ago 31

… in questo momento, anche se ne avessi la possibilità, non renderei un bel servizio al golf se tentassi la strada del professionismo: non sono ancora sufficientemente preparato, non sarei un bravo professionista.

E il golf è per me innanzitutto sportsmanship: quindi per ora non se ne parla.

La prova è nel campo: gli ultimi risultati sono stati compresi tra i 78 e gli 85 colpi anziché tra i 75 e gli 80 come mi aspetterei.

Dunque, continuo a lavorare duro e mi do altri 12 mesi, quelli del “progetto Eagle!” E a settembre 2011 si tirano le somme.

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ago 27

I golfisti sono un po’ (a volte un po’ tanto) paranoici, si sa. Io non faccio eccezione; ma del resto, come dice Tom Peters, “you can’t shrink your way to greatness”.

Allora quando ieri mattina, scoprendo quel che avevo fatto (involontariamente, ovvio) l’altra sera, ovvero buttato distrattamente la sacca in macchina dopo una giornata di golf e quindi fatto in modo che la canna del mio drive si rompesse, non potevo non essere leggermente fuori fase (e l’avverbio, com’è facile intuire, è un eufemismo).

Arrovellandomi per trovare una soluzione – come potevo stare senza drive con un mese di gare che incombono e 1,1 colpi da perdere? –, ho pensato bene di visitare Golf Nevada (o Nevada Bob’s che dir si voglia), dove la fortuna – è sempre la fortuna che gioca la sua parte, non c’è nulla da fare – mi fa incontrare una persona gentile (il proprietario del negozio, I suppose) che si prende in carico il mio Monsterino spezzato e me ne offre nel frattempo gratuitamente uno, identico preciso, in uso fino a che l’altro non tornerà.

Risultato: non è fisicamente lui, ma di fatto è lui. Ho completato il tutto comprando un ibrido, proprio quello che da tempo volevo: il 3i della stessa serie, che da quest’anno non è più in produzione e che era dunque difficile da trovare.

Risultato laterale: a fine mattinata ero un ragazzino felice, in campo pratica, a tirare i miei (e non miei) legni lunghi e diritti.

Infine: lezione imparata, da ora in poi tratterò i ferri del mestiere con le dovute cautele.

In ogni caso: grazie Golf Nevada!

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ago 21


Ho conosciuto Bernard Lombard in una veste inedita per un presidente di circolo di golf: come starter al Golf Club Cuneo. Quando abbiamo conversato a lungo, qualche giorno fa, in quella che potrebbe essere definita un’intervista mooolto informale, mi ha spiegato il motivo: “In questa maniera riesco ad avere un contatto diretto con molti tra i nostri soci, che sono poi i nostri clienti”.

Il motivo per cui ci siamo seduti a conversare – no, per essere precisi affinché io ascoltassi i concetti interessanti che aveva da esprimere – sono stati i DVD di Golf TEE-V Italia, prodotto che ho scoperto proprio a Cuneo. E non a caso, visto che è proprio lui che cura il progetto. Gli ho chiesto, per iniziare, come fosse nata l’idea di creare l’edizione italiana di Golf TEE-V. La risposta è stata articolata, parte da lontano: ma è a mio avviso utile per comprendere bene il progetto stesso.

“Io sono professionista dal 1988, e sono cresciuto golfisticamente in un circolo dalle grandi tradizioni: Saint Endreol. Poi col tempo ho sentito l’esigenza di avere una struttura mia, e così è nato il progetto di Vievola e quindi – tre anni fa – la gestione del circolo di Cuneo. Un amico aveva avviato il canale web TEE-V per la Francia, e da lì è nata l’idea di offrire un prodotto/servizio simile anche per l’Italia. Abbiamo creato quindi questa serie di DVD: quattro sono i numeri usciti fino ad ora, il quinto è pronto e il sesto è in gestazione. Il progetto è stato studiato con cura, e ha degli avalli importanti: sia nella home page della Federgolf che della PGAI si trova infatti un link al nostro sito.

In ogni caso per iniziare ho pensato che la base fosse il turismo, nel senso che è il mezzo principale che può fare da volano al golf, in Italia come altrove. Allora mi sono rivolto alla rivista “Golf & Turismo”: il risultato è che la direttrice Maria Pia Gennaro cura la rubrica del turismo sul DVD (in ogni numero si esplora una differente regione italiana).

Per le regole ci siamo avvalsi della preziosa collaborazione di Corrado Graglia, direttore del Golf Club Cherasco, e di Davide Maria Lantosco della Scuola Nazionale della Federgolf.

C’è poi una parte sulla manutenzione dei campi, seguita da Massimo Mocioni della Scuola Nazionale della Federgolf, che abbiamo pensato perché il golfista normalmente non ha idea di come cresce l’erba, di come si curano i green, i fairway eccetera.

C’è una rubrica sullo swing e sull’attrezzatura: ma non è sponsorizzata, e questo è importante perché permette indipendenza di giudizio.

La rubrica dei viaggi è curata da Greens du Monde, il maggiore tour operator golfistico francese.

Io seguo e coordino l’intero progetto: il cui centro è chiaramente il DVD, ma ci sono poi molte altre iniziative che vengono al traino, come ad esempio il guanto antivibrazione Noene (che ho fatto io!). E anche iniziative future già pensate e ancora da sviluppare, come Golfradio, una radio su Web che intendiamo offrire ai circoli come servizio per i loro soci e ospiti: una radio che dia notizie, informi e nello stesso tempo intrattenga. Altro progetto sono delle score card che stiamo elaborando per i circoli: per questo ho preso spunto dalle score card francesi, molto eleganti. Un altro progetto riguarda i tappetini per il campo pratica, anche questi con tessuto Noene (trae infatti origine dal guanto) allo scopo di eliminare le vibrazione della testa del bastone minimizzando i rischi articolari”.

E qual è la diffusione? “Oltre agli abbonati, tutti i circoli e tutti i professionisti italiani ricevono il DVD”.

Il discorso si è allargato poi in maniera naturale al golf in Italia: questo perché io gli ho chiesto come vedesse la situazione attuale e le prospettive future del nostro sport.

“Il golf – ha risposto – è stato chiuso per troppo tempo. Ora ha bisogno di aprire le porte. Servono nuovi giocatori – i campioni li abbiamo. Il problema è che troppo spesso si sviluppa la struttura e solo dopo si pensa al pubblico. Questo va bene nel caso di progetti immobiliari, nei quali la parte immobiliare va a coprire le perdite derivanti dal golf; ma in tutti gli altri casi sarà molto, molto difficile. Bisogna trovare nuovi giocatori. In questo senso Anna Motta ha fatto un lavoro egregio: qui da noi vengono ad esempio molte scuole, e quindi molti bambini hanno la possibilità di avvicinarsi ad uno sport che altrimenti sarebbe loro precluso.

Poi c’è il turismo: bisogna prima far sapere che esiste una destinazione golfistica, e poi svilupparla. Ma è un processo lungo, e che sarà lungo. Bisogna che i campi sviluppino sinergie tra di loro (per esempio offrendo sconti ai soci di un circolo che vanno in un altro). Consideriamo anche che i 9 buche di fatto non esistono per il turismo.

È un processo lungo, perché l’Italia in generale e il Piemonte in particolare non sono conosciuti come destinazioni golfistiche. Tuttavia sono queste le strade da intraprendere, perché il bel tempo del golf – quello in cui ci si poteva permettere di scegliere i soci – è finito, finito per sempre. Tutti avranno bisogno di offrire di più.
Insomma il circolo è una vera e propria azienda, non più un club esclusivo. Bisogna lavorare insieme: il futuro sarà nella collaborazione.
Il golf di domani sarà così: un ambiente piacevole dove il golfista può ottenere un servizio completo”.

Tutto molto interessante. Per parte mia posso solo aggiungere un “grazie, presidente!”

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ago 05

In tutti questi anni il mio “modello” di golfista è stato Tiger Woods: scontato, probabilmente, ma mi ha sempre affascinato la sua forza mentale, la sua capacità di credere in sé stesso e di pensare di potere comunque farcela. (Sto parlando del campo, ovviamente, quello che fa altrove non mi interessa.)

La stampa, dopo lo scandalo dello scorso inverno, l’ha dipinto come il cattivo della situazione: e questo fatto non mi è mai piaciuto, né ho mai capito veramente perché una persona tanto idolatrata viene da un giorno all’altro scagliata nella polvere senza pietà.

Leggo ora un’intervista di Hank Haney sull’ultimo Golf Digest che mi sembra, in una parola, brutta. Con la premessa che noi comuni mortali possiamo sapere ben poco del rapporto professionale tra Tiger e il suo maestro, leggo delle dichiarazioni che mi sembrano quantomeno mancare di stile.

Per esempio, alla domanda su che cosa gli avesse detto Tiger la prima volta che si sono parlati dopo che Haney gli aveva fatto sapere (tramite sms, tra l’altro) che recedeva dall’incarico, il maestro risponde:

He thanked me for all the hard work I did, and he told me how much he thought he had improved his game and his understanding of it.

E io davvero non me la vedo, questa scena. Più sotto dice:

I always tell the truth.

Chissà perché mi viene in mente quel giochino per la mente del tale che dice: “Io mento sempre”?

E alla domanda di quando ha parlato a Tiger per la prima volta dopo l’incidente, risponde:

I texted him but got no response. I think his phone was shut off almost immediately. I got a text message at the end of December some time. I got maybe another text after that, and then a phone call in February when he started playing again.

Io qui non capisco, ma il tutto mi suona quantomeno vagamente stonato. Adoro questa rivista, ma non è tutto oro quel che pubblica.

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ago 03

Ieri, dopo quasi settimane di astinenza golfistica (per scelta: soprattutto per ritornare caricato dopo le vacanze, e per evitare potenziali nausee da stress mentale) ho ripreso la preparazione.

L’obiettivo – ambizioso, me ne rendo conto; ma la candela brucia in fretta – a breve termine che mi sono dato è questo: scendere a 4,4 di handicap, per partecipare alla gara del 12-15 ottobre alle Querce (qui i dettagli) per intraprendere il cammino verso il professionismo. Non con l’intenzione di superare la selezione – i posti disponibili sono solo 8: un‘inezia, soprattutto se penso ai tanti ragazzi (vent’anni meno di me, almeno) che respirano pane e golf da quand’erano bambini –, ma di fare esperienza in vista di un tentativo più serio e strutturato nel 2011.

La finestra, per me, è (giustamente) molto stretta. Posso arrivare lì tramite poche gare, con tanto lavoro (mentale, certo, ma anche tecnico e fisico – in questa fase non so dire quale può essere l’ambito che dovrebbe essere prioritario, quindi per non sbagliarmi li curo tutti e tre) e – soprattutto – tanta fortuna.

L’idea è questa: quattro ore di golf giornaliere per sei giorni (via, almeno cinque) la settimana nelle prossime otto settimane, con un giorno di riposo – i Ciliegi sono ahimè chiusi al martedì, e non ho ancora le chiavi –, tempo sufficiente (a mio avviso) per curare i principali aspetti del gioco.

Qualcosa succederà. E in ogni caso sarà divertentissimo! :-)

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lug 15


Ho appena finito di leggere – ma dovrei dire meglio: gustare – questo bel libro di John Richardson. È la storia di un golfista della domenica che, a dispetto dei tantissimi pareri contrari, decide di imbarcarsi in un’avventura decisamente fuori dagli schemi: girare in par lordo nel suo campo nel giro di 12 mesi.

Mi ha compito molto e ne parlo volentieri per due ragioni:

- perché mi immedesimo decisamente nell’autore: e questo perché il mio progetto – partecipare alla gara che può dare il “passaporto” da professionista entro il 2012, passare il taglio e poi decidere se perseguire quella carriera oppure no (ma, punto estremamente importante per me, solo dopo aver passato il taglio) – ha molti tratti in comune con quanto Richardson ha realizzato;

- perché uno dei capisaldi dell’autore è la convinzione che i detrattori saranno sempre pronti a svalutare un progetto al di fuori dei canoni comuni, non tanto perché non vorrebbero il tuo successo, ma soprattutto perché esso confermerebbe la loro mediocrità – e questo sarebbe decisamente troppo da sopportare.

Ecco alcuni passi che mi hanno colpito più di altri:

My heroes have always been those people who insist on doing things their own way, in face of all opposition, with flamboyance and perhaps an element of ‘screw you’ (p. 94).

[parla la figlioletta di 7 anni] ‘And that’s why you did that stupid and embarrassing swinging when we were in Tesco and the lady in the queue looked at you like you were a bit mad?’ (p. 122)

And be sure to ignore anyone who say it isn’t possible. Just go for it. (p. 184)

In una parola è una lettura piacevole, e non solo da un punto di vista golfistico.

John Richardson, Dream on: One Hack Golfer’s Challenge to Break Par in a Year, Skyhorse Publishing, 2010, pp. 192, EUR 21,96.

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lug 07

Prima di lasciare i miei bastoni a riposare qualche settimana e rinnovare lo spirito nella mia seconda patria, la Corsica, ho preso parte lo scorso fine settimana alla patrocinata di Castelconturbia, i cui risultati – quantomeno per me – si sono rivelati ancora una volta (casomai ce ne fosse bisogno) una metafora della vita.

Primo giorno: arrivo tutto caricato, faccio tutta la mia routine di preparazione tecnica e mentale (e il giorno prima avevo fatto la prova campo): col risultato che ne tiro 91, con un quadruplo bogey alla 17 dove tra il caldo e la mia incapacità di tirarmi fuori dai pasticci mi scappava persino la voglia di finire la gara.

Sono quindi in bassa classifica e senza nessuna speranza per il giorno dopo. Però la sfida con me medesimo è avvincente, non posso tirarmi indietro. La differenza è che la prendo mooolto più alla leggera: arrivo al circolo mezz’ora prima della partenza, non passo nemmeno dal campo pratica ma faccio solo qualche minuto di stretching, dieci minuti di putt e un po’ di preparazione mentale. Ed ecco i risultati:

colpi: 79 (1 birdie, 9 par, 8 bogey)
fairway: 62% (8/13)
GIR: 61% (11/18)
putt: 36 (di cui 3-putt: 3) [per me sono tantissimi – 5 sopra la media –, ma i green di Castelconturbia non sono una passeggiata di salute per nessuno]
punti Stableford: 38
nuovo handicap: 5,3

Quel che mi rimane di questa giornata è, in una parola, la sensazione di calma olimpica che mi ha accompagnato da appena sveglio al termine della competizione, quell’oggetto fantomatico, evanescente e meraviglioso che si chiama flow e che tutti i golfisti, consapevolmente o meno, ricercano sempre nelle loro prestazioni. Una metafora della vita, appunto.

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giu 24

In questi sette anni di golf ho avuto modo di giocare in una quarantina di campi: non moltissimi, ma sufficienti per farmi un’idea. Il ragazzo vanitoso come un gatto che è dentro di me ha pensato allora di stilare una mia personalissima classifica dei 5 campi più belli, sulla scia di quel che avevo fatto tempo addietro per i libri, e prendendo a prestito il nome dalla Hot List di “Golf Digest”.

5. Les Dunes (Agadir – non mi risulta che abbia un sito), tipico campo da vacanza ma che per me ha un valore particolare legato alla buca 4, un par 5 che ricordo molto bene per aver messo in pratica alcuni insegnamenti dei miei maestri (lo stato associato, il calore del sole sopra di me, le sensazioni visive e così via).

4. Is Molas, Pula, tracciato relativamente lungo ma decisamente gradevole, splendido campo da campionato.

3. – I Ciliegi, Pecetto Torinese (potevo escludere il “mio campo?), un 9 buche stette e tecnico, perfetto per imparare a giocare a golf perché ti costringe a essere preciso con i ferri e soprattutto nel gioco corto.

2. Golf Club Cuneo, il campo dove per la prima volta sono sceso sotto gli 80 (77 per la precisione), e che trovo gradevole perché è largo, un campo per “picchiatori” ma che ti lascia giocare.

And the winner is…

1. Sanremo, che credo sia il primo campo a parte il mio circolo su cui abbia messo piede, e che adoro per la storia che rappresenta e per l’atmosfera di vero golf – “inglese”, vorrei dire – che vi si respira.

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giu 14


Se volessi fare una sorta di yogiberrismo, potrei dire che la gara dopo alla gara prima può in teoria essere più difficile, ma in pratica anche no.

Questo per dire che la gara di sabato scorso ai Ciliegi, svolta in condizioni del tutto simili a quella del sabato precedente – campo perfetto, amici come compagni di gioco, tempo buono – poteva portare in maniera normale ad una virgola: invece sono ancora sceso di handicap (sia pure di poco, da 5,7 a 5,5).

Il risultato finale è stato un +5 che mi soddisfa, anche se ho fatto un errore grave (ma che anche a pensarci dopo non recrimino, e dirò ora il perché) alla 16.

Dopo aver fatto birdie alla 15 ero a +2 lordo. Alla 16 – un par 5 corto – tiro un bel legno 3 dal tee, che però è leggermente a sinistra e mi lascia un colpo di 170 metri alla bandiera. Ho una pianta che mi impedisce una visione completa. In sostanza non visualizzo il colpo, e l’errore è qui: voler insistere a effettuare un colpo che non si visualizza in maniera chiara e completa nella mente.

Decido comunque di tirare un ferro 6, che naturalmente sbaglio (chiudendo il colpo); e poi non riesco a recuperare, finendo con un doppio bogey e un 3-putt dettato solo dal fatto che ero ancora scosso dall’errore. Errore che si è trascinato alla buca dopo, dove ho fatto bogey. Par alla 18 e risultato quindi di +5.

Tuttavia, anche pensandoci dopo, sono convinto di aver fatto bene a provare il colpo: e questo per il fatto che la mia finestra è ormai decisamente stretta, che devo giocare all’attacco ogniqualvolta sia possibile perché sono ben pochi gli errori che posso commettere.

In sostanza: bisogna che giochi spesso per il birdie, e non per un tranquillo par. Ottenerlo, ovviamente, è ben altra cosa: ma il punto è di avere la disposizione mentale per tendere ad un obiettivo raggiungibile e ambizioso.

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giu 06

La gara ai Ciliegi, ieri, non era cominciata nel migliore dei modi: par – bogey – bogey, ma io ero comunque tranquillo. Un birdie alla 7 e il par alle altre buche mi fanno arrivare alla 9 con un risultato di +1 lordo (-3 netto). Sono tranquillo.

Alla 10 un legno 3 dal tee tirato male provoca un altro bogey, e alla 11 comincio ad avvertire netta la stanchezza. Una provvidenziale banana – le banane contengono potassio – mi porta del sollievo. Sono calmo, il campo mi sembra facilissimo, tutto mi riesce come voglio.

Seguono alcuni par e un birdie alla 14. Alla fine della 15 intuisco di essere già a 36 punti stableford, e che tutto quel che verrà in più sarà come manna dal cielo.

Alla 16 la scelta è se rischiare per il birdie o giocare per il par in sicurezza: opto per la seconda via. Par alla 17, arrivo alla 18 senza sentire stanchezza o pressione: è come se i colpi partissero da soli. Col ferro 4 dal tee sono in centro pista, a 110 metri dalla bandiera. La scelta è tra un 52° tirato al massimo o un pitch controllato: il pitch mi dà in quel momento più sicurezza. Due prove e via: la palla atterra a 50 centimetri, si ferma a 30 centimetri dall’asta. Tap in, birdie, 72 colpi. Mi godo il momento, la pace interiore dentro di me; tanti amici si complimentano e mi sento appagato e felice.

I dati:
- colpi: 72 (3 birdie, 12 par, 3 bogey)
- fairway presi: 8/14
- green in regulation: 12/18
- putt: 28 (di cui 3-putt: 1)

I crediti: in campo c’ero io, ma di primo acchito mi vengono in mente almeno tre fattori ausiliari:

- il mio maestro, il suo supporto e i consigli che mi dà da oltre un anno e mezzo;

- Giuseppe Lazzarotto, che amichevolmente potrei definire “il re della sautissa” per lo spirito allegro e goliardico che anima il suo circuito golfistico, che ieri ha giocato con me ed è stato un compagno tranquillo e brillante;

- Gabriele, il nostro greekeeper, che ha preparato un campo magnifico.

Non dimentico neanche le lunghe – e per me assolutamente divertenti – sessioni in campo pratica, le oltre mille palle che tiro al mese in quel luogo che è diventato una sorta di seconda casa per me.

Nei prossimi giorni penserò a obiettivi nuovi, al futuro, all’handicap che adesso è di 5.7; ma per ora mi godo il momento e le sensazioni di una gara memorabile.

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