Gen 18

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La settimana scorsa sono stato travolto – positivamente travolto – dalle reazioni a questo post, ovvero all’intervista fattami da Daniel Tarozzi nel mio rifugio tra i monti e all’articolo scritto da Paolo Cignini. Ne faccio ora qualche considerazione.

Innanzitutto, un plauso va a queste due persone che hanno svolto un lavoro professionale e appassionato. Io ho solo raccontato la mia storia; e in seguito alle reazioni e ai commenti mi rendo conto (non che non lo sapessi, ma insomma è una conferma) che alla fine delle fini tutti abbiamo problemi e aspirazioni simili. Quindi qui vorrei dare alcune indicazioni che potrebbero essere utili a terzi.

Partiamo dalle precisazioni, tanto per sgombrare il campo.

La vita 2.0 è un processo che si affina nel tempo, che richiede metodo, costanza, lacrime, sudore e sangue (sudore soprattutto). Non è detto che sia così per tutti: a volte rimango stupito (non dovrei, lo so) nel vedere persone che ci mettono un attimo a fare passi che a me hanno richiesto anni. Ma in ogni caso non puoi pretendere di trovare la ricetta pronta: ciascuno dovrà adattare le conoscenze, le strategie e le tattiche al suo proprio caso.

Alcuni punti di partenza (senza un ordine particolare):

il libro di Tim Ferriss (fondamentale);

il principio di Pareto;

la legge di Parkinson;

– la tecnologia;

– tanto pensiero, tanto lavoro su di sé.

Una parola sulle “ricette”. Le ricette non esistono! Questo percorso è una faccenda laboriosa, un percorso da compiere prima di tutto su se stessi. Un cammino lungo anni, costellato (parlo per me) di errori e di strade sbagliate. “Se devi sbagliare fallo in fretta”, come dice Greg Norman.

Nessuno dice che è facile. È un percorso che si può compiere ma che costa fatica e richiede tempo – anni, non mesi o giorni. Occorre fare un grosso lavoro su di sé, occorre mettere in discussione assiomi consolidati della propria vita. Occorre pensare tanto, occorre sperimentare. Occorre essere consapevoli del fatto che si farà una marea di errori, che si prenderanno mille strade che non portano da nessuna parte. Occorre leggere tantissimo. Alla fine, applicando le conoscenze apprese e con un po’ di fortuna si arriverà a un risultato. Le maniere per cambiare esistono, poi sta a noi darci da fare.
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Altro punto: mi trovo a fronteggiare obiezioni che ho già sentito mille volte. Sempre le stesse. La più tipica è “eh, beato te che lo puoi fare…” Sul punto vedi anche qui. Via tutte le balle: se tu mi dici “beato te” vuol dire che preferisci il tuo cuscinetto comodo, le tue abitudini consolidate a una strada impervia ma che può essere piena di sorprese positive.

Oppure mi dici che questa è roba per ex-manager che mollano tutto e vanno a vivere in Nepal. Allora non hai capito un cazzo.

Io non ho ricette né doti particolari, ho “solo” organizzato informazioni e conoscenze per arrivare a un risultato concreto. E so per certo che chiunque può farlo; ma so anche che la maggior parte delle persone dirà cose come “eh, beato te che puoi permetterlo”, “sì, ma io lavoro come dipendente” eccetera eccetera. Sono discorsi che sento da anni; ma intanto il tempo passa per tutti.

L’esperienza è condensata nel libro. Ma il libro oggi, passati cinque anni (Where has time gone?), mi soddisfa solo fino a un certo punto. È per questo che sto pensando alla versione 2.1, di cui darò conto nel tempo. Per ora mi accontento di condividere i miei pensieri, i miei successi e i miei fallimenti. Servirà a qualcuno? Non lo so, questo puoi saperlo solo tu.

Gen 11

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Ho tardato a pubblicare oggi perché l’idea per il post mi è nata solo ieri sera tardi, e avevo bisogno di elaborarla, di “cucinarla” nel mio laboratorio di scrittura, e di chiedere – prima che fosse fuori – il parere e i consigli di mia figlia piccola nella maniera di cui dirò tra poco.

Tutto nasce da una combinazione di due fatti:

– sto leggendo questo libro. L’autore lo conosco bene (ne ho parlato ad esempio qui), il suo concetto di flow è un pilastro per le prestazioni in diversi campi;

– ieri, domenica, ho passato tanto tempo con mia figlia piccola a giocare insieme e fare altre cose (ma giocare soprattutto, anche perché per lei ogni cosa del mondo è un gioco). E se ieri nel gioco c’era solo il gioco e nessun’altra considerazione, pensandoci oggi ho capito che lei mi insegna tante cose del flow che sa per istinto, per natura: e dunque frutto laterale del giocare con lei è l’imparare come se si stesse leggendo un libro. (Ciò vale per tutti i bambini del mondo, naturalmente.)

Faccio un passo indietro: che cos’è il flow? Una buona definizione iniziale si trova qui, ma in parole povere è uno stato della mente in cui la persona è talmente assorta nel suo compito da dimenticarsi del mondo esterno e dal ricavare massima soddisfazione da quello che sta facendo.

(Nota laterale: mente e corpo non sono due entità distinte, ma un unicum, un uno tutto, un continuo. Questo il golf me lo ha fatto presente in maniera netta: dopo anni di deliberate practice mi è stato chiaro che la persona è un continuum, che non c’è confine tra il corpo e la mente. E questo vale nello sport, nella professione e in qualunque attività.)
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E per traslare questi concetti nel lavoro, dirò che il “buon business” auspicato da Csikszentmihalyi è ciò a cui da sempre, per istinto prima che per ragione, tendo. Ovvero, alla radice delle cose il concetto è questo: avere buoni rapporti con tutti gli stakeholder relativi al tuo lavoro (clienti, fornitori e così via) è una sana pratica di lavoro e di vita perché arricchisce dal punto di vista mentale la tua vita, la rende piena di significato, ti gratifica; e dopo, ma solo dopo e solo come conseguenza, è un vantaggio dal punto di vista economico.

In soldoni: lavorare bene si deve e conviene perché si vuole lavorare bene, perché si ha piacere e gioia nel farlo. Il guadagno viene soltanto dopo, solo come conseguenza. Lo dice bene Pavese:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Nel corso della vita i soldi si guadagnano e si perdono, le cose vanno bene e vanno male, ma non è questo il punto. Il denaro è decisamente sopravvalutato da questo punto di vista. (Non che non sia importante, non venirlo a dire a me dopo questi anni di tribolazioni e gente che, anche se non lo farà mai, dovrebbe chiedermi perdono; ma non è il cuore delle cose.)

Anni fa, quando dopo un lungo viaggio ritornai al punto di partenza, riportando la sede di Tesi & testi proprio nel luogo dove era nata, che è lo stesso luogo che fu sogno imprenditoriale e di vita di mio nonno Giovanni, il palazzo che ha segnato la storia della mia famiglia negli ultimi cento anni, scrissi:

Uno dei motivi più inconfessati e reconditi del mio essere imprenditore è proprio il seguire le orme del nonno, la sua idea di giustizia e rettitudine a prescindere da qualunque altra cosa.

Insomma capisco che le cose sono circolari, che tutto ritorna, che fare le cose in maniera giusta è il cuore del nostro lavoro e, probabilmente, della nostra intera vita. Tutte cose che mia figlia piccola sa per istinto. È per questo che, prima di pubblicare, le ho chiesto di leggere il pezzo e di darmi la sua opinione:
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Quanto a me, io ci metto anni ad arrivare allo stesso punto perché sono lento in tutto ma ci arrivo, ci arrivo.

Gen 04

Fossano
Giovedì 31 dicembre, qualche minuto prima delle 18. Sono lì per fare il biglietto per tornare verso casa. Poco più di sette ore prima sono partito dal mio rifugio tra i monti, con l’obiettivo di arrivare camminando alla stazione di Centallo. Ma poi cammin facendo mi sono reso conto che sarei arrivato troppo presto, che c’era ancora luce e allora ho proseguito.

Sono 38 km in tutto, che ho percorso correndo a tratti e in buona parte camminando.

Pensare camminando. Camminare correndo. Correre lentamente. Correre fortissimo. Respirare. Respirare sopra tutto.

Non ho pensato molto, o meglio ho pensato che pensare non serve, che “capire, in fondo, è inutile” (l’ha detto Eduardo).

Che c’è molta grazia nascosta, nelle nostre terre piemontesi: ad un certo punto mi sono rivolto a due persone chiedendo lumi sulla via, in piemontese e dando del lei; ma quelle persone, evidentemente, sono molto più avanti, perché mi hanno risposto in piemontese dandomi del voi: e questo è figura (nel senso auerbachiano del termine) della gentilezza e cortesia proprie delle nostre genti.

(Mi è sovvenuto, per parallelismo, quel che scrisse Pavese alla sorella Maria da Brancaleone, il 27 dicembre 1935 – giusto ottant’anni fa, insomma:

La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.)

Che voglio andare un po’ più in là a cercare i miei limiti – fisici, soprattutto, e in questo senso l’età mia è un buon campo di prova.

Che mente e corpo non hanno un confine definito, ma sono un continuum: e te ne accorgi in maniera netta quando sei in pieno flow.

E che sostanzialmente quel che voglio fare nelle mie seconde nove è proprio questo: esplorare – camminare – respirare (l’ordine non ha importanza).

Dic 21

RM
Ho l’età in cui si cominciano a tirare i remi in barca, in cui si fanno almeno tanti bilanci quanti progetti. Cioè, in realtà la questione è un momento più complicata di così. Direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

In questi giorni sono stato a visitare la tomba del mio professore di tesi, Riccardo Massano. (Ne avevo parlato qui, solo che ero nel posto sbagliato.) La prima cosa che ho pensato, o meglio che mi è venuta alla testa ancor prima del pensiero, è stato quell’esame – credo il primo per me con lui – in quell’afosissimo giorno di luglio del 1991 o dintorni immediati, lui sudatissimo con una polo a maniche corte color celeste pallido e il fazzoletto a togliersi i sudori dalla fronte (ce l’ho davanti agli occhi limpidissima la scena, ricordo che pensai che non mi sembrava tanto degno di un professore universitario farsi vedere sul luogo di lavoro, nel “tempio del sapere”, con una maglietta e un fazzoletto sulla fronte), che mandava via gli studenti uno a uno perché non conoscevano l’etimologia della parola “formidabile”. (Io l’ho imparata quel giorno.) (Cioè, tu studi mesi e mesi e poi se non conosci una singola etimologia tutto il tuo studio va a farsi benedire. Ancora oggi ciò mi sembra vagamente ingiusto, e molto casuale.)

Ebbene in quell’esame quell’uomo incuteva terrore – come ho appreso faceva tanti anni prima, giovane professore in un istituto tecnico di Vercelli – ai suoi studenti. E ora quella figura (“figura” è un’altra parola che ho imparato da lui, nel senso adoperato da Auerbach in Studi su Dante) non era che un nome in una tomba e due date, nulla più. Professor!, gli ho detto. Gliel’ho detto in piemontese; perché anche se non ho mai parlato in piemontese con lui sarebbe stata questa la nostra lingua veicolare più corretta da adoperare. (Lui che traduceva i poeti latini nella mia linguamadre, o meglio lingua-padre.)

E come ho già detto Riccardo Massano è uno tra i miei quattro maestri per quanto riguarda la scrittura, insieme a Luca Goldoni, Ugo Foscolo e Italo Lana.

Ma insomma in quel cimitero c’eravamo lui e io, da soli. Due persone di poche parole. Per tanti anni – tanti invero – dopo la laurea ho pensato di andarlo a cercare in quella “casa del grande cipresso”, come amava chiamare il suo buen retiro sulla collina torinese, un luogo dove potrei agevolmente andare a piedi. Mille volte ci sono passato davanti, mai l’ho fatto.

Allora davanti alla sua tomba soprattutto a questo ho pensato, a quello che non ho fatto. I miei rimpianti più grandi sono proprio questi: ora che sono nell’età dei bilanci e non solo dei progetti vedo proprio chiaramente – proprio chiaramente – che ciò di cui mi pento di più sono le parole non dette e i gesti non fatti, non certo gli errori.

Dic 07

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Quest’estate avevo discusso con Chiara Zanardelli di un tema cui avevo pensato: il nostro (inteso come professionisti, traduttori o anche “semplici” utenti) rapporto con lo smartphone. Avevo proposto a lei di scriverne dal punto di vista professionale (e il suo pezzo – molto interessante – si trova ora qui), lasciando per me le considerazioni “filosofiche” (spicciole, ça va sans dire).

L’idea mi era nata in un pomeriggio in cui ero da solo nel mio rifugio tra i monti (quanti pensieri leggeri lassù!): avevo lasciato in casa – a bella posta – il mio bello smartphone ed ero partito per una lunga passeggiata tra i miei monti. Quelle poche volte in cui riesco a farlo la sensazione di libertà è completa, sia pure trattandosi di una libertà relativa perché di breve durata.

Se lo porto con me è comodo, certo, ma il rapporto con la realtà cambia: perché vuoi fare una foto, poi guardi il meteo, poi l’ultima su FB e insomma non c’è neanche il tempo per respirare. La realtà si modifica, appare filtrata, magari più digeribile ma di certo meno vera. E a me, che sono alla caccia perenne di sensazioni e di esplorazioni, la contraddizione appare in tutta la sua evidenza.

Non ho la soluzione a questa dicotomia, no: l’obiettivo di questo post è semplicemente quello di annotare i miei pensieri in tema, contraddizioni comprese. Io in fatto di telefonini non sono stato mai un early adopter, ma questo ora non mi aiuta perché mi sono portato in pari e troppo spesso me ne sento un po’ vittima. Il fatto è che da un punto di vista lavorativo la comodità e i vantaggi non sono discutibili; però quell’idea di “dovere” sempre sapere dove si trova me ne rende troppo dipendente.

Nella fattispecie per me smartphone vuol dire in sostanza email: un po’ per la mia “ossessione” per la posta elettronica (ricordo una pagina, che purtroppo non sono riuscito a ritrovare, di tanti anni fa in cui si metteva alla berlina il tormento di chi è sempre attaccato all’email, e dopo aver controllato se ha ricevuto messaggi nel caso non ce ne siano per sicurezza controlla ancora – sì, mi faceva sorridere ma un po’ mi descriveva), un po’ perché di fatto ancora oggi la pressoché totalità del mio lavoro passa per davico@tesietesti.it, un po’ perché le cose per me sono vere quando sono scritte, ma la sostanza è che le due cose sono sostanzialmente associate dentro di me. Tutto il resto è comodo, pratico, divertente ma non irrinunciabile.

Ecco, a pensarci bene dico che quell’indirizzo mail mi definisce parecchio. Non dico che quell’indirizzo mail sono io, ma insomma lì dentro c’è tanto di me. E quindi in sostanza per me lo smartphone è figura – nel senso auerbachiano del termine – della posta elettronica, un buon compromesso tra praticità e libertà.

Ago 31

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È cominciata, in maniera bella e casuale, tre anni fa; è proseguita due, e poi l’anno scorso. E domani, di nuovo. È la tradizione familiare di trascorrere il compleanno nella mia patria seconda.

Mi sovviene Pavese:

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno.

Quarantotto anni non sono tanti né pochi, semplicemente sono. Penso soprattutto alle esperienze che voglio fare, al vento in faccia, ad attraversare la Corsica a piedi, ad arrivare ad handicap zero. Ad altri traguardi impegnativi che col tempo mi fisserò.

La mia maniera di augurarmi buon compleanno, quella più piena e viva che conosca, è prendermi del tempo per pensare a come lasciare segni di vita dentro di me. Fare un piano di vita per le seconde nove, insomma.

Cercare di fare mia la lezione di Oliver Sachs:

There is no time for anything inessential.

Ben sapendo che sarà inutile, in sostanza, che la cima delle cime non esiste se non dentro di noi. Ma dentro di me esiste, e come! La cima è fissarmi un traguardo impegnativo e poi raggiungerlo. La cima è camminare, è respirare.

Ago 10

F24
Non è solo un’ossessione mia, lo so. Di fatto siamo in milioni, tutti tormentati da un F24 dopo l’altro. Ne paghi uno ed è già ora del prossimo, e non metti mai un punto fermo al tuo lavoro.

Io in questi anni ho avuto difficoltà, e non tanto per via della cosiddetta crisi. Anzi, a ben vedere dal punto di vista del flusso lavorativo e del rapporto entrate/uscite la “crisi” è stata benedetta, per la mia attività: ha portato semplificazione e nuove opportunità. Ma io, io ho fatto errori, sono stato ingannato (i famosi “consulenti”), ho passato degli anni difficili.

Ma è tutto passato. Martedì della settimana scorsa mi sono messo tutto alle spalle. È successo con una lunga camminata in montagna, otto ore di pensieri leggeri e profumi e viste incomparabili. (L’ho raccontato qui, in piemontese perché il mercoledì è sempre giorno di GoPiedmont per me, e la gioia nel renderlo pubblico è stata simile a quella di un “parto” – per tipo e importanza paragonabile all’uscita dei miei libri, tanto per dire.) Ho pensato che ho pagato tutti i debiti e ora, dopo venticinque anni di lavoro, posso finalmente – de facto – entrare nella professione. Una gavetta un tantino lunga, ma non scopro oggi di essere lento in qualunque cosa.

Potrebbe sembrare un fallimento, ma è di fatto un nuovo inizio. È una sensazione magnifica quella di avercela comunque fatta, di essere comunque arrivato fino a qui con un’attività che funziona, soddisfa clienti, produce reddito e così via; anche se avrei potuto fare molto meglio, guadagnare di più eccetera.

(Ricordo un’intervista a Vasco Rossi, credo fosse l’estate del 1986 o giù di lì, in cui lui diceva più o meno non sono ricco ma ho comprato casa a mia madre e sono primo in classifica, i soldi arriveranno.)

Quindi va bene così e insomma io, noi, ce la possiamo fare. Ho quasi quarantotto anni ma sono lento in tutto, e poi ho fatto delle cose, ho capito delle cose. La cosa bella è poter essere qua a parlarne, avere delle prospettive future, poter ricominciare. Cominciare davvero.

Ago 03

estate
Sono salito quassù sui monti.

Ne avevo proprio bisogno, questa volta più di altre. Volevo dimenticare le storture, le cose brutte, i dispiaceri; cercare di aggiustare dentro di me l’aggiustabile, poi studiare come affrontare a pieno petto l’affrontabile, e infine dimenticarmi di ciò che non posso cambiare.

Qui ho seguito lavoro e progetti, certo; ma soprattutto ho fatto altre cose. Ho tagliato molte fronde e ortiche, ho spaccato della legna; ho camminato tanto, ho corso, sono andato in bici. Ho guardato i bambini giocare, ho giocato con loro.

Innanzitutto volevo – dovevo – fare la pace con me stesso, perdonarmi i miei errori. Quel che non ho fatto, pazienza. Pazienza anche per i tanti errori. Sono comunque qui a respirare, il che non mi pare cosa da poco.

Venire quassù mi è servito per azzerare i miei debiti col mondo, ripartire. Scrollarmi di dosso gli errori eccetera. Posso fare ancora tante cose belle, partendo da qui. Cioè insomma il mio rifugio tra i monti è luogo di partenze e di ritorni, ma soprattutto di ripartenze.

In questi giorni questo luogo è stato animato di persone. Anche questo ha contribuito a rendere vario il periodo. Perdere i riferimenti “cittadini” mi è servito, e come!

Partendo da qui farò ancora tante cose, errori compresi; ma soprattutto respirerò più leggero.

Lug 27

Meaningoflife
Gestisco la mia attività da oltre vent’anni. Vent’anni sono un tempo lunghissimo, un periodo in cui succedono tante cose, in cui assisti a tanti fenomeni.

Dal 1992 a oggi ho avuto una miriade di consulenti. Intendo qui questo termine nella sua accezione più ampia possibile, a includere notai, avvocati, commercialisti, informatici, meccanici e via dicendo: ovvero chiunque abbia utilizzato la sua esperienza professionale (vera o presunta) per consigliarmi sul da farsi rispetto a problemi specifici dell’attività.

Ebbene, di tutte queste persone che si sono avvicinate a Tesi & testi posso dire che la stragrande maggioranza è stata in buona fede. Solo in qualche caso c’è stata una sorta di dolo, materializzatasi nell’approfittare di uno stato di bisogno. Se chiudo gli occhi mi vengono in mente due casi eclatanti: una società di informatica che mi vendette come indispensabile un servizio di cui non avevamo assolutamente bisogno e che di fatto consisteva nel nulla, solo che fu brava a presentarlo come necessario (come non pensare alla macchina che fa “ping” di montypyphoniana memoria?); e uno studio di avvocati che presentò il suo servizio come toccasana, quando tali professionisti sapevano per certo – ora lo so senza ombra di dubbio – che sarebbe stata la mia rovina.

Tolti questi due casi, per tutti gli altri il desiderio di aiutare era sincero. E se in tanti casi il valore è corrisposto al costo, in alcune evenienze ha prodotto danni notevoli; danni che in determinati casi ho scoperto soltanto anni dopo (il Cigno nero torna inesorabile).

Quindi ho riflettuto non sul latte versato, punto sul quale non ho maniera di intervenire, ma sulla seconda parte della mia attività lavorativa, sugli anni che mi restano per produrre valore e sul come non ripetere (cercare di non farlo, perlomeno) gli errori marchiani fatti in passato.

E la risposta è una sola: maggiore attenzione da parte mia. La fiducia va bene, ma vigilare anche. Prometto a me stesso che sarò più attento, tutelerò meglio la mia attività, sarò vigile e cauto: la mia esperienza servirà – e tanto, suppongo – al me stesso che verrà.

Lug 20

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Provo sentimenti e sensazioni contrastanti, qui nel mio rifugio tra i monti.

La serenità e la pace del luogo, il cuore che mi si allarga ogni volta che vi faccio ritorno. L’idea di un rifugio che posso chiamare “casa”, di un luogo che mi accoglie sempre e comunque.

Ma sento, inesorabilmente sento anche la complessità della vita “pubblica”, del lavoro, delle responsabilità. Ciò che equivale grossomodo a dire che la mezza età è qui con me. Io, che già di natura non posso certo dirmi lineare, vedo intorno a me tanti fatti che non mi piacciono ma che non posso cambiare. Il passare inesorabile del tempo, goccia a goccia, con tutto quel che ciò comporta; e poi il peso degli errori. Chi lo sapeva che ingenuità e piccolezze di anni fa sarebbero diventate montagne non superabili? Io no. Nessuno mi aveva avvertito.

I caprioli mangiano le more e, a tarda sera, fanno latrare i cani del vicinato. Il bosco avanza a poco a poco e si riprende ciò che un tempo era suo. Forse questa è una sorta di metafora del vivere.

Qui però è più facile avere pensieri “assoluti”, sognare – sognare almeno – una vita con pochi giorni dispari e tanti pari.

Dal camino esce un filo di fumo, e quel fumo è figura di assoluto.

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