Mar 26

Ci troviamo in una situazione inedita che ci accomuna, un luogo dove non siamo mai stati prima. Bene, dato che ne usciremo completamente diversi (rinovellati di novella fronda, potremmo dire riprendendo padre Dante), questa è un’ottima occasione per fare il punto e imparare cose nuove.

Cominciamo dalle basi. La lamentazione comune ai golfisti è l’astinenza forzata dallo sport preferito. Ebbene, il golf non si gioca solo in campo. E anche oltre alla pratica, di cui non smetterò mai di essere patrocinatore, ci sono almeno altri tre ingredienti fondamentali per lo sport più bello del mondo che vanno curati in parallelo: la forma fisica, la forma mentale e l’alimentazione. Il primo tra questi, la forma fisica, può essere allenato in casa, non richiede nulla che non si abbia già o che non ci si possa procurare con facilità e ci farà tornare in campo, quando sarà, al meglio delle nostre possibilità.

Qui mi occupo quindi di questo aspetto.

Una parola di avvertenza, anzi due. Non sono un professionista del settore, solo un dilettante preparato. Quel che scrivo qui deriva dalla pratica prolungata e dalle letture; ma sono ben consapevole che un esperto del settore avrebbe molto da ridire su questa esposizione. Invito il lettore a usare sempre il suo miglior giudizio, a non fare cose sciocche e a rimanere – soprattutto all’inizio – ben al di qua del confine delle sue possibilità fisiche. Perché la forma fisica è una metafora del campo pratica: non serve fare uno sforzo eroico da impreparati, che è anzi potenzialmente dannoso. Ma nulla dies sine linea, questo serve: poco per giorno e si fa tutto. Tanto il tempo ce l’abbiamo.

Ho messo qui un paio di schede possibili. Ho immaginato la situazione di una persona abituata a giocare a golf ma non troppo abituata a fare esercizio fisico, e dunque ho pensato un programma molto semplice, che parte dalle basi e che potrà poi essere implementato nel tempo, arricchito, variato e così via. Si tratta di sedute che possono durare nell’intorno dell’ora (tanto anche tu il tempo ce l’hai, no?) e che andrebbero svolte almeno un paio di volte la settimana, idealmente aumentando la frequenza nel tempo.

Materiali occorrenti:
– un tappetino (va benissimo il tappeto di casa);
– un bastone da golf (non dirmi che non ce l’hai in casa, non ti credo!);
– due pesi (da 1 o 2 kg, presupponendo una persona la cui forma è ancora da costruire);
– una palla medica (eventuale).

Sono schede simili nella struttura: c’è il riscaldamento iniziale (che non va sottovalutato, proprio come il riscaldamento va fatto sempre prima di giocare o praticare), la parte centrale (addominali e braccia nel primo caso, gambe e spalle nel secondo), esercizi di sganciamento per lo swing (comuni alle due schede, perché è un movimento fondamentale nel golf) e il raffreddamento finale (come il riscaldamento, comune a entrambe).

Un paio di note:
– nelle schede ho messo un link a un video che illustra alcuni tipi possibili di esercizi di stretching, e ho sparso qua e là delle immagini volte a chiarire per quanto possibile gli esercizi; ma per il resto mi pareva inutile inserire altri link o immagini: basta cercare le parole chiave;
– i numeri dopo l’esercizio indicano il numero di ripetizioni (se “x 2” suggerisco di ripetere l’esercizio dopo una pausa di qualche secondo).

Riassumendo: ci sono due ingredienti fondamentali: la cautela e la costanza. Date queste basi tutto si può fare. Il benessere psicofisico che deriva dall’esercizio fisico è garantito.

Io personalmente, dato che la corsa, le camminate e la palestra sono escluse sine die, faccio un’ora e mezza di esercizio fisico tutti i giorni. Perché dopo sarà tutto diverso, questo è lampante; ma più saremo preparati – agili, come si dice ora – e meglio sarà per noi.

Feb 26

Per la prima volta quest’anno, e comunque per la prima volta da tanto tempo, ho provato un paio di giorni fa una sensazione intensa di flow. Ero nel bunker di pratica, un cestino da 21 palline (più una raccattata in giro – non sia mai che io veda una palla di campo pratica e la lasci al suo destino) e io, e per sei volte ho tirato quelle 22 palle, per un totale di 132 colpi. La cosa interessante è che mentre tiravo quei colpi non mi rendevo esattamente conto di quello che stavo facendo, anche se mi fermavo spesso a riflettere sulle sensazioni; e comunque la stragrande maggioranza di essi terminava molto vicino alla buca. Un paio (di fila) li ho imbucati, e non mi è sembrato punto strano.

La versione breve è che ho la sensazione di essere di nuovo ritornato a essere sicuro, concentrato ed efficace nelle uscite dal bunker, come mi accadeva diversi anni fa – almeno in pratica, perché poi la gara è una bestia di fattezze del tutto differenti. E l’obiettivo adesso è diventare più bravo. (E questa è di per sé un’ottima cosa, perché nel golf se non vai avanti non puoi che retrocedere – non è possibile rimanere fermi.)
Nel mio diario di bordo la sera ho scritto:

24 febbraio, cp Ciliegi, quando intorno a te si parla solo di Coronavirus:
in bunker, uscita standard:
1. mani molto indietro, al centro;
2. spezzare subito i polsi senza portare indietro le braccia.

E ora la versione lunga, con l’idea di dare al lettore qualche spunto per affrontare un colpo che è di fatto semplicissimo, ma che può dare parecchio tremore. Ora, come dice Ernie Els,

There’s never been only one way to get the ball in the hole efficiently.
[Non c’è mai stato un solo modo per mandare la palla verso la buca in maniera efficiente.]

Quindi ci possono essere mille strade per uscire dal bunker in maniera efficace. Ma descrivo a seguire la tecnica che uso io ora con gran soddisfazione. Mi rendo conto che una descrizione a parole contiene un livello di approssimazione molto grande, perché magari non cito caratteristiche del colpo che per me sono scontate, ma che potrebbero non esserlo per il lettore; o viceversa posso enfatizzare caratteristiche che sono scontate per il lettore ma non per me. Ad ogni modo:

1. Le linee del corpo sono aperte, ma non di molto, qualcosa come 10° a sinistra dell’obiettivo;
2. La palla è appena oltre il centro dello stance;
3. La faccia del bastone è molto aperta, molto molto molto aperta, ai limiti del pensabile, del possibile e dell’immaginabile;
4. Il peso favorisce la parte sinistra del corpo, ma non in maniera eccessiva, qualcosa come 60 – 40;
5. Affondare con i piedi nella sabbia può aiutare, ma non è strettamente indispensabile;
6. Le mani devono essere molto indietro, quasi centrali o possibilmente centrali (questo è un punto fondamentale, perché permette al bounce del bastone di lavorare nella maniera migliore), e vicine al corpo;
7. Nello stacco le mani quasi non si muovono ma si spezzano subito i polsi e si porta su la testa del bastone. Quanto su dipende ovviamente dalla distanza e da altre condizioni, ma per un’uscita standard è sufficiente che il bastone arrivi parallelo al terreno o poco più;
8. La discesa deve essere decisa e avvenire con un’accelerazione progressiva, e la velocità massima si raggiunge dopo l’impatto;
9. Le mani nella discesa devono stare il più possibile attaccate al corpo.

Dic 27

Mi prendo la libertà, nell’ultimo post dell’anno su questo blog, di parlare del mio anno golfistico. Per una sorta di riepilogo delle cose passate, come ho spesso fatto negli ultimi anni; per raccontare (e raccontarmi) un anno di avventure; e anche perché negli ultimi mesi ho rarefatto, per via di vicende personali, la mia scrittura. Ma la scrittura – al pari del golf – è per me vita.

Il libro, innanzitutto. Campo pratica è qualcosa di cui vado fiero, un libro che se non avessi scritto quest’anno non avrei scritto mai più, uno strumento che sinceramente penso utile per il golfista seriamente intenzionato a migliorare. (È difficile, lo so, e non tutti hanno la voglia di mettersi in gioco eccetera; ma chi lo vuole fare ha un mezzo in più.) Per questo sono grato ai miei compagni di avventura – Andrea De Giorgio, Roberto Cadonati e Franco Iacovitti – e all’editore Caissa Italia, e in particolare a Yuri Garrett, che ne è l’anima e che proprio oggi mi ha reso edotto dei lusinghieri dati di vendita. È un mio libro certo, ma insomma è un’opera corale – non dobbiamo dimenticare mai che, comunque vada, siamo nani sulle spalle dei giganti.

Poi, per quanto riguarda il golf giocato, ho tre cose da dire.

1. Questo è il primo anno, da che ho preso in mano un bastone da golf, in cui non ho preso nemmeno una mezz’ora di lezione. Il mio golf è cambiato con gli anni, è vero, e ora mi sento molto più a mio agio nel dissezionare il mio gioco, trovare gli errori, lavorarci su e così via. Purtuttavia prenderei volentieri una serie di lezioni (se non altro per non essere il solito calzolaio con le scarpe rotte), ma quest’anno mi hanno frenato essenzialmente problemi di denaro (“è più prosa che poesia”, direbbe Rino Gaetano). Ma se, come mi auguro, riuscirò a risolvere a mio vantaggio la lotta con l’euro, sono sicuro che nei prossimi mesi quest’astinenza finirà.

2. Come nel 2011, ho vinto entrambi i campionati match play (scratch e pareggiato) del mio circolo. “Ma non c’era nessuno!”, mi si dirà. Potrebbe essere vero, e in effetti una volta soltanto – nella semifinale dello scratch – ho patito l’avversario e magari avrei anche potuto perdere. Però chi non partecipa ha torto a prescindere (o quantomeno non dovrebbe avere diritto di parola sull’argomento); e comunque io mi sono preparato in maniera specifica per queste gare (che adoro!); e averle vinte entrambe, e aver messo ancora per quest’anno in fila i ragazzi (per il prossimo si vedrà), è una discreta soddisfazione per me.

3. Per due volte quest’anno sono andato sotto par in gara (mi era già successo una volta l’anno scorso, ma ero da solo). (Qui il racconto di una delle due giornate.) Anche qui le attenuanti sono tante, prima tra le quali il fatto che il campo, il mio campo, non è un campo da campionato. Ma intanto tirali tu 71 colpi! Poi si vedrà. Del resto io non mi misuro con i ragazzi, con cui non c’è partita, ma principalmente con i senior: l’aver cominciato a 36 anni comporta il fatto che la mia visione del golf, e parallelamente quello che realmente posso fare nel golf, ha dei limiti oggettivi e forti. Cionondimeno l’esempio del mio dolce mito e la chimera delle 10mila ore sono sempre dinnanzi a me.

Detto tutto questo, il mio handicap attuale è 4,2 e quello di inizio anno era 4,4 – ovvero altissimo, poche balle. Sono sceso a 3,5 ma non sono riuscito ad andare oltre. Manca il denaro, gli anni sono quelli che sono, tutto quel che vuoi; io però mi sento sempre come il Piccolo principe, e voglio continuare a coltivare la mia rosa.

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Ott 26


Viene un tempo, ora, in cui è vero che si gioca a golf ancora quasi come se si fosse in estate, ma il cambio dell’ora, le temperature decrescenti e la luce declinante sono fattori limpidi di ciò che sta per venire. Anche le gare stanno terminando (magari lasciano il posto a qualche gara goliardica o poco più, ma il golf “serio”, quello fatto per il risultato, è alle spalle). È tempo dunque di pensare alla stagione che verrà. È questo, l’incipiente mese di novembre, il periodo migliore per pensare ai cambiamenti che desideriamo apportare al nostro gioco e per visualizzare i miglioramenti che avremo.

È presto? Forse. Più avanti penseremo al golf decembrino, ma per adesso potrebbe venirci in soccorso padre Dante (Purgatorio, III, 78):

Ché perder tempo a chi più sa più spiace.

Che cosa significa questo, in pratica? Ecco un paio di spunti, che poi ciascuno adatterà a sé come vorrà.

1. Un obiettivo davanti a sé

Ciascuno avrà le sue risposte, ma per me pensare alla stagione successiva significa da anni una cosa innanzitutto: il Trofeo Sanremo, gara che da decenni si svolge l’ultimo fine settimana di gennaio, 36 buche medal che sono una manna per i golfisti del nord che d’inverno di fatto possono giocare pochissimo. E anche se anni fa ci entravo senza problemi (e ricordo il risultato magico del 2011), mentre negli ultimi è stato sempre un patimento quello del trovarmi escluso – quest’anno ventesima riserva, per dire – , finita la stagione metto sempre quella carota davanti a me a mo’ di sprone per quel che verrà. Sentire quell’aria tepida, o la neve che può scendere leggera, o la pioggia, ma comunque la luce di quel campo, la casa di Casera, le memorie che conservo care di Marco Mascardi, il primo post di questo blog, circa mille anni fa e quell’aiutante magico che in quella stessa occasione mi portò lassù sono tutti incentivi a pensare avanti, a diventare il golfista più bravo che io possa diventare (anche adesso, coi capelli sempre più grigi, la vista che cala, gli sconvolgimenti che prendono dal di dentro la mia vita e la scuotono e la sconvolgono come tempesta). Ovvero, come disse Ben Hogan ad un giovanissimo Gary Player al termine dello US Open del 1958 in cui Player era giunto secondo:

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, Mr Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.

Quindi: qual è il tuo prossimo obiettivo? IL sogno che da dentro ti consuma?

2. Un cambiamento tecnico preciso

Può essere una parte dello swing (anche se non facciamoci ingannare: lo swing è il primo pensiero quando si pensa al golf, ma lo swing è solo una parte, e nemmeno tanto grande, del golf), possono essere gli approcci da 40 metri, possono essere i putt da un metro (senza dubbio il colpo più difficile che ci sia). Ma potrebbe essere anche la preparazione fisica, o anche l’alimentazione, o la gestione strategica delle gare. Il concetto è: scegliamo qualcosa in cui vogliamo migliorare, facciamo un piano e diamoci una scadenza. E diamoci dentro, perdio!

Quindi: qual è il tuo prossimo cambiamento tecnico? Su che cosa lavorerai nei mesi a venire?

Insomma: a breve ci attenderanno mesi che apparentemente sono in netto contrasto con il golf, ma che di fatto sono il periodo in cui si possono sperimentare cambiamenti che daranno i loro frutti nella stagione. La pratica può procedere tranquilla, perché non necessita di risultati immediati ma è sostenuta da una visione di respiro ampio. Magari poi non si concluderà nulla, o magari sì; ma questo, in fondo, non è importante. Perché anche il golf, in sé considerato, non è importante; invece è importante, è fondamentale la tua idea di golf, il tempo e la passione che tu hai messo, metti e metterai nella pratica golfistica. Il Piccolo principe torna sempre:

C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

Alla fine l’handicap è una stelletta che ti rende fiero ma di cui agli altri non importa nulla. E comunque avere il tempo di “scolpire” il movimento, di provare e riprovare è il bello, il vero bello, del golf fuori stagione.

Ago 25


Be’, in realtà non so se si può definire il colpo più difficile in assoluto, ma certamente è catalogabile tra i 4-5 più complessi. Sto parlando dell’approccio da 30-40 metri; anche se siamo in fairway e con bandiera scoperta, il grado di difficoltà rimane elevato perché è un colpo (o, più precisamente, un mezzo colpo) dove il controllo deve essere massimo.

Qual è un buon risultato? Prendendo come misura i 40 metri, considero che il colpo è ottimo quando l’errore non supera il 5%: ovvero quando la palla si ferma entro i 2 metri dalla bandiera. (Per definire un colpo come “buono” possiamo calcolare un margine d’errore del 10%: ma sappiamo bene che le percentuali di palle imbucate dai 4 metri rispetto ai 2 stanno in una categoria completamente differente. Insomma è un colpo salva-par, e al contempo un toccasana per l’autostima golfistica.)

Ieri sera, in un momento di intenso flow, l’ho messo a punto. (Anche se sarebbe più corretto dire che quel che ho “scoperto” ieri è frutto di tentativi ed errori che vanno molto indietro nel tempo.) Ecco come lo eseguo io:
– bastone: 60° (io adoro il lob, ma anche il sand è perfetto al caso);
– peso 65-35 (ovvero favorire l’appoggio sul piede sinistro, per un attacco più verticale);
– palla centrale (ho scoperto che non serve metterla più avanti, anzi è probabilmente deleterio);
– bastone impugnato normalmente (non serve impugnarlo più corto);
– mani molto vicine al corpo (no, di più – questo è un punto fondamentale);
– mani molto indietro, quasi centrali (in questa maniera il bounce fa pienamente e bene il suo lavoro);
– attaccare il colpo (ovvero accelerare con decisione all’impatto – il punto di massima velocità è appena dopo l’impatto, non prima);
– finire il colpo (questo permette alla palla di volare alta).

Per variare la distanza, ovvero per colpi più corti o più lunghi, basta semplicemente modificare la lunghezza del backswing, mentre tutte le altre condizioni restano invariate.

Ago 11

“Il Mondo del Golf Today”, agosto-settembre 2019, recensioni:
Sébastien Audoux, I 50 campi da golf sul mare più belli del mondo, 2015, 298 pp.;
Massimo Bolognesi, Enea Monaco, Carmela Travaglini, Mauro Stegagno, Golf: uno sport per tutti, 2019, 158 pp.

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Lug 18

La settimana scorsa ho fatto ammenda. Ho mantenuto una promessa fatta dieci anni fa. Credo che abbia a che fare col fatto che quando l’allievo è pronto il maestro, magicamente, compare. E raccontare questa storia magnifica è impegnativo, per me, perché tanti pensieri mi si accavallano alla mente nello stesso tempo, tutti desiderosi di venir fuori. Proverò ad andare con ordine.

Parto da qui, dove giusto dieci anni fa raccontai di questo splendido museo. Lo feci con passione, ma concentrandomi sull’incantevole libro che il deus ex machina del museo, l’avvocato Marco Bisagno, col supporto della moglie Iole (perché sarà scontato dirlo, ma come può esistere un grande uomo senza una grande donna al suo fianco?), pubblicò per raccontare della sua “creatura”: opera già in sé sublime, oggetto non venale e fuori commercio (e del resto le stesse considerazioni valgono per il museo: il museo non ha biglietti e orari, è una creazione privata con nulla di commerciale che lo riguardi). Mi concentrai sul libro dunque, e non – come forse sarebbe stato naturale – su una visita al museo stesso. L’avvocato mi telefonò per invitarmi, fu gentilissimo e squisito (cosa di cui ho avuto conferma appunto la settimana scorsa; ma non anticipiamo); io mi limitai però a una di quelle promesse generiche che non hanno scadenza e non sono impegnative.

(Ho sbagliato, mio caro Marco: questo mi è chiaro ora. Ma lei sa bene che c’era un senso più alto e compiuto nella visita recente. “Poi scordarono tutti e passò molto tempo”, direbbe Pavese.)

Da allora sono passati dieci anni, e nel frattempo sono successe alcune cose. Ho conosciuto Carlo Busto, anch’egli gran collezionista di golf (l’hickory è la sua specializzazione) e persona di gran cortesia (anche qui sarà un luogo comune, ma il golf è popolato da veri signori; e se vado indietro con la memoria non posso non citare almeno Pat Nesi, Mario Camicia e Marco Mascardi – la cui collezione di libri di golf, che vidi a casa sua diversi anni fa, ora per sua espressa volontà si trova proprio presso il museo – e un’emozione nell’emozione è stata per me vedere quegli stessi libri in quel luogo quasi sacro). Carlo ha visitato il museo, e di ritorno mi ha riportato l'”ordine” dell’avvocato Bisagno: “Dica a Davico di venire a vedere il museo!”

Insomma non potevo più tirarmi indietro. E ora c’è Paola con me, e tutto è più semplice. Telefono e prendiamo appuntamento. L’avvocato è persona di una cortesia e gentilezza fuori dal tempo; iniziamo subito la visita. Si comincia dalla statua a grandezza naturale di Bobby Locke, e già senti l’emozione nell’osservarne i dettagli. Poi c’è il Pensoso, una statua creata sulla scia del Pensatore di Rodin; una libera interpretazione, probabilmente un desiderio di andare un poco più in là, nella consapevolezza che siamo nani sulle spalle dei giganti. Insomma, già sulla soglia capisci che ti trovi in un luogo magico.

Poi ci siamo avvicinati al museo vero e proprio, e le tante immagini presenti raccontano una vita di viaggi e di filantropia, l’avvocato Bisagno una sorta di moderno Lawrence d’Arabia – fatte tutte le debite proporzioni, come si affretta a ricordare lui.

E quindi si entra nel museo. E non può non prenderti subito un nodo alla gola per tutta la storia del golf che è presente in quel luogo. I bastoni, innanzitutto: dal più antico, datato 1820, a seguire. Le ottomila palline logate, che hanno dato vita a un altro libro, anch’esso fuori commercio; le palline d’epoca. I vari memorabilia, le stampe, i libri. I putt, tra cui uno di Jack Nicklaus. Il tutto incastonato in un legno lavorato con sapienza e con amore.

Il museo – va detto – prende l’abbrivio da un’occasione tragica, che è la morte dell’unico figlio dei signori Bisagno, Davide. E a me non può non venire in mente la rubrica Golf Saved My Life di “Golf Digest”. L’avvocato durante la nostra visita ha affermato che il golf gli ha salvato la vita, e io non ho faticato punto a credergli. (Perché, sia detto incidentalmente, il golf può salvarti la vita.)

Insomma la visita è proseguita con lucida emozione. Non racconterò delle splendide parole che l’avvocato ha avuto per Paola e per me; dirò soltanto che l’abbraccio, dopo una giornata meravigliosa, è stato sincero, sentito e reciproco.

Grazie Carlo, per aver permesso che tutto questo divenisse realtà.
Grazie Paola, per aver portato la tua magia in quel luogo.
Soprattutto grazie, avvocato Bisagno, e grazie, signora Iole, per quello che fate e per come lo fate. (Io sono un semplice testimone della magia.)

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Lug 12


Ieri sera ho presentato brevemente il libro ai Ciliegi. È stato un evento che ho a lungo sognato; poi le cose naturalmente non vanno mai come previsto – ho avuto dei problemi personali nel momento in cui avrei dovuto rendere al massimo e presentare la mia creatura alle persone che compongono il circolo che da sempre adoro. Sono andato abbastanza a braccio, perché non ero al 100% “sul pezzo”; ma per dare prospettiva alla cosa riporto qui la bozza di discorso che ieri avevo preparato davanti allo specchio.

Sarei partito dal ringraziamento al nostro presidente, Alessandro Boggio, da sempre anima trainante dei Ciliegi, perché l’opportunità – comunque la si guardi – era splendida: presentare il mio ultimo “figlioletto” (i miei libri sono sempre dei figlioletti per me) in quella che da sempre è per me la casa del golf.

Avrei cercato di descrivere brevemente il libro. Avrei detto (in realtà questo l’ho detto, anche se molto meno chiaramente di come avrei voluto) che il libro risponde a due domande: come si pratica e perché si pratica; il tutto partendo dalla considerazione che spesso si arriva in campo pratica e poi non si sa come praticare con la massima efficacia. Alla prima domanda sono dedicati i primi due capitoli del libro, che stabiliscono i fondamenti, danno delle definizioni e presentano la letteratura scientifica esistente in tema; alla seconda rispondono i capitoli 3, 4 e 5, dedicati rispettivamente al putt, al gioco corto e al gioco lungo – in quest’ordine, perché ritengo che per un golfista dilettante sia questo l’ordine di importanza. Questi capitoli danno dei suggerimenti e presentano degli esercizi misurabili, specifici e divertenti – perché sì, a condizione che si trovi la chiave corretta la pratica può essere divertente.

Avrei ricordato (anche questo l’ho fatto, in realtà – è importante) che il libro è arricchito dai contributi di Andrea De Giorgio, che è stato mio maestro per diversi anni, portandomi dal 10 al 4 (un salto non da poco) e che ha fornito per così dire l’avallo tecnico al libro (io conosco il campo pratica bene, o molto bene, o forse anche ottimamente; ma non sono un maestro!); di Roberto Cadonati, illustre psicologo che ha scritto il capitolo dedicato alla psicologia applicata al golf, che è di per sé un vaso di Pandora nel senso che contiene aspetti fondamentali che troppo spesso trascuriamo; e Franco Iacovitti, docente alla Scuola Nazionale di Golf, che ha scritto il capitolo relativo alla preparazione fisica.

Avrei infine voluto che si aprisse un dibattito, o che comunque ci fossero domande e un minimo di contradditorio (“Vorrei solo che dall’urto / nascesse una più energica morale”, per dirla con Nelo Risi); così non è stato e pazienza. Ma, anche se quasi mai le cose vanno come previsto, la soddisfazione di aver portato questo mio quinto figlioletto nella casa del golf rimane.

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Lug 11

“Il Mondo del Golf Today”, luglio 2019, recensioni:
Richard Allen, Lo spirito del golf. 56 storie di vita e di sport dai campi del mondo, 2019, 222 pp.;
Stephen Proctor, Monarch of the Green: Young Tom Morris. Pioneer of Modern Golf, 2019, 224 pp.

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Giu 20


Uno dei concetti golfistici che ho fatto più fatica a comprendere, in questi miei quindici anni di golf, è il bounce. Confesso che per anni non ho avuto un’idea precisa di che cosa si intendesse con “bounce”.

In tempi recenti sono arrivato ad alcune conclusioni (provvisorie – ormai mi è chiaro che nel golf non c’è nulla di definitivo), ovvero delle scoperte che cerco ora di illustrare.

Partiamo dalle definizioni. In un bastone, il bounce

è l’angolo tra la tangente ortogonale alla suola e il terreno. In genere i ferri fino al 9 hanno un bounce nullo, mentre è considerevole nei wedge (4-16°), soprattutto allo scopo di permettere una miglior uscita dalla sabbia e dal terreno umido.

(Qui un articolo che spiega bene di che cosa stiamo parlando.)

Per quello che so io del gioco corto il concetto di bounce si applica soprattutto alle uscite dal bunker e al gioco intorno al green, diciamo fino ai 50 metri. (Andando oltre la musica cambia, o quanto meno quello che ho imparato di recente lo trovo applicabile soprattutto a questi tipi di colpi.)

Un mio problema, di cui sono stato consapevole solo in tempi recenti, è stato l’aver usato per i wedge fondamentalmente la medesima posizione del bastone rispetto ai ferri, con le mani tenute verso l’obiettivo (grossomodo all’altezza della tasca sinistra dei pantaloni), di fatto eliminando il bounce e dunque creandomi dei problemi (attività in cui sono maestro; ma non divaghiamo). Confusamente sentivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non riuscivo a capire.

Un barlume di soluzione mi è giunta da un’osservazione letta su My Golf Numbers, che mi ha dato da pensare. Dice infatti Doctor Nick, al secolo Niccolò Bisazza, che tenere le mani molto avanti con i wedge è un peccato capitale, perché rende (insieme ad altri fattori) ingestibile l’angolo d’attacco. Poi, nelle ricerche mi sono imbattuto in questo video dove Silvio Grappasonni fa una breve lezione di uscita dal bunker (e non importa che non dica nulla di che, che si senta poco e che sia pure tagliato: quel che dice Grappasonni per me è oro colato e lo ascolto sempre con attenzione estrema), e quindi in altre letture che ora non sono in grado di citare.

E dunque rispetto alla mia antica posizione ho fatto un paio di aggiustamenti:
– innanzitutto bado a tenere le mani più indietro, ovvero più lontano dall’obiettivo, verso il centro del corpo;
– poi evito il più possibile di spezzare i polsi nella salita.

Questi sono i due aggiustamenti più importanti, cui ne vanno aggiunti quattro “minori”:
1. tenere i piedi stretti;
2. tenere il peso 60 e 40, ovvero favorendo l’appoggio sul sinistro;
3. badare di attraversare bene il colpo;
4. tenere le mani alte nel finish.

Non riesco sempre a mettere insieme tutti questi punti, e del resto non tutti sono necessari e certamente non sempre. Ma tenere le mani più indietro aiuta a far lavorare veramente il bounce, e così la palla parte più alta. Insomma un wedge fa veramente il wedge.

Poi certo, in questa maniera ho scalfito appena la superficie, mentre un inizio di lavoro scientifico vorrebbe dire passare una giornata con un maestro a provare diversi bounce in superfici diverse, con condizioni di campo differenti, e poi leggere e studiare molto di più di quanto non abbia fatto fino ad ora. Senza dimenticare il fatto che siamo ai confini tra arte e scienza, e che come dicevo prima il punto fermo non lo metteremo mai. (Del resto solo i morti non hanno il mal di pancia.)

Conclusione: con questo set up sento il bounce lavorare veramente come dovrebbe. Il rumore all’impatto è differente, più pieno e rotondo; la palla parte più alta e si ferma prima. Insomma il colpo diviene più controllabile e il margine di errore si riduce.

Benedetto bounce.

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