La mia prima volta sotto par


È una sciocchezza, lo so; ma per me, novello Peter Pan, antico Piccolo principe, la mia rosa è molto importante, dà significato a tante altre cose che mi stanno intorno.

Oggi compio gli anni (cinquantuno? avrei mai immaginato, da ragazzo, che si potessero avere così tanti anni?) e ieri mi sono fatto un regalo: per la prima volta in vita mia ho concluso un giro intero sotto par.

Ero partito a metà pomeriggio per un giro in solitaria ai Ciliegi. Il campo era insolitamente vuoto (probabilmente la temuta pioggia, che poi sono state due gocce due, ha tenuto lontani molti golfisti – mentre prova a fare un giro da solo ai Ciliegi in qualunque momento di qualunque giorno, te lo raccomando), e io ero molto tranquillo. Sono stato molto veloce nelle prime buche; ho mancato i primi tre green su quattro ma sempre recuperato, e dopo sei par faccio birdie alla 7 (abbastanza scontato, data la semplicità della buca) e poi alla 9, con un putt di quindici metri tirato millimetricamente e scientificamente, anche se non puoi dire che il caso non giochi la sua parte nel fatto che la palla scompaia in buca da distanze del genere. Per prendermi in giro in casi come questo penso a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e a George W. Bush: “Somebody gonna say nice shot?”

Sono seguiti altri par dalla 10 alla 14. Alla 15 per troppa adrenalina ho volato il green e fatto bogey, compensato dal birdie alla 16. Alla 17 faccio un bel par, però recuperando in una buca di per sé senza difese (il carattere come fai a cambiarlo? io sono sempre in recupero). Alla 18 tiro un ibrido a sinistra sotto le piante, e non ho vista sulla bandiera. Tiro un 52° al 110% per arrivare in green, però sono – come prevedevo – lontanissimo; un bel primo putt da forse diciotto metri mi lascia il secondo a un metro e mezzo in discesa. Lo studio ma lo sbordo – “se era dritta era in buca”, come dico ogni tanto anche in contesti non golfistici per prendermi e prendere in giro chi dice delle ovvietà. Ma sono 71 colpi, ho fatto quello che volevo.

I dati:
– colpi: 71 (3 birdie, 13 par, 2 bogey)
– fairway presi: 72% (10/14)
– green in regulation: 61% (11/18)
– up & down 86% (6/7)
– putt: 29

Le sensazioni: dall’inizio del giro, dopo le prime 3-4 buche, avevo già in testa l’obiettivo di completare un giro sotto par. Sono stato molto calmo per tutto il giorno, tranne le quattro buche finali dove un po’ di ansia mi è venuta; ma ho saputo tenerla a bada. L’aria era leggera e fina, io ero in pace e mi godevo quel che vedevo intorno a me.

Va detto che il campo è in questo momento semplice: le partenze erano abbastanza avanzate, e il terreno secco lo rende quasi simile a un links. E poiché sto terminando la lettura di questo libro, la cui recensione uscirà su “Il Mondo del Golf Today” di settembre, a tratti mi immedesimavo in Tom Coyne. Cionondimeno, il giro va fatto.

Inoltre, non ho praticato per nulla ieri. Settantuno sono i colpi totali che ho tirato in tutto il giorno. La mia conclusione è che sul lungo periodo l’handicap è certamente espressione reale delle tue capacità golfistiche, ma il singolo giro è del tutto aleatorio (basta un brutto rimbalzo, per dire, e dal birdie al bogey è un attimo).

Quattro anni fa scrivevo che sapevo che l’avrei fatto. Ieri mi sono fatto un regalo e così è stato.

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