Giu 23

Roberto Guarnieri mi segnala questo articolo. È una lettura lunga, ma per il golfista seriamente intenzionato a migliorare il proprio gioco – che presumo essere il lettore “ideale” di questo blog – ne vale decisamente la pena, perché offre molti spunti. Ne consiglio dunque caldamente la lettura. (Chi non dovesse conoscere a fondo l’inglese potrebbe avvalersi di strumenti come DeepL, che restituiscono un testo ovviamente non perfetto ma comprensibile.)

Espongo il mio pensiero a seguire, sperando che sia fruttifero per chi legge e – perché no? – ne nasca una discussione.

Innanzitutto, perché è così importante il livello zero di handicap? Perché qualunque golfista che diventi un po’ bravino vorrebbe arrivare a zero? Che cos’è, esattamente, questo zero? Per come la vedo io, è la rosa del Piccolo principe, è la balena bianca di Moby Dick, è l’obiettivo ultimo, il sogno di qualunque golfista, quel sogno quasi impossibile – e in quel quasi c’è tutto il suo fascino – di giocare ad un livello che in qualche maniera sia paragonabile a quello di un professionista. Che poi il fatto che il gioco di un handicap zero non sia paragonabile a quello di un professionista è un altro paio di maniche, ed è un argomento che mi propongo di sviluppare in un successivo post (farò ricerche approfondite, ma grossomodo un handicap zero degli anni Settanta, allorché il concetto di scratch fu sviluppato, corrisponde ad un +3 di oggi: che è il livello minimo di gioco per poter aspirare ad una carriera da giocatore), ma comunque potremmo considerarlo una sorta di “dilettante professionista”.

Leggendo l’articolo non è stato possibile per me evitare il paragone con me stesso, la mia strategia delle 10mila ore di pratica concentrata e tutto il resto ampiamente documentata in questi dodici anni di blog, negli articoli, nel libro eccetera; e anche se ora sono molto meno talebano nel mio praticare e giocare, di fatto non ho mai avuto un handicap così basso. (Ci sono vari motivi: il campo, il maggior numero di giri, il fatto che ora mi importi di meno e così via.) E poi l’altro paragone forte è con The Dan Plan, di cui ho dato ampiamente conto qui negli anni passati, anche se quello è un progetto differente e comunque defunto da tempo (ma c’è la possibilità che diventi film).

In ogni caso Mike Carroll (di cui si veda qui la mia recensione al suo ebook Fit For Golf, anch’esso strumento molto utile), l’autore dell’articolo citato, si era dato un anno fa l’obiettivo di arrivare a zero partendo da un handicap di 5,1. Che è, di per sé, un obiettivo molto ambizioso.

Nei primi mesi del progetto la stragrande maggioranza del tempo è stata dedicata alla pratica di driver e wedge (l’importanza del putt è venuta fuori dopo): questo perché lui è decisamente lungo col driver, e nella maggior parte dei par 4 è in grado di raggiungere il green con un wedge; copre circa 125 metri con il pitching wedge (anche se sul fatto che il pitch sia un wedge potremmo discutere: a mio modo di vedere un wedge ha un loft almeno pari a 50°, e il pitch – che è intorno ai 46° – è un ferro a tutti gli effetti. Ma questo è un parere personale). Ovviamente è stato inondato di consigli sulla pratica di putt e gioco corto, anche se lui dice che il punto non è quello, quanto piuttosto fare meno colpi orribili e prendere più green in regulation (e non si può non essere d’accordo).

Che cosa penso io (thank you for asking): una volta che il gioco è ragionevolmente a posto, ovvero diciamo con un handicap intorno al 15-25, allora la maniera più efficace e veloce per scendere è proprio il gioco corto, unito al putt. Però, una volta che l’handicap arriva ad un livello basso (per me è stato 4), allora gioco corto e putt non bastano più, ovvero non ti potranno dare risultati di grande rilievo, e diventa fondamentale il driver. In seguito, quando (e se) riesci a superare quella barriera, allora gioco corto e putt ritornano in primo piano per andare oltre. Sono sicuro che ci sono fior di dati a confermare quanto dico in maniera sperimentale, anche se non ne ho contezza.

Sempre all’interno della pratica, Mike dice di aver speso molto tempo in due aree specifiche:

  • a provare colpi al rallentatore;
  • a ricercare la sensazione.

Il primo concetto è decisamente hoganiano; e quanto al secondo, questo blog è pieno di descrizioni di sensazioni. Nel golf tout se tient. Ma soprattutto ritengo importante sottolineare il fatto che la pratica efficace non è colpire un numero infinito di palline, ma consiste nel colpirne poche e ragionare molto su di esse. Questo è.

Inoltre, dice che in quel periodo il suo chipping è migliorato tantissimo; ma non per via della pratica, quanto per averlo praticato molto nel gioco regolare e averci riflettuto a lungo. (Parentesi: negli Stati Uniti il chip, che io personalmente adoro, è fondamentale, mentre da noi pare non abbia quasi cittadinanza.)

Molto ha imparato da un giro in cui, stando a -5 dopo 13 buche, ha finito in par. Nel leggere il racconto delle ultime buche di quel giro non puoi non soffrire con lui, perché non puoi non immedesimarti in giri simili che ti sono capitati; ma il punto importante è la lezione imparata, che è quella – vecchia, ritrita e sempre validissima – di vedere il giro come una serie di colpi da affrontare uno per volta. Cosa che appare semplice ma richiede grande applicazione mentale: non pensare al colpo precedente, non pensare al colpo successivo, non pensare allo score e così via ma pensare solamente al colpo da affrontare ora, fino a che le buche non saranno finite. Grande lezione.

A un certo punto, good for him, tutti i pezzi sono andati a posto e finire un giro sotto par è diventata la sua nuova comfort zone. Il che non vuol dire che ora giri sempre sotto par: vuol dire semplicemente che non è più spaventato, che è consapevole del fatto che è una cosa normale – tant’è vero che accade.

Una sua nota finale: “I don’t have any kids”. Ecco, anche questo va tenuto a mente…
Ma in ogni caso bravo lui, che ha raggiunto la sua balena bianca.
Cosa ne pensi?


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