Il primo ruling non si scorda mai

Come i miei venticinque lettori sanno, qualche mese fa sono diventato arbitro. In questi giorni ho avuto la prima occasione di fare da osservatore a questa gara federale giovanile. Ecco un tentativo di resoconto.

Per prima cosa dirò che sono stato accolto in maniera splendida dal direttore del torneo e dal collega arbitro: si è creata immediatamente un’atmosfera professionale ma rilassata, entrambi hanno fatto da subito di tutto per farmi sentire a mio agio e come uno di loro. Il direttore mi ha investito, informalmente, del ruolo di arbitro vero e proprio – ruolo che ho cercato di interpretare al meglio delle mie possibilità e conoscenze.

Poi, il circolo: anche se Cavaglià non è un club blasonato al pari di altri che abbiamo nella nostra bella terra, averlo vissuto per così dire dall’interno per tre giorni interi mi ha dato modo di osservare, di toccare con mano la gentilezza del personale che vi lavora e la cortesia del proprietario. Fatti non scontati.

I ragazzi sono stati tutti molto educati, anche quando ho dovuto – mi è toccato – fare in sequenza un paio di ruling sfavorevoli nelle ultime buche del secondo giorno, ovvero nel momento in cui gli animi sono più caldi e non è semplice rimanere lucidi e sereni, perché la posta in palio – tutto è relativo, ovvio – è alta. Fare quel paio di ruling mi è costato, soprattutto perché mi sono messo dalla parte dei giocatori, mi sono immedesimato in loro quando io sono stato (per millemila volte – e magari un giorno vi sarò di nuovo) in quel ruolo. Anche se è importante sottolineare un concetto: l’arbitro non è mai presente per punire qualcuno o sancire qualcosa, piuttosto in primo luogo per aiutare i giocatori; e tuttavia è suo compito garantire l’integrità del gioco e il pari trattamento per tutti i giocatori. Questo può tradursi, a volte, in una palla da giocare come si trova quando le condizioni sembrano assolutamente sfavorevoli o anche magari da rigiocare, cosa che può far penare e arrabbiare. Ma il golf, che certo è divertimento, è anche una linea sottile che si tramanda lungo le generazioni, e preservarne lo spirito è compito di tutti coloro che lo amano.

Parlando di ruling, ne citerò uno in particolare: il mio primo. (Il primo ruling non si scorda mai: questo potrebbe essere il motto di un “giovane” arbitro.) Si trattava di un semplice droppaggio da un terreno in riparazione, quindi qualcosa che ho potuto fare in assoluta scioltezza e senza patemi. Però quando è successo mi sono sentito come ci si può sentire dopo aver usato per la prima volta il bancomat, o il conto online, o il Telepass: una sorta di rito di iniziazione, una prova superata.

E di questi giorni ricorderò ancora la fatica. Perché fare l’arbitro è faticoso, va detto: normalmente lo vediamo appollaiato sul suo cart a guardare i giocatori passare, ma questo accade perché non vediamo il lavoro che c’è dietro – organizzativo prima, di setup del campo poi, e infine di verifiche continue sui tempi di gioco, sempre con l’occhio vigile nel caso qualche giocatore abbia bisogno di aiuto, o accada qualche anomalia. Io, almeno, alla fine dei tre giorni volevo soltanto andare a dormire!

Ma di sicuro rifarei tutto da capo. (Forse parlerei un po’ di più, ma è tempo perso combattere la propria natura.) Perché questi tre giorni mi hanno una volta di più fatto capire quanto sia importante prendersi cura di quella linea sottile, quanto sia significativo – ancorché impalpabile – quel patto tra generazioni.

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