Lug 06

Ho chiesto a Chiara Zanardelli, ottima traduttrice con cui lavoro da tanti anni, un pezzo su come vede lei l’equilibrio tra lavoro e famiglia. (La nozione generale è che nessuno di noi abbia idea davvero di che cosa succede, e che tutto sia sempre difficilissimo, ma che comunque tentare di definire il mondo con i propri pensieri e le proprie parole possa essere d’aiuto per sé e per gli altri.) Ecco che cosa ne è venuto fuori.

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“I want it all”. Si potrebbe sintetizzare con le parole della notissima canzone dei Queen la mia vita da quando sono libera professionista e mamma, attualmente ben lontana dalla Vita 2.0 che ha abbracciato il proprietario di questo blog. E allora perché raccontare proprio qui la mia esperienza da stakanovista-equilibrista? Per mostrare un approccio alternativo, perché ognuno può trovare la sua felicità o detto proprio con le parole di Gianni “Ciascuno, poi, troverà la sua propria via. E questo perché nessuno può insegnare alcunché a chicchessia”.

Confesso: lavoro molto più delle 25 ore settimanali di Gianni. E la mia lotta quotidiana è sempre con il tempo. Una lotta ossessiva perché vorrei far di più su tutti i fronti. Ma temo che questo sia un problema del mondo moderno. Continuiamo a correre. Ma verso un obiettivo o solo per abitudine?

Per non rischiare di correre a vuoto è importante delineare un proprio percorso. E quindi seguirlo con dedizione e organizzazione, tappa dopo tappa. Per me l’obiettivo è riuscire a conciliare famiglia e lavoro. E non crediate che sia facile solo per il fatto che non sono dipendente. I liberi professionisti tendono spesso a lavorare troppo piuttosto che poco; siamo poco inclini, soprattutto agli esordi, a dire “no”. Ci lasciamo guidare dalla paura: paura di perdere il cliente, paura di “uscire dal giro”. Quando piuttosto dovremmo temere di non fornire un servizio di qualità o di arrivare stremati alla deadline a causa di uno stress eccessivo.

Io ho scelto di dedicare gran parte dei miei pomeriggi alla famiglia. Alle 16 interrompo il lavoro e sono in “balìa” delle mie figlie tra corsi, parchi o altre attività. Alle 21,30 però mi rimetto quasi sempre alla scrivania per un altro paio di orette che mi consentono di stare al passo con il lavoro e soddisfare le esigenze dei clienti. Molti clienti capiscono, altri meno. Pazienza. Altri ancora traggono beneficio dai miei orari perché sono in grado di gestire in serata alcune piccole urgenze.

Nella mia giornata la tecnologia ha un ruolo essenziale. Da un lato mi consente di automatizzare molti processi (fatturazione, gestione di preventivi e risposte alle richieste) e di velocizzare il lavoro (CAT ma anche strumenti di gestione terminologica, sistemi di ricerca e tanto altro), dall’altro crea l’illusione di essere sempre a disposizione del cliente. Con uno smartphone in mano è possibile rispondere in tempo reale alle richieste. Se in passato essere assenti dal PC per due-tre ore in orario d’ufficio poteva comportare la perdita di interessanti opportunità (i lavori devono essere spesso assegnati in tempi brevi), oggi è possibile rispondere via email, Skype oltre che telefonicamente, indipendentemente da dove si sia o cosa si stia facendo.

Molti mi guardano come un marziano quando parlo del mio lavoro serale. E sì, non è sempre facile perché la stanchezza a fine giornata c’è per tutti. Naturalmente alla sera mi occupo delle attività più leggere, da riprendere la mattina a mente fresca. Tuttavia mi piace l’idea di potermi godere le ore pomeridiane con le mie figlie senza compromettere la mia realizzazione professionale. Un equilibrio sempre precario e perfezionabile ma che mi consente di non rinunciare a nulla come accade, loro malgrado, a molte donne lavoratrici, soprattutto in Italia. Ma questo è un altro discorso.

Giu 22

Montemale di Cuneo
Mi sono imbattuto negli scritti di Franco Arminio.

Ho cominciato da qui. Poi sono passato a questo libro. Altri seguiranno.

La paesologia è un argomento che di fatto conosco bene, anche se questo termine non l’avevo mai sentito prima. Lo conosco perché nei fatti la paesologia mi tocca ogni volta che mi trovo nel mio rifugio tra i monti. (Osservo e ascolto, sostanzialmente.)

Appena ho cominciato a leggere gli scritti di Arminio mi sono venuti in mente alcuni collegamenti. Il primo è con Marco Paolini e tanta parte della sua opera (I cani del gas, in particolare). Attraverso Paolini ho pensato poi a Zanzotto e al suo paesaggire (ne avevo parlato qui), come una sorta di passaggio laterale. L’altro autore che mi è sovvenuto quasi subito è Gianni Celati (Verso la foce per primo); e non mi hanno stupito per nulla le parole ultime del primo libro di Arminio che ho letto, Vento forte tra Lacedonia e Candela: “Un ringraziamento particolare a Gianni Celati che è stato il primo a credere nella mia prosa”. Mi è sembrato un ri-conoscere qualcosa che sapevo già. Hai presente quando arrivi in un luogo – virtuale o reale, è lo stesso – e incontri qualcuno che non conosci ma che sai per istinto che è proprio come te? Ecco, questo.

Vento forte ha dei cedimenti, ogni tanto; è ripetitivo a tratti, e la lettura procede qui e là con fatica. Ma ha dei punti dove non puoi che pensare che non può che essere come dice Arminio:

Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta.

Terracarne
Certo, il mio paese tra i monti (218 abitanti all’ultimo censimento) è ben diverso dai paesi che Arminio descrive; e poi tecnicamente casa mia è in una borgata di una frazione del paese, ovvero è un luogo solitario e non di comunità. Ma il senso dell’esistenza di quel paesino abbarbicato tra i monti è ben chiaro e presente in me. Per questo nella scrittura di Arminio riconosco tanto di quel che ho scritto e pensato in questi anni.

In sostanza mi sembra di essere proprio all’inizio di questo cammino, e che ci sia moltissimo da fare. Io sono pronto a fare la mia parte – più precisamente, la sto già facendo. Se questo servirà a qualcosa ignoro, ma certamente servirà a me per capire delle cose, per vivere delle esperienze, per avvicinarmi a un concetto di vita che mi appartiene.

Giu 15

Scott

Supernova
Ho comprato queste scarpe qui e questa bici qui.

Ora, il punto è questo: l’esperienza di comprare in un vero negozio mi sembra incomparabile all’acquisto in uno spendodromo. Più piena, più ricca, più completa. Forse avrei potuto risparmiare, ma ho pensato che la conoscenza specifica di chi vende è fondamentale per essere consigliato su un prodotto di cui conosci poco, e vale più delle luci brillanti, della musica e dei miraggi del prezzo più basso del mondo.

Qui non mi interessa tanto fare una filippica contro gli spendodromi di benniana memoria (ne avevo parlato, anni fa, qui – e oggi mi sento di confermare alla lettera e nella loro totalità quelle parole); qui voglio parlare del bene che ho trovato, ovvero fare l’elogio del negozio.

Le mie due esperienze di venerdì, compiute a distanza di un’ora l’una dall’altra, mi hanno lasciato dentro una sensazione molto piacevole, perché sono stato guidato verso la scelta di prodotti che facevano al caso mio. E questo è avvenuto in due luoghi, luoghi reali con persone (il signor Giannone in un minuto ha capito e mi ha spiegato qual è il mio problema con la corsa, e il signor Gai aggiustava tranquillo una bicicletta al fondo del suo bel negozio).

Il negozio è il luogo del saluto, del riconoscere, dell’essere conosciuto e riconosciuto. È il luogo della parola gentile, del sorriso. È un luogo vero, è – per forza – uno dei fondamenti della società nuova che stiamo costruendo.

E non è un caso che il mio progetto di vita sia basato su un luogo vero, aspro, acuto, affilato, bellissimo. Reale. Tout se tient, mi pare. È giusto che i mega-scatoloni luccicanti, quei non-luoghi, colpiscano l’immaginario di altre persone – come mia figlia quindicenne, per dire. È giusto che ai giovani non piaccia quello che piace alla vecchiezza, per dirla con Leopardi.

Ma quanto a me il discorso è differente: io, signor Giannone e signor Gai, vi ringrazio per avermi accolto nei vostri luoghi di vita.

Giu 01

bosco
Il tempo era incerto, questa mattina.

Appena sveglio ho guardato fuori dalla finestra. Ho sentito il profumo dell’erba tagliata di fresco e, in lontananza, il latrare dei cani. Era quella sensazione fissa, che ormai conosco bene, dell’essere a casa. Il motivo principale che mi spinge a tornare in questi luoghi.

La colazione quassù ha un gusto pieno e diverso. È un rito che ha inizio dal legno della stufa. Il fuoco della stufa sarà sempre amico mio.

Ieri, arrivato da poco, avevo pensato che la felicità può essere fatta anche a forma di bosco. Ma più precisamente, per me, consiste nell’essere bosco, nell’essere parte di questo ambiente. (Nel bene e nel male: perché il bosco da una parte è il mio polmone, respira per me e con me, ma dall’altra si mangia anno per anno il lavoro che nei secoli gli uomini qui hanno compiuto.)
squilla
Allora sono uscito per una passeggiata. Un po’ sull’onda di quella sensazione, un po’ per salutare i vicini e gli amici – anche questo è ormai un rito che mi piace compiere, quando ritorno qui dopo tanto tempo e quando vado via per tanto tempo.

Il tempo. Il tempo qui ha un significato e un valore diversi, rispetto alla vita di città. Il tempo qui è la mano della natura. E le ansie, poi! Le ansie faticano ad arrivare fin quassù – o almeno questa è la mia percezione.

Non ho pensato. Ho provato sensazioni.

Mag 25

Stanley Kubrick , A tale of a Shoe-shine Boy - 1947

Stanley Kubrick , A tale of a Shoe-shine Boy – 1947


Ho deciso di praticare la gratitudine.

A volte mi dimentico di quanto sono fortunato. Me lo hanno ricordato, da ultimo, questo libro (improbabile ma vero) e questo film (che mi ha rammentato del mio progetto, che rimando e rimando, di attraversare la Corsica a piedi).

Ho pensato a due versi di Luciano Erba:

Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?

(Mamma a volte è noiosa, ma per me ha fatto col cuore e con la sua semplicità contadina molto di più di ciò che avrebbe potuto.)

Ho pensato a Jim Rohn. Vorrei diventare come colui che lui chiama “uno da due quartini”:

Immagino che tu ti faccia lucidare le scarpe. Il ragazzo che te le lucida svolge un lavoro incredibile per te. Di fatto, te le lucida meglio di chiunque altro al mondo. Ricompensandolo per il suo lavoro, considera che tipo di mancia gli dai. Dentro di te pensi: “Gli do una o due monete da 25 centesimi?” Se ti vengono in mente due cifre, scegli sempre la più alta; diventa uno da due quartini. […] Se tu dicessi: “Beh, gli darò una moneta da 25 centesimi”, questa riflessione ti influenzerebbe per il resto della giornata. Inizieresti a sentirti un po’ in colpa, un po’ insicuro. E di tanto in tanto, nel corso della giornata, ti guarderesti il cuoio lucente delle scarpe e diresti: “Sono proprio uno spilorcio. Una misera mancia da 25 centesimi per un risultato così!”
D’altro canto, […] se gli dessi due quartini, ti sentiresti ricco e fiducioso per tutta la giornata. Stenteresti a credere alla differenza che può fare una mentalità da due quartini.

So che rischio di diventare stucchevole e non mi va, ma in una parola voglio dire questo: sono grato a tantissime persone per essere qui, ora, a inanellare pensieri, accumulare sensazioni, cercare (vanamente) di tradurle in parole. Sono grato, sono grato.

Mag 18

scorre
il suono della vita nelle nostre vite.

il vento che scompiglia le fronde.

le persiane che sbattono.

il canto allegro e luminoso dei passerotti.

due vecchi che si vogliono bene.

le emozioni che gorgheggiano nella pancia.

le sensazioni intraducibili in parole.

il tremolar de la marina visto da lontano.

il ricordo di chi non c’è più.

un lampo di beatitudine che non offende il nostro vicino.

la vita che comunque scorre.

Mag 11

Bimbimbici
Metti un pomeriggio di sole pieno, una di quelle giornate dove la primavera è talmente sbocciata e rotonda che pensi di essere di essere in estate. (Ieri.)

Prendi una bici per te e una per tua figlia piccola.

Metti un evento come questo. L’impegno di tante persone sorridenti, l’idea che la bicicletta è divertente, economica, utile, anche maestra.

Tua figlioletta ti pedala accanto, tutta impegnata a farti vedere che anche nelle salite più ripide usa la marcia numero 3, e tu pensi che è vero quel che scriveva Sinisgalli, che la felicità si può prendere per la coda come un passero e che la vita, a ben vedere, è più o meno tutta qui.

Apr 27

Avvertenza per il lettore: questo è un post molto personale. Cioè, credo che molto di quel che scrivo affondi le radici nella mia esistenza (giusto o no che sia, io so scrivere così), ma qui vado forse ancora un po’ più in là.

Faccio un sogno ricorrente, in questo periodo. Credo che sia il segno – la figura, per ricordare ancora una volta Auerbach – che la mezza età è già qui con me. Che ci stia per entrare, che ci stia entrando o che ci sia già entrato fa poca differenza. Nel sogno, che è articolato e piuttosto indistinto, ci sono tre personaggi: io da piccolissimo e papà e mamma da giovani. Probabilmente è di una sorta di eden felice, del tempo precedente la mia consapevolezza.

Mi sovviene Bernard de Chartres:

Siamo come nani sulle spalle di giganti, ed è per questo che possiamo vedere più cose di loro e più lontane: non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.

Poi, da sveglio, mi guardo allo specchio e vedo un uomo maturo con i capelli grigi, con il volto che cambia, con i segni dell’età. (Non che li voglia nascondere, semplicemente li vedo.) Più d’uno mi dà del lei, e infastidirmi non mi porta a nulla. E poi vedo papà e mamma e il loro milione di anni in due, il passo stanco, i movimenti che costano fatica, la mente meno brillante giorno dopo giorno.

Nel mio eden, in quel paradiso, non esiste il tempo. Ci sono io piccolo e inconsapevole, esisto e registro quel che vedo e tocco, null’altro. Non ho paure di nessun genere perché ci sono quei due giganti al mio fianco. Non sarebbe nemmeno pensabile, la paura.

Forse quel sogno è la mia maniera di dire “grazie”, un piccolo grazie a quelle due persone che hanno fatto per me tutto quello che hanno potuto e saputo. Forse è un modo di tornare indietro a quando il tempo non esisteva ancora, non aveva confini né limiti.

Il mio sogno ricorrente è espressione delle mie paure, ma anche dell’accettazione delle responsabilità che mi toccano. Si fanno le cose perché tocca farle, nient’altro. E mi sovviene quel proverbio:

Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote.

Il mio sogno ricorrente è la mia imperfezione fatta persona, i miei limiti che accetto, i miei punti deboli che fanno parte di me.

Il mio sogno ricorrente sono io.

Apr 20

silenzio
C’è una frase di Vittorini che puntualmente mi ritorna in testa:

Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

Mi spiace non essere ancora (o più) riuscito a trovare la fonte; ricordo solo che è legata a Pavese. Il silenzio, in ogni caso, è un valore. Ben Hogan:

A lot of people don’t understand modesty. Not everybody wants publicity, you know.

E Montale:

Né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Penso alla distanza che c’è tra la realtà che abbiamo davanti agli occhi e alla realtà del nostro mondo interiore (la sento, più che altro). Alla distanza tra le parole e la realtà, all’estrema difficoltà di rendere una sensazione in parole. E al silenzio, soprattutto, figura – nel senso auerbachiano del termine – della quiete interiore. Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

Apr 13

meteore
Io ne ho visti, di sedicenti professionisti (agenzie e traduttori), in questi miei vent’anni di professione andare e venire. Millantare conoscenze che non avevano. Tuttologi, eccetera.

Non lo dico con astio, proprio no. Il mio lavoro mi piace, quel che ho fatto mi piace. Ho fatto errori grandi come ruspe a tre piani: quindi ho creato qualcosa di buono ma anche distrutto valore con gli sbagli. Ma non è questo il punto: il punto è che ho sempre – spesso, via – lavorato con passione, ho messo energia positiva in quel che ho fatto e faccio. Ho dato poesia ai clienti, a mio modo di vedere. Già, c’è poesia anche in un manuale tecnico. Già. Perché sono innegabili le parole di Nuto:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

E in vent’anni ho capito tante cose. Ho assistito a trasformazioni epocali in questo settore (come in qualunque, l’industria della traduzione non è certo un’eccezione), ma quel che ho visto anche è che i principi sono sempre quelli e sono sempre validi. Tutto quello che mi serve sapere l’ho imparato all’asilo, anche se all’asilo non ci sono andato. Ovvero: per lavorare bene non ci vuole molto, diciamo un po’ di buon senso, un minimo di intelligenza e gli attrezzi del mestiere; e poi un pizzico di fortuna e tanta salute. Ma niente di particolarmente complicato o raro.

Un paio di settimane fa parlavo di questo ebook di Geoff Welch, che questi semplici concetti li ha capiti e li applica.

Ancora, vorrei dire che non mi considero particolarmente intelligente, ma credo di saper osservare. Osservando e sbagliando ho imparato. E ora so riconoscere chi lavora bene da chi fa solo finta.

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