
Massimo Scarpa è un fine conoscitore del golf in tutte le sue sfaccettature, come testimoniano la sua carriera sullo European Tour (con una vittoria), il suo lavoro di commentatore per Sky e soprattutto di team manager e direttore tecnico della squadra nazionale professionisti (e di maestro, ovviamente).
Ha da poco dato alle stampe questo interessante libro, manuale di immediata utilità che si inserisce bene nell’asfittico panorama della letteratura golfistica scritta da autori italiani.
Il volume parte, per così dire, dal fondo: ovvero dalla nuova conoscenza che la tecnologia ha portato al golf (Trackman, Flighscope, SAM PuttLab e quant’altro), per esaminare come tutto ciò influisce sul nostro apprendimento. A partire dal punto fondamentale, che fino a pochi anni fa immaginavamo soltanto e che invece oggi conosciamo con certezza: lo swing non è uno soltanto, ma sono almeno due. Detto con le sue parole:
In pratica per ottenere un volo di palla dritto servono due movimenti diversi: uno per i ferri e l’altro per il driver.
Questo dipende dall’angolo d’attacco, che essendo negativo con i ferri e positivo con i legni richiede un movimento verso l’interno nel primo caso e a uscire nel secondo per garantire un volo di palla diritto e allineato all’obiettivo. Tale concetto viene già presentato nell’Introduzione:
Un grande aiuto è arrivato negli ultimi anni dalla tecnologia che grazie ai radar e alle telecamere ad alta definizione ci ha fatto capire esattamente ciò che avviene all’impatto.
Più che rivelazione la definirei una vera e propria rivoluzione: ora che la diagnosi è certa, se si è dei buoni medici non sono più così difficili da trovare la cura adatta e la medicina appropriata.
I vari capitoli esaminano poi tutti i principali aspetti del gioco, tenendo sempre in considerazione il punto di vista dell’allievo. Gran pregio del libro è infatti quello di essere molto diretto e di veloce applicabilità. Si parte dunque dai fondamentali – quel che si può etichettare tramite l’acronimo GASP (Grip Aim [o Address] Stance Posture) –, per seguitare con lo swing, il gioco corto e il putt. Un capitolo breve ma denso è dedicato ai tre modi di usare l’ibrido.
Il libro è corredato da un numero impressionante di fotografie, parecchio utili in un testo del genere per un’applicazione immediata di quanto vogliono significare le parole.
La teoria del golf sta cambiando, e questo volume ne è un chiaro segno. Chapeau, caro Massimo!
Commenti
@MassimoScarpa, “Il mio golf” http://t.co/yI8dUv1DsQ – recensione http://t.co/fpPJLogPpm
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Ciao Gianni,
grazie della segnalazione, sembra un bel libro e Scarpa mi sta simpatico. 🙂
Però devo aggiungere un mio pensiero, tutte le scoperte fatte grazie a queste nuove tecnologie mi hanno tecnicamente destabilizzato, ad esempio Nicklaus per anni nel suo video mi ha spergiurato che lo swing é uno solo per qualsiasi bastone (putter escluso), ora invece a quasi 38 anni mi dicono con certezza che gli swing sono due!!! E’ vero forse sarebbe bastato guardare lo schema di Ben Hogan dove si vedono la posizione dei suoi piedi e della pallina con i diversi bastoni, per notare che con i ferri apriva lo stance, e che gradualmente lo chiudeva fino ad arrivare al driver in cui il piede destro è ben arretrato. (quindi gli swing sono 13… o infiniti?!?)
Oppure altra cosa che ho letto è quella del peso che non dovrebbe stare come mi diceva Tom Watson sulle “balls of the feet” ma spostato più verso il tallone, addirittura applicando questo cambiamento potrei migliorare il mio dolore al ginocchio sinistro !!! C’è il D-plane, e capisco che le poche palline che sono andate dove volevo ci sono andate per pura fortuna, mi guardo un video in slow motion e Rory all’impatto mi gira i fianchi verso destra, si verso destra!!! Ultimamente mi aggiro per casa in evidente stato confusionale mimando swing improbabili, ma per fortuna poi c’è mia figlia che mi dice “Papà giochi con me?!?” , e mi libera da questa babele tecnica. 🙂
Oggi però ho deciso, settimana prossima in campo pratica mi concentrerò solo sui fondamentali, quelli che mi sembrano universalmente riconosciuti come tali, ci aggiungerò un pizzico di ritmo, e speriamo in bei colpi e tanto divertimento. 😉
Sì, anch’io a volte mi sento un poco sopraffatto dalla tecnica. Temo però che questa sensazione non ci lascerà mai, perché la tecnica – per quanto precisa e incontrovertibile – dovrà sempre fare i conti con l’elemento umano. E del resto questa “conquista” del movimento attraverso la polvere del campo pratica è quanto di più affascinante si possa immaginare, nel golf!