Quindici anni dopo

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Cesare Pavese, I mari del Sud

TPC Valencia


Scrivo questo post per mettere una sorta di pietra miliare al mio golf. In questo stesso giorno di quindici anni fa prendevo in mano per la prima volta in vita mia un bastone da golf per la prima lezione. Oggi cerco di volgere lo sguardo al passato per capire un pochino che cosa hanno significato questi 5.479 giorni, e nel contempo di proiettarmi con lo sguardo al futuro.

Il golf mi ha cambiato tanto. Mi ha dato, com’è ovvio, divertimento e amici; è stato soprattutto una sfida con me stesso, io novello Don Chisciotte che non si vuole arrendere nemmeno davanti all’evidenza più lampante; è stato, ed è, e immagino diventerà sempre di più in futuro, un lavoro, sia pure di una categoria sublime, immaginifica e creativa.

Ero un giovane uomo allora, ora sono un uomo di mezza età con i capelli grigi (“Ma nel cuore / nessuna croce manca”, direbbe Ungaretti; e anche se questo non è in linea col discorso è comunque un punto fondamentale).

Ho cercato la foto più antica che io abbia mai scattato relativa al golf. Era domenica 19 giugno 2005, l’unica volta in cui io ho giocato negli Stati Uniti, grazie al mio amico Don (sul quale si aprirebbero finestre e storie infinite, che in gran parte non saranno mai raccontate). Ricordo che il mio handicap era intorno al 30 allora, e il golf era un bel passatempo.

Poi è diventato un affare serio, anche se io da subito mi nascondevo alla vista di terzi per non fare vedere il mio gioco orribile (il primo anno andavo spessissimo ai Ciliegi alle 7:30 di mattina, ero un vero, ancorché inconsapevole, dewsweeper). Alla seconda gara, era settembre, presi l’handicap, e di quel giorno ricordo solo le due Inesis spedite in acqua sia alla 9 che alla 18.

Poi tutto il resto. Il desiderio di diventare professionista, l’aver giocato per una settimana a fare il pro, le clinic con Andrea e Roberto, le varie collaborazioni con le riviste di golf.

Questo blog, che ha compiuto da poco dieci anni.

Lo studio del golf sopra tutto, l’idea di essere un perenne studente dello swing (e del putt, e del putt). Le 6mila ore passate in campo pratica, il freddo il caldo la solitudine la soddisfazione la gioia. (E quel lato del carattere che mi manca, o quantomeno mi è mancato fino ad ora, ovvero l’essere compagnone e amico dei compagni di gioco, ovvero avere lo sguardo non rivolto dentro di me ma all’esterno. Bere una birra con gli amici per il sapore e il piacere dello scambiare quattro chiacchiere con loro, dimentico di qualunque altra cosa.)

Il golf è stato una moltitudine di sensazioni, per me. Non rimpiango nulla.

E il futuro, ora che sono nel mio cinquantaduesimo anno di età, è un po’ più breve di allora, ma non per questo meno interessante. Mi mancano tre anni e mezzo e 4mila ore di pratica. A cinquantacinque anni vedrò la fine dell’arcobaleno – o almeno questo è il sogno che mi è rimasto nel sangue; e se non lo vedrò pazienza. Don Chisciotte, Ben Hogan e il Piccolo principe: questo è il golf per me.

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