Una gara bifronte


Strana bestia, il golf; strana forte. E crudele.

Ieri, al secondo giorno di questa gara (per quanto rientrante nel clima rilassato dell’Agis, si tratta pur sempre di un campionato nazionale, sono pur sempre gli A1), mi sento bene e parto bene. Faccio qualche errore di troppo, ma alla 10 sono a +2 – niente che possa passare alla storia, ma qualcosa di più che discreto. Non ho nessuna paura, gioco libero e tranquillo, accetto gli errori e passo oltre.

Alla 11 ho il putt per il birdie da 9 metri forse, in discesa. Calcolo male la distanza e mi ritrovo con un putt da tre metri, che lascio di nuovo corto. Bogey e +3. Pazienza, si va alla prossima.

Che è un par 5 senza grandi difficoltà (il giorno prima avevo fatto birdie, per dire). Dove mi parte un colpo basso a sinistra tra gli alberi – avrò fatto 80 metri. Ripensandoci a distanza, sentivo che qualcosa non andava in quel momento, non ero del tutto connesso con il movimento. Ma non importa, gioco per il bogey e con il quarto sono in green da 6 metri. Altri tre putt, e doppio. Comincio a innervosirmi.

La 13 del Torino blu è un par 3 impegnativo, in discesa e con acqua davanti. Anziché giocare il 6 impugnato corto, che sarebbe stato il bastone corretto, compio un altro errore mentale e opto per il 7 sparato al massimo, per difendermi dalla mia adrenalina. Palla in acqua a sinistra e prevedibile altro doppio bogey.

Non importa raccontare le altre cinque buche, dove ho perso altri otto colpi; lasciamole all’imperituro oblio. Ma importa il numero finale, un orribile 87; importa la differenza tra prime (+2) e seconde nove (+13); importa soprattutto la qualità dei miei pensieri nelle ultime sette buche. Perché in tutte quante ho provato allo spasimo a tornare alla serenità precedente, ma invano.

Ma com’è possibile, mi chiedo, fare due parti di gara così completamente diverse tra di loro? Come se a metà della 11 Gianni se ne fosse andato, e fosse arrivato al posto suo un golfista poco abile che non conosco. Io non sono così scarso!

Quindi la chiave è la mente (nulla di nuovo in questo, ma è per chiarire). Infatti sempre più spesso andando in campo pratica mi accorgo che non dovrei andare in campo pratica, se voglio veramente migliorare, ma in campo pratica mentale. Ovvero il punto è allenare la testa a guidare il corpo a fare i movimenti corretti (l’ho detto millanta volte, da ultimo qui). E con tutta la pratica che ho alle spalle posso onestamente dire che i movimenti corretti sono acquisiti, mentre i “movimenti mentali” a volte no. E questo fa tutta la differenza del mondo. Perché non c’è altra spiegazione per cui io faccia cinque volte tre putt in otto buche, se non pensare alla testa che, ieri, non sono riuscito più a guidare.

Però dov’è il campo pratica mentale?

In ogni caso, sono già abbondantemente nelle mie seconde nove della vita (e quindi già col fisico avrò i miei problemi, negli anni a venire), almeno nel golf voglio guidare e non essere guidato.

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