Dopo vent’anni di recensioni di libri golfistici e centinaia di libri letti, mi sembra arrivata la stagione di fare il punto sullo stato dell’arte del sapere golfistico che passa attraverso i libri. (Non ho scelto di farlo, mi viene spontaneo). Questo non significa che non mantengo un occhio aperto sulle novità in uscita, ma semplicemente che ci sono alcuni libri – pochi – che resistono alla polvere del tempo, che presentano principi che rimangono validi nonostante tutto intorno a noi cambi alla velocità della luce. Ciò è senz’altro vero per un paio almeno di libri di Dave Pelz, gran maestro del gioco corto e del putt da qualche mese scomparso: Dave Pelz’s Short Game Bible. Master the Finesse Swing and Lower Your Score (libro del 1999) e Dave Pelz’s Putting Bible. The Complete Guide to Mastering the Green (del 2001). Li presento entrambi più in dettaglio nel numero appena uscito di “Golf Magazine”.
Tag: putt
La magia del putt
Parlavo qui di un problema (be’, “problema” è forse termine eccessivo, ma insomma di una questione golfistica – e comunque con il Piccolo principe dico che è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante) che mi ha afflitto per diverse settimane: il putt. Il putt, tecnica dove sono sostanzialmente autodidatta, è sempre stato per me il luogo per eccellenza del golf dove la sicurezza regna sovrana, il colpo che mai mi ha dato tremore o difficoltà, perché ho sempre visto chiare le linee e ho sempre saputo dosare la forza con precisione. Ragion per cui quel problema mi aveva stupito prima ancora che preoccupato.
Ma come dicevo lo paragonavo a una sciatalgia, a qualcosa che come viene poi passa. Ebbene, quella difficoltà è ufficialmente sparita: nelle ultime due gare ho ripreso ad avere fiducia nei miei mezzi sul green e, di conseguenza, a imbucare il giusto.
Come è successo questo? Innanzitutto dirò che il problema è stato tecnico e non mentale (a differenza del gioco nel suo complesso, dove faccio ancora troppi errori mentali soprattutto nelle buche finali – riprenderò presto il discorso, perché è un punto troppo importante). […] continua a leggere »
Putt yips

Mi è successa una cosa strana, e per me del tutto inedita, nelle ultime settimane: ho cominciato a sbagliare un numero molto più alto del normale di putt dalla corta distanza.
Ora, da sempre il putt è stato il mio principale punto di forza nel golf. È un movimento sul quale sono autodidatta (è possibile che abbia fatto una mezzoretta di lezione nei primissimi periodi del gioco, e poi l’ho approfondito un pochino nelle clinic con Andrea, ma nulla di sistematico o continuativo), ma che ho studiato a fondo sia teoricamente (da Pelz in giù) sia, soprattutto, praticamente. E dunque la prima reazione per me è stata di sorpresa, perché mi vedo come un eccellente pattatore, vedo nel putt un movimento assolutamente naturale e semplice.
Però quando in un giro sbagli tre-quattro putt intorno al metro le cose assumono una diversa prospettiva. E devi fare qualcosa.
In questo momento non posso dire di aver risolto il problema, ma ci sto lavorando e sono fiducioso nel poterlo risolvere presto. (Ricordo la sensazione stranissima provata con un improvviso […] continua a leggere »
Da 14,9 a 9,9 entro il 30/06/2017

Allora, le cose stanno così: un golfista che conosco, e anche lettore di questo blog, ha il problema tipico di tanti golfisti: che gira a destra anziché a sinistra. Ovvero: se andiamo con la mente alla struttura dei Ciliegi (luogo dove per me è naturale immaginare la pratica), arrivando in fondo alla discesa anziché proseguire diritto, cosa che lo porterebbe al campo pratica, gira a destra per il tee della uno.
È una situazione assolutamente tipica, propria di tantissimi golfisti. E, intendiamoci: non c’è nulla di male in questo. Non sei sempre alle Olimpiadi, puoi scegliere benissimo di giocare solo per divertirti, stare con gli amici in un bel luogo eccetera senza voler arrivare a diventare il golfista migliore che tu possa diventare.
Ma lui vuole andare oltre. Mi ha chiesto di dargli una mano, di preparargli una scheda.
Allora, mio caro Beppe, facciamo un patto: tu ti impegni a fare quello che è scritto qui sotto e quel che ti dirò nelle settimane a venire, senza riserve e senza scuse, e io ti […] continua a leggere »
Esercizi per vincere la noia del campo pratica – paragrafo 1, il putt

A volte io stesso, che frequento il campo pratica almeno cinque giorni la settimana, mi sento annoiato da tutta la pratica che faccio, perché mi pare che non sia davvero utile ripetere all’infinito un gesto. Più precisamente: non che non sia utile, ma che il nostro cervello ad un certo punto si rifiuti, ostinato come un mulo, di andare oltre e di accettare informazioni che potrebbero migliorare le prestazioni in campo.
Allora un ottimo sistema per superare questo impasse è quello di rendere il campo pratica un campo a tutti gli effetti, tramite degli esercizi (dei giochi, piuttosto) con un punteggio, ovvero che diano feedback immediato e possano dunque essere presi come pietre di paragone per esercizi successivi. Il tutto in maniera sì giocosa ma molto impegnata e seria.
Ciò premesso, questo è il primo di una serie di quattro post (non consecutivi, perché gli argomenti di cui dire sono sempre tanti e non me la sento di “bloccare” il blog per quattro settimane di fila) in cui suggerisco degli esercizi-gioco da applicare in campo pratica. Oggi iniziamo dal putt.
Il segreto nei putt punghi
Un anno fa scrivevo:
ora mi è chiaro che i putt lunghi richiedono un movimento in parte diverso rispetto ai putt di corta e media distanza. Anche se non sono ancora conscio delle differenze (ma continuo a studiare!), so per certo che è così.
Bene, provando e riprovando credo di essere arrivato alla soluzione. Che è questa:
La differenza di movimento nei putt lunghi (da un minimo di 10 metri in su) sta nel fianco e nella spalla destri che scendono all’impatto, quasi a simulare uno swing.
Questo significa guardare la palla partire da sotto, ed è un riflesso del fatto del tenere giù la spalla destra nei putt di media e corta distanza (un trick su cui sto lavorando e di cui dirò più avanti).
Chiaramente, aver scoperto questo fatto – che non pretendo abbia valenza universale, ma vedo che per me funziona – non significa aver cristallizzato un movimento; e questo perché il movimento del putt, come del resto lo swing, è una cosa viva, assolutamente viva. Però vuol dire aver messo un punto fermo importante, sia pure ad un meccanismo che sarà certamente da mettere a punto e […] continua a leggere »
Il tuo golf è un processo senza fine – capitolo I, il putt

Dunque. Ci sono delle fasi in cui mi pare di arrivare grossomodo ad un punto fermo nel golf, di capire più o meno qualcosina dello swing, del gioco corto, del putt (non tutto insieme, per carità – troppa realtà mi sotterrerebbe!). Mi era successo l’anno scorso – splendida sensazione, dopo dieci anni, quella di intuire che avevo raggiunto un minimo di controllo sul mio movimento –, mi ricapita in questo periodo con il putt.
Il putt – i miei venticinque lettori lo sanno – è sempre stato il mio punto forte, quello dove non temo la concorrenza di chicchessia. Ebbene, ragionando e riragionandoci sopra, provando e riprovando, leggendo e soprattutto riflettendo mi rendo conto di avere delle intuizioni, delle sensazioni, dei pensieri che sono ancora da elaborare – golf is a game of circles, dopotutto – ma che possono portare ad un sistema sensato e per me e traslabile ad altri.
L’occasione scatenante è stato un commento casuale, una sera, di Roberto Zappa durante il The Players: ad un telespettatore […] continua a leggere »
Ben Hogan – an underrated putt

Quando si pensa allo US Open del 1950, la mente corre subito alla foto più famosa dell’intera storia del golf. Del resto il punto da dove partì quel ferro 1, là dove una targa ricorda
JUNE 11, 1950
U.S. OPEN
FOURTH ROUND
BEN HOGAN
ONE-IRON,
è un problema reale per quel campo, poiché virtualmente chiunque passi di lì vuole cercare di rivivere quell’emozione.
Ma c’è una questione che gli storici del golf hanno sottovalutato, ed è il fatto che quando quel ferro atterrò in green Hogan aveva ancora due putt da una distanza considerevole per forzare un play off. I giochi, insomma, erano tutt’altro che fatti (e la storia in questo insegna, perché nello US Open del 1956 Hogan mancò un putt da 1,2 metri sull’ultimo green, cosa che gli impedì di andare al play off; e – ma ora vado a memoria – mi pare che la stessa cosa gli sia successa in un altro caso in un major).
Soprattutto, bisogna considerare che dopo il primo putt gli […] continua a leggere »
La routine nel putt – quindici giorni dopo
Parlavo due settimane fa dell’importanza della routine nel putt.
In due settimane succedono tante cose, e io sono andato avanti nello studio della routine; le idee che desidero condividere oggi sono due.
La prima è l’aggiornamento della routine che avevo indicato allora. Al momento, quella che considero più efficace (per me, poi va da sé che va adattata a ciascun caso specifico; come ça va sans dire che è un work in progress) è questa:
1. visualizzare la linea da dietro, “vedendo” anche la pallina coprire la distanza fino alla buca e rotolarvi dentro;
2. eseguire un waggle o due mentre ci si mette di fianco alla palla piegando leggermente le ginocchia e con i piedi paralleli tra di loro e perpendicolari alla linea di tiro;
3. alzare leggermente il sedere, in maniera da avere gli occhi sulla linea di tiro;
4. alzare leggermente le mani, in maniera da avere la faccia del putter perfettamente allineata al terreno (questo funziona per me, ma il punto va preso con cautela perché dipende da come la faccia del bastone tocca terra);
5. fare due prove guardando la palla, per essere sicuri di forza e direzione;
6. mettersi […] continua a leggere »
La routine nel putt
È un fatto che il putt è, tra tutti, il colpo che più mi piace, perché riesco a comprenderne bene le minime sfumature, riesco sempre (via, quasi) a vedere la linea che la palla percorrerà per entrare in buca, adoro studiare le pendenze, le traiettorie e così via.
Le cause, dicevo. Innanzitutto mi trovo qui, in un luogo tranquillo e che è per me carico di memorie di allenamento positive. E non importa se il putting green è largo quanto un fazzoletto e lento quant’era Massimo Mauro ad uscire dal campo, perché il beneficio dato dalle sensazioni postive che mi trasmette è di gran lunga superiore a questi inconvenienti.
Poi, ho appena terminato questo libro. E non importa che sia per la maggior parte fuffa, e che spalmi in un volume intero quello che potrebbe comodamente stare in un articolo nemmeno troppo lungo, l’idea generale – che deve esistere una routine nel putt, […] continua a leggere »
