Trofeo Gavi, giro 2

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Questo post è l’ideale completamento di quello della settimana scorsa. Qui in particolare racconto il secondo giorno della gara.

Iniziamo dal risultato: un discreto 79 (il campo è un par 73). Sono stato in the zone per buona parte della gara. Dopo le prime nove ero a +1 (un bogey e tutti par): non ho avuto reali possibilità di birdie, ma – come è nel mio stile, ovvero nel DNA – ho sempre giocato a evitare problemi e le cose sono andate bene. Ho cominciato le seconde nove con due par, cui è seguito un bogey (sopportabile, avevo messo il drive in un bunker di percorso e poi preso il green ma lontanissimo dalla buca) e altri due par (uno quasi di routine e il secondo splendido: drive chiuso che tocca le piante e fa non più di 70 metri, ibrido 19° lievemente toppato che finisce in rough a 195 metri, legno 3 impugnato corto che disegna la buca – un colpo splendido, diciamolo, forse il migliore dell’intero giorno – e finisce a pochi metri dal green con bandiera corta, approccio e putt). Alla 15 ho fatto un bogey che aveva un senso (drive aperto in bunker di percorso, di conseguenza ho giocato in difesa). Alla 16 ho fatto tre putt da non più di sei metri (ho lasciato corto il primo); alla 17 sono finito in bunker e ho cercato di salvare il par ma senza successo; alla 18 sono finito lungo oltre il green e di lì il bogey era praticamente scritto.

Quindi +2 nelle prime quattordici buche e +4 nelle ultime quattro. Questo non mi lascia l’amaro in bocca (anche se alla 18 ho imbucato un putt da oltre un metro che di fatto mi ha impedito di prendere la virgola), perché ho avuto sensazioni splendide lungo tutti e tre i giorni. Non sono riuscito a tenere, è vero; ma questo è un mio limite mentale di difficile superamento: ci posso lavorare, certo, ma alla meglio arginerò qualcosa che di fatto è insito in me. La cosa importante, invece, quella che mi dà soddisfazione, è rendermi conto che il gioco c’è.

Un paio di considerazioni generali che discendono da questo racconto:

  1. per avere uno score basso è molto più importante evitare le disaster holes che non puntare ai birdie. Venerdì, ad esempio, ho fatto triplo e doppio in sequenza, cosa che mi ha di fatto tagliato le gambe; sabato nelle prime nove ho giocato in sicurezza senza prendere alcun rischio e pur contando diversi errori ho di fatto sempre recuperato, solo sbagliando un putt da poco più di un metro;
  1. parimenti, è molto più redditizio lavorare a migliorare i propri punti di forza che non correggere i propri difetti. Quel che dicevo prima della mia tenuta mentale nelle ultime buche, ad esempio, è un tratto che mi contraddistingue da sempre, sin da bambino, e dunque è chiaro che fa parte della mia natura e non può essere cambiato. Al più, con anni di durissimo lavoro può essere attenuato, ma chi nasce tondo non potrà morir quadrato; e allora ha decisamente più senso puntare a migliorare ciò che in maniera naturale già si fa bene, perché lì il grasso colerà sempre e comunque di più.

In poche parole, ho fatto pace completa col golf: mi sono divertito tantissimo a provare il campo, poi a tirarne 89 il primo giorno e infine 79 il secondo. È stata un’esperienza piena e completa di golf, una che da tanto tempo non provavo.

E come corollario dirò che il sugo di tutta la storia sono le sensazioni: è questo ciò che voglio ricercare fino in fondo, a partire dal golf ma anche andando oltre, andando più in là: esplorare i confini del golf. Vivere per raccontarla.

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