Roberto Guarnieri, Una settimana da caddie

Roberto Guarnieri aveva parlato qui di alimentazione e fitness. (Personalmente trovo semplicissima e geniale l’idea di alimentarsi con le mele durante una gara; e grazie al suo suggerimento l’ho sperimentata con soddisfazione.) Qui a seguire racconta oggi di una sua esperienza in qualità di caddie in una gara del Challenge Tour.

Quante volte ci è capitato, guardando la TV, di pensare magari con un pizzico di invidia quanto sarebbe bello fare il giocatore professionista, sia per il livello di gioco, assolutamente invidiabile, che per la vita che immaginiamo conducano.
Probabilmente dovremmo correggere il tiro e invidiare solo i primi cinquanta del ranking; per gli altri la vita non è poi così semplice come sembra.

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di fare da caddie a un amico che gioca sul Challenge Tour; il giocatore cui faccio riferimento quando parlo di mele e programma di allenamento, per coloro che hanno letto il mio precedente post su fitness e alimentazione.
La cosa è nata per caso. Da tempo mi ero ripromesso di seguirlo da vicino in qualche open come spettatore ma a un certo punto è arrivata la proposta “perché non mi fai da caddie?”
Da caddieeee? Caddie è una parola grossa, io al massimo posso fare servizio di facchinaggio e portarti la sacca in giro per il campo! Lusingato accetto e liberatomi dagli impegni di lavoro eccomi sul volo che mi porta a Madrid. Arrivo la sera prima dell’inizio del torneo, ahimè senza poter fare un giro di prova. Ovviamente per ragioni logistiche trovo un alloggio vicino a quello del mio amico giocatore, una spartana residenza per universitari a prezzi ultramodici.
mappa 10
A cena mi spiega come leggere la mappa delle buche, niente a che vedere con quelle che alcuni circoli vendono a noi dilettanti. Questa è dettagliatissima, piena di numeri e distanze anche da appositi segni variopinti fatti sul fairway con della vernice spray. Inoltre va abbinata alla carta che indica la posizione esatta delle bandiere in green che ci verrà data giorno per giorno. Per ogni buca sono segnati a matita i bastoni usati nei due giri di prova e le relative distanze fatte. Trovo anche segnato nella prima pagina l’elenco dei ferri con annotata di fianco la distanza media. Infatti Madrid ė a circa 600 metri sul livello del mare e questo influenza il volo della palla e di conseguenza le distanze dei vari bastoni.
Domani sveglia all’alba, il tee time ė alle 8.20.

L’indomani arriviamo in campo pratica presto con una luce appena sufficiente che ci consente di vedere a malapena dove vanno a finire le palle. A proposito di palline anche qui come sul tour maggiore si pratica con le palle “vere”, e nel nostro caso si tratta di Titleist Pro V1. Mi si illuminano gli occhi solo al vedere quelle casse piene. Fa freddo, ė quasi buio e io ne approfitto per andare a scaldarmi in club house e fare colazione: lo so, non ė un gesto molto professionale per un caddie ma io dopotutto sono alle prime armi, chiedo il permesso per congedarmi e vado. Al ritorno vado a bagnare lo straccio che mi servirà in seguito, e nel frattempo ne approfitto per pulire i bastoni usati per il riscaldamento e le palline che man mano gli passo mentre tira gli ultimi colpi con il driver. Lasciamo il campo pratica e andiamo sul putting green dove rimaniamo per un tempo equivalente a poco meno della metà di quello utilizzato per praticare il gioco lungo.
pin position
E finalmente è giunto il momento, si comincia. Probabilmente sono più emozionato io che loro. Con il flight precedente impegnato nel tee shot ci dirigiamo sul tee di partenza. Lì di fianco trovo la tenda dello starter dove mi consegnano la pettorina che i caddie devono indossare; la indosso, recupero un paio di bottiglie d’acqua dal frigorifero e un paio di banane messe a disposizione per i giocatori e mi metto a lato del tee pronto a fare il mio lavoro.
buca 10
Iniziamo dalla 10, un par 4 di 396 metri che oggi con l’asta lunga gioca qualcosina di più. Legno 3 per evitare una fila di bunker e ferro 6 in green ad altezza asta, due putt e usciamo con un par sfiorando il birdie. La strategia comune a tutti ė quella di tenersi lontano dagli ostacoli anche a costo di sacrificare la distanza, lesson learned.
Se mai potessi avere avuto un dubbio ora ne ho la certezza: “questi” giocano un altro gioco!

Una cosa, oltre al gioco, mi colpisce fin dalle prime buche: la velocità con la quale si cammina sia fra un colpo e l’altro che durante i trasferimenti fra una buca e l’altra. In confronto noi guerrieri del weekend sembriamo un’allegra famigliola intenta a gustarsi il gelato mentre passeggia serenamente sul lungomare.

Dopo alcune buche prendo il ritmo – all’inizio ero costantemente in ritardo –, e apprendo le prime regole non scritte dei caddie. Ad esempio la bandiera la toglie il caddie del giocatore che gioca da più lontano, e poi ce la passiamo finché rimane in mano al caddie dell’ultimo giocatore che imbuca. A lui sta il compito di rimetterla a posto, e ovviamente gli altri non ti stanno ad aspettare: sono già partiti. Altra regola non scritta che ho ingenuamente disatteso sono i pantaloni corti. A dire il vero non me lo ha fatto notare nessuno, me ne sono accorto da solo dopo un po’ osservando i miei “colleghi” che avevano tutti rigorosamente la stessa tenuta indipendentemente dalla temperatura. Vabbé, vuol dire che la prossima volta so qual è la prima cosa da mettere in valigia.

Durante il giro usiamo una palla nuova ogni quattro buche, e tutte le volte che arriviamo in green il mio compito oltre a passare il putter è quello di prendere in consegna la palla e usare lo straccio per lavarla e poi asciugarla per riconsegnarla perfettamente pulita. Per quel che riguarda l’alimentazione confermo quanto scritto nel precedente post: una mela ogni 4 o 5 buche e poco meno di un paio di litri d’acqua.

Durante i quattro giorni si alternano vari compagni di squadra, giocatori con diverse qualità e caratteristiche di gioco. Da ognuno ho avuto la possibilità di imparare qualcosa anche solo guardandoli. Per esempio da Jesus, un giovane spagnolo dotato di un incredibile gioco corto: quando era attorno al green riusciva a mettere la palla in asta da qualsiasi posizione, con la palla che volava così lenta che si sarebbe quasi potuto leggere la marca mentre era in volo. O da un veterano del tour come Philip Archer dal carattere un po’ ruvido: a vederlo giocare sembra che il tempo per lui non sia passato. A quarantasette anni gioca ancora lo stesso golf dei suoi compagni con vent’anni di meno.
Un episodio su tutti mi ha meravigliato: in un par 3 col vento contro ho sorpreso uno dei giocatori a sbirciare nella “mia” sacca per vedere che ferro avevo tirato fuori visto che stava a noi tirare per primi: sorridendo ho pensato che tutto il mondo è paese.
FAH
Passando di fianco al putting green alla fine di un giro riconosco un giocatore ed incredulo chiedo conferma al mio giocatore: “Ma è lui?” Lui mi fa un cenno di conferma. Era Fredrik Andersson Hed, vincitore dell’Open d’Italia nel 2010 a Torino, che ora stava giocando una gara del Challenge. Dura la vita del golfista professionista.

Il quarto giorno ad un certo punto da una buca vicina sento provenire urla e applausi, probabilmente ė successo qualcosa; poi verrò a sapere che si trattava di un double eagle alla buca 4, un par 5 di 533 metri. Noi la 4 l’abbiamo giocata una mezz’oretta prima e in effetti c’era un po di vento dietro, avevamo valutato un ferro di meno. L’ace lo ha messo a segno tirando drive e ferro 5 direttamente in buca Nacho Elvira che poi vincerà il torneo con -21, che dire… un marziano!

Ė domenica primo pomeriggio, conclusa la 72esima buca restituisco la pettorina, vado a caricare sacca e bagagli in macchina, il volo che ci riporta a casa parte fra poche ore. Arrivati in aeroporto mentre scarichiamo i bagagli al mio amico arriva un sms, mi guarda e mi dice: ė del PGA Tour, mi hanno comunicato la vincita… 470 €. Lo guardo e mentalmente faccio un rapido calcolo: albergo, macchina a noleggio, biglietto aereo andata e ritorno per Madrid e ristoranti vari durante la settimana. Mi sa che se ė andata bene ė andato pari, la cosa mi fa pensare a quei ragazzi che ho conosciuto questa settimana in club house che non hanno passato il taglio e che sono rimasti lì ad allenarsi. Quando avevo loro chiesto meravigliandomi perché non rientrate a casa venerdì mi avevano risposto che ormai l’albergo era pagato e il biglietto aereo non lo potevano spostare: quindi tanto valeva rimanere lì a praticare che sia campo pratica che palle erano migliori rispetto a quello che avrebbero avuto a disposizione a casa.

Una cosa è certa: dopo questa fantastica esperienza quando guarderò il golf in TV continuerò ad invidiare i giocatori per il loro livello di gioco ma non certo per la vita che fanno.

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