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Un viaggio meraviglioso

Non mi interessa più tanto, o quantomeno molto meno di un tempo, il mio golf giocato nelle gare. È una sensazione che mi porto dietro da qualche tempo, e ho cercato di analizzarla.

Ecco, questo accade perché il mio livello di gioco ormai è stabile, e non potrà migliorare più di tanto, se non tramite un deciso programma di allenamento che richiederebbe tempo e denaro che non ho, e che difficilmente – in ogni caso – sarebbe saggio spendere in questa maniera. Sì, mi sovvengono alcune storie di golf come quella raccontata da Bob Rotella in Golf is a game of confidence (vado a memoria), in cui un giovane pensionato con tanto tempo libero e tanti soldi e tanta passione riuscì a vincere il campionato senior del suo stato; ma quella è una bella storia, di fronte a me ho la realtà.

C’è anche un fatto tecnico: alla milionesima pallina tirata ormai mi è chiaro che certi difetti nello swing, certi aggiustamenti e compensazioni, sono così radicati che non è ragionevole supporre verrebbero erasi da un lungo programma di allenamento, proprio perché la base è quella che è (se inizi a giocare a golf da adulto puoi anche diventare bravino, […] continua a leggere »

Fenomenologia delle partenze, o della natura cangiante del golf

Negli ultimi mesi ho iniziato a dare una mano al circolo facendo lo starter per le gare. È un’attività cui mi sono avvicinato con un certo tremore (non ero sicuro che sarei stato all’altezza del compito), ma che ho scoperto presto piacermi molto, soprattutto per il fatto che mi dà la possibilità di scambiare quattro parole con tantissime persone. Sono chiacchiere che non possono andare al di là della superficialità di discorsi frammentari e brevissimi, ma che coll’andare del tempo hanno iniziato a formare una sorta di conversazione complessiva. È un po’ come se il golf stesso mi parlasse.

Un fatto vorrei soprattutto notare: le “promesse oneste ma grosse” di cui parla Ligabue. Io sono stato per anni come Peter Pan, preso nelle mie fantasie golfistiche, pensando di poter arrivare chissà dove. E ora, sulla soglia dei cinquantasette anni, vedo bene che i miei limiti non li posso ignorare né trascurare, che il fatto di non avere cominciato a giocare a golf da bambino ha un significato molto preciso (Silvio Grappasonni, in una telecronaca di tanti anni fa in cui stava commentando un’uscita dalla sabbia di Ernie Els, disse qualcosa del genere: si vede che quel […] continua a leggere »

Golf resurgente

Margara è un campo splendido.

Le condizioni atmosferiche erano ottimali.

Le partenze erano sufficientemente avanti.

I green erano discretamente veloci, ma pressoché perfetti.

Il primo giorno di questa gara sono partito bene, alla 8 ero +2, con due bogey evitabili ma accettabili. Dalla 9 ho cominciato a fare disastri, il par era un lusso; alla 18 ho messo la ciliegina sulla torta, con un quintuplo bogey. (La disaster hole, nel golf, è sempre dietro l’angolo ad aspettarti. Sta a te essere bravo a non farti trovare.) E come ho scritto a Roberto, che cercava in qualche maniera di consolarmi, nel golf non c’è molto di peggio di un quintuplo bogey, a parte un sestuplo bogey. Totale: 88 [sic].

Il secondo giorno mi è parso anche peggio, nelle prime otto buche (le seconde nove in realtà – partivo dalla 10) ho messo a segno sette bogey e un doppio. (Una sola volta ho preso il green, e da quattro metri e mezzo sono riuscito a fare tre putt, nella stessa buca dove qualche anno fa vidi Pippo Calì fare un comodo eagle imbucando da cinquanta centimetri – unici spettatori mia figlia e io.) Un paio di […] continua a leggere »

Progressing nicely

Il titolo di questo post prende spunto da un tweet di Tiger, allorché sette anni fa stava recuperando dopo l’intervento alla schiena dell’anno precedente. Ma, molto più prosaicamente, l’idea è di aggiornare i miei venticinque lettori su come stanno andando le lezioni sul driver, che mi sto impartendo dal 4 dicembre scorso, con la speranza che le mie riflessioni possano essere di aiuto o di spunto per qualcuno.

Un breve riassunto: un maestro non può insegnarmi veramente quello che desidero, perché lui conosce lo swing mille volte più di me, ma io conosco il mio swing mille volte più di lui. Non che le lezioni non siano necessarie, ma in un ciclo di lezioni un maestro può solo scalfire la superficie, ovvero andare a correggere i macroerrori, lasciando di fatto la situazione invariata. Allora ho deciso di diventare il maestro di me stesso.

(Non voglio assolutamente negare l’importanza di un maestro – alla decina di maestri che mi hanno seguito dal 2004 a oggi posso solo dire grazie –, ma dico che in certe fasi probabilmente è più redditizio mettersi di buona lena e con santa pazienza a lavorare per conto proprio per vedere che […] continua a leggere »

Un cambiamento nello swing con il driver

Dopo le ultime lezioni di questi mesi sono arrivato a una conclusione (provvisoria, come tutte le cose che riguardano lo swing): un maestro non può insegnarmi veramente quello che desidero. (Nel mio caso era “imparare a fare draw col driver”, mentre oggi è diventato “ridurre di qualche grado la traiettoria dall’esterno del driver per produrre un fade più controllato”.) Per un semplice fatto: lui conosce lo swing mille volte più di me, ma io conosco il mio swing mille volte più di lui.

Quello che io desidero sarebbe possibile solo se avessi a disposizione un maestro per un tempo lunghissimo – diciamo un’ora per tre volte la settimana per sei mesi, qualcosa del genere –, in maniera che lui potesse conoscere in profondità le sottigliezze del mio swing, e io riuscissi davvero ad apprendere da lui i concetti che desidera trasmettermi. Ma dovrei investire molto denaro, molto di più rispetto a quanto posso permettermi.

Non che le lezioni non siano necessarie, ma in un ciclo di lezioni un maestro può solo scalfire la superficie, ovvero andare a correggere i macroerrori, lasciando di fatto la situazione invariata.

Allora ho deciso di diventare il maestro di me stesso. Non che non lo […] continua a leggere »

Esorcizzare le paure

Voglio parlare qui di un’esperienza per così dire bifronte che mi è capitata lo scorso fine settimana a questa bella gara. Ne parlo non per mettere in luce le mie “gesta”, ma perché sono sicuro che – analizzando le cose positive fatte e gli errori commessi – qualunque golfista si ritroverà nella descrizione. (Il golf è ciclico, dopotutto.)

Nel dettaglio le cose sono andate così.

Nel giro di domenica ho cominciato con uno sciocco bogey alla 1 e un bogey accettabile alla 2. Fino a qui niente di particolare. Da lì in poi ho cominciato a giocare a golf, e in dodici buche ho segnato un punteggio di -3; questo significa che a quel punto della gara ero a -1. Alla 15 a un buon drive segue un ferro 6 a mio giudizio assolutamente perfetto al green, che però purtroppo finisce fuori di un metro. Rimango immobile, basito; ma è difficile questionare con la fisica. Il doppio bogey è una conseguenza piuttosto logica, e vado alla 16 col risultato di +1: tutto sommato nulla di grave, anche perché se io dovessi rigiocare in qualunque momento quel colpo ritirerei un ferro 6.

Qui però le cose cambiano.

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Vent’anni di golf (e i prossimi venti)

Vent’anni di golf, e l’importanza dei maestri.
Il putt, il gioco intorno al green (fino ai 20 metri), il gioco corto (dai 20 ai 90 metri), il gioco con i ferri, il gioco lungo con ibridi e legni, il driving, la parte mentale e la gestione della gara.
Con spunti da Padraig Harrington, Mark Broadie, Dave Pelz, Andy Brumer, Baldovino Dassù, Roberto Cadonati e Andrea De Giorgio.
E l’ispirazione di Seve e del mio dolce mito – Ben Hogan.

Un tuffo nel passato

Margherita, campo pratica

Ieri pomeriggio ho avuto alla Margherita una di quelle esperienze “mistiche” che un tempo erano abbastanza la norma per me, ma che ormai sono diventate piuttosto rare. Ero in campo pratica, nel mio learning environment per eccellenza, era un momento molto tranquillo, ero praticamente da solo (e da un certo punto in poi sono stato del tutto da solo), il caldo non era opprimente, ero all’ombra e stavo bene.

Ma per raccontare tutto devo partire dall’antefatto, ovvero al fitting che ho fatto quasi un anno fa. Dei miei bastoni, solo il legno 3 e i due ibridi erano rimasti con la canna stiff, mentre il driver e i ferri montano da allora canne regular. (Va notato comunque che stiff e regular non sono concetti univoci, ma dipendono dalle marche, dai modelli e così via; però in genere è pacifico che una canna regular è più morbida rispetto ad una stiff.) Comunque una cosa mi era chiara: gli anni sono passati, e se sono passato con soddisfazione alle canne regular sia per i ferri che per il driver, mi sembrava un’equazione lineare di primo grado il fatto che dovessi fare la stessa cosa anche con legno e ibridi.

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Ho allungato il driver

È stato un concatenarsi di cause, ma è un fatto che negli ultimi due-tre mesi ho sia allungato sia raddrizzato il driver.

Prima il mio volo di palla era un fade che tendeva troppo spesso allo slice, e dunque puntavo (anche inconsciamente) a sinistra per sperare di rimanere in pista, mentre ora i colpi sono molto più dritti e, cosa che non fa male, più lunghi. Forse una decina di metri o poco più, nulla di inaudito o fenomenale; ma se metti insieme i due fattori ottieni un risultato che ti porta a un bel sorriso.

Come ho fatto?

Io racconto qui la mia esperienza, che non intende essere una maniera di segnare la strada, ma è soprattutto un segnale di speranza: tirare driver più diritti e più lunghi è possibile. Anche se hai più di cinquant’anni. Anche se giochi da tanto tempo.

Però, certo, non capita per magia da un giorno all’altro. Richiede pensiero e lavoro.

Concause, dicevo. Io ne ho individuate quattro.

Il gatto e la volpe, di cui ho parlato qui. Ovvero ho cambiato il driver. E quello nuovo non è nuovo, è un modello di qualche anno fa che si adatta come un guanto alle […] continua a leggere »

Un giro basso e qualche spunto

Ho fatto una bella gara, in questi giorni. Una tipica gara di circolo, nulla di importante, ma un 73 che mi ha dato molte soddisfazioni.
E, al di là di quello che posso avere fatto o non fatto io, che può interessare sì e no a tre persone, ho ripensato all’esperienza di sabato e cercato di trarne delle indicazioni di valenza più o meno generale.

Innanzitutto, il mio handicap è sceso al livello più basso di sempre (2,4), il che è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di ulteriori rinforzi o commenti. Come credo sia per quasi qualunque golfista, quel numerino è pari alla stella da sceriffo che da piccoli ci attaccavamo alla camicia a quadrettoni, o – nella versione femminile – qualcosa come il cerchietto da principessa che conteneva mondi interi.

In secondo luogo, questo handicap è venuto a fronte di un “impegno” in campo pratica molto ridotto rispetto agli anni passati (chiedo scusa, ma per me imparare a giocare a golf è sempre stato assimilabile non dico ad un lavoro, ma comunque ad un’attività con regole precise e scandite), e invece a molto più tempo dedicato – in proporzione – al campo. (Perché alla Margherita ci […] continua a leggere »