L’indiano e la freccia


Dopo tanti anni mi sono deciso a rifare il fitting e a svecchiare la mia attrezzatura. (È un po’ come questo blog: a volte vado a riprendere vecchi post ma ci trovo la polvere sopra e sento che devo fare qualcosa.)

Gli aiutanti magici sono stati due: Stefano e Armando. In un pomeriggio di qualche settimana fa, dopo una gara che avevamo fatto assieme e dove io avevo fatto qualche sciocchezza di troppo, di loro iniziativa e con santa pazienza hanno analizzato il mio gioco, i motivi per cui non funzionava e così via. Io, novello Pinocchio, ascoltavo quel gatto e quella volpe e capivo che esprimevano concetti corretti: al di là dei trecento difetti del mio swing, su cui posso intervenire sempre molto lentamente, l’idea era che l’attrezzatura non fosse più adeguata al Gianni di oggi.

Sì, perché dentro di me mi sono sempre dato arie da mizunista, con quegli MP – prima 57, poi 58 e infine 54 – bellissimi ma troppo, decisamente troppo difficili. E il driver, poi! Insomma: l’indiano, certo, ma a volte la colpa è della freccia.

Con Stefano siamo andati in campo pratica a provare un suo driver, e percepivo nette le differenze. La settimana dopo, in solitaria, ho fatto questa prova: tiravo in maniera alternata una palla col mio vecchio driver, una col suo. E dopo la quarta o la quinta avevo già capito: capito che aveva – avevano – ragione, che dovevo assolutamente fare qualcosa. (La stavo già facendo, in realtà.)

Nei giorni successivi mi consulto sia con uno dei miei esperti di golf preferiti sia col mio omonimo alla Marghe, colui che in tema di golf la sa mooolto lunga, esponendo loro i miei dubbi; ed entrambi mi propongono delle idee. Faccio un po’ di ricerca di mercato, abbozzo varie soluzioni e alla fine decido: tramite Lorenzo Guanti arrivo al fitter Corrado De Stefani.

Con lui mi trovo subito molto bene: è preparatissimo, cordiale, amichevole e professionale. Non si risparmia, fa per me più di quanto sarebbe tenuto a fare, e alla fine il responso è questo: occorre cambiare il driver (e quello di Stefano è perfetto, non c’è che dire) e occorre cambiare i ferri (scelgo questi). Il driver è già qui, per i ferri ci vorrà un po’ di tempo.

Lezioni apprese, almeno quattro.

  1. Far passare sette anni tra un fitting e l’altro è un po’ troppo.

In sette anni il corpo cambia, lo swing cambia, alcune cose le impari e altre le dimentichi. Avere l’attrezzatura adatta è oltremodo importante. Stefano dice che il golf è troppo bello per essere giocato con una pallaccia; ma la stessa cosa vale per un bastone non adatto a te.

  1. Posso darmi arie giocando stiff, ma se poi la palla curva a destra sarà il caso di trovare un rimedio (che c’è).

Per dire, il nuovo set non avrà nemmeno il ferro 5, però i numeri dicono che va bene così. (Qui c’entra anche il marketing, perché quello che nel mio prossimo set si chiama pitch ha un loft di 43°, e dunque non basta più un gap wedge a colmare il divario tra il pitch e il sand ma ne occorrono addirittura due. Mia considerazione generale: forse i nomi dei bastoni dovranno cambiare, negli anni a venire.)

  1. Va bene l’attrezzatura “perfetta”, ma non bisogna dimenticare la tecnica.

Perché anche il bastone perfetto, ammesso che esista, farà una sorta di maquillage ma non potrà eliminare i difetti del tuo swing. E quindi sì, dà soddisfazione guardare i numeri dei bastoni nuovi, la palla che vola più lunga e più dritta, ma non posso dimenticare che in campo ci sarà comunque il golfista di prima.

  1. Avere amici pazienti e informati è importante.

Perché a me pare di avere letto ogni libro di golf esistente sulla terra, ma poi a volte mi ritrovo a fare i conti con le troppe cose che non so; e anche se queste mie manchevolezze (soprattutto quell’arrivare chilometri dall’esterno, che nel driver e nei legni sono veleno allo stato puro) potrebbero infastidirmi, in realtà mi segnalano che c’è ancora molto mare da navigare davanti a me.

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