Set 25


Sabato, al termine del primo giro di questa bella gara alla Marghe ho provato una sensazione di pienezza, come di un obiettivo raggiunto. Avevo da poco imbucato il putt per il birdie alla 18, il che mi ha lasciato con un totale di 75 colpi e nuovo handicap a 2,9.

Ora, dall’esterno e per gli altri non c’è nessuna differenza tra 3,0 e 2,9, e lo capisco; ma per me, per me che mi sono dato quell’obiettivo diversi anni fa, che l’ho accarezzato e sognato, che l’ho quasi raggiunto un paio di anni fa, averlo raggiunto sabato è stata una soddisfazione. Foss’anche per un giorno solo, al due virgola ci sono arrivato. (Ora c’è subito il prossimo, che è “due virgola stabile” – lì c’è ancora del lavoro da fare.)

Ma poi, vedi come è il golf, il giorno dopo (ieri) ne ho tirati 84, il che mi ha portato alle medesime sensazioni provate dopo il terzo giro all’Ambrosiano qualche mese fa: un misto di vergogna, scoramento e desiderio di nascondermi, di non parlare con nessuno. Uff.

Oggi, il giorno dopo, ci ho ragionato su a mente fredda, e sono arrivato a qualche conclusione.

La prima: differenze così evidenti di score a un giorno di distanza sono al 100% mentali. Ripensando alle mie sensazioni di ieri non trovo nulla di particolare: non avevo velleità di vittoria perché troppa era la distanza tra Alessandro Bianco e il resto del field, stavo bene e non avevo pensieri particolari. Credo però che un mio limite sia di essere legato troppo fermamente al mio handicap: ne sono fiero e lo porto come la stella da sceriffo di quando ero bambino, ma lasciare che l’handicap mi definisca si presta a malesseri e squilibri. (Senza contare che tra il sé conscio e il sé profondo corre un abisso – le cose insomma sono già complicate di loro, a volte probabilmente sarebbe meglio lasciar correre semplicemente, senza pensare di essere sempre alle Olimpiadi). E dunque una possibile soluzione è quella di lasciare libera la mente, senza ingabbiarla in pretese di risultati sempre più pressanti.

La seconda: la pratica è sensata e necessaria, ma forse a volte ai fini della qualità del gioco vale di più una sgambata liberatoria che non una sessione, l’ennesima, in campo pratica. Perché sì, posso ragionevolmente pensare che le 10mila ore di pratica mi portino all’eccellenza nel gioco, al comprendere l’essenza e i minimi dettagli dei colpi, ma sarà poi sempre quello che penso nei momenti topici del gioco a guidarmi.

La terza: ne ho già accennato prima, ma lo ribadisco per chiarezza. A nessuno fuorché a me importa del mio handicap, ma per me è come la rosa del Piccolo principe. A me importa, eccome! O, per dirla con le parole di Joe Kirkwood, golfista di professione, master of the trick shot e anche poeta, che lui stesso volle per la sua lapide:

Tell you a story of hard luck shots,
Of each shot straight and true,
But when you are done, remember son—
That nobody cares but you!

La quarta: se le cose vanno bene di certo stai meglio, ma se non commetti errori non puoi progredire. Quindi un 84 è benvenuto come un 75, a patto che ci si rifletta sopra. O, per dirla con Greg Norman: “Se devi sbagliare fallo in fretta”.

Ho sbagliato, sono contento, mollo tutto e per oggi vado a correre.

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Set 15


Ieri, gara alla Marghe. Non sono stato mai peggio di +1 e mai meglio di -1, ho finito in par. L’agognato par del campo alla Margherita, raggiunto prima d’ora due volte in friendly match ma mai in gara. (L’ultima gara alla Marghe è stato un 73.) (L’unica altra volta in cui ho fatto il par del campo in gara è stato tanti anni fa, ai Ciliegi.)

(Come mi ha fatto notare il mio marcatore ricontrollando gli score, le ultime sette buche sono stati tutti “4”. Sul momento non ci avevo fatto caso. Ora mi sovviene quello strano giro di Paratore in cui fece 4 per diciotto volte.)

Ho fatto un giro molto regolare, di quelli di cui sono capace io (solo che a volte mi dimentico). Quattro birdie e quattro bogey, 12 green presi, 29 putt. Un colpo splendido: un mezzo ferro 8 da centro fairway alla 11, a 138 metri in discesa che parte dritto come un fuso, atterra appena dopo l’asta e spinna per un metro. Un ottimo bogey, alla 13: ferro 7 agganciato in acqua e palla data col terzo. (Perché sì, esistono ottimi bogey, e come!)

Extragolfisticamente dirò che io sono in una fase molto delicata del mio percorso, l’accompagnamento di papà verso il suo ultimo viaggio, e questo vorrebbe dire che probabilmente dovrei lasciare per un po’ del tutto il golf. Ma del resto sono fortunato ad avere assistenza di tante persone e riesco lo stesso a fare quello che mi piace. (Papà torna a casa martedì mattina, l’ho appreso con gaudio poco fa. Sto uscendo dal seminato, ma questo vuol dire che lascerà la terra esattamente nello stesso luogo dove la trovò, un milione circa di anni fa. E questo fatto mi dà sollievo.)

I punti chiave di ieri. Innanzitutto il putt: non ne ho sbagliato nessuno sotto i 2 metri, e uno soltanto sotto i 3 e mezzo. Il gioco lungo è stato accettabile, niente di eccezionale ma senza disastri: il che significa che non puoi fare risultati stratosferici, ma se gestisci bene le altre parti del gioco puoi difenderti egregiamente. I ferri sono stati molto buoni, superiori alla media che di per sé è già soddisfacente: e questa è un’altra causa del bel giro. Il gioco corto è stato sufficiente.

I dati:
– colpi: 74 (4 birdie, 10 par, 4 bogey)
– fairway presi: 57% (8/14 – molto pochi per i miei standard alla Margherita)
– green in regulation: 67% (12/18)
– up & down 40% (2/5)
– putt: 29

Un giro apprezzabile, insomma.

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Ago 09


Ho dedicato la settimana scorsa. golfisticamente parlando, a questa gara.

L’esperienza nel suo complesso è stata decisamente positiva, con alcune zone d’ombra che mi hanno dato degli spunti di miglioramento che condividerò qui insieme al racconto di quei giorni.

Il campo di Cherasco non è lungo (meno di 6mila metri dai bianchi) e nello stesso tempo abbastanza stretto, il che lo rende adatto alle mie caratteristiche. Martedì faccio la prova campo con buone sensazioni, prendo confidenza con un terreno di gioco che non ricordavo praticamente più (vi avevo giocato qualche volta diversi anni fa, ma le memorie erano molto scarse).

Mercoledì le condizioni di gioco sono perfette:
– la partenza non è troppo presto, il che non mi costringe a stravolgere i miei ritmi circadiani;
– giochiamo in due anziché in tre, perché il terzo giocatore non si presenta: questo evita pressioni di tempo;
– non ci sono caddie per il mio compagno, e questo aiuta a tenere le distrazioni esterne al minimo.

Gioco le prime nove in maniera molto regolare, con un solo bogey alla 4, e qualche errore (un paio di legni 3 flosci e a destra, tre putt – di cui due per il birdie – dove ho calcolato male la forza, un ferro 8 smorto che finisce a destra). Ma sono a +1 e dunque abbastanza soddisfatto.

Nelle seconde nove vado meglio, con birdie alla 11 e 14, poi un bogey alla 15 che accetto (è un par 3 di 200 metri molto difeso, arrivare in green non è affar semplice per me). Arrivo alla 18, un par 5, pensando di essere a +1 (mentre sono in par). Sul terzo colpo sono a 77 metri in salita, che sovrastimo (non essendo lontano dalla buca sono nella parte terminale della salita stessa); scelgo il 52° impugnato corto (ah, quanto mi piace impugnare corti i wedge!), ma lo forzo e finisco in bunker. Non riesco a fare up & down e termino in 73. Gli errori sono stati simili a quelli delle prime nove: un legno 3 smorto e uno rasoterra, un putt non attaccato e il 52° di cui ho detto; ma in genere i colpi partivano bene, i green presi sono stati 12 e tutto funzionava. Sono settimo a pari merito in classifica.

Il giorno dopo le cose non funzionavano alla stessa maniera:
– ho ricevuto diversi complimenti per il giro del giorno prima: cosa che fa piacere ma distrae perché sposta il centro dell’attenzione;
– il mio compagno di gioco ha cambiato tre caddie (leggi: amici che lo accompagnavano) durante il giro, e soprattutto con il secondo c’è stato un parlottare fitto che mi distraeva parecchio (anche se la responsabilità degli errori è soltanto mia, sarebbe troppo facile cercare un capro espiatorio per quando le cose non vanno bene).

I colpi totali alla fine sono stati 83 [sic], dovuti sia a prime nove (concluse in 44, con 6 bogey e un doppio) dove il bogey pareva essere il mio par e a due grossi errori nelle seconde, due doppi della serie più classica di quando un errore tira l’altro – mentre fatto un errore (cosa normalissima) bisognerebbe riuscire ad accettarlo molto in fretta, dimenticarlo e passare oltre. In particolare mi è rimasta addosso la brutta sensazione della 18, un normale par 5 dove a un bel drive hanno fatto seguito un legno 3 in slice, un discreto 52°, una flappa col 60°, una flappetta col 60° (la sorella minore) e un putt lasciato corto. Esco a testa bassa dal campo, sono ventottesimo a pari merito in classifica generale. Brutta giornata; anche se il taglio è passato, e questo è un bell’obiettivo raggiunto.

Il terzo giorno è stato a metà tra i primi due, sia come colpi (77) che come sensazioni. La cosa negativa è che con cinque birdie – che non sono pochi – non sono riuscito a far meglio di +5, e questo in virtù di un doppio bogey sciocco (un altro!) alla 8, dove con un ferro 9 da centro fairway non solo non sono arrivato in green, ma sono riuscito ad andare a destra del bunker di destra, e soprattutto di un triplo alla 16, quando viaggiavo con un discreto +3 ma ho chiuso l’ibrido dal tee spedendolo fuori limite e poi, arrivato in green, ho completato l’opera con tre putt (figli però soprattutto del 52° lasciato troppo corto).

Tiro le somme: trentunesimo posto finale. che non è un brutto risultato, se non fosse per il fatto che solo i primi trenta prendono punti per l’ordine di merito. E così scivolo sempre più giù! (Ma questa cosa l’ho già digerita.)

Porto via con me due idee generali. La prima è che se tutto va bene, come nel primo giorno, vado bene e proseguo il mio gioco senza patemi; ma non appena interviene qualche fattore interno o esterno a disturbarmi pare che gli errori vengano a cascata. Epperò nel golf i fattori di disturbo ci sono, e gli errori si fanno: dunque è importante non dare troppa importanza agli errori, così come non esaltarsi troppo per i bei colpi, ma proseguire diritti per la propria strada.

La seconda parte da una citazione di Tommy Armour:

It is not solely the capacity to make great shots that makes champions, but the essential quality of making very few bad shots.
[Non è solamente la capacità di eseguire colpi grandiosi che fa un campione, ma soprattutto la capacità di tirare pochissimi colpi disastrosi.]

Sulla qual cosa occorre riflettere a lungo: perché un birdie fa piacere, ma un triplo bogey ti taglia le gambe e non ammette repliche.

Comunque complessivamente è stata un’esperienza molto positiva per me; l’handicap è anche sceso (3,4 al momento). Mi sono applicato, ho imparato delle cose che spero di mettere a frutto nei mesi a venire, ho sperimentato in tutti i giorni vari tratti di flow. Soprattutto, del gioco delle ultime settimane mi pare questo: sono pronto – e sarebbe ora – per raggiungere quella fatidica quota “due virgola” che da anni vado predicando. Sono pronto.

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Lug 28


Ben Hogan raccontò un giorno, ad una riunione dei venditori della Ben Hogan Company, di un sogno che lo tormentava: in un giro perfetto ad Augusta aveva fatto birdie a tutte le buche dalla 1 alla 17, e alla 18 aveva il putt per il birdie. Che però era sbordato, cosa che lo disturbava tremendamente.

Perfetto stile Hogan; anche se non sono convinto che il racconto non sia apocrifo. (Tra parentesi: proprio in questi giorni ricorreva il ventennale della dipartita del mio dolce mito. Ho pensato tanto a lui, lui che per me è l’essenza distillata della purezza del golf.)

Ieri, alla Margherita, c’era una tranquilla gara d’estate, e per iniziare dalla fine alla 18 mi è sbordato il putt che mi avrebbe dato il par del campo, risultato che non ho mai fatto in gara alla Marghe (solo ai Ciliegi, tanti anni fa). Mi è sembrato immediato il parallelismo tra il perfetto giro di Hogan, un teorico 54, e il mio perfetto giro nel par del campo. Ma vado con ordine.

Inizio lentamente, salvando il par alla 1 e mancando il birdie alle 2. Bei birdie poi alla 3 e alla 4, ma alla 5 manco il green con un ferro 9 (non va bene Gianni, non va bene) e sbaglio il conseguente chip (cosa che mi fa chiedere: perché alleno tanto quel colpo se poi nei momenti topici non la metto data?). Seguono un par e un altro bel birdie che mi riporta a -2.

Alla 8 il colpo più bello della giornata, un ferro 6 da 155 metri impugnato corto e colpito troppo bene che va lungo di un paio di metri di troppo. Finisco in bunker, bogey. Idem alla 9: ibrido 24 impugnato corto e colpito troppo bene (ma anche, va detto, le palle volavano di più rispetto al solito e io non ne ho sempre tenuto conto) che va lungo. Altro bogey, e finisco in par le prime.

Le seconde iniziano con due par, poi un bel birdie mi riporta a -1. Salvo due par alla 13 e alla 14, faccio di nuovo bogey alla 15 (con un secondo orribile questa volta). Par 16 e par 17, arrivo a -1 sul tee della 18.

L’ibrido 24 impugnato corto è colpito bene, finisce in fairway ma solo un po’ troppo a destra. Da lì ho uno dei miei colpi preferiti: un ferro 7 schiacciato che immagino partire diritto sulla sinistra e poi curvare verso destra per raggiungere la parta alta del green. Solo che faccio un errore tecnico: apro un po’ troppo la lama, così che la palla parte più a destra del previsto e finisce nel bunker davanti al green.

L’uscita non è semplice (una ventina di metri), ma uso il sand al posto del consueto lob e la metto a due metri e mezzo. Il putt, che considero diritto, ha in realtà una lievissima pendenza a destra: per questo motivo sborda, e un teorico 72 diventa 73. Che è un risultato ottimo e onorevole, ma molto differente. Un’altra categoria, diciamo.

I dati:
– colpi: 73 (4 birdie, 9 par, 5 bogey)
– fairway presi: 86% (12/14)
– green in regulation: 50% (9/18)
– up & down 44% (4/9)
– putt: 28

Le impressioni: mentalmente ho tenuto bene, e questa credo sia la prima cosa. Tecnicamente ho giocato molto bene, con un paio di errori qua e là ma con drive sempre in pista e ferri diritti. Buon putt, salvo un paio di casi in cui è rimasto corto (e un putt da dieci metri può rimanere corto, da tre no). Sono stato bravo, insomma, mi sono piaciuto.

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Lug 24

Ieri ho vinto il mio primo premio come senior. Sono passaggi della vita.

La gara era questa. Un campionato regionale, quindi con un’importanza media.

Non sono molto contento, ma dirò.

Mi ero preparato bene, e sono in un periodo di buona consapevolezza di gioco. Venerdì avevo fatto la prova campo (di un campo che comunque conosco), quindi non c’erano scuse.

Il primo giorno ho giocato bene (o forse molto bene): nessun birdie ma solo due bogey e uno stupidissimo doppio bogey alla buca 15, un par 5 lungo ma senza difficoltà alcuna. Giro in 76 colpi, ottava posizione e pure una limata ad un handicap che è troppo alto. Insomma ero soddisfatto.

Domenica non parto bene, uno snap col mio fido legno 3 che porta a un bogey. Alla 2 faccio un altro bogey, senza aver ancora toccato il fairway. Alla 3 mi “sveglio” con un bel birdie, replicato alla 4 in modo fortunoso. Da lì proseguo bene fino alla 13, dove salvo un bel par e mi trovo a +2 per il giro.

La 14 è un par 4 corto e facile. Un ibrido storto mi lascia a 80 metri dall’asta, con vento forte a favore. Con un mezzo sand, che mi sembra di aver tirato bene, finisco nel fringe a oltre 10 metri dall’asta. Tre putt per un bogey regalato.

Ma i guai cominciano alla 14, dove tiro un orribile drive che finisce nelle piante a sinistra e ci metto *tre* [sic] colpi per tornare in fairway. Sbaglio anche il quinto colpo ed esco dalla buca con un triplo bogey pesante anzichenò.

Bogey anche alla 16, conseguenza della buca precedente; alla 17 faccio par con una splendida (quando va detto va detto) uscita dal bunker. Alla 18 il drive è diritto in pista, sono a 133 metri in salita ma chiudo il ferro 8 e finisco oltre il green in una posizione orribile. Due flappe e doppio bogey finale. Insomma ho perso 6 colpi nelle prime 31 buche e 7 colpi nelle ultime 5. Questo non va bene. Non va bene.

Sono tornato con la mente ai pensieri lungo la 15, e poi sul secondo colpo alla 18 e sui due approccini sbagliati. Vi sono tornato perché riflettere sugli errori, capirne la genesi, può servire (forse) a evitarli in futuro.

Due pensieri, qui. Il primo mi viene da Italo Lana, che fu la prima persona a insegnarmi – senza fanfara ma con molto senso pratico – la scrittura tecnica: il professor Lana parlava spesso della genesi dell’errore (si trattava di filologia classica là, ma i principi non cambiano), e diceva che arrivare a quel punto è il primo passo per andare oltre, per correggersi, per superare i punti morti.

Il secondo, contrario, viene da Il diavolo sulle colline (Pavese c’entra quasi sempre):

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

Allora, la prima domanda che devo farmi è: che cosa scelgo di pensare? Che andando verso le 10mila ore di pratica concentrata potrò eliminare questi brutti finali, questi colpacci che saltano fuori dal nulla e rovinano un giro, oppure che non c’è nulla da fare e che ciò che è così insito in me lo sarà per sempre?

Questa risposta è facile, per me. Oggi pomeriggio sarò in campo pratica a provare e riprovare i colpi che mi hanno fatto penare ieri: gli approccini da posizioni impossibili e il drive.

Stabilito questo, sono andato più volte ai miei pensieri di quei tre momenti “topici”. Nel primo caso (il drive alla 15) c’era solo l’intenzione di mirare alla destra del bunker di sinistra, in maniera che un eventuale slice avrebbe tenuto la palla magari corta ma in pista. (È un par 5, si può recuperare senza soverchi patemi – in teoria almeno). Poi ho fatto un errore tecnico che mi capita ogni tanto, eredità del passato: arrivare dall’esterno e buttarsi sulla palla come per disintegrarla, che è la classica antiricetta del bel colpo. Errore tecnico dunque, non mentale.

Sul fairway della 18 il vento era leggermente contrario. La scelta era tra un mezzo ferro 7 e un 8 pieno. Il ragionamento era corretto, poi però mi sono avventato sulla palla chiudendo il colpo. Errore tecnico anche qui.

Nei pressi del green sul primo colpo avevo forse un po’ troppa tencisione ma ero carico, è uscita una flappa inguardabile che mi ha tolto entusiasmo. Il colpo era difficile, avrei potuto risparmiare un colpo ma non posso rimproverarmi molto qui.

E del resto i racconti dei golfisti sono noiosi e inutili, alla fine you are your numbers e conta solo il numero finale. Quindi io torno in campo pratica, mi preparo per la prossima gara.

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Giu 28


Ho passato un bel pomeriggio in campo pratica, ieri, uno di quelli che piacciono a me, concentrati e lunghi. La prima ora, in particolare, è stata fruttuosa perché la mente era fresca, l’impegno tanto perché tanta era la motivazione che mi spingeva, tanta la riflessione prima e dopo ciascun colpo.

Sono stati solo ferri dispari, e in particolare il ferro 9 con un tee. Un colpo che non ha difficoltà tecnica alcuna, ma che mi ha fatto penare non una ma due volte domenica, a questa bella gara al Feudo d’Asti. Il risultato dei due giorni è stato discreto ma non ottimo (73 – 75; è un par 70 semplice); e però alla fine, facendo i conti, ho capito che mi è mancato almeno uno di quei due colpi per prendere punti per l’ordine di merito, che è uno dei motivi principali per cui partecipo a gare del genere.

(Tra parentesi dirò che è cambiato molto il mio approccio al tipo di gare, ultimamente tendo a concentrarmi quasi esclusivamente su quelle del calendario Federgolf.)

Le due situazioni: le buche 5 e 7 del Feudo sono due semplicissimi par 3, alle condizioni di domenica raggiungibili col pitch nel primo caso e col ferro 9 nel secondo; e in più il green della 5 è largo come un appartamento di lusso. Non dovrebbe dunque essere cosa complicata prendere il green; eppure nel primo caso il mio ragionamento è stato che non sarei arrivato col pitch (la distanza era di 117 metri – grave errore mentale non credere nelle proprie capacità), così ho tirato un mezzo ferro 9 agganciandolo e facendo pasticci a seguire. Alla 7 il ferro 9 era il bastone perfetto, ma ho spedito la palla in acqua con un gancio. Due colpi obiettivamente difficili da eseguire in questa maniera!

Allora ieri ho praticato soprattutto quel colpo, e ho imparato molto aggiustando le cose. (Che poi qualunque “aggiustamento” è una toppa che metti al tuo swing, non potrà mai essere un rimedio definitivo; ma in questa fragilità c’è buona parte della bellezza del gioco.)

Però c’è un secondo fatto che riguarda domenica, meno appariscente ma decisamente molto più importante, di cui voglio parlare oggi. Il discorso parte da lontano. All’ultimo giro dell’Ambrosiano (la mia peggior prestazione dell’anno, un 83 che mi trafigge ancora ogni tanto) giocai con un signore che è diventato il mio modello attuale di golfista (non lo sapevo allora, in quel giorno lo odiavo e basta per quanto era bravo e calmo). Per diversi motivi:
– è un dilettante decisamente molto forte;
– è elegante, sicuro di sé;
– ha i capelli bianchi;
– sa stare sul campo,
che sono tutte qualità che ammiro in un golfista. Perché se anni fa sognavo di diventare un pro, oggi l’obiettivo è cambiato: essendomi reso conto che quei sogni erano onesti ma troppo al di sopra delle mie reali possibilità ho capito che diventare un golfista senior al top in Italia nella categoria, entrare nella Nazionale, essere insomma un modello (per me stesso innanzitutto) è un obiettivo ancora più bello e più pieno da avere.

E quindi questa persona, senza saperlo e senza volerlo, semplicemente col suo saper stare in campo, saper fare (e dire) le cose giuste al momento giusto, mi ha insegnato tantissimo. E io domenica ho giocato tutto il giorno sentendomi così, sicuro di me e del mio gioco; e i due doppi mi hanno scocciato, certamente, ma la cosa bella e di gran lunga più importante è la reazione al disastro, è reagire dopo le difficoltà pensando ai birdie che ti attendono svoltato l’angolo (il golf è sempre un’ottima metafora della vita) e alle opportunità che ti aspettano. Ecco, io domenica ho giocato così, leggero e sicuro, e questo sarà il mio atteggiamento nel golf d’ora in poi: capelli brizzolati, sorriso, fiducia nei propri mezzi, divertimento, leggerezza.

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Mag 10


76 – 76 – 83 | T-20 | ODM 405

Questi sono i freddi numeri, i miei numeri del Campionato nazionale senior della settimana scorsa. (E nel golf you are your numbers, si sa.)

Ma raccontare le cose – anche questo si sa – può essere fatto in tante maniere. In sostanza devo scegliere se ricordarmi dei primi due giorni splendidi, del mio quasi flawless golf, o dell’ultimo giro in cui la palla andava in tutte le direzioni (ma principalmente a destra, memore di movimenti che pensavo di essermi lasciato alle spalle e invece no, quando non te lo aspetti proprio eccoli lì a fare capolino). E non so decidere, quindi vado con ordine.

Giovedì, prova campo. L’Ambrosiano è un campo che non conoscevo. Dal sito e dai racconti di amici l’aspetto prioriatario pareva essere l’acqua, che in effetti domina in una quantità iompressionante di buche. E che è qualcosa che mi piace, perché rende interessante un terreno di gioco che altrimenti rischierebbe la monotonia nel suo essere quasi totalmente piatto. Le due note stonate sono i green, in condizioni non buone, e i bunker, dove soprattutto a causa della pioggia è molto meglio per te se non ci finisci mai. Ad ogni modo provo il campo, le sensazioni sono buone; nelle seconde nuove, sfidato dagli amici, simulo le condizioni di gara. Un bogey e un birdie per il par lordo – che non è poi un brutto risultato.

Venerdì faccio bogey alla 2 e alla 3 ma poi mi riprendo, alla 14 sono ancora +2 e poi lascio due colpi nel finale. Comunque. +4 per il giro (76) e decimo a pari merito – non una brutta prestazione considerando che la mia posizione di partenza era la numero 37.

Sabato è stata la giornata “perfetta”. Stesso risultato (+4) ma con il mio miglior golf. Un bel bogey alla 9 (sì, esistono anche i bei bogey, quando finisci in uno di quei bunker pieni d’acqua e umidità e pericoli, e ci metti due colpi due per uscirne), altri tre alla 11, 13 e 18 – in tutti i casi bogey che erano parenti prossimi del par, nel senso che la palla è uscita per pochissimo. Un birdie mancato alla 10 con la palla fermatasi sul ciglio della buca – that’s golf, nulla di grave. Alla fine della giornata sono in nona posizione.

E non ci faccio troppo caso, ma probabilmente qui cominciano i problemi. Sono già stato altre volte – pochissime per la verità, e dunque ben vengano queste occasioni – in posizioni del genere e non ne sono mai uscito molto bene. Ma in realtà a questo ho pensato solo dopo. Gioco il terzo giro con due golfisti di prim’ordine, due persone che – al di là dell’inarrivabile Gianluca Bolla – sono certamente candidati alle prime posizioni (come in effetti è stato). E questo probabilmente mi mette sulla difensiva, e ragionandoci ora capisco che è un errore: perché in un caso del genere devo semplicemente giocare il mio golf, come so fare (altrimenti non mi troverei lì), procedere umile e sicuro, allegro e rilassato, concentrato e sciolto. (Già, la teoria la so bene.)

Comunque. Inizio con uno sciocchissimo doppio bogey (palla in acqua da centro fairway con un ferro 8), il che probabilmente dice molto e di quella pressione che sentivo (ma, appunto, non verso la gara quanto piuttosto verso i compagni di gioco – e questa è una cosa sciocca, lo so, ma gestire le emozioni non è affar semplice), poi procedo non bene ma senza troppi disastri; e arrivo alla 14, un par 4 difficile con acqua sulla sinistra lungo tutta la buca, dove tiro un bel drive e poi un ferro 6 magnifico, il mio più bel colpo di tutti e tre i giorni: sono a 154 metri all’asta, la palla parte dritta come una spada, atterra due metri prima della bandiera e termina due metri dopo. Il putt è facile, con leggera pendenza a sinistra che sottostimo. La palla si ferma a 50 cm, io vado per finire. E sbaglio pure quel colpo. Sbaglio un putt da 50 centimetri in piano! Dal birdie al bogey è un attimo. Mentalmente è un colpo duro, perché da un possibile +5 mi trovo a un certo +7. Questo non mi fa sentire bene. Alla buca dopo manco, con un brutto putt, il birdie. Alla 15 faccio il disastro: drive sparato a destra, seconda palla persa, mancato up & down. Triplo bogey. Ossignor! Mi vergogno del mio gioco, sono confuso. Bogey anche alla 18 giocando in sicurezza (mi sono fidanzato con la parte destra della buca). 83. 83!

Non mi sento bene. Mi vergogno. Sono deluso del mio gioco, dei troppi colpi sbagliati in un campo semplicisismo. Delle palle in acqua, della palla persa, dei putt sbagliati.

Alla fine l’esperienza complessiva è positiva, me ne rendo conto, ma mi ci vorrà tanto tempo per digerire una giornata storta. Anche questa notte, per dire, ho sognato e rivisto quel triplo bogey. Non sempre le cose vanno come si vorrebbe, per ora scelgo di tenere la delusione con me.

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Mar 31

76 – 76 – 76 – 72. Sono i miei ultimi quattro score (18-30 marzo); i primi due in gara, gli ultimi due in friendly match.

Sento di stare giocando bene in questo periodo, e ieri ne ho avuto la prova: 12 fairway, 10 green, 6 up & down su 8, 28 putt, due birdie e due bogey per un par del campo che mi è parso, a viverlo, assolutamente semplicissimo. (Poi è vero che la gara è tutta un’altra storia, perché lo score pesa, e come! Ma intanto il par del campo è cosa fatta.)

Ho curato molto il gioco quest’inverno, da inizio dicembre ho fatto almeno una lezione al mese, cosa che non mi capitava da anni. Ora mi sembra di aver trovato le chiavi del gioco; è certamente possibile che domani le smarrisca, ma intanto le ho in tasca.

Ora, per settori.

Il drive non mi dà più ansia (le statistiche di quest’anno sono quasi al 78%), la codina parente stretta dello slice compare ancora, ogni tanto, ma sempre più raramente. Mi sono allungato di qualche metro, anche – credo – grazie al nuovo drive (ho scelto il penultimo modello perché 500 euro per un drive mi sembra una via di mezzo tra la follia e l’insulto, e ne sono molto soddisfatto).

Il gioco lungo mi dà qualche problema qua e là (l’ibrido dal rough, per esempio); ma ora tiro un ferro 5 dal fairway con confidenza – e la differenza è tangibile nel risultato.

Nei ferri medi faccio ancora qualche errore di troppo a destra; mi capita più volte di quanto sarebbe lecito di non prendere il green con il ferro 7, e questo è un punto da migliorare. Però ho la confidenza per tirare un mezzo 6 al posto di un 7 pieno, per dire; e questo ti viene solo col tempo e con la pratica (pratica di gioco, soprattutto).

I ferri corti non mi danno problemi.

Negli approcci sto migliorando. Ho risfogliato per la milionesima volta la “bibbia” di Pelz, capendo che un punto su cui dovevo (e devo ancora, ma ci sto lavorando) migliorare è l’accelerazione nel downswing, unita alla sensazione di ruotare completamente.

Il putt… il putt non lo tocchiamo; la media di quest’anno è 30 putt precisi precisi a giro e va bene così.

In campo pratica riesco a fare cose che non sono mai riuscito a fare prima. Un divertimento è per esempio mirare a un obiettivo (il paletto giallo a Chieri, la bandiera dei 100 metri alla Margherita, col ferro 9 nel primo caso e con un mezzo pitch nel secondo), e raggiungerlo dieci volte di fila in draw. È una soddisfazione autotelica.

Questo è il mio gioco attuale. Ora vedo in maniera chiara quella sfuggente araba fenice che ho chiamato due virgola; poi se ci arriverò ignoro, ma insomma ora sento che è un obiettivo possibile.

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Mar 20

Sono passati tre mesi dal mio ultimo post su questo blog, che era un confuso arrivederci. Avevo bisogno di silenzio, di pensare senza scrivere nulla per un po’.

Ringrazio le persone che si sono fatte sentire in questo periodo. Non è che io non abbia pensato al golf, è solo che dovevo ripartire da zero per via della perdita dell’amico mio più caro. “Perché lui e perché non, per esempio, io?”, mi sono chiesto tante volte – lui mio coetaneo, lui nel fiore dell’età; ma non c’è risposta a questa domanda, e del resto non è che importi parlarne qui.

Qui dirò semplicemente che con oggi riprendo le mie elucubrazioni golfistiche; i temi saranno sempre gli stessi, anche se mancherà quella puntualità cartesiana del venerdì. Insomma scriverò qui quando avrò qualcosa da dire, senza scadenze precise.

Io quindi ci sono. E i commenti, come sempre, sono i benvenuti.

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Dic 23

Una persona a me molto cara, un fratello di spirito, è mancata in questi giorni. Ho accusato il colpo, e ho bisogno di tempo. Scrivere ora sarebbe un esercizio frivolo e inutile, forse anche irrispettoso ma comunque senza senso. Allora prendo congedo temporaneo dai miei venticinque lettori con le parole di Elio Vittorini: “Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”.

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