Dic 15

TF
È morto un amico, qualche giorno fa.

Un ragazzo di 82 anni, sempre col sorriso sulla bocca e una parola buona per tutti. Sempre di buonumore, qualcuno che portava gioia ovunque andasse.

Se n’è andato così, in un momento, senza nessun tipo di preavviso.

Per il giorno del funerale mi sono tornate in mente le parole che Simon Turner pronunciò all’orazione funebre per David Henderson:

Oggi farò un buon pranzo e berrò un buon bicchiere in onore dell’amico scomparso. Forse potrò anche ubriacarmi, perché così lui avrebbe voluto.

Allora proprio in quel momento ho scelto di fare l’attività che amo di più, giocare a golf. Ho giocato a golf durante il suo funerale, perché la sua volontà sarebbe stata la gioia e non certo le lacrime.

Il giorno dopo sono andato a trovarlo al cimitero. Ho cercato a lungo la tomba, poi grazie ad un aiutante magico che si è materializzato nella forma della signora dei fiori l’ho trovata. Sono stato con lui per un po’, gli ho parlato, ho versato qualche lacrima. Poi sono andato a casa sua a fare le condoglianze alla famiglia, e a portare la mail che gli avevo scritto qualche settimana fa dopo il nostro ultimo incontro e che – poiché non avevo ricevuto risposta – avevo in animo di portargli di persona giovedì scorso all’inaugurazione di questa mostra, dove ero certo che l’avrei trovato. Ma la sera prima è arrivata la ferale notizia, e questo non è più stato possibile. Ho pianto a dirotto di fronte alla figlia, l’emozione mi impediva di trattenermi ma ho detto le poche parole che intendevo dire.

La lezione che lui ci lascia – che mi lascia – è che la morte possiamo sconfiggerla solo volendoci bene tra di noi e sorridendo sempre. Domani sarà troppo tardi per qualunque cosa.

In più, non dobbiamo avere paura, non dobbiamo scappare. Non è stato gioioso andare a casa sua ma è stato bello.

Con tutta la gioia che ci hai portato il sonno, mio caro Tòjo, ti sarà leggero.

Nov 24

3_Park_Avenue_Building
Questo articolo mi ha dato da riflettere.

TransPerfect è stata per me per anni l’epitome dell’azienda che avrei voluto costruire. Ho ammirato il coraggio imprenditoriale dei due fondatori; forse l’incoscienza, quasi, di quando – correva l’anno 1993 – accettarono quel progetto grandissimo di traduzione verso il russo di 600 pagine: erano ancora all’università ma avevano già dentro di loro l’idea, chiara, di creare la società di traduzioni più grande al mondo.

(Lascio da parte qui tutti i commenti negativi che tantissimi traduttori hanno verso questa azienda, per i suoi metodi sbrigativi eccetera – avendoci lavorato come fornitore per un certo periodo, sia pure molto tangenzialmente, posso dire di aver sperimentato di persona tutto questo, ma non è ciò di cui voglio parlare qui: mi impressionò molto di più, per dire, la vista che si godeva dal trentanovesimo piano del grattacielo di Park Avenue, 3.)

Nel 2000 l’azienda entrò nella Inc. 500, ed era la prima volta per il nostro settore: io mi sentii talmente felice per quel riconoscimento che fu come se l’avessero dato a me, perché veniva pubblicamente premiata l’importanza del mio mestiere. (Erano anni in cui quella parola, growth, era come una sorta di stella polare per me.) Il fatturato 2013 ha superato i 400 milioni di dollari. Tutto pare quindi andare a gonfie vele. Ma…

Ma forse i soldi sono diventati troppi, forse è stata la sete di potere, oppure le gelosie, chissà. Il punto è che sono entrati in scena gli avvocati, il che – comunque sia – non è un bel segno. (Se hai bisogno di un avvocato hai comunque perso.)

Succederà quel che succederà, però per parte mia la lezione è questa: oggi sono molto più contento di non essere riuscito a costruire una grande azienda, perché casi come questo dimostrano che il pericolo che le cose prendano una brutta piega è più che reale. Tutti quei soldi danno ebbrezza, certamente, ma non danno libertà e dunque non mi attirerebbero, né invidio i due fondatori. Preferisco far fatica (anche tanta) nel mio piccolo ma essere libero, mi bastano e mi piacciono i miei fatti minimi, va bene così.

Nov 10

Avevo passato un paio di mesi decisamente frustranti dal punto di vista lavorativo: pochissimi progetti, tempi morti, fatturato di conseguenza in calo pesante. Con la famiglia da mantenere, l’INPS da pagare, qualche attività che voglio seguire. Non è bello, a questa età, avere insicurezze del genere.

Poi, però, è arrivata la provvidenza. La provvidenza nel senso goethiano del termine:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Nota laterale: per quanto il concetto sia certamente goethiano, queste parole sono in realtà attribuite erroneamente a Goethe. Derivano da una traduzione in inglese molto libera dei versi 214-230 del Faust, ad opera di John Aster (Londra, Cassell, 1835, p. 20).

Seconda nota laterale: mi chiedo – ma morirò senza risposta – perché non sono capace a prendere strade dritte ma per arrivare a qualsiasi punto devo sempre prendere la strada più impervia, più lunga, più tortuosa. Bonassé, diremmo in piemontese di me.

È successo questo: letto di una collega che rifletteva a voce alta su FB delle straripanti assurdità del mercato delle traduzioni, per cui oggi è possibile comprare un servizio a prezzi impensabili anni fa (e non necessariamente quel servizio è pessimo); ponderate le sue parole pacate, che descrivevano senza giudicarla una realtà di fronte ai suoi occhi, ma con l’intento di condividere un’opinione per avere un confronto; atteso che la mia stima per quella collega, che pure non avevo mai visto, era decisamente alta; tutto questo considerato l’ho chiamata e le ho proposto di incontrarci per mettere insieme le nostre idee, le preoccupazioni e le opportunità relative al nostro mestiere per vedere se potevamo arrivare a qualche conclusione che ci permettesse di uscire dall’impasse.

Per preparare l’incontro, per ricavarne il massimo, ho riflettuto a lungo sulla mia attività, sui vent’anni di mestiere, sulle mie debolezze e sui miei punti di forza. Ne ho ricavato un documento di una pagina che era di fatto un piano d’azione. Quello che voglio fare per dimostrare che sono bravo, fuori dai denti potrei averlo chiamato.

Ebbene, la cosa bella – la provvidenza nel senso goethiano del termine – non si è manifestata in ricette magiche provenienti dalla collega (io ho praticato soprattutto l’ascolto attivo con lei), ma nel fatto che l’essermi costretto a riflettere sull’attività mi ha dato visione e respiro. Aria.

Il risultato è stato che esattamente da quel giorno il flusso di lavoro è come per magia (ma la magia non c’entra nulla) aumentato, e da allora – quasi un mese fa – faccio fatica a stare dietro a tutti i progetti. Ma poiché mi sento come rigenerato da quel processo creativo che ha avuto il culmine in quell’incontro il lavoro non mi pesa: lo faccio lietamente perché è bello e giusto farlo.

La provvidenza ha questo potere quasi magico, insomma. La magia del pensare e del fare, del compromettersi, dell’andare oltre. E questa è anche la lezione che ne ho ricavata. Con un grazie sincero alla mia collega.

Nov 03

sta calm
Sono partito da una fotografia: un mio professore del liceo, ora in pensione terminati i suoi doveri pubblici, nutre la piccola nipote. Bene, questa immagine bellissima mi ha fatto pensare.

Questo professore, forse un po’ burbero ma senza dubbio corretto – una brava persona sotto tutti i punti di vista –, mi aveva fatto patire più di poco all’epoca (io ero bravino ma i suoi voti li sudavi, e come!).

Ebbene, c’è un’immagine potente che mi viene dalla lettura di un romanzo di Richard Bach (Uno, credo, ma potrei sbagliarmi) e che ho collegato a questa fotografia. Il protagonista, un aviatore (come il vero Richard Bach, cosa che gli è stata quasi fatale un paio di anni fa), parla con il sé giovane di tanti anni prima, per consigliarlo sulla strada da intraprendere (queste cose sono reali, sai? mai sentito parlare di angeli?).

Più volte nel tempo mi sono immaginato di parlare al me stesso di un tempo, soprattutto per avvertirmi – di fronte a un bivio importante – che la strada meno battuta sarebbe stata quasi certamente sempre quella giusta. (E mi tormenta quella sensazione di impotenza nel non poter modificare il corso delle cose pur essendo presente.)

Se io potessi avvicinare ora il mio professore di allora – siamo intorno all’anno 1985 – e fargli vedere questa fotografia, come cambierebbero le cose per me e per lui?

In una maniera sola, io credo: entrambi prenderemmo la vita in maniera mooolto più rilassata. Saremmo molto più calmi (io almeno – parlo per me), faremmo mooolto meno cine.

Allora la lezione è questa: caro Gianni, prendi una fotografia di un nonno che nutre un bambino, osservala a lungo. Pensa a prendere le cose in maniera più leggera, te la caverai bene lo stesso.

Ott 06

escolo
Allora: in una parola qui, in questo luogo magnifico e (apparentemente) solitario delle nostre valli, c’è bisogno di tutto. Ma facciamo un passo indietro.

L’avventura ebbe inizio circa sessant’anni fa, quando lou magistre, Sergio Arneodo, disse ai suoi allievi di allora che riempivano la piccola aula scolastica:

Da encuéi coumensé co a scrive ente la lengo que vous a moustrà vosto maire.
(Da oggi incominciate anche a scrivere nella lingua che vi ha insegnato a parlare vostra madre.)

L’Escolo di Sancto Lucìo de Coumboscuro è un’avventura straordinaria, che risalta la diversità (la società ci vorrebbe tutti omologati, tutti macdonaldizzati e perfettamente allineati ma non è detto che tutti si sia d’accordo con questa esigenza) e va avanti grazie all’impegno di persone che hanno capito (meglio, che sanno per istinto e conoscenza) che la montagna ha un valore.

Il futuro di questo progetto è difficile e incerto, ma il progetto è magnifico e va sostenuto. C’è bisogno di tutto ma c’è una maniera bellissima per aiutare la scuola e nello stesso tempo ricavarne benefici anche materiali: comprare dei prodotti di aziende agricole che la sostengono (avendone tra l’altro anche un vantaggio fiscale). Qui le istruzioni.

Io l’ho fatto – ho cominciato proprio sabato. Poca cosa, ma è stata la prima di tante volte. Perché la montagna è una risorsa, perché la diversità culturale è un valore, perché l’omologazione non è d’obbligo.

Quando penso a Mauro Arneodo, anima dell’intero progetto, non mi può non venire in mente il verso di Orazio:

Aut insanit homo aut versus facit.

E non è tutto: quando lui mi ha presentato il progetto del dizionario provenzale, dove per esempio trovi millanta maniere in uso sulle nostre montagne per descrivere la neve, ho pensato che quest’altro progetto affascinante è un risvolto della stessa faccenda, la tutela delle infinite sfaccettature che compongono la vita sulle nostre montagne. Risorse che non moriranno fino a che persone come lui, e coloro che come lui si dedicano a progetti come questi, continueranno a dare l’anima nonostante tutte le difficoltà per una realtà in cui credono.

Aut insanit homo aut versus facit, già. Ma quell’uomo è tutt’altro che pazzo.

Set 29

manhattan
Ho cambiato, nelle settimane scorse (mesi, più precisamente), fornitore di connettività Internet e telefonica. Le ragioni sono illustrate qui. Ne ho ricavate alcune lezioni per il futuro, che indico a seguire.

  1. La maggior parte delle persone agisce in buona fede. Ho avuto a che fare, in questi mesi, con decine di persone differenti: commerciali, operatori di call center, tecnici e così via. La maggior parte di esse cerca di fare il massimo con gli strumenti che ha a disposizione.
  1. Le organizzazioni non esistono per fornire un servizio, ma per alimentare se stesse. Nulla di nuovo, per carità, ma mi è stato lampante in questi mesi che io sono solamente un numero per loro, un’infinitesima tessera in un mosaico molto più grande fatto di consumatori.
  1. Comunicare con tali organizzazioni è impossibile. Per il semplice fatto che esse non hanno nessun interesse ad ascoltare le tue esigenze: tu sei un numero, e una volta che si avvia un processo esso va avanti per forza di inerzia, ma senza alcuna passione intrinseca.
  1. Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno, all’interno di tali organizzazioni, ha idea di che cosa succede. Tu sei in balia di questa o di quella informazione, spesso inaccurata quando non palesemente falsa: non per cattiva fede, semplicemente perché l’organizzazione stessa non ha l’obiettivo di fornire un servizio accurato, ma di far soldi tramite un nuovo cliente (o, più precisamente, “consumatore”).

Queste considerazioni, basate su fatti realmente accaduti, danno la stura a riflessioni e poi osservazioni molto più interessanti (ma in gran parte ancora da fare): perché quanto detto fino a qui è la pars destruens, ovvero l’osservazione di quanto non funziona. Ma dato che con tutta probabilità non c’è maniera alcuna che queste cose possano funzionare in modo diverso (una grande azienda non esiste per soddisfare un’esigenza di un suo consumatore, ma solo per perpetuare se stessa attraverso politiche aggressive, utili crescenti – almeno nelle intenzioni – e così via), il mio obiettivo è di concentrarmi sulla pars costruens. Ovvero: che cosa posso fare io, singolo e con mezzi limitati, per uscire da questo sistema che mi considera puramente consumatore fino alla fine dei miei giorni?

Alcune risposte, sia pure provvisorie (ma nulla di quello che penserò e scriverò sarà mai, per definizione, definitivo), le ho già date: su tutte, il libro e il mio conseguente progetto di vita sui monti. Io credo fermamente che la risposta vada in quella direzione, e sono confortato in questo pensiero da tanti casi come pecoranera, solo per citare il primo che mi viene in mente.

Con la prossima stagione comincerò a occuparmi dell’orto. Mi rendo conto, ci arrivo tardissimo pur avendo una mamma fatta di terra e sudore e nebbia e fango; ma insomma, chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva.

In due parole: occorre ancora tanta riflessione, ma la risposta alle grandi organizzazioni per le quali non sei altro che l’ennesimo consumatore è fatta di autoproduzione di pomodori. Rinuncerai a tante comodità, è vero, ma avrai in cambio la tua libertà.

Set 01

Porto Pollo
Quarantasette anni – quelli cui arrivo oggi – sono uno sproposito.

Seguendo una tradizione familiare iniziata due anni fa e proseguita l’anno scorso, anche quest’anno trascorro questo giorno nella montagna in mezzo al mare, e più precisamente in quei luoghi che per me, chiudendo gli occhi, sono casa.

Penso a tante cose. Penso a chi per anni mi ha augurato buon compleanno e ora non c’è più (“nel cuore / nessuna croce manca”, direbbe Ungaretti). Penso ai progetti che ho abbandonato o dovuto abbandonare, a tutto quel che avrei voluto e potuto fare e non ho fatto e insomma, sono nell’età in cui qualche bilancio devi farlo per forza e non tutto è ancora possibile. O, come direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

Penso, citando Zu, a quel che succede due giorni dopo l’antivigilia del vero capodanno, che è poi il medesimo concetto che Luca Goldoni ha espresso più volte nei suoi libri.

E dunque oggi è un giorno nuovo. E mi viene in soccorso il Pavese del diario (23 novembre 1937):

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.

E sempre lui scriveva, il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Insomma davanti a me ci sono tanti progetti da immaginare, da seguire, da fare. Forza!

Ago 11

Equitalia
Sono stato la settimana scorsa presso gli uffici Equitalia di Torino per un rimborso. Troppe cose non vanno, a seguire le mie impressioni.

I fatti: mi sono presentato per ricevere due rimborsi (EUR 28 per me ed EUR 18 per papà), dovuti alla tassa dei rifiuti. Prima considerazione: abbiamo pagato quel che ci era stato detto di pagare, perché se il comune incassa tramite banca non può pagare con lo stesso mezzo? Ma, prima ancora: perché non fa i calcoli giusti da subito, anziché correggere dopo? Oppure, visto che sbagliare è lecito: perché non trattiene quel denaro come acconto per il pagamento di quest’anno?

Ho fatto un’ora e rotti di coda e mezz’ora e passa allo sportello per ricevere questo denaro, più altri EUR 40 circa per non so che cosa. La signorina è stata molto gentile (non ha lesinato complimenti per la mia pazientissima figlia piccola), ma lei stessa non poteva non rendersi conto della kafkianità della cosa: mi diceva “e dire che siamo nell’era dei computer”, ed era costretta a compilare a mano ricevute infinite, si alzava ogni tanto e andava non so dove a fare non so cosa.

Tutto questo quanto costa al mio comune, a Equitalia, a me? Come minimo uno sproposito.

No, decisamente non è questa la strada. Abbiamo le risorse per fare le cose ma di fatto costringiamo dei poveretti a sostenere delle code infinite per ricevere denaro chiesto per errore, passiamo sopra ai problemi di chiunque trincerandoci dietro parole grosse come “Stato”, “INPS” e così via.

Non penso in vita di vedere questi problemi risolti. Qualche settimana fa parlavo di un fatto simile riguardante le grandi compagnie telefoniche: cambia il contesto, ma i principi rimangono quelli, immutabili e granitici. Le grandi organizzazioni – pubbliche o private – sono macchine da guerra, muri di gomma senza testa e senza cuore, più forti della buona volontà dei singoli. È comprensibile quindi che uno cerchi delle soluzioni personali (come l’andare per mare di Simone Perotti): non perché non tenga alla cosa pubblica, al bene comune, ma perché ha visto, ha capito che il suo fare non cambierà le cose, che non vivrà comunque in un “Paese più giusto”, per citare il sintagma che campeggia sulla home page di Equitalia.

La cura del bene pubblico è necessaria, ma da parte del singolo va fatta senza pubblicità: si fa e basta, perché è giusto così. Però nella consapevolezza del fatto che a parti rovesciate non ci sarà affatto un mondo più giusto: le cose stanno così, e prima ce ne facciamo una ragione prima possiamo passare oltre, a ciò che veramente è importante nella nostra vita.

Ago 04

Sempre gli stessi pensieri, sempre quei 50mila che ci accompagnano da mattina a sera, sempre quelle catene che ci trasciniamo dietro.

E poi sempre dietro alle piccolezze che di fatto ci distolgono dalle cose veramente importanti della vita.

Come si esce da questo circolo vizioso? Le soluzioni principali sono due:
– imparare cose nuove, ovvero andare oltre i propri limiti;
– fare esperienze che ci procurino delle sensazioni positive.

Ciascuno le declinerà secondo gusti e personalità; e come scrive Paula Radcliffe

noi non siamo prigionieri di questo schema: abbiamo a portata di mano gli strumenti che ci consentono di cambiarlo, e il più efficace di tutti è l’immaginazione.

Ecco allora che il lavorìo mentale, quella bestia scura che scava continuamente dentro di noi, può diventare il nostro alleato: tramite l’immaginazione – se puoi immaginarlo puoi farlo; o, ciò che è lo stesso, per fare le cose devi prima immaginarle – tutto quel pensiero diventa forza positiva. Le difficoltà sono tante, ma non è questo il punto: l’equilibrio perfetto non esiste (in vita, almeno), ma trovare un equilibrium instabilis ci dà certamente, come dire?, una marcia in più.

Lug 28

squilla argentina
Si può prendere la felicità
per la coda come un passero.
Si possono dimenticare i debiti
che abbiamo con il mondo.
Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.

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