
Sabato scorso, al termine della gara alla Margherita, provavo un sentimento che stava tra lo scoramento e la frustrazione, misti a un senso di stanchezza.
Un po’ pensavo alle barriere che ancora non sono riuscito – non ancora, perlomeno – a superare, alle tendenze che si ripetono. Il risultato finale (77) di per sé non è malaccio, ma di nuovo non sono riuscito a tenere nel finale, e in più ho fatto tre volte tre putt, fatto per il quale ero più attonito che deluso.
Ero stanco morto. Pensavo a Butch Harmon, che dice che nel tuo campo devi giocare *sempre* sotto par, altrimenti sei scarso (“If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.”). La mia autostima golfistica non era di conseguenza ai massimi livelli.
Sono andato in campo pratica, ho tirato quaranta ferri 5 pensando al ritmo e al finish.
Ho pensato a Ben Hogan – Ben Hogan c’entra sempre –, e alle distrazioni occorsegli dopo il suo anno magico (principalmente i problemi e le preoccupazioni legati alla nuova azienda, sorta di sublimazione del figlio che, per amore del golf, non ebbe mai).
Conseguentemente e sommando il tutto, sono ritornato – anche nei giorni successivi, riflettendoci e dormendoci sopra – alla radice, ovvero alla motivazione. Perché faccio tutto questo, mi isolo in campo pratica e sul putting green rinunciando a sane e divertenti partite con gli amici (anche se alla Margherita questa rinuncia è sempre più difficile, e questo è un problema nel problema), “soltanto” per raggiungere un obiettivo elusivo, una meta frutto della mia testardaggine che mi sono dato per mia personale soddisfazione e per nessun’altro motivo? Quand’è che la determinazione diventa illogica e insensata?
Sia detto incidentalmente: se io oggi chiudessi del tutto con il golf libererei una quantità spropositata di ore, e un ammontare di denaro non indifferente. O, anche, potrei “semplicemente” fare il giocatore di circolo, quello bravo che incontri in ogni club, la “stella” locale; e giocare con gli amici, e questo potrebbe anche bastare.
Ma in realtà no. Questo non mi basta. Perché questo mio misurarmi con me stesso, questa ricerca senza soste di andare oltre i miei propri limiti ha un senso che travalica il presente – e anche il golf. La ricerca del superamento dei propri limiti è autotelica, ovvero trae in sé la sua propria ragion d’essere.
In soldoni: per quanti 77 possa avere, lo faccio perché dentro di me so che è quello che voglio fare, e per nessun altro motivo.
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