Fenomenologia delle partenze, o della natura cangiante del golf

Negli ultimi mesi ho iniziato a dare una mano al circolo facendo lo starter per le gare. È un’attività cui mi sono avvicinato con un certo tremore (non ero sicuro che sarei stato all’altezza del compito), ma che ho scoperto presto piacermi molto, soprattutto per il fatto che mi dà la possibilità di scambiare quattro parole con tantissime persone. Sono chiacchiere che non possono andare al di là della superficialità di discorsi frammentari e brevissimi, ma che coll’andare del tempo hanno iniziato a formare una sorta di conversazione complessiva. È un po’ come se il golf stesso mi parlasse.

Un fatto vorrei soprattutto notare: le “promesse oneste ma grosse” di cui parla Ligabue. Io sono stato per anni come Peter Pan, preso nelle mie fantasie golfistiche, pensando di poter arrivare chissà dove. E ora, sulla soglia dei cinquantasette anni, vedo bene che i miei limiti non li posso ignorare né trascurare, che il fatto di non avere cominciato a giocare a golf da bambino ha un significato molto preciso (Silvio Grappasonni, in una telecronaca di tanti anni fa in cui stava commentando un’uscita dalla sabbia di Ernie Els, disse qualcosa del genere: si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale), che il mio corpo scricchiola – e la situazione non è destinata a migliorare negli anni a venire.

Ne ho visti tanti, in effetti, di ragazzi in questi anni che diventati “fenomeni” del loro circolo erano spinti – dagli amici, dai conoscenti, dal proprio ego – a pensare al naturale passo successivo, quello di diventare pro; e poi finire per diventare addetti alla segreteria del circolo, o aiuto-greenkeeper, o comunque a dare una mano nei tanti compiti che un circolo di golf porta con sé. (E non è necessariamente un fatto negativo: accettare i propri limiti è segno di saggezza.)

Ecco, oggi quel ragazzo sono io. È un percorso di disillusione, è chiaro; ma anche il realismo ha il suo lato piacevole. Eduardo:

Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua.

Vale per il golf, che è specchio della vita; e vale certamente per la vita stessa. In questo senso, anche nella disillusione posso dire che golf saved my life. Lo esprime ottimamente Fred Shoemaker:

So che a un certo punto il golf finirà per me. È così per tutti. E mi mancherà. Non mi mancherà necessariamente un nuovo campo da golf e cose del genere. Ma un cestino di palle, nient’altro che il tempo… A volte è il sole delle dieci del mattino, o il tardo pomeriggio, quando il momento è giusto e tutto sembra in ordine. In qualche modo è allora che la vita ha più senso.

Oggi faccio lo starter, e non sono più io quello che parte. Montalianamente parlando posso dire di far parte “della razza / di chi rimane a terra”, e va bene così.

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