Nov 02

biblioteca
Nei primi anni di Tesi & testi i libri sono stato uno strumento fondamentale, per me, per imparare il mestiere. Ovvero: il mestiere – qualunque mestiere – non basta impararlo sui libri, ma i libri sono fondamentali per darti visione e respiro. E comunque ci viene in soccorso il Nuto della Luna:

– Sono libri, – disse lui, – leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.

Dapprima, nei miei primissimi anni (primi anni Novanta) apprezzai soprattutto i libri degli editori Franco Angeli e di Sperling & Kupfer. Franco Angeli, lui di pirsona pirsonalmente divenne quasi un mito per me, tant’è che quando fu ora di pubblicare il mio secondo libro fu uno dei primi cui proposi il progetto. Di Sperling & Kupfer ricordo soprattutto Wow! Un successo da urlo (Tom Peters era un altro dei miei miti dell’epoca).

Leggevo solo in italiano; il che era un po’ limitante, date tutte le risorse che provenivano da oltreoceano. Per questo ricordo con profluvio di dettagli la meraviglia che mi prese quando a Philadelphia nel 1998 scoprii “Inc.”, e nelle settimane seguenti altri libri mitici tra cui questo. E ricordo che, iniziatolo, pensavo che il futuro di Tesi & testi sarebbe dipeso in parte significativa da quello che avrei trovato in quel libro (pensiero che aveva le sue ragioni e che comunque si rivelò corretto).

Fu un’epifania chiara e profonda. Da quel momento iniziai a leggere quasi soltanto in inglese i libri in tema di imprenditoria e gestione aziendale. Troppo lungo sarebbe ora dire i principali, ma a chiudere gli occhi subito, at the blink of an eye, mi viene in mente questo.

Quei libri si sono ripagati mille volte, o forse diecimila. Ovvero, per dirla con Jim Rohn:

Cercate di leggere due libri alla settimana. E se vi sembra tanto, scegliete due libri di piccole dimensioni per iniziare. Facendolo per 10 anni, alla fine avrete letto più di 1000 libri! Pensate che acquistare delle conoscenze attraverso un migliaio di libri influenzerà le molteplici dimensioni della vostra esistenza? Avete proprio ragione.
Certo, è vero anche che, se negli ultimi anni non avete letto 2 libri alla settimana, siete rimasti indietro di 1000 libri rispetto a chi invece l’ha fatto. State iniziando a capire l’incredibile svantaggio che avrete tra 10 anni presentandovi sul mercato con un ritardo di 2000 libri? Ecco, per un paragone più azzeccato, si potrebbe dire che sarete carne da cannone. Vi masticheranno per poi sputarvi fuori.

Col tempo quello slancio sostanzialmente si esaurì, e io mutai il mio focus. Le pagine di questo blog, per chi ha voglia di scorrerle, ne sono una testimonianza chiara – quasi una prova. Ma il concetto fondamentale rimane: sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.

Ott 26

Casa Scaparone, interno

Casa Scaparone, interno


Accennavo la settimana scorsa a un tema, tra gli altri, che mi ripromettevo di sviluppare in futuro: lo storytelling.

Ecco, oggi parliamo di questo. Sia chiaro che questo post non vuole nella maniera più assoluta assomigliare a una definitive guide o qualcosa del genere: sono semplicemente alcuni pensieri sul tema. (La mia storia, appunto.) Sono tutti pensieri che vanno approfonditi nel dibattito comune, sempre avendo in mente i versi di Nelo Risi:

Vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

(Li ho citati millanta volte in questi venti anni, ma tanto lavoro rimane ancora da fare.)

Riflettendo nei giorni scorsi sul tema, ho pensato che l’illustrazione migliore fosse l’esempio. Ho iniziato dunque da “casa” mia: ho condensato in poche righe la storia (e anche la geografia, e di questo vado particolarmente fiero) di Tesi & testi. È la storia della mia azienda – della mia bòita, per meglio dire –, fatta di conquiste e di zone d’ombra, di successi e di fallimenti. È, in fondo, la mia storia. Magari non luccica e non risplende, ma è vera.

Perché è questo il punto fondamentale: la storia che racconti deve essere vera. Il punto – passiamo al lato marketing ora – è che raccontare una storia permette a chi ci sta di fronte di conoscerci meglio prima di comprare qualcosa da noi: e se e quando dovrà decidere e, a parità di tutte le altre condizioni, noi saremo riusciti a dare un tocco personale alla presentazione, saremo certamente tra i favoriti. E, tutte le altre condizioni essendo quasi uguali, è ancora molto probabile che rimarremo tra i candidati ideali alla soluzione del problema.

Quindi ritorna la domanda di sette giorni fa: sei pronto a metterci la faccia?

Ott 19

mercatigenerali
A margine dei post di una e due settimane fa, faccio oggi alcune considerazioni su come possono essere impostate le vendite di servizi.

Intanto, dobbiamo presupporre di avere a che fare con un cliente molto ben informato: come conseguenza, il nostro ruolo principale è quello del consulente. È tramontata per sempre l’era del venditore – del fornitore di servizi, nello specifico – informato e del cliente che doveva per forza attenersi a quanto apprendeva dai fornitori consultati. Oggi l’informazione è a disposizione di chiunque in ogni momento, ed è perlopiù gratis (Free, perfect, and now, per dirla con il titolo di un libro di successo di qualche anno fa), dunque di per sé non possiede più valore spendibile. Ma l’obiettivo è – dovrebbe essere – quello di diventare un consulente, ovvero un partner, ovvero un fornitore non intercambiabile con chiunque, ma qualcuno le cui idee sono percepite come di valore e per questo viene ascoltato.

Anni fa parlai qui del circolo virtuoso della qualità, che è in teoria il mercato “perfetto”. E anche se Yogi Berra ci dice che in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica non lo sono, ciononostante è questo il modello cui dovremmo tendere – la consulenza, pagata al prezzo della consulenza. (Tralasciando, perché innecessario in quanto superato dai fatti, il concetto di rispetto.)

Poi ci sono altri temi – tanti altri temi –, cui ora accenno ma che mi riprometto di sviluppare in futuro.

L’empatia, ovvero il mettersi dei panni del cliente: provare a ragionare come lui per capire che cosa vuole esattamente (può esserne consapevole, oppure no) e poi fornirglielo. (È il passaggio da fornitore a partner, in estrema sintesi: tutto torna.)

La personalizzazione, ad esempio nei siti. Il mio sito è vecchio, lo so (non sono proprio il calzolaio con le scarpe rotte, ma di certo un parente); però perché avere un sito dove non compaiono nome e cognome delle persone, foto, vita reale, un sito che è una semplice vetrina standard? Preferiamo comprare da un automa o da qualcuno che ha un’identità?

Lo storytelling aziendale. Raccontare storie (non frottole, sia chiaro) è un’arte da rivalutare. Lo dice bene Gary Vaynerchuk:

Storytelling is by far the most underrated skill in business.

E tu? Qual è la tua storia? Hai una storia significativa da raccontare a chi è interessato a quello che hai da vendere? Appassionante, avvincente, istruttiva? Soprattutto: autentica? Una storia da cui traspaia che tu sei tu e nessun’altro, che la tua unicità è la tua autenticità e che sei veramente tu?

Sei pronto a metterci la faccia? A passare dal ruolo di ennesimo fornitore a quello, specifico e prezioso, di consulente del tuo cliente?

Ott 12

market
Qualche giorno fa ho inserito su Langit, la mailing list dei traduttori che lavorano con l’italiano, una richiesta per traduttori aventi determinate caratteristiche per un progetto che reputo decisamente interessante e che sto organizzando in questo periodo.

Sono entrato in contatto con un certo numero di traduttori. Con alcuni ho avuto un veloce scambio di mail, con altri abbiamo approfondito, con altri ancora abbiamo iniziato a collaborare.

In linea con i pensieri che esprimevo lunedì scorso, inserisco qui alcune considerazioni. Non hanno un ordine particolare, ma sono intese come “imbeccate” per i traduttori interessati a negoziare progetti.

1. Il potenziale cliente non è tuo amico
Se cerco un fornitore per un servizio, non mi interessa diventare suo amico. Voglio dire, io nel tempo ho stretto amicizie fraterne con millanta traduttori; ma questo, appunto, può avvenire nel tempo. Se entriamo in contatto per la prima volta significa che non ci conosciamo; e non è necessario che tu mi diventi simpatico, voglio solo risolvere un mio problema e dunque cerco la soluzione a quel problema. Apprezzerò tantissimo se mi parli nella lingua degli affari, ovvero in termini di soluzioni a problemi.

2. Le bugie hanno le gambe cortissime
Dico un fatto che dovrebbe essere scontato, ma non lo è: tutte le informazioni che si danno al potenziale cliente – per mail, a voce o in qualunque forma – devono essere vere. Non devo scoprire che hai ingigantito a dismisura una caratteristica: perché in questa maniera hai tradito la mia fiducia, e non avrai più maniera di recuperare; e in più mi hai fatto perdere del tempo.

3. Il prezzo ha la sua importanza
È difficile che io guardi al prezzo come primo fattore di scelta (capita, ma non è la norma). Il prezzo, comunque, ha la sua importanza. E tu, fornitore, non te ne vergognerai né lo nasconderai: possiamo – dobbiamo – parlare in maniera aperta di costi, perché sono una parte della transazione. Io quando dico il mio prezzo ho (via, cerco di avere) sempre il sorriso, perché lo dico con orgoglio: “Ti piace questo bel progetto? Sono fiero di cedertelo per la tal cifra” – questo è il mio pensiero. Non sempre concludo la vendita, non sempre le cose vanno lisce ma l’idea che sottende il prezzo deve essere questa.

4. Il CV parla molto forte della qualità dei tuoi servizi
Rimango letteralmente basito – triste, quasi – quando leggo un CV che contiene errori in informazioni basilari. Per un professionista della parola scritta! (Sul CV si veda anche qui.) Perché ormai so – so per esperienza – che un tale documento significa purtroppo che la cura che il traduttore mette nel lavoro che fa non è eccellente. E niente meno dell’eccellenza è sufficiente per avere successo. Lo dice magistralmente Nuto nella Luna:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Ott 05

2 Broadway
Qual è il cruccio principale di qualunque professionista?

(Parlo del settore che conosco, l’industria della traduzione, ma il discorso vale per qualunque settore e qualunque mestiere.)

Le vendite.

Non c’è alcun dubbio.

Partiamo da un brano tratto da questo libro, che qui traduco per comodità del lettore. Racconta Lytle di un giorno in cui stava sciando con un amico dentista, cui chiese quale fosse il maggior cruccio nel suo settore.

“Le vendite”, è stata la risposta dell’amico. “Devi convincere le persone a farsi togliere i denti del giudizio. Devi gestire le obiezioni. Persuaderli a sopportare il dolore, le spese e il tempo sacrificato al lavoro. Non ti insegnano l’arte delle vendite all’università. Ma dovrebbero farlo”.

Il problema è che nessuna scuola di traduzione insegna a vendere. In teoria questo sarebbe compito della formazione, ma per fare uno yogiberrismo dirò che in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica no.

Occorre amare la vendita. Vendere è avere la possibilità di mettere in mostra la propria abilità nel settore. Non è fatto da poco.

Vendere, soprattutto, vuol dire essere preparati, aver fatto i compiti a casa, tutte le ricerche del caso eccetera; vuol dire trasmettere questa conoscenza. (Sorvolo sul fatto, perché lo considero un assioma, che ciò che si vende deve essere assolutamente eccellente.)

Gli ordini sono poco più che una conseguenza.

Ciò, tra l’altro, è anche un sollievo non da poco per i periodi di magra: quando il fatturato cala, se le altre parti dell’attività sono a posto (se si lavora bene, in una parola) non c’è da preoccuparsi più di tanto. Se l’attività funziona un periodo di calo delle vendite è fisiologico; ma gli ordini torneranno.

Bisogna amare la vendita. Niente chiamate a freddo o cose del genere: la vendita segue il fatto che qualcuno ha alzato la mano e manifestato il suo interesse. Sta a noi fare insieme al cliente i passi necessari per far sì che entrambi ci si alzi dal tavolo avendo ottenuto quel che desideriamo.

La tecnologia ha cambiato tante cose, ma i principi basilari sono sempre i medesimi.

Nei prossimi mesi tornerò a parlare in maniera significativa di marketing e vendite, perché sono una delle chiavi principali del successo di qualunque attività. Per i motivi spiegati qui la mia gavetta è stata un tantino lunga, ma tanto lo sapevo già prima che sono lento; e comunque anche se ho fatto gavetta ciò non significa che non mi sia preparato in maniera completa a essere un cristallo. Anzi, ciò significa che so di che cosa parlo, conosco l’argomento, lo so applicare e così via.

Ho fatto errori, ho dormito a lungo ma sono un bravo venditore. E voglio condividere quello che so. Stay tuned.

Set 28

Chiara Zanardelli, che qui aveva parlato dell’equilibrio delicato tra lavoro e famiglia, descrive oggi alcuni strumenti a disposizione del traduttore (e del professionista in generale) per migliorare l’organizzazione del lavoro e dunque la gestione del proprio tempo.

Siamo padroni o schiavi della tecnologia? Domanda difficile che dipende da molti fattori come la propria esperienza, età, professione e, direi, il proprio individuale approccio alla tecnologia. Di certo non se ne può più prescindere e quindi perché non sfruttarla per “liberare tempo” invece che assorbirlo con giochi et similia?
tools
Come ho già raccontato alcune settimane fa, per me la tecnologia è importantissima per trarre il massimo dalle mie giornate lavorative e per dare quell’illusione di presenza continua a cui, ormai, sono avvezzi molti clienti. Prima di passare in rassegna alcuni dei software più utili, premetto che è essenziale dotarsi di uno smartphone e installare le App corrispondenti ai software presenti su PC: la sincronizzazione tra PC e smartphone permette infatti di non perdere tempo nel recupero dei dati e di averli sempre a propria disposizione.

A livello di comunicazione, consiglio vivamente l’utilizzo di Skype: per la sua immediatezza molti clienti preferiscono un messaggio su Skype alla tradizionale telefonata; personalmente apprezzo questo strumento perché permette di mantenere un tono professionale anche nelle situazioni più “difficili” (vedi festa di compleanno con bambini urlanti in sottofondo) e non perdere interessanti opportunità di lavoro. D’altro canto, il cliente ci vede come “disponibili” e quindi si aspetta una risposta in tempi rapidi.

Sempre sul fronte della comunicazione, oltre a telefono e Skype, i miei clienti mi contattano naturalmente via e-mail. A chi ha più di un account suggerisco di usare un programma di posta elettronica che aiuti a gestire i diversi indirizzi e permetta di strutturare con facilità la posta. Al momento utilizzo Thunderbird ma in passato ho usato anche MS Outlook, mentre su smartphone mi basta l’App di Gmail su cui inoltro le altre caselle. L’organizzazione della casella di posta è molto importante per gestire al meglio il proprio tempo e tenere comunque traccia della propria documentazione. Da anni utilizzo un sistema di archiviazione dei messaggi suddiviso per clienti e fornitori in cui archivio i task conclusi; i lavori in corso restano invece in inbox, categorizzati tramite le etichette di Thunderbird.

Thunderbird ha inoltre la possibilità, tramite apposite estensioni, di integrare l’utilissimo calendario di Google. Da anni ho abbandonato l’agenda cartacea a vantaggio di Calendar a cui, ovviamente, accedo sia da PC sia da smartphone. Suggerisco di creare diversi calendari, eventualmente condividendoli con i soggetti interessati (con autorizzazioni di scrittura o di semplice visualizzazione); io ho un calendario personale, un calendario lavorativo e un calendario familiare (che in sostanza include tutti gli impegni familiari, condiviso in lettura/scrittura con mio marito). In questo modo tutto è sempre sotto controllo e, per i più smemorati, si possono attivare anche utili promemoria.

La vostra scrivania è invasa di post-it e la borsa è piena di foglietti accartocciati? Siete fra le persone che scrivono una dettagliata lista della spesa e poi la dimenticano a casa? Vi serve un programma di gestione degli appunti. Di recente sto utilizzando Evernote, anche questo sincronizzabile su diversi dispositivi, che permette di fare ricerche tra le note, suddividerle in taccuini e fotografare i post-it cartacei per avere sempre tutto a portata di mano.

A livello più prettamente lavorativo, come traduttrice non posso prescindere dall’utilizzo di sistemi CAT che permettono di recuperare traduzioni già svolte in precedenza e quindi di risparmiare tempo prezioso; se poi aggiungiamo ai programmi di traduzione assistita anche strumenti di gestione terminologica, l’investimento iniziale sarà di certo recuperato in breve tempo.

E passiamo a uno dei compiti meno amati dai traduttori e, più in generale, dall’intera categoria dei liberi professionisti: la fatturazione; anche se sono anni che mi riprometto di provare l’arcinoto Translation Office 3000, gestisco con facilità le mie fatture con TradBase, un programma gratuito in MS Access creato dal traduttore Nazzareno Mataldi (@ennemme). Per chi ha un po’ di dimestichezza con MS Access sarà facile adattarlo alle proprie esigenze, grafiche e contenutistiche. In buona sostanza, a parte l’inserimento mensile dei vari lavori, le fatture sono generate automaticamente e il programma consente anche di tenere traccia di pagamenti, spese e altri dati sui committenti.

Avete mai perso dei dati per un guasto al PC? Se vi è successo immagino che vi sarete attrezzati con un sistema di backup. Io utilizzo Cobian Backup che giornalmente sincronizza i miei dati in maniera incrementale e, dopo un numero di giorni stabilito, in maniera integrale. Potete impostare la frequenza di backup, le cartelle da salvare e tanto altro. Per un backup “al volo” si può ricorrere anche a Google Drive o Dropbox ma attenzione alla riservatezza dei dati che salvate su questo archivi cloud.

La parola chiave per ottimizzare la giornata è quindi organizzazione! Spesso l’utilizzo della tecnologia appare più complesso rispetto a sistemi più tradizionali, ma vi assicuro che il tempo di apprendimento è minimo rispetto ai vantaggi derivanti dall’ottimizzazione delle procedure. Se però non riuscite a capire come impiegate la vostra giornata al PC vi consiglio di provare Rescue Time, un programma che tiene traccia di tutte le attività svolte e le suddivide in attività più o meno produttive. Potreste scoprire di dedicare troppo tempo ai social network o ai video di YouTube invece che alla vostra traduzione…

E la vostra “cassetta degli attrezzi” cosa contiene? Segnalateci nei commenti i vostri must have!

Set 21

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Oggi ho visto nascere il giorno.

Ero nel mio rifugio tra i monti, ieri sera. Avevo puntato la sveglia molto presto ma poi mezz’ora prima ero già su, proprio come i bambini al primo giorno di scuola che alle sette e mezza girano già per casa con tutto il necessario in mano e chiedono “È ora? È ora? E adesso è ora?”

Pur in un periodo burrascoso ero eccezionalmente sereno, quasi senza pensieri. Mi sono preparato la colazione e poi l’ho consumata a luce spenta – di quella casa conosco ogni centimetro, una lampadina mi sembrava un di più non necessario.

Quindi ho preso la mia bici e sono tornato verso casa. Praticamente un mattino di fatica nera: i primi cinquanta chilometri sono scorsi via lisci, ma durante gli ultimi quaranta le gambe arrancavano anzichenò. Mi sovveniva Max Pezzali:

È allora che al volo ho realizzato
il rischio di passare la mia vita
sopra a un Peugeot che arranca in salita
mentre uno con il Fifty ti sorpassa, ride e va.

D’accordo, non è Montale e nemmeno Saba ma anche noi siamo ben oltre l’età della consapevolezza. E comunque mi sembrava tutto molto vero, reale, semplice. Vivo, eccezionalmente vivo.

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Set 14


Dice: “Non si può essere contemporaneamente tifosi della Juve e del Toro”. O forse sì?

Nel maggio del 1974 io avevo 6 anni, e la Lazio conquistò lo scudetto. Non ricordo nulla di allora, ma ho una reminiscenza – peraltro molto vaga – di me come “simpatizzante” laziale, nel senso che è naturale che un bambino faccia il tifo per i vincenti. (Pochi anni dopo mi colpì la tragedia di Re Cecconi, quel suo gesto forse sconsiderato ma di fatto mai chiarito che gli costò la vita.)

Negli anni successivi però la Juventus tornò a essere quella di sempre, e un bambino cosa fa? Ne diventa tifoso, è normale. In quegli anni sapevo a memoria tutte le formazioni di tutte le squadre di serie A, ma quella della mia squadra la recitavo come un santo rosario.

In quegli anni il nostro panettiere era uno sfegatato torinista, e con me – soprattutto al lunedì, ça va sans dire – c’era sempre lo sberleffo amichevole. Questo siparietto aveva luogo di solito prima di scuola; io ero timidissimo e cercavo di sottrarmi, ma lui incalzava.

Da ragazzo, e fin verso i venticinque anni, gioivo per le vittorie della Juve, ma soprattutto soffrivo per le sconfitte. (Il giorno che vidi Cabrini al Salone del libro e gli chiesi l’autografo mi sembrò un giovane dio.) Poi mi sono allontanato dal calcio, che da tanti anni è qualcosa di sostanzialmente distante da me. Mi è rimasto però il senso di rispetto per i tifosi del Toro, per la loro dignità nelle sconfitte, soprattutto per la loro fede incrollabile.

Questa primavera sono stato allo stadio con mia figlia piccola che voleva vedere il Toro, e di quel pomeriggio ricordo soprattutto l’atmosfera allegra, di festa per famiglie, e questa canzone, che per motivi vari e arcani mi aiuta in campo pratica a trovare il ritmo dello swing.

Ecco perché un giorno ho risposto, a chi mi chiedeva per chi tifassi, “un po’ per la Juve e un po’ per il Toro”. Ma forse avrei dovuto rammentare quel vecchio ricordo in bianco e nero e aggiungere “e un po’ per la Lazio”.

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Set 07

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Venerdì, quando il traghetto si è staccato dal porto di Calvi, il tempo era nuvoloso. Lasciare la mia patria seconda senza il sole è forse un commiato un po’ più semplice.

Quest’anno le mie giornate – numericamente brevi, perché le finanze sono quel che sono – sono state quasi sempre divise in maniera equanime: mattino al mare e pomeriggio a esplorare. Potevano essere sentieri – sentieri soprattutto –, oppure file di paesoli abbarbicati, assolati e silenziosi (di fatto mai sul mare, perché la Corsica è la montagna in mezzo al mare, ciò che vuol dire che è innanzitutto montagna – Mausoleo essendo quello che più mi è rimasto dentro), o anche golf.

Sentire, semplicemente sentire il fascino che questa terra esercita su di me. L’attrazione non resistibile.

Paesaggire, come avrebbe detto Zanzotto citato da Paolini. La paesologia arminiana esiste anche in Corsica.

Cominciare a immaginare il libro che prima o poi scriverò, e che si intitolerà Mal di Corsica. (Perché il mal di Corsica esiste, anche questo è un fatto.)

Pensare a questi cerchi che si aprono e si chiudono, alle partenze e ai ritorni, immaginare i ritorni come partenze e viceversa.

Sei stato felice, Giovanni, in quella terra. Non stiamo parlando di cose piccole.

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Ago 31

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È cominciata, in maniera bella e casuale, tre anni fa; è proseguita due, e poi l’anno scorso. E domani, di nuovo. È la tradizione familiare di trascorrere il compleanno nella mia patria seconda.

Mi sovviene Pavese:

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno.

Quarantotto anni non sono tanti né pochi, semplicemente sono. Penso soprattutto alle esperienze che voglio fare, al vento in faccia, ad attraversare la Corsica a piedi, ad arrivare ad handicap zero. Ad altri traguardi impegnativi che col tempo mi fisserò.

La mia maniera di augurarmi buon compleanno, quella più piena e viva che conosca, è prendermi del tempo per pensare a come lasciare segni di vita dentro di me. Fare un piano di vita per le seconde nove, insomma.

Cercare di fare mia la lezione di Oliver Sachs:

There is no time for anything inessential.

Ben sapendo che sarà inutile, in sostanza, che la cima delle cime non esiste se non dentro di noi. Ma dentro di me esiste, e come! La cima è fissarmi un traguardo impegnativo e poi raggiungerlo. La cima è camminare, è respirare.

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