Non mi interessa più tanto, o quantomeno molto meno di un tempo, il mio golf giocato nelle gare. È una sensazione che mi porto dietro da qualche tempo, e ho cercato di analizzarla.
Ecco, questo accade perché il mio livello di gioco ormai è stabile, e non potrà migliorare più di tanto, se non tramite un deciso programma di allenamento che richiederebbe tempo e denaro che non ho, e che difficilmente – in ogni caso – sarebbe saggio spendere in questa maniera. Sì, mi sovvengono alcune storie di golf come quella raccontata da Bob Rotella in Golf is a game of confidence (vado a memoria), in cui un giovane pensionato con tanto tempo libero e tanti soldi e tanta passione riuscì a vincere il campionato senior del suo stato; ma quella è una bella storia, di fronte a me ho la realtà.
C’è anche un fatto tecnico: alla milionesima pallina tirata ormai mi è chiaro che certi difetti nello swing, certi aggiustamenti e compensazioni, sono così radicati che non è ragionevole supporre verrebbero erasi da un lungo programma di allenamento, proprio perché la base è quella che è (se inizi a giocare a golf da adulto puoi anche diventare bravino, ma alcuni limiti fisici non sono superabili qualunque cosa succeda), e comunque aveva pienamente ragione Silvio Grappasonni quando in una telecronaca di tanti anni fa in cui stava commentando un’uscita dalla sabbia di Ernie Els disse qualcosa del genere: si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale. Per me, e per tutti quelli che da bambini non conoscevano il golf, lo swing rimarrà sempre appiccicato.
In più occorre considerare l’età che certamente non è dalla mia, e anche se questo è un concetto piuttosto banale e scontato un conto è leggere dell’invecchiamento nei libri, un conto ben diverso è sperimentarlo sulla propria pelle, accorgersi dei piccoli peggioramenti che di tanto in tanto accadono, senza preavviso, e doverci convivere (“la notte stava scendendo, e non c’era nulla che io potessi fare per fermarla” – Sherwood Anderson tradotto da Pavese).
Infine, il miglioramento richiede un impegno mentale costante e certo non indifferente. Una buona fetta di bogey non è provocata da un errore tecnico, ma da un’insufficienza di pensiero che porta all’errore tecnico.
Ecco perché da tempo parlo di questa sorta di stanchezza che sento per il golf, che non è generale ma specifica, ovvero relativa al golf giocato per fare risultato. Il golf rimarrà per me quel grande gioco meraviglioso scoperto tanto tempo fa, un’attività che spero mi accompagni per lunghissimo tempo, in una sorta di viaggio parallelo con la scrittura, ovvero conoscenza di sé e scoperta del mondo; ma tenderà a scemare (come sta già facendo) quella spinta verso i propri limiti, quel desiderio di un handicap sempre più basso.
Probabilmente quell’elusivo handicap 0 è un traguardo che non raggiungerò.
E forse è anche importante non prendersi troppo sul serio (Montale: “Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere”).
Insomma ci ho messo vent’anni per relativizzare l’importanza del golf, ma credo che questo sia un sentire comune di tanti golfisti. Ligabue lo dice molto bene:
Ho messo via un po’ di illusioni
che prima o poi basta così
ne ho messe via due o tre cartoni
comunque so che sono lì
Mi sento in pace col golf. Ho fatto quello che ho fatto, è stato un viaggio meraviglioso; e, con una traiettoria differente, lo è tuttora.
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