L’onta di un 80

78 – 80 (in un par 69), e 29° posto finale.

Al Trofeo Sanremo.

Potrei cercare delle giustificazioni.

Dire, per esempio, che venerdì mattina, a macchina appena entrata in autostrada, il motore si è rotto. Ansia (non solo golfistica, ovvio), carro attrezzi, corse, stanchezza mentale. Al di là dei costi (che in questi anni mi pesano parecchio, è un fatto), un viaggio di due ore e mezza si è allungato di altre quattro.

O citare più generali problemi di testa non libera. (Quando la testa non è sgombra il tuo golf non può funzionare, si sa.)

O anche rammentare il CBA di +4, che ha fatto sì che le variazioni fossero solo in discesa: una maniera elegante per dire che la gara era obiettivamente difficile, e dunque le brutte prestazioni non hanno peso.

Ma si sa anche che nel golf you are your numbers. E quei numeri non sono illustri. E allora lascio parlare le sensazioni.

La prima è stata di leggerezza, venerdì nell’ora che ho potuto dedicare alla prova campo. La scena, all’imbrunire sul green della 14, era questa:
14
Ma nello stesso tempo avevo consapevolezza di green velocissimi rispetto a quelli cui sono stato abituato negli ultimi tempi. E dunque sapevo che il putt, che è notoriamente una delle parti migliori del mio gioco, mi avrebbe dato problemi. (Infatti sabato non riuscivo ad avere un’idea della forza da imprimere al bastone, e l’unico birdie è stato un puro caso. I 32 putt finali, poi, sono bugiardi: perché si legano a doppio filo al numero enorme di green mancati – sarebbe occorso un caddie a prendere tutte le misurazioni à la Mark Broadie, ma anche senza quelle certi dati erano lampanti.)

Sabato, al di là dell’ovvia conferma del putt, non sono riuscito per tutto il giorno a sentire lo swing: qualche colpo riuscito bene, ma il massimo che ho potuto fare è stato mettere in fila qualche par.

A fine giornata, terminato il golf è stato il momento di andare all’esplorazione con mia figlia piccola; e un momento di gioia assoluta è stato vedere, dalla marina di Capo Nero, la mia patria seconda:
Corsica
Domenica sono andato meglio: nonostante i due colpi in più le sensazioni erano più nette e precise. Ho fatto alcuni errori di troppo ma la giornata mi è piaciuta di più, perché sono stato più vicino, più “attaccato” al mio swing e al mio golf.

Ripensando il tutto a mente fredda, ho concluso che nei due giorni ho applicato solo una delle due conclusioni relative all’address che ho tirato negli ultimi due mesi di campo pratica (Jack Nicklaus dice che un address corretto è il 90% dello swing):

1) devo tenere le mani più vicine tra di loro, ovvero più verso il centro, per una sensazione di grip più solido;
2) devo avere il braccio destro attaccato al corpo.

Il primo di questi due punti è già incorporato nello swing, mentre del secondo ogni tanto mi sono dimenticato: il che ha voluto dire diversi pull.

Logica conseguenza: non ho centrato nessuno dei due obiettivi di cui parlavo venerdì scorso. Ma sono solo rimandati: il lavoro di questi mesi darà i suoi frutti a medio termine, è chiaro. Archiviata la gara più bella dell’anno, si torna al lavoro per la primavera prossima ventura.

Commenti

Mauro ha detto:

Ciao Gianni,
se fosse capitato a me di rimanere in panne in autostrada, credo che sarei tornato a casa e non avrei fatto la gara, mi sarei messo sul divano e sarei rimasto depresso tutto il week-end.
Mi dispiace per la macchina, spero che la spesa per la riparazione sia modesta, in ogni caso complimenti per la bella prestazione, ho dato una sbirciata ai risultati dei tuoi avversari e devo dire che nonostante il tuo work in progress ti sei difeso bene come al solito.

p.s. A quanto mi risulta Tiger non ha avuto problemi con la macchina ma ha girato in 82!!! 🙂

giannidavico ha detto:

Sei sempre troppo buono Mauro!

Il danno della macchina è abbastanza elevato, ma insomma penso che le difficoltà capitino apposta per vedere come te la cavi – non sarà forse il contrario di quello che abbiamo sempre sotenuto, che la vita è un’ottima metafora del golf? 🙂

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