Temo il momento in cui…

BHNY
Quando Ben Hogan nel 1953 vinse la Triple Crown (prese parte a tre major e ne vinse tre – il quarto, il PGA Championship, non sarebbe stato possibile sia per la logistica che per la formula match play che drenava troppe energie alla sua salute precaria) era arrivato all’apice della sua straordinaria parabola golfistica: il che vuol dire che da quel momento ebbe inizio il declino.

È un paragone irriverente, lo so. Ma è per dire che temo il momento in cui arriverò al mio massimo golfistico, al mio minimo handicap di sempre, e da lì i drive cominceranno – magari in maniera poco percettibile – ad accorciarsi, i ferri saranno (di poco) meno diritti, gli approcci solo mezzo metro più in là, i putt sborderanno lievemente, ogni tanto, anziché entrare dead center.

Già ora le difficoltà non sono poche: la vista mi è calata, per dire. Lunedì in palestra facevo molta più fatica del solito a fare le cose di sempre. Del resto ho l’età in cui la stragrande maggioranza dei miei coetanei pensa al golf come a un magnifico gioco, uno splendido passatempo, un’attività ludico-motoria estremamente godibile. E non è una scusa – non avrebbe senso cercare scuse in un progetto in cui mi sono avventurato solo per dimostrare qualcosa a me stesso –, piuttosto una mera constatazione.

Mi mancano tre colpi al mio progetto. Mi sovviene il padre di Rita Levi Montalcini, che quando il medico gli diagnosticò non so più quale malattia disse “Tre anni dottore, mi servono solo più tre anni…” Ma non poté portare a compimento il suo progetto.

Keep grinding, certo. Ma temo quel momento.

Io, comunque, sono ancora qui. Posso ancora farlo. Keep grinding.

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