Gen 11

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Ho tardato a pubblicare oggi perché l’idea per il post mi è nata solo ieri sera tardi, e avevo bisogno di elaborarla, di “cucinarla” nel mio laboratorio di scrittura, e di chiedere – prima che fosse fuori – il parere e i consigli di mia figlia piccola nella maniera di cui dirò tra poco.

Tutto nasce da una combinazione di due fatti:

– sto leggendo questo libro. L’autore lo conosco bene (ne ho parlato ad esempio qui), il suo concetto di flow è un pilastro per le prestazioni in diversi campi;

– ieri, domenica, ho passato tanto tempo con mia figlia piccola a giocare insieme e fare altre cose (ma giocare soprattutto, anche perché per lei ogni cosa del mondo è un gioco). E se ieri nel gioco c’era solo il gioco e nessun’altra considerazione, pensandoci oggi ho capito che lei mi insegna tante cose del flow che sa per istinto, per natura: e dunque frutto laterale del giocare con lei è l’imparare come se si stesse leggendo un libro. (Ciò vale per tutti i bambini del mondo, naturalmente.)

Faccio un passo indietro: che cos’è il flow? Una buona definizione iniziale si trova qui, ma in parole povere è uno stato della mente in cui la persona è talmente assorta nel suo compito da dimenticarsi del mondo esterno e dal ricavare massima soddisfazione da quello che sta facendo.

(Nota laterale: mente e corpo non sono due entità distinte, ma un unicum, un uno tutto, un continuo. Questo il golf me lo ha fatto presente in maniera netta: dopo anni di deliberate practice mi è stato chiaro che la persona è un continuum, che non c’è confine tra il corpo e la mente. E questo vale nello sport, nella professione e in qualunque attività.)
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E per traslare questi concetti nel lavoro, dirò che il “buon business” auspicato da Csikszentmihalyi è ciò a cui da sempre, per istinto prima che per ragione, tendo. Ovvero, alla radice delle cose il concetto è questo: avere buoni rapporti con tutti gli stakeholder relativi al tuo lavoro (clienti, fornitori e così via) è una sana pratica di lavoro e di vita perché arricchisce dal punto di vista mentale la tua vita, la rende piena di significato, ti gratifica; e dopo, ma solo dopo e solo come conseguenza, è un vantaggio dal punto di vista economico.

In soldoni: lavorare bene si deve e conviene perché si vuole lavorare bene, perché si ha piacere e gioia nel farlo. Il guadagno viene soltanto dopo, solo come conseguenza. Lo dice bene Pavese:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Nel corso della vita i soldi si guadagnano e si perdono, le cose vanno bene e vanno male, ma non è questo il punto. Il denaro è decisamente sopravvalutato da questo punto di vista. (Non che non sia importante, non venirlo a dire a me dopo questi anni di tribolazioni e gente che, anche se non lo farà mai, dovrebbe chiedermi perdono; ma non è il cuore delle cose.)

Anni fa, quando dopo un lungo viaggio ritornai al punto di partenza, riportando la sede di Tesi & testi proprio nel luogo dove era nata, che è lo stesso luogo che fu sogno imprenditoriale e di vita di mio nonno Giovanni, il palazzo che ha segnato la storia della mia famiglia negli ultimi cento anni, scrissi:

Uno dei motivi più inconfessati e reconditi del mio essere imprenditore è proprio il seguire le orme del nonno, la sua idea di giustizia e rettitudine a prescindere da qualunque altra cosa.

Insomma capisco che le cose sono circolari, che tutto ritorna, che fare le cose in maniera giusta è il cuore del nostro lavoro e, probabilmente, della nostra intera vita. Tutte cose che mia figlia piccola sa per istinto. È per questo che, prima di pubblicare, le ho chiesto di leggere il pezzo e di darmi la sua opinione:
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Quanto a me, io ci metto anni ad arrivare allo stesso punto perché sono lento in tutto ma ci arrivo, ci arrivo.

Gen 04

Fossano
Giovedì 31 dicembre, qualche minuto prima delle 18. Sono lì per fare il biglietto per tornare verso casa. Poco più di sette ore prima sono partito dal mio rifugio tra i monti, con l’obiettivo di arrivare camminando alla stazione di Centallo. Ma poi cammin facendo mi sono reso conto che sarei arrivato troppo presto, che c’era ancora luce e allora ho proseguito.

Sono 38 km in tutto, che ho percorso correndo a tratti e in buona parte camminando.

Pensare camminando. Camminare correndo. Correre lentamente. Correre fortissimo. Respirare. Respirare sopra tutto.

Non ho pensato molto, o meglio ho pensato che pensare non serve, che “capire, in fondo, è inutile” (l’ha detto Eduardo).

Che c’è molta grazia nascosta, nelle nostre terre piemontesi: ad un certo punto mi sono rivolto a due persone chiedendo lumi sulla via, in piemontese e dando del lei; ma quelle persone, evidentemente, sono molto più avanti, perché mi hanno risposto in piemontese dandomi del voi: e questo è figura (nel senso auerbachiano del termine) della gentilezza e cortesia proprie delle nostre genti.

(Mi è sovvenuto, per parallelismo, quel che scrisse Pavese alla sorella Maria da Brancaleone, il 27 dicembre 1935 – giusto ottant’anni fa, insomma:

La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.)

Che voglio andare un po’ più in là a cercare i miei limiti – fisici, soprattutto, e in questo senso l’età mia è un buon campo di prova.

Che mente e corpo non hanno un confine definito, ma sono un continuum: e te ne accorgi in maniera netta quando sei in pieno flow.

E che sostanzialmente quel che voglio fare nelle mie seconde nove è proprio questo: esplorare – camminare – respirare (l’ordine non ha importanza).

Dic 28

Dunque, vado con ordine.

Il 24 novembre mia figlia piccola e io andiamo a vedere un film-documentario sui rifiuti, Meno 100 chili. Proiezione gratuita nell’unico cinema rimasto della mia cittadina.

Presenti i felici pochi di morantiana memoria; ma presente l’autore, Roberto Cavallo. Avrei voluto chiedere l’autografo al suo libro ma mi sono vergognato. Comunque.

Il maestro si è presentato quando l’allievo era pronto, diciamo. Sì, perché a casa mia, che è sì un ex orfanotrofio di fine Cinquecento diventato convento e poi sede della fabbrica di nonno Giovanni e comunque casa Davico da kent’annos, ma anche un condominio dove tra abitazioni e attività gravita una cinquantina di persone, con tutte le difficoltà che ciò può creare per quanto riguarda i rifiuti, il problema dei rifiuti esiste, e come! Esiste nel cortile – ormai è un’abitudine quasi divertente tirare su le cicche delle sigarette, e non credo passi settimana senza che io ne tiri su meno di cinquanta -, esiste soprattutto nei vari contenitori dei rifiuti. (Fortunatamente non sono il solo.)

In ogni caso quel film e poi quel libro hanno risvegliato in me il punto centrale: il punto centrale è che io posso fare qualcosa. Sarà qualcosa di piccolo, certo; ma non insignificante.

Il punto non è fare tanto in una volta sola, ma fare poco per volta tutti i giorni (o quasi). Il punto è che la rifiutologia praticata in questa maniera non è tanto diversa dall’allenamento sportivo: può essere divertente, può essere quasi un gioco.

E poi ci sono dei risultati laterali: per esempio da allora non compriamo più l’acqua nelle bottiglie di plastica ma andiamo a rifornirci con le bottiglie di vetro nei punti acqua del comune. (Qui l’analisi del risparmio per l’ambiente solo per la mia cittadina.)

Sono il rifiutologo di Palazzo Davico. E me ne vanto.

Dic 21

RM
Ho l’età in cui si cominciano a tirare i remi in barca, in cui si fanno almeno tanti bilanci quanti progetti. Cioè, in realtà la questione è un momento più complicata di così. Direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

In questi giorni sono stato a visitare la tomba del mio professore di tesi, Riccardo Massano. (Ne avevo parlato qui, solo che ero nel posto sbagliato.) La prima cosa che ho pensato, o meglio che mi è venuta alla testa ancor prima del pensiero, è stato quell’esame – credo il primo per me con lui – in quell’afosissimo giorno di luglio del 1991 o dintorni immediati, lui sudatissimo con una polo a maniche corte color celeste pallido e il fazzoletto a togliersi i sudori dalla fronte (ce l’ho davanti agli occhi limpidissima la scena, ricordo che pensai che non mi sembrava tanto degno di un professore universitario farsi vedere sul luogo di lavoro, nel “tempio del sapere”, con una maglietta e un fazzoletto sulla fronte), che mandava via gli studenti uno a uno perché non conoscevano l’etimologia della parola “formidabile”. (Io l’ho imparata quel giorno.) (Cioè, tu studi mesi e mesi e poi se non conosci una singola etimologia tutto il tuo studio va a farsi benedire. Ancora oggi ciò mi sembra vagamente ingiusto, e molto casuale.)

Ebbene in quell’esame quell’uomo incuteva terrore – come ho appreso faceva tanti anni prima, giovane professore in un istituto tecnico di Vercelli – ai suoi studenti. E ora quella figura (“figura” è un’altra parola che ho imparato da lui, nel senso adoperato da Auerbach in Studi su Dante) non era che un nome in una tomba e due date, nulla più. Professor!, gli ho detto. Gliel’ho detto in piemontese; perché anche se non ho mai parlato in piemontese con lui sarebbe stata questa la nostra lingua veicolare più corretta da adoperare. (Lui che traduceva i poeti latini nella mia linguamadre, o meglio lingua-padre.)

E come ho già detto Riccardo Massano è uno tra i miei quattro maestri per quanto riguarda la scrittura, insieme a Luca Goldoni, Ugo Foscolo e Italo Lana.

Ma insomma in quel cimitero c’eravamo lui e io, da soli. Due persone di poche parole. Per tanti anni – tanti invero – dopo la laurea ho pensato di andarlo a cercare in quella “casa del grande cipresso”, come amava chiamare il suo buen retiro sulla collina torinese, un luogo dove potrei agevolmente andare a piedi. Mille volte ci sono passato davanti, mai l’ho fatto.

Allora davanti alla sua tomba soprattutto a questo ho pensato, a quello che non ho fatto. I miei rimpianti più grandi sono proprio questi: ora che sono nell’età dei bilanci e non solo dei progetti vedo proprio chiaramente – proprio chiaramente – che ciò di cui mi pento di più sono le parole non dette e i gesti non fatti, non certo gli errori.

Dic 14

foto di Ghitta Carell

foto di Ghitta Carell


Ho consegnato un progetto qualche giorno fa – un progetto normale, lingue normali, sostanzialmente normale in tutto. È in effetti, in sintesi estrema, quel che faccio tutti i giorni da vent’anni circa. Gianni Davico l’editor, un po’ come – si parva licet – “Cesare Pavese […], l’uomo-libro” (lettera a Tullio Pinelli, 18 agosto 1927).

Cioè. Quell’uomo lavorava solo sui libri, sui libri degli altri per dirla à la Calvino, mentre io leggo contratti, specifiche tecniche, materiali di marketing e così via. (A ben vedere c’è della poesia anche nella marketing literature; ma probabilmente questa è un’altra storia, buona per un altro post.)

Però guardavo quel documento così come mi è arrivato, tradotto (bene) e pronto (in teoria) per essere mandato al cliente, e poi guardavo quello stesso documento qualche ora dopo, dopo una mia rilettura, dopo una formattazione che seguisse le attese del cliente, dopo il confronto col traduttore su dubbi che potevano essere nati durante il suo e il mio lavoro.

Non erano la stessa cosa. Indubbiamente parenti, ma non certamente la stessa cosa.

Traduco: ho ricevuto un semilavorato (per quanto finito dal punto di vista del traduttore), ho consegnato un prodotto finito. Insomma ho aggiunto valore.

Perché questo è di fatto il mio mestiere: aggiungere valore ai documenti che tocco; non passare delle carte, non consegnare delle scatole.

Chiedi a un venditore qualunque di un qualunque spendodromo informazioni su un prodotto qualunque che ti interessa: farfuglierà qualcosa, magari leggerà insieme a te le istruzioni, ma di fatto ne sa mooolto meno di te. Di fatto vende delle scatole, non dei prodotti. Ovvero non aggiunge valore.

Permettimi di ridirlo, tanto perché sia chiaro: non aggiunge valore.

E quindi ho ripensato a quello che ho fatto in questi vent’anni. In fondo il motivo per cui non ho mai cambiato mestiere – faccio oggi proprio quello che facevo nel 1996, solo con i capelli più grigi – è che allora come oggi aggiungo valore, ovvero vendo qualcosa di differente rispetto a ciò che compro, qualcosa che per il mio cliente ha più valore rispetto a quell’altra cosa. È poco? È tanto? Non lo so, però capisco che la capacità di gestire progetti (lo dico in senso lato) non si improvvisa. Questo è.

Dic 07

oldwoman
Quest’estate avevo discusso con Chiara Zanardelli di un tema cui avevo pensato: il nostro (inteso come professionisti, traduttori o anche “semplici” utenti) rapporto con lo smartphone. Avevo proposto a lei di scriverne dal punto di vista professionale (e il suo pezzo – molto interessante – si trova ora qui), lasciando per me le considerazioni “filosofiche” (spicciole, ça va sans dire).

L’idea mi era nata in un pomeriggio in cui ero da solo nel mio rifugio tra i monti (quanti pensieri leggeri lassù!): avevo lasciato in casa – a bella posta – il mio bello smartphone ed ero partito per una lunga passeggiata tra i miei monti. Quelle poche volte in cui riesco a farlo la sensazione di libertà è completa, sia pure trattandosi di una libertà relativa perché di breve durata.

Se lo porto con me è comodo, certo, ma il rapporto con la realtà cambia: perché vuoi fare una foto, poi guardi il meteo, poi l’ultima su FB e insomma non c’è neanche il tempo per respirare. La realtà si modifica, appare filtrata, magari più digeribile ma di certo meno vera. E a me, che sono alla caccia perenne di sensazioni e di esplorazioni, la contraddizione appare in tutta la sua evidenza.

Non ho la soluzione a questa dicotomia, no: l’obiettivo di questo post è semplicemente quello di annotare i miei pensieri in tema, contraddizioni comprese. Io in fatto di telefonini non sono stato mai un early adopter, ma questo ora non mi aiuta perché mi sono portato in pari e troppo spesso me ne sento un po’ vittima. Il fatto è che da un punto di vista lavorativo la comodità e i vantaggi non sono discutibili; però quell’idea di “dovere” sempre sapere dove si trova me ne rende troppo dipendente.

Nella fattispecie per me smartphone vuol dire in sostanza email: un po’ per la mia “ossessione” per la posta elettronica (ricordo una pagina, che purtroppo non sono riuscito a ritrovare, di tanti anni fa in cui si metteva alla berlina il tormento di chi è sempre attaccato all’email, e dopo aver controllato se ha ricevuto messaggi nel caso non ce ne siano per sicurezza controlla ancora – sì, mi faceva sorridere ma un po’ mi descriveva), un po’ perché di fatto ancora oggi la pressoché totalità del mio lavoro passa per davico@tesietesti.it, un po’ perché le cose per me sono vere quando sono scritte, ma la sostanza è che le due cose sono sostanzialmente associate dentro di me. Tutto il resto è comodo, pratico, divertente ma non irrinunciabile.

Ecco, a pensarci bene dico che quell’indirizzo mail mi definisce parecchio. Non dico che quell’indirizzo mail sono io, ma insomma lì dentro c’è tanto di me. E quindi in sostanza per me lo smartphone è figura – nel senso auerbachiano del termine – della posta elettronica, un buon compromesso tra praticità e libertà.

Nov 30


Un altro pezzo interessante di Chiara Zanardelli (i precedenti qui e qui), con la quale abbiamo immaginato un tema – il rapporto con lo smartphone – sviluppato da due punti di vista diversi: il suo, qui, che riguarda la produttività; il mio, più “filosofico”, seguirà la settimana prossima. La parola a Chiara.

Dopo aver parlato qualche mese fa degli strumenti indispensabili per liberi professionisti, questa settimana mi vorrei concentrare sullo smartphone, ormai fondamentale tanto quanto il PC o il notebook per il lavoro di ogni professionista.

Nel bene e nel male, e lascio a Gianni una riflessione più filosofica sul tema, al libero professionista è richiesto di essere sempre connesso e rispondere in tempi brevi agli input esterni. Che impressione vi fate di una persona che impiega una settimana a rispondere a un’e-mail? In quanto tempo al massimo rispondete a una richiesta di un cliente? Che cosa fate nei tempi morti, ovvero nelle sale d’aspetto di medici, sui mezzi pubblici o in coda al semaforo?

Se vi riconoscete in questa descrizione e non riuscite a immaginare di uscire di casa senza telefono (mai sentito parlare di nomofobia?) o comunque volete utilizzare professionalmente il vostro smartphone, vi propongo questa breve rassegna delle app per Android più interessanti e irrinunciabili (e aspetto tanti altri suggerimenti nei commenti).

Lo smartphone è, in fin dei conti, l’evoluzione del telefono, un fondamentale strumento di comunicazione. Se già l’avvento della telefonia mobile aveva cambiato radicalmente il lavoro permettendo di essere contattati ovunque, lo smartphone ha portato l’ufficio fuori casa e soprattutto consente di avere accesso in qualsiasi momento alla posta elettronica. Naturalmente si può consultare la posta da browser (io utilizzo Chrome anche da smartphone), ma trovo le app molto più comode. Per chi ha un account di Gmail, l’app è molto pratica ma sicuramente ogni smartphone dispone di appositi programmi per importare diversi account. Alcuni colleghi mi hanno segnalato che comunicano con i clienti anche tramite messaggi: WhatsApp è ormai indispensabile nella vita quotidiana per le comunicazioni di gruppo (gruppo palestra, gruppo mamme ecc.), ma la sua immediatezza sta conquistando anche un’utenza più professionale. Rispetto al vecchio SMS è molto più smart, è possibile ricevere la notifica di lettura e permette la condivisione gratuita di immagini e video. Infine non va trascurata la messaggistica istantanea: ne ho già parlato nel precedente articolo, ma anche da mobile suggerisco l’utilizzo di Skype per comunicare con i clienti. Oltretutto è possibile effettuare chiamate gratuite o a prezzi contenuti, un grande vantaggio per chi deve comunicare con una clientela internazionale. Quando si parla di messaggistica istantanea molti di voi ricorderanno anche Messenger, oggi integrato su Facebook. Per archiviare i documenti ricevuti e accedervi da diversi dispositivi, c’è ormai l’imbarazzo della scelta, ma direi che GoogleDrive, One Drive e Dropbox sono i più diffusi. Installateli su PC e su smartphone per avere i file più importanti sempre con voi.

Anche se in molti casi il libero professionista lavora da casa propria, non mancano le opportunità di uscire, in occasione di corsi di formazione, incarichi fuori ufficio o altre esigenze. Innanzitutto le vecchie cartine sono ormai state ottimamente sostituite dai navigatori, sia per chi si muove a piedi (e manca di senso dell’orientamento come me) sia per chi si muove in auto. Per quanto riguarda il trasporto locale, nelle città più grandi è sicuramente disponibile un’app con orari, pensilina più vicina e situazione in tempo reale. Esistono invece diverse app per monitorare l’andamento dei trasporti ferroviari, ma segnalo quella ufficiale di Trenitalia che consente anche l’acquisto dei biglietti. E se durante i trasferimenti avete dei tempi morti, potete ascoltare della musica o dedicarvi alla lettura. Quando non ho con me il Kindle, dallo smartphone utilizzo la relativa applicazione. Chiaramente la lettura perde un po’ di fascino ma grazie alla sincronizzazione tra i dispositivi non si rischia di rileggere due volte lo stesso passaggio. Quando vi trovate sui mezzi pubblici, potete anche consultare i social network: naturalmente sono disponibili app/widget per tutti i social più diffusi, Facebook, Twitter, LinkedIn e Google+.

Ma lo smartphone è anche uno strumento utilissimo per organizzare il proprio tempo. Anche se il vostro smartphone dispone sicuramente di un calendario, consiglio sempre l’integrazione con Calendar di Google che può essere aggiornato e sincronizzato da qualsiasi dispositivo. Per lo stesso motivo ho scelto Evernote per prendere gli appunti e Pocket per salvare gli articoli che voglio leggere in un secondo momento. Quando sarete di nuovo davanti al PC tutto sarà perfettamente sincronizzato. Attenzione però al salvataggio delle password, se pensate di cavarvela con un file di testo rischiate molto. Tra i diversi programmi sul mercato io utilizzo KeePass Password Safe (gratuito), anche questo disponibile su dispositivi mobili e PC. Un’ultima segnalazione per la vostra sicurezza: dato che i virus non sono esenti neppure dagli smartphone, consiglio l’installazione di buon antivirus (non necessariamente a pagamento) e un po’ di attenzione quando si installano le app (soprattutto giochi gratuiti), evitando l’accesso non autorizzato s dati riservati o l’utilizzo improprio di identità per effettuare acquisti o frodi.

Quali sono le applicazioni più importanti per il vostro lavoro? L’acquisto di uno smartphone è davvero essenziale o una moda del momento? Che rapporto avete con questa tecnologia? Diteci la vostra nei commenti!

Nov 23

il greto del Po dopo Crescentino

il greto del Po dopo Crescentino


Io arrivo tardi alle cose, lo so. (Gianni diesel era uno dei miei soprannomi, e credo spieghi tante cose.) Sabato sono andato a cercare la tomba del mio professore di tesi, che forse ho trovato e forse no (perché c’è il nome della famiglia ma non il suo – il che non mi stupisce nemmeno tanto: conoscendone il rigore, l’austerità e lo stile potrebbe essere benissimo seppellito senza nome). Volevo – ma non avendo la certezza di averlo trovato non ci sono riuscito – chiudere un metaforico cerchio che si aprì tanti anni fa, quando mi incantai a sentire le sue lezioni su Dante (chiamarle lezioni è assolutamente riduttivo, peraltro). In una ricordo che io ero l’unico studente (quand’eravamo tanti eravamo forse una decina), e allora lui passò l’ora intera a leggermi le sue traduzioni in piemontese di poeti della latinità. Ed è stato proprio in quel momento che ho capito che la mia lingua/dialetto aveva dignità letteraria, ovvero andava più in là di un campanile o di un modo di dire, se un professore di università sentiva la necessità di volgere in quell’idioma carmi di duemila anni prima. Mi sovviene Ungaretti (I fiumi):

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

(E ricordo distintamente di aver ascoltato via radio la voce del poeta che leggeva questa magnifica poesia, che dunque per me è molto più di inchiostro su carta: è un filo di corrente, è carne viva.)

Ma insomma quel cerchio non l’ho ancora chiuso.

Comunque poi a quel punto il grande fiume mi chiamava. Ho attraversato con l’auto il ponte di Crescentino, e poi camminato per cinque ore e mezza sul Po, per lunga parte proprio sul greto e sulla riva e in parte sull’argine. È stato bellissimo – e avventuroso, come per esempio quando ho dovuto guadare un affluente; e anche spaventevole, quando sentivo e percepivo i cinghiali vicino a me (‘E se mi attaccano?’).

Ma anche qui pensavo ‘perché alle cose arrivo sempre tardi?’ Capisco che la natura è natura e non puoi combatterla, ma possibile che uno non possa accorgersi un filo prima dei suoi quarantott’anni che camminare è vita? Il diavolo sulle colline:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

Mi sovvenivano gli om ad Po (gli uomini di Po – ne avevo accennato qui), quei personaggi mitici che fino agli anni Cinquanta vivevano in capanne in riva al fiume. Uomini certamente ai margini della società, ma non anche personaggi affascinanti? Non vorresti passare una sera con un tipo così, che magari non parla nemmeno la tua lingua ma un grammelot tutto suo – eppure chissà quante cose fantastiche potrebbe trasmetterti?

Un poco mi accompagnava anche, ancora, Pavese (Il ragazzo che era in me):

Va’ a sapere perché fossi là quella sera nei prati.
Forse mi ero lasciato cadere stremato di sole,
e fingevo l’indiano ferito. Il ragazzo a quei tempi
scollinava da solo cercando bisonti
e tirava le frecce dipinte e vibrava la lancia.
Quella sera ero tutto tatuato a colori di guerra.
Ora, l’aria era fresca e la medica pure
vellutata profonda, spruzzata dei fiori
rossogrigi e le nuvole e il cielo
s’accendevano in mezzo agli steli. Il ragazzo riverso
che alla villa sentiva lodarlo, fissava quel cielo.
Ma il tramonto stordiva. Era meglio socchiudere gli occhi
e godere l’abbraccio dell’erba. Avvolgeva come acqua.

L’acqua, l’acqua: l’acqua è sempre presente nei luoghi che adoro.

Però alla fine la sostanza è che queste “avventure” (stranezze, forse) io le cerco, io le voglio. Arrivo tardi alle cose ma la natura è questa e non si cambia, la accetto, va bene così.

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Nov 16

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Mi sono fatto una domanda: perché lavoro più volentieri con determinati traduttori piuttosto che con altri?

Certo, ci sono le simpatie, c’è il caso e ci sono tanti fattori poco ponderabili. Ma ho cercato di darmi comunque delle risposte, che sono ovviamente del tutto personali ma potrebbero anche avere una valenza più generale. Quello che segue dunque è un tentativo di descrizione del traduttore “ideale” (le virgolette sono d’obbligo), e nello stesso tempo uno spunto di discussione.

La prima caratteristica che cerco in un traduttore è la professionalità. Professionalità per me significa ad esempio:
– rispetto dei tempi;
– uso consapevole degli strumenti informatici, e in particolare dei CAT;
– fatturazione facile;
– facilità di lavorarci insieme.

Il costo sarà conseguente a queste caratteristiche, ma non è il punto principale. Io devo far quadrare i conti ma non ho mai cercato il fornitore meno caro (non può essere un assioma – dipende da tanti fattori), cerco piuttosto il fornitore che risolva per me e con me dei problemi, e che parli la mia stessa lingua – che in questo contesto è quella degli affari.

È, in due parole, ciò che qualche anno fa avevo chiamato il circolo vizioso/virtuoso della qualità / della traduzione, ovvero:
– il professionista può vivere degnamente del suo lavoro;
– l’intermediario ottiene un servizio inappuntabile;
– il cliente finale è contento.
E va notato che l’intermediario non è necessariamente l’agenzia, ma può essere benissimo il referente del traduttore presso il cliente diretto, che in tanti casi non è l’utilizzatore finale – il discorso non cambia di una virgola.

Né cambia il punto fondamentale: che col traduttore si parli la medesima lingua e non si perda tempo in due, ma si vada diritti all’obiettivo.
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Per il mondo della traduzione come lo conosco io la mia stima è che meno del 10% (ma vorrei dire il 5%) dei traduttori abbia queste caratteristiche. Ripeto che si tratta ovviamente di un punto di vista del tutto personale e magari non condivisibile.

Però parlare la stessa lingua vuol dire andare dritti al punto, ed è questa caratteristica nello specifico che trovo soprattutto manchi al traduttore mediamente inteso. So che le cose non cambieranno, ma spero sia uno spunto per riflettere.

Nov 09

DCL
Sei anni fa uscì il Dizionario delle Combinazioni Lessicali: opera che, a quanto ne so, è unica nel suo genere per il fatto che fornisce le combinazioni di nomi, aggettivi, verbi e avverbi, con ciò dando una bella mano a chi lavora con la lingua italiana. Ne parlai qui (inclusa un’intervista con l’autore, Francesco Urzì).

Già allora la carta pareva come una barriera alla diffusione di quest’opera meritoria. Infatti alla mia domanda (“La carta, per quanto affascinante, potrebbe essere un limite per questo strumento. Prevedi un’edizione su CD?”) l’autore rispose:

Sembra la conferma della legge del contrappasso. Il DCL, concepito per essere pubblicato su supporto informatico, viene alla fine pubblicato su carta, e adesso il CD-ROM viene sollecitato a furor di popolo…
Non posso ignorare questa istanza popolare. Non appena raggiunta una certa massa critica (in termini di copie vendute) partiremo anche con questo progetto.

Ecco, passati gli anni anche i CD sembrano cose dell’altro ieri, ma da poco tempo è online la versione digitale del dizionario e la lacuna è colmata. È un passaggio che appare logico, l’ideale completamento del dizionario su carta: i libri su carta non sono ancora sostituibili, ma sappiamo bene che la comodità del digitale non è resistibile. Senza contare i vantaggi dell’aggiornamento costante (nella mia biblioteca fanno bella mostra di sé i volumi degli aggiornamenti dell’Enciclopedia Treccani, dalla prima appendice del 1938/XVI fino ai cinque volumi del 1979-1992, che non credo di avere mai aperto.)

L’opera è meritoria, utile per tutti coloro che lavorano con la lingua italiana. Il sito supera i limiti della carta e si mette in pari con la tecnologia. Per questi motivi dico bravo a Francesco Urzì, e lo ringrazio per aver creato uno strumento che ci permette di conoscere più a fondo e utilizzare al meglio la nostra lingua.

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