Lug 23


Se dovessi condensare in una parola sola tutto il golf che ho giocato e pensato in questi quindici anni, “ritmo” sarebbe quella parola. Perché il ritmo è dappertutto in un buon golf, e se può esistere il ritmo senza un buon golf, non può esistere un buon golf senza ritmo: ritmo complessivo, ritmo nel camminare tra i colpi, ritmo nello studiare un colpo, ritmo nel movimento.

Ebbene ieri, in questa bella gara, ho dovuto subire una mancanza totale di ritmo che mi ha lasciato, al di là del numero non certo onorevole, una brutta sensazione di tempo perso.

Ma due premesse sono necessarie qui.

La prima è che del mio numero finale sono responsabile io soltanto, e qualunque intervento esterno non può essere preso a motivo per una cattiva prestazione. Ieri ho giocato malissimo e la responsabilità è soltanto mia.

La seconda è che ieri, lassù in Scozia, cinquantacinque anni e dodici giorni dopo l’unica apparizione vincente del mio dolce mito alla gara più carica di storia e tradizione, si è scritta la storia del golf italiano. E dunque ieri era forse un giorno – uno tra i pochissimi – in cui il golf avrebbe dovuto essere (per me dico) più guardato che giocato.

(Nota a latere: nei media generalisti italiani, il fatto è al massimo nei titoli laterali. Non importa. Montale, come spesso accade ai poeti, questa cosa la sapeva già tanti anni fa:

La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario).

Ad ogni modo, il mio problema di ieri è stato quello di avere nella terna un rappresentante della peggior specie di golfista: il ragazzino che si crede Spieth, accompagnato dal padre che lo crede Tiger. E dunque il tempo che gli sarebbe normalmente stato necessario per eseguire un colpo si raddoppiava tranquillamente ogni volta. “Papo, due palle fuori?” “Anche quattro”, eccetera. Questa sceneggiata è andata avanti per tutto il giorno. E l’altro compagno di gioco e io a guardare. È stato frustrante, e in tutta onestà sono convinto che questo atteggiamento abbia danneggiato entrambi noi “spettatori” (se io ne ho tirate mille, lui ne ha tirata una più di mille).

Gli arbitri hanno fatto il possibile, ma sono pochi e non puoi pretendere più di tanto. Aver ricevuto una ammonizione ufficiale come team mi scocciava parecchio, però.

Alla fine abbiamo parlato, in maniera molto pacata, con la direttrice del torneo. La soluzione al problema, per suo conto, sarebbe vietare ai genitori di figli minorenni di fare da caddie nelle gare della Federazione. Io non ci avevo mai pensato, e mi rendo conto che sarebbe di difficile applicabilità, ma risolverebbe un problema del genere. Poi dirò anche che in una gara così sono forse più fuori posto io, un cinquantenne dai capelli grigi, che non lui, un ragazzino con sogni di gloria (e un handicap a due cifre e un 79 finale, ma tant’è).

Però nei primi due giorni ho giocato con due ragazzi splendidi, che sanno stare in campo, che mi incoraggiavano a ogni colpo, con cui abbiamo parlato amabilmente: compagni di gioco ideali, persone umili e corrette e ottimi golfisti. Il salto è stato casuale ma decisamente frustrante.

Quindi lo ripeto, perché sia chiaro: sposo la teoria di Chiara Cerruti e dico che ritengo che una soluzione al gioco lento e discontinuo nelle gare della Federazione, soluzione che uniformerebbe molto le condizioni di partenza, consiste nel vietare ai genitori di figli minorenni di fare da caddie. Perché poi se andassimo ad analizzare il caso dovremmo parlare dei genitori di questi novelli Tiger (come sappiamo bene, sono loro il problema); ma è una storia troppo triste nella quale non voglio addentrarmi.

Amen.

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