Per come la vedo io, fino a un certo punto non c’è niente di difficile nel golf, nulla. Non vedo davvero alcun motivo per cui il golfista medio, se si applica con intelligenza, non debba giocare al di sotto degli 80 colpi – e intendo giocando il tipo di colpi che giocherebbe un buon golfista.
(Ben Hogan, Le cinque lezioni. I fondamentali moderni del golf)
Rispetto ai risultati di qualche anno fa, il mio gioco è molto peggiorato. L’handicap attuale è di 5.9 [sic], che ahimè è veritiero e preciso, ma che rispetto al 2.0 del 2021-22 è piuttosto grigio. Naturalmente ci sono dei motivi per questa risalita pressoché verticale: innanzitutto il fatto che il golf, che è sempre stato magico per me, ha perso nel corso degli anni lo smalto dei primi tempi – e questo soprattutto perché quando arrivi verso i tuoi limiti ti trovi in una zona molto critica: da una parte il fascino di poter andare oltre, dall’altra lo scoramento di non riuscirci (più). Poi il fatto che da un annetto il golf è diventato anche lavoro per me, e come ho avuto modo di sperimentare negli ultimi mesi giocare a golf non è un’attività che va molto d’accordo col lavorare nel golf.
Ma c’è un terzo punto, che è ancora più importante: il driver. Perché è questa terza causa, il driver, la ragione fondamentale della risalita.
Se io ripenso al mio rapporto col driver nel corso degli anni, mi è molto chiaro che è stato complicato all’inizio (ok, ovvio e naturale), ma poi quello strumento è diventato una sorta di allungamento delle braccia, un bastone che maneggiavo con sicurezza assoluta. Il che non vuol dire che non sbagliassi, ovviamente (anzi, negli anni lo slice mi ha seguito come un cagnolino fedele); vuol dire semplicemente che avevo fiducia nella mia capacità di usare lo strumento. Ebbene, quella fiducia negli ultimi 2-3 anni è pian piano evaporata. È inutile qui andare a ripercorrere questa storia, ma il punto fondamentale è uno soltanto: il rapporto col driver (e col putter, ma questo è un altro racconto) è questione tecnica per il 10% (forse) e per il 90% mentale.
Se anche tu hai problemi col driver seguita a leggere, lettore, potresti trovare informazioni interessanti per te.
L’ho scoperto – se mai avessi avuto dubbi – in maniera cristallina negli ultimi 2-3 mesi. Mi sono messo in maniera scientifica a tirare driver, ho anche preso una lezione (l’ultima era stata forse quattro anni fa), ho studiato tantissimo, ho ascoltato pareri, ho letto. E la realtà dei fatti è questa: in campo pratica il 90% dei miei drive è più che accettabile (e in parecchi casi sono ottimi colpi), mentre questa percentuale scende al 20% (a buté gròss) in campo, soprattutto in gara.
La conclusione è scontata. Non sono io che non so tirare il driver, è che la mente cosciente prende il controllo nei momenti che precedono il colpo e lì la paura di sbagliare diventa gigante, quella palla sollevata da terra fa paura e il risultato è matematico. In un caso, per dirne una, in una gara alla Marghe non sono nemmeno riuscito a passare il lago della 1. Il lago della 1!
Dopo tanto tribolare, insistere e sperimentare ho trovato la mia soluzione (ma sarei curioso di conoscere altre esperienze): lasciare il driver in auto. Non in sacca: proprio in auto. Giocare con tredici bastoni. Ovviamente questo vuol dire minor distanza dal tee; ma il legno 3 mi dà fiducia assoluta, e lo svantaggio di quei 10-15 metri teorici è più che compensato con i colpi dritti. Di conseguenza, i secondi colpi nei par 4 sono più lunghi (nei par 5 il problema nemmeno si pone); difficoltà che però è per me appianata dalla sicurezza che mi danno gli ibridi, oltre al legno 3. Intorno alla metà di agosto ho fatto due giri solitari in questa maniera “scientifica”, e il risultato sono stati due 79 che mi hanno ridato quella leggerezza verso il gioco che da tanto tempo avevo smarrito.
Ora, alcuni fatti mi sono chiari:
– due giri non fanno testo, tanto più se in solitario e fuori gara;
– giocare senza driver non è esattamente golf.
Tutto indubbio e tutto vero.
Ma.
Quanto al primo punto, il mio livello di gioco nella parte centrale dell’anno (diciamo da quando ho ripreso, dopo una pausa di qualche mese dovuta appunto al lavoro di cui dicevo prima) sia in gara (nelle poche che ho fatto) che fuori gara era intorno agli 82-84 colpi. Vedevo l’handicap salire con regolarità, ma in realtà sapevo che sarebbe salito; poi ha raggiunto un picco intorno a quei numeri e lì si è stabilizzato. A quel punto sapevo che quello era il mio gioco del momento, e che l’avrei potuto migliorare solo con tanta pratica (ovvio) e molto gioco. Però poi la questione del driver tornava, da qualunque punto esaminassi la questione: forse dolorosamente sono arrivato alla decisione di cui ho detto, ma poi quei due giri sono stati leggeri. E ora so che quello (79 alla Marghe) è il mio livello attuale: potrei giocare anche oggi pomeriggio, con la fiducia di poter girare col 7 davanti (Lee Trevino parlava proprio di questo, evidentemente, quando diceva che entrava in campo con la fiducia di essere già a -4).
Quanto al secondo punto, che è forse più importante, so bene che il gioco senza driver non potrà migliorare più di tanto; e quindi sì, è pensabile che in futuro io torni al driver vero e proprio. È probabile; ma ora no, la leggerezza nel gioco è un valore più significativo. Però qui si apre una nuova frontiera, per me ancora quasi del tutto da esplorare: il mini driver. In linea del tutto teorica ho stabilito che un mini driver da 11,5° è il modello che meglio si adatta sia al mio gioco di adesso sia al resto della sacca. Poi è lampante che occorrerà provarne diversi, sperimentare, farsi delle idee.
Di sicuro aggiornerò il mio piccolo pubblico in merito agli sviluppi. Ma per ora quella sensazione di libertà mi accompagna, e sono felice che di nuovo la leggerezza sia ritornata nel mio gioco del golf.
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