tra lo standard che io garantisco ai nostri clienti e lo standard che persone con esperienza limitata in un dato settore sono in grado di offrire. Mi sono reso conto di qualcosa che per me è difficile da capire perché è scontato: è scontato che io sia professionale, che consegni in tempo, che faccia dei preventivi precisi, che mandi le fatture quando è il momento e così via. Sono tutti quei piccoli aspetti che fanno una professione e che normalmente diamo per scontati.

Però quando ti accorgi che ci sono aziende, professionisti, piccoli imprenditori e così via che non hanno idea di che cosa voglia dire eccellenza nel servizio – o meglio, ne hanno un’idea molto differente rispetto a quella che potrebbe essere la nostra –, in quel momento allora ti rendi conto della differenza e del valore che ha quello che offri.

Il sugo di tutta la storia, quindi, è questo: puntiamo sempre e comunque all’eccellenza nel nostro servizio perché questa fa, fa, fa la differenza.

Gen 09


Quante parole servono per far vedere che sei un professionista?

Poche, molto poche, pochissime. Sto rivedendo il nostro sito e il mio compito principale non è fare il copy o l’editor, ma il taglialegna. Disboscare, sfrondare, tagliare, tagliare ancora.

Il mercato è libero, è pacifico che chi viene da me si è fatto o farà un’idea dell’offerta andando da altri fornitori. Quando sei un professionista non servono tante parole. Quello che fai parla molto più forte di quello che dici.

È come nella psicologia sportiva: lo psicologo non racconta la rava e la fava, dice semplicemente quelle pochissime (ma essenziali) parole che fanno scattare qualcosa nella mente dell’atleta e portano alla performance eccellente.

La vendita è una performance. Scrivere un preventivo è una performance. I punti di contatto sono moltissimi. Un venditore deve essere gentile, rispettoso e disponibile ma non ossequioso, non deve ignorare la realtà dei fatti. Deve andare dritto al punto. Non c’è tempo per tutto.

Poche parole. Giuste, mirate, precise e in tempo. That’s it.

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