Massimo Scarpa, golf e scrittura

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L’anno inizia nei migliore dei modi per Campo pratica: ho avuto infatti nei giorni scorsi una piacevole conversazione telefonica con Massimo Scarpa. Di lui, oltre alla carriera da giocatore, conoscevo già l’ottima preparazione tecnica (senza voler togliere nulla agli altri commentatori, per me il massimo nelle telecronache di Sky è dato dalla coppia Grappasonni – Scarpa). In questa chiacchierata ho scoperto due cose nuove: la sua grande disponibilità e le sue risposte meditate.

A seguire quanto ci siamo detti; con un grazie a Massimo per essersi prestato a questo “gioco”.

E il seguito, ovviamente, è tutto nel suo libro, che consiglio caldamente di leggere.

Com’è nata l’idea del libro?

Lorenzo Dallari, all’epoca vicedirettore e responsabile per il golf per Sky, mi vedeva scrivere spesso – io scrivo molte relazioni tecniche relative al gioco dei ragazzi della Nazionale, perché mi aiutano nelle analisi di gioco – e mi chiese di fargli leggere quel che scrivevo. Lette le mie note tecniche (che ovviamente gli avevo passato depurate dai dati personali) mi disse: “Tu hai già pronto un libro”. Al che io risposi: “Mi sembra una follia”. Però fu una lucida follia, perché lui aveva capito che il libro era in effetti già scritto, perché esaminare gli swing dei ragazzi mi aveva permesso di elaborare una casistica dei difetti tipici riscontrabili nella maggior parte dei golfisti. E poi è stato molto divertente arrivare al prodotto finito.

La nuova teoria dello swing: che cosa cambia per l’insegnamento ai dilettanti?

Guarda, secondo me non cambia nulla: il concetto fondamentale è che ora abbiamo la diagnosi certa, però la cura non cambia. Non cambia perché richiede preparazione, istinto, capacità, intuizione. La macchina si limita a fare la diagnosi della malattia, e questa diagnosi ora è certa; ma la cura si basa sempre sull’esperienza del maestro.

E per il pro?

La stessa cosa. Con una piccola differenza: nel pro la diagnosi è più difficile, perché lo swing si avvicina alla perfezione e i difetti sono quindi minimi. In questo senso quindi le conoscenze attuali aiutano molto.

Quanto ritieni importante l’uso di strumenti quali Trackman o FlightScope per un dilettante?

Fondamentale nel momento in cui si hanno dei dubbi, per formulare una diagnosi certa; ma più di qualche volta gli errori dei dilettanti sono così evidenti che la tecnologia diventa superflua.
Il mio golf
Mark Broadie, in Every Shot Counts, dice — statistiche alla mano — che il gioco lungo è più importante del gioco corto e del putt per segnare uno score che sia il più basso possibile. Che cosa ne pensi?

È una domanda molto difficile. Tutti i giocatori, prima dell’uscita del libro, avrebbero detto che il gioco corto e il putt hanno un’importanza relativa maggiore. Gli stessi caddie, che sono fondamentali per la diagnosi (in quanto sono persone competenti senza essere coinvolti in maniera diretta nel gioco), avrebbero detto lo stesso.
Io credo nei numeri di Broadie, e ho il massimo rispetto per il suo lavoro, però penso che tra qualche anno lui dirà che non tutti i putt hanno lo stesso valore. Per esempio un putt alla 36ma buca per passare il taglio o alla 72ma per vincere hanno un peso specifico diverso rispetto a un putt sulla prima buca di una gara. Quindi anche la pressione e il battito cardiaco hanno il loro peso!

Puoi dare qualche suggerimento per il/la golfista seriamente intenzionato/a a migliorare il proprio gioco?

Mark Broadie si arrabbierà se mai dovesse leggere queste mie parole, ma credo che la maggior parte dei dilettanti abbia problemi non a iniziare, ma a chiudere la buca: quindi dovrebbe dedicare più tempo al gioco corto e al putt che non al gioco lungo. Se io e un neofita dovessimo fare da qui all’eternità una gara sul gioco corto e sul putt, è probabile che lui mi batta più di qualche volta; mentre se dovessimo fare la stessa gara sul gioco lungo è probabile che sia sempre io a vincere, perché ci sarebbe una grande differenza – molto difficilmente colmabile – sia dal punto di vista fisico che da quello tecnico.
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Quante volte la settimana dovrebbe praticare un dilettante?

Direi che tre volte la settimana possono bastare: due sessioni di pratica cui si aggiunge un’uscita in campo.

La preparazione fisica per il golf: quanto è importante, come va fatta.

È molto importante, perché star bene fisicamente ti permette di fare dei buoni score. La difficoltà consiste nel capire come va fatta. Bisogna che porti due cose: elasticità e velocità. Punto, non occorre altro. Tutto il resto è superfluo, oppure è sensato ma per target più importanti (ovvero nel caso dei pro). Non è che McIlroy giochi bene perché è preparato fisicamente: lui gioca bene perché ha delle qualità tecniche incredibili, e poi la preparazione fisica lo aiuta a rimanere in forma. Ma i bisogni di un dilettante in questo senso sono molto più elementari.

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