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A goddamned bunker


In questi giorni mi sembra che lo scrivere di un’attività (in apparenza) frivola come il golf possa parere irriverente e quasi blasfemo. Tuttavia ho letto tutto quel che potevo sul disastro che colpisce ciascuno di noi; e poi ho pensato che la vita va avanti, e che la cosa migliore che potessi fare era scrivere un post leggero ma attento.

Riporto dunque qui a seguire un passo tratto da questo splendido, ancorché datato, libro, la cui recensione apparirà sul numero di ottobre di “Il Mondo del Golf Today”. Protagonista è il colonnello Bob Jones, padre del famoso golfista, durante il primo giro che fece all’Augusta National nel 1932 in compagnia del figlio e di Clifford Roberts. La traduzione a seguire è mia.

A small pot bunker was originally positioned in the center of the eleventh fairway at roughly the distance of a reasonable drive. The bunker, which could not be seen from the tee, was Jones’s idea. He had wanted the course to have an hazard that could be avoided only with good luck […] continua a leggere »

Da quando avevo 12 anni

Five Lessons
(La traduzione italiana della lunga citazione che inserisco a seguire si trova qui, grazie ad Andrea Gandolfi. Il grassetto è mio. Del secondo putt che Ben Hogan tirò in quell’occasione ho parlato qui.)

Twenty-five years ago, when I was 19, I became a professional golfer. I suppose that if I fed the right pieces of data to one of our modern “electronic brain” machines it would perform a few gyrations and shortly afterwards inform me as to how many hundreds of thousands of shots I have hit on practice fairways, how many thousands of shots I have struck in competition, how many times I have taken three putts when there was absolutely no reason for doing so, and all the rest of it. Like most professional golfers, I have a tendency to remember my poor shots a shade more vividly than the good ones – the one or two per round, seldom more, which come off exactly as I intend they should.

However, having worked hard on my golf with all the mentality and all […] continua a leggere »

Duncan Lennard, Adventures in Extreme Golf

Adventures in Extreme Golf
Alcune citazioni tratte da questo bel libro – la mia recensione completa sarà pubblicata su “Il Mondo del Golf Today” di giugno.

If music is the space between the notes, then golf must be the walk between the shots (p. 28).
[Se la musica è lo spazio tra le note, allora il golf deve essere la camminata tra un colpo e l’altro.]

Coaching golf is, of course, one of the game’s more recognized occupations – and our perpetual ineptitude at the game suggests it will be for some time (p. 152).
[L’insegnamento del golf è, naturalmente, uno dei mestieri più riconosciuti nel campo: e la nostra inettitudine perenne al gioco suggerisce che sarà così per tanto tempo ancora.]

There is an old saying in golf: You can’t fire a cannon from a canoe. Foundations may not be fancy, but they are the key component (p. 155).
[C’è un vecchio detto nel golf: non puoi sparare con un cannone da una canoa. Le basi possono non essere attraenti, ma sono la componente chiave.]

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Il golf allunga la vita

John Updike
“Il golf rovescia la vita come un guanto; fa riposare le parti troppo usate del nostro io e mette alla prova facoltà altrimenti trascurate, come la capacità dell’occhio di valutare le distanze o il segreto accordo ritmico che c’è tra i piedi e la mani. In cambio di tutte le ore e i giorni che mi ha tolto, il golf mi ha dato un altro Io, il mio Io golfistico, che mi aspetta fiducioso sul primo tee, quando accantono le mie altre personalità di capofamiglia e di amante, di padre e di figlio. Il golf allunga la vita”.

John Updike, La vita è troppo breve per il golf? in: Sogni di golf, Parma, Guanda, 1998, pp. 196-197.

(Sia detto tangenzialmente, questo libro ormai quasi dimenticato è uno dei primissimi che ho recensito per una rivista – credo fosse “Life Club” – tanti anni fa.)

Sensazioni e parole

Oggi vorrei suggerire uno spunto sul quale sto meditando da tempo, qualcosa che non credo abbia un vera e propria soluzione (quantomeno in parole). Lo farò mettendo insieme due citazioni su Ben Hogan.

Dice Curt Sampson:

From a performance standpoint, Hogan understood himself better than any athlete ever. That was Hogan’s Secret. It didn’t become a book or a magazine series because mental toughness, self-control, focus, and the connection between mood and performance couldn’t be photographed.

Gli fa eco Andy Brumer:

They said Ben Hogan refused to tell his supposed secret of his superior ball striking because he didn’t want to give his competitors the same advantage it gave him. […] I think he didn’t tell anyone his secret because he couldn’t, since he didn’t experience it in words.

Sono completamente d’accordo. E me ne rendo conto per esempio in campo pratica, quando cerco di fissare sulla carta le sensazioni ricavate dalla pratica stessa, in maniera da comporre una sorta di “manuale di auto-aiuto” a mio uso e consumo futuri. In parte funziona, ma troppo di quel che vorrei eternare sulla pagina va in realtà perso, perché […] continua a leggere »

L’importanza (relativa) del gioco corto

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione […] continua a leggere »

John Fante e il golf

John Fante
John Fante è uno tra i miei scrittori preferiti. Adoro il suo stile asciutto e diretto al punto. Ho letto e riletto diverse volte i suoi libri.

Fante si dilettava col golf, anche se non mi risulta che abbia mai raggiunto grandi vette. Era piuttosto per lui un passatempo divertente.

In ogni caso in un libro solo, La confraternita dell’uva, ha scritto di golf. È una scena in cui il protagonista incontra dopo tanto tempo l’odiata suocera, che gli chiede di portarsi via i suoi bastoni da golf (“mazze”, nella traduzione – il che è per me una trafittura nell’orecchio). Vediamola.

Le mie mazze da golf! Erano in un angolino di un armadio da letto. Le mie mazze! Le mie magnifiche Stan Thompson su misura: quattro di legno, nove di metallo, con impugnature speciali, coi manici di grafite leggeri come piume; attrezzi costosi dal perfetto equilibrio, in grado di sparare una pallina lontanissimo e con la massima precisione.

Eccole là, sul cotto umido della rimessa: la borsa di pelle si era strappata […] continua a leggere »

Navigare necesse, vivere non necesse

Correre o morire
Come segno di auspicio per la nuova stagione di gare che sta prendendo l’abbrivio – dalla finestra del mio studiolo vedo da pochissimo peschi ed albicocchi in fiore – oggi non parlo io, ma parla un libro che in teoria parla di tutt’altro ma in pratica parla della stessa cosa: a che cosa pensiamo quando mettiamo l’asticella solo un po’ più su.

Le nostre vite giravano intorno alle gare. Dormivamo e mangiavamo il giusto per poterci allenare e ci allenavamo al massimo per poter gareggiare e cercare di ottenere i migliori risultati possibili. Tutte le nostre entrate […] erano destinate al pagamento dell’appartamento e all’acquisto del miglior materiale. […] Il punto culminante fu a marzo, quando, senza luce nel monolocale, poiché la ritenevamo meno importante di un buon paio di bastoncini di carbonio, un mercoledì, insieme ad Àlvaro, il compagno di appartamento e di corse, sul pavimento della camera, con i duecento euro di affitto di quel mese sparsi sulla moquette, discutevamo se fosse più importante darli a Madame Levy, la proprietaria, o partire quella sera stessa per Arêches-Beaufort, […] continua a leggere »

Davis Love III, Every Shot I Take


I libri dedicati al golf esercitano un fascino particolare su di me, spesso devo farmi violenza per non comprare questo o quel volume – se potessi, li acquisterei tutti. Adoro i libri usati, e ho scoperto qualche tempo fa questa libreria online dove solo gli usati sono oltre mille.

Per 2,49 sterline ho comprato questo libro; senza un motivo specifico, ma perché adoro leggere le storie dei campioni di golf.

Trovatomelo davanti poi, quando è stato il momento di iniziarlo mi sono chiesto perché avevo speso quei soldi, per quanto pochi. E non sono riuscito a darmi una risposta precisa (davanti ai libri mi sento come mia figlia piccola davanti a una vetrina piena di oggetti marchiati Hello Kitty: questa è la verità).

Ma la storia mi ha preso subito: perché ben raccontata, perché molto emozionante, perché istruttiva. Apprezzo l’umiltà della persona, il suo senso del dovere, l’ammirazione per il padre. Ho adorato quel concetto di “golf totale”, ovvero la fortunata esposizione al golf cui sono stati soggetti Davis […] continua a leggere »

John Updike, Golf decembrino

In dicembre capita sempre qualche giornata abbastanza mite. La luce scintilla come un sottile guscio di ghiaccio sopra i rami spogli e grigi, il cielo è a strisce come un bacon blu, un tardivo stormo di oche selvatiche oscilla verso sud, e l’aria è ricca di ossigeno e felice di cederlo a qualche coraggioso sportivo. I partecipanti del foursome, ridotti magari a tre o a due, si incontrano davanti alla sede del circolo ormai chiusa con tanto di tavole di legno, divertiti all’idea di avere l’intero campo tutto per loro. Gli alberi nudi lasciano scoperti tutti i fairway che, visti dal primo tee, si succedono a zigzag uno dopo l’altro, avanti e indietro. Non ci sono tee-marker, né score e nemmeno i cart: solo uomini pazzi per il golf, coi berretti di lana in testa e due maglioni ciascuno, che si spostano a piedi. Il computer per calcolare gli handicap è stato staccato con la chiusura stagionale, così l’unico sprone a giocare bene è l’elementare senso della competizione umana: un semplice nassau per la pallina migliore o una posta di cinquanta centesimi, e il conto viene tenuto a mente dal commercialista o dal bancario in pensione del gruppo. Ti sembra, […] continua a leggere »