Un cambiamento nello swing con il driver

Dopo le ultime lezioni di questi mesi sono arrivato a una conclusione (provvisoria, come tutte le cose che riguardano lo swing): un maestro non può insegnarmi veramente quello che desidero. (Nel mio caso era “imparare a fare draw col driver”, mentre oggi è diventato “ridurre di qualche grado la traiettoria dall’esterno del driver per produrre un fade più controllato”.) Per un semplice fatto: lui conosce lo swing mille volte più di me, ma io conosco il mio swing mille volte più di lui.

Quello che io desidero sarebbe possibile solo se avessi a disposizione un maestro per un tempo lunghissimo – diciamo un’ora per tre volte la settimana per sei mesi, qualcosa del genere –, in maniera che lui potesse conoscere in profondità le sottigliezze del mio swing, e io riuscissi davvero ad apprendere da lui i concetti che desidera trasmettermi. Ma dovrei investire molto denaro, molto di più rispetto a quanto posso permettermi.

Non che le lezioni non siano necessarie, ma in un ciclo di lezioni un maestro può solo scalfire la superficie, ovvero andare a correggere i macroerrori, lasciando di fatto la situazione invariata.

Allora ho deciso di diventare il maestro di me stesso. Non che non lo sia stato in tutti questi anni (non esiste che io vada in campo pratica senza un piano preciso in mente), ma ora desidero intraprendere una strada molto più specifica, che nelle mie speranze porterà al risultato cui accennavo prima: ridurre la quantità di gradi con i quali il driver arriva dall’esterno per rendere il fade più controllabile, e ridurre al minimo quegli orrendi slice che talvolta produco.

Per fare questo ho elaborato una lista di una ventina di punti di controllo, e ho iniziato a lavorare sui principali. È logico che si tratta di una strada lunga, resa ancora più impervia dall’inverno (con la temperatura sotto i cinque gradi per me sarebbe improduttivo stare in campo pratica); ma mi allieta il fatto di avere una direzione.

Nel specifico procedo in questa maniera: parto da un punto della lista (ad esempio il primo: “piedi più larghi, peso più sui talloni”), cerco di metterlo in pratica e vedo che cosa succede. Quando inizio a interiorizzarlo passo ad un altro. Il tutto tramite un processo di prove ed errori, di vicoli ciechi e rivelazioni, di successi e fallimenti che porta anche a strade laterali che non possono essere ignorate (come ad esempio gli esercizi per la rotazione, ovvero per mantenere costante l’inclinazione del busto).

La difficoltà nel gestire una lista come questa può essere data dal fatto che ciascun punto è correlato ad uno o più degli altri: perché, come dice il leggendario Ernest Jones, “non si può dividere lo swing in parti e avere comunque uno swing”. Ma la cosa positiva è che si tratta del mio swing, che conosco piuttosto bene. A pensarci mi sembra di scrivere, in piccolo, questo libro che spesso negli anni ho consultato per cercare una soluzione a problemi specifici.

Poi, come è inevitabile che accada, a giorni alterni mi prende lo sconforto pensando a un lavoro che per definizione non avrà mai fine, e vedendo gli errori macroscopici del mio swing (il principale, come dice il mio aiutante magico Roberto: tirare su il busto a fine backswing). Ma allora Eduardo mi viene a consolare:

Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua.

In due parole: se il mio movimento è ancora così imperfetto dopo 6mila e passa ore di pratica concentrata e centinaia di lezioni con diversi maestri, come posso ignorare la realtà? Ed è per questo che ho pensato che è opportuno che sia io a diventare il mio maestro: con i limiti della mia conoscenza, ovvio, ma anche con la santa pazienza che mi contraddistingue.

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