La linea sottile

Oggi la prendo un po’ da lontano, ma è che vorrei capire. Quindi avverto il lettore che questo è un post lungo, molto personale e che potrebbe risultare noioso. Ma è importante per me, per cercare di dare un significato al golf, a qualcosa che a volte pare sfuggirmi dalle dita.

La mia tecnica si affina costantemente e me ne rendo conto. Non è la tecnica il problema. Sto diventando bravino, sto facendo i passi giusti, entro i 55 anni arriverò all’agognato handicap zero. (Perché quella è la mia meta, una meta che non ha significato per nessun’altro che per me, ma ciò mi basta. Autotelicamente parlando sono a posto.)

Ieri ho guardato questo video di Jonathan Wallett, il quale dice che la falsa credenza di cui fu vittima, trent’anni fa, quando stava tentando di prendere la carta per il tour europeo, fu quella di ritenere che tirare milioni di palle dall’alba al tramonto per costruire uno swing assolutamente ripetitivo fosse la strada verso il successo. Tuttavia ciò non funziona, prima di tutto per gli aspetti mentali del golf giocato. E la soluzione sta nella pratica creativa; ma io in questo sono abbastanza a posto, e per questo dico che non è questo il problema. (Certo, mi manca un milione di cose circa – un coach che mi segua, la tecnologia adatta, il Trackman sotto il cuscino eccetera –, però questa è un’altra storia e ne parlerò in un altro momento.)
ricominciare
Ma la testa a volte non è sgombra. In parte probabilmente è questione di carattere: i problemi di lavoro o personali sono inevitabili (sono segni che siamo vivi, dopotutto – chi ha costruito quel bel ponte di pietra sul rio Sasso non ha più il mal di pancia), ma io tendo a prendere tutto di pancia, a interiorizzare qualunque cosa, a immaginarmi paure e così via. Il risultato è che ogni tanto delle piccolezze condizionano la mia pratica, o più in generale il mio tempo al golf, o più in generale ancora il mio rapporto col golf.

Mi viene in mente il mio dolce mito, che dopo il 1953 – se dovessi scegliere una data precisa direi dopo il 22 luglio 1953, giorno della famosa parade in Manhattan – aveva nei fatti terminato la sua carriera. (Ed era ben più giovane di quanto sia io ora!) Vinse ancora un paio di volte in seguito, ma di fatto quella parata fu il riconoscimento di qualcosa di compiuto, terminato, concluso; poi ci fu la Ben Hogan Company, e il golf professionistico (pare quasi un sacrilegio a dirsi, ma è così) passò in seconda linea nella sua vita.

(E io quando penso al mio golf non penso solo al golf giocato, ma penso anche al golf scritto, a quel che posso dare come penna.)

In sostanza ritorno al discorso delle motivazioni di cui parlo ogni tanto qui. E ne parlo perché è centrale per me. E non potrebbe essere diversamente, visto il numero di ore e di pensieri che dedico al golf. Detto in maniera differente e ridotto all’osso, il discorso relativo alle motivazioni è questo: è sensato, in un pomeriggio qualunque, prendere la strada che mi porta a Carmagnola più di quanto non sarebbe sensato che so, andare a fare la spesa con mia figlia, passare del tempo con i miei genitori e più in generale occuparmi d’altro? Ecco, io una risposta precisa a questa domanda non l’ho. O meglio, in alcuni giorni trovo difficile rispondere. (In alcuni giorni la risposta è chiara: non vale la pena, e infatti faccio altro.) Questo è il problema nella sua essenza.

Un indizio: il circolo è a 20-25 minuti di macchina, ovvero un tempo non lungo ma nemmeno minimo. (Fino all’anno scorso i minuti erano 10-15, e la differenza può non apparire grande cosa: ma se moltiplichi 10 minuti per millanta giorni ottieni qualcosa con un peso specifico.) In macchina da solo mi sento quasi prigioniero, mi sembra tempo buttato proprio. (Sono sensazioni, non è detto che la cosa debba avere valenza generale ovvero essere vera – è soggettivamente vera per me.)

Altro indizio: quello era il mio circolo, questo è il mio. E il mio circolo di oggi mi piace, è molto competitivo (che è la ragione essenziale per cui ho cambiato), ma le connessioni richiedono tempo (per me tanto tempo, essendo la mia natura lenta).
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(Vorrei una zona approcci più stimolante, e un driving range con più target più visibili. C’è molto lavoro da fare in questo ambito, ma qui vado fuori tema. Anche questo è argomento per un altro post.)

Cioè in parole povere giro intorno alle mie motivazioni e non riesco mai ad andare davvero alla radice dei motivi. Continuo a pensarci, a scriverne ma giro in tondo.

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