Tag: consigli non richiesti

Strumenti di precisione

Irons are control clubs. How far you hit a particular iron is irrelevant.
Philip Moore, The Mad Science of Golf

La versione breve di questo post è questa: i ferri sono strumenti di precisione, dove conta molto di più sapere la distanza che ciascun ferro ci permette di fare che non aggiungere qualche metro ai singoli ferri. Mooolto di più.

Per scendere nel dettaglio, dirò che sabato ne ho avuta la prova reale; ma per spiegarmi devo partire da lontano, ovvero da una decina di anni fa, quando il mio handicap e il mio gioco si erano sufficientemente stabilizzati e io avevo in testa dei numeri ben precisi per la distanza fatta per singolo ferro: 110 metri per il pitch, e da lì a salire di 10 metri per ferro, quindi fino ai 160 per il ferro 5. Qualche anno dopo, ovvero qualche anno fa, mi sono probabilmente allungato ancora un pochino e dunque partivo da 115. Per me questi erano numeri reali, gli stessi che ho usato in Campo pratica per illustrare come misurare la distanza effettiva con i ferri (e i legni).

Però… però la realtà, sempre molto prosaica e sempre poco disposta […] continua a leggere »

Come migliorare (in maniera decisa) un handicap basso

Roberto Guarnieri mi segnala questo articolo. È una lettura lunga, ma per il golfista seriamente intenzionato a migliorare il proprio gioco – che presumo essere il lettore “ideale” di questo blog – ne vale decisamente la pena, perché offre molti spunti. Ne consiglio dunque caldamente la lettura. (Chi non dovesse conoscere a fondo l’inglese potrebbe avvalersi di strumenti come DeepL, che restituiscono un testo ovviamente non perfetto ma comprensibile.)

Espongo il mio pensiero a seguire, sperando che sia fruttifero per chi legge e – perché no? – ne nasca una discussione.

Innanzitutto, perché è così importante il livello zero di handicap? Perché qualunque golfista che diventi un po’ bravino vorrebbe arrivare a zero? Che cos’è, esattamente, questo zero? Per come la vedo io, è la rosa del Piccolo principe, è la balena bianca di Moby Dick, è l’obiettivo ultimo, il sogno di qualunque golfista, quel sogno quasi impossibile – e in quel quasi c’è tutto il suo fascino – di giocare ad un livello che in qualche maniera sia paragonabile a quello di un professionista. Che poi il fatto che il gioco di un handicap zero non sia paragonabile a quello di un […] continua a leggere »

Un giro basso e qualche spunto

Ho fatto una bella gara, in questi giorni. Una tipica gara di circolo, nulla di importante, ma un 73 che mi ha dato molte soddisfazioni.
E, al di là di quello che posso avere fatto o non fatto io, che può interessare sì e no a tre persone, ho ripensato all’esperienza di sabato e cercato di trarne delle indicazioni di valenza più o meno generale.

Innanzitutto, il mio handicap è sceso al livello più basso di sempre (2,4), il che è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di ulteriori rinforzi o commenti. Come credo sia per quasi qualunque golfista, quel numerino è pari alla stella da sceriffo che da piccoli ci attaccavamo alla camicia a quadrettoni, o – nella versione femminile – qualcosa come il cerchietto da principessa che conteneva mondi interi.

In secondo luogo, questo handicap è venuto a fronte di un “impegno” in campo pratica molto ridotto rispetto agli anni passati (chiedo scusa, ma per me imparare a giocare a golf è sempre stato assimilabile non dico ad un lavoro, ma comunque ad un’attività con regole precise e scandite), e invece a molto più tempo dedicato – in proporzione – al campo. (Perché alla Margherita ci […] continua a leggere »

Il ferro 5, come lo sento io


Era il 2004, io avevo cominciato a giocare da poche settimane, non avevo ancora dei bastoni miei e il primo che acquistai fu un ferro 3 [sic] al Decathlon. Il golf era un mondo quasi del tutto sconosciuto per me, riuscivo a capire pochissimo di concetti quali il loft, ma avevo intuito che un ferro con un numero basso poteva mandare la palla più lontana rispetto ad un ferro 8, 9 o anche 10 (già, all’epoca la Callaway produceva il ferro 10, ovvero l’attuale pitching wedge).

(Ricordo molto bene la faccia tra lo stupito e l’inorridito del mio maestro di allora quando mi vide con quell’arnese. Ma insomma il percorso verso la conoscenza è molto lungo, e anzi mi appare molto più lungo e intricato ora di quanto non fosse allora.)

Anche il mio primo set “serio”, i Mizuno MP-57, dei bastoni incantevoli al punto che li comprai online senza mai averli provati prima perché mi ero innamorato di quelle linee, aveva il ferro 3 (che conservo ancora). E anche se oggi amerei […] continua a leggere »

Vademecum ad uso del golfista esordiente

Ho fatto qualche giorno fa qualche buca in compagnia di un handicap 54, e non è stata un’esperienza positiva. Non per lo swing tutt’altro che impeccabile della persona, né per il fatto che il risultato dei colpi fosse casuale, cose perfettamente comprensibili in qualcuno che inizia; ma per la mancanza di conoscenza delle regole più elementari di etichetta. Un paio di episodi mi hanno colpito sopra tutti: il bunker non rastrellato e le linee sul green calpestate.

Una parola sul primo caso, che considero più grave in quanto costituisce mancanza di rispetto sia verso il campo che verso i compagni che verso gli altri giocatori: purtroppo capita in maniera ahimè troppo frequente. (Mi si perdoni il paragone irriverente: rastrellare un bunker, che sia di percorso, di un green o di pratica, equivale a tirare l’acqua dopo aver usato il gabinetto.)

Mi sono fatto scrupolo di far sapere alla persona che avrebbe dovuto rastrellare il bunker, anche se temo che osservazioni del genere portino a crearsi dei nemici senza offrire un reale beneficio, perché il nostro ego in questi casi è pronto ad entrare in campo senza indugi, e mi chiedo dunque che cosa capiterà la volta successiva: la persona si […] continua a leggere »

Il bunker, come lo sento io

Per la prima volta quest’anno, e comunque per la prima volta da tanto tempo, ho provato un paio di giorni fa una sensazione intensa di flow. Ero nel bunker di pratica, un cestino da 21 palline (più una raccattata in giro – non sia mai che io veda una palla di campo pratica e la lasci al suo destino) e io, e per sei volte ho tirato quelle 22 palle, per un totale di 132 colpi. La cosa interessante è che mentre tiravo quei colpi non mi rendevo esattamente conto di quello che stavo facendo, anche se mi fermavo spesso a riflettere sulle sensazioni; e comunque la stragrande maggioranza di essi terminava molto vicino alla buca. Un paio (di fila) li ho imbucati, e non mi è sembrato punto strano.

La versione breve è che ho la sensazione di essere di nuovo ritornato a essere sicuro, concentrato ed efficace nelle uscite dal bunker, come mi accadeva diversi anni fa – almeno in pratica, perché poi la gara è una bestia di fattezze del tutto differenti. E l’obiettivo adesso è diventare più bravo. (E questa è di per sé un’ottima cosa, perché nel golf se non vai avanti […] continua a leggere »

La preparazione golfistica invernale


Viene un tempo, ora, in cui è vero che si gioca a golf ancora quasi come se si fosse in estate, ma il cambio dell’ora, le temperature decrescenti e la luce declinante sono fattori limpidi di ciò che sta per venire. Anche le gare stanno terminando (magari lasciano il posto a qualche gara goliardica o poco più, ma il golf “serio”, quello fatto per il risultato, è alle spalle). È tempo dunque di pensare alla stagione che verrà. È questo, l’incipiente mese di novembre, il periodo migliore per pensare ai cambiamenti che desideriamo apportare al nostro gioco e per visualizzare i miglioramenti che avremo.

È presto? Forse. Più avanti penseremo al golf decembrino, ma per adesso potrebbe venirci in soccorso padre Dante (Purgatorio, III, 78):

Ché perder tempo a chi più sa più spiace.

Che cosa significa questo, in pratica? Ecco un paio di spunti, che poi ciascuno adatterà a sé come vorrà.

1. Un obiettivo davanti a sé

Ciascuno avrà le sue risposte, ma per me pensare alla stagione successiva significa da anni una cosa innanzitutto: il Trofeo […] continua a leggere »

Il colpo più difficile


Be’, in realtà non so se si può definire il colpo più difficile in assoluto, ma certamente è catalogabile tra i 4-5 più complessi. Sto parlando dell’approccio da 30-40 metri; anche se siamo in fairway e con bandiera scoperta, il grado di difficoltà rimane elevato perché è un colpo (o, più precisamente, un mezzo colpo) dove il controllo deve essere massimo.

Qual è un buon risultato? Prendendo come misura i 40 metri, considero che il colpo è ottimo quando l’errore non supera il 5%: ovvero quando la palla si ferma entro i 2 metri dalla bandiera. (Per definire un colpo come “buono” possiamo calcolare un margine d’errore del 10%: ma sappiamo bene che le percentuali di palle imbucate dai 4 metri rispetto ai 2 stanno in una categoria completamente differente. Insomma è un colpo salva-par, e al contempo un toccasana per l’autostima golfistica.)

Ieri sera, in un momento di intenso flow, l’ho messo a punto. (Anche se sarebbe più corretto dire che quel che ho “scoperto” ieri è frutto di tentativi ed errori che vanno molto indietro nel […] continua a leggere »

Il bounce, come lo sento io


Uno dei concetti golfistici che ho fatto più fatica a comprendere, in questi miei quindici anni di golf, è il bounce. Confesso che per anni non ho avuto un’idea precisa di che cosa si intendesse con “bounce”.

In tempi recenti sono arrivato ad alcune conclusioni (provvisorie – ormai mi è chiaro che nel golf non c’è nulla di definitivo), ovvero delle scoperte che cerco ora di illustrare.

Partiamo dalle definizioni. In un bastone, il bounce

è l’angolo tra la tangente ortogonale alla suola e il terreno. In genere i ferri fino al 9 hanno un bounce nullo, mentre è considerevole nei wedge (4-16°), soprattutto allo scopo di permettere una miglior uscita dalla sabbia e dal terreno umido.

(Qui un articolo che spiega bene di che cosa stiamo parlando.)

Per quello che so io del gioco corto il concetto di bounce si applica soprattutto alle uscite dal bunker e al gioco intorno al green, diciamo fino ai 50 metri. (Andando oltre la musica cambia, o quanto meno quello che ho imparato di recente lo trovo […] continua a leggere »

Get creative on the golf course

Il golf, a volte, va interpretato. Oggi desidero proporre un’idea di allenamento differente dal solito, e valida soprattutto per gli handicap bassi.

Per farlo prendo spunto da un paio di libri.

Il primo è Tour Mentality, di quel gran signore e splendido professionista che è Nick O’Hern, e che ho recensito su “Il Mondo del Golf Today” di settembre (qui la pagina). Nick parla della Three-Club Challenge, ovvero di andare in campo con tre soli ferri, il che ti costringe a essere creativo perché non potrai coprire tutte le distanze. La situazione ti costringerà veramente a pensare fuori dagli schemi, e ti aiuterà molto quando poi il risultato conterà davvero e avrai un colpo non standard.

It’s great for your imagination. You’ll probably really struggle the first time out, but keep at it, and your results will improve. It gets you feeling like a kid again, playing for fun.

Like a kid again, non è una cosa da poco.

(Bubba ne ha tirati 81 con un bastone solo, per dire.)

Il secondo l’ho da poco terminato: An American Caddie in St. Andrews, la cui recensione uscirà in […] continua a leggere »