Giu 28


Ho passato un bel pomeriggio in campo pratica, ieri, uno di quelli che piacciono a me, concentrati e lunghi. La prima ora, in particolare, è stata fruttuosa perché la mente era fresca, l’impegno tanto perché tanta era la motivazione che mi spingeva, tanta la riflessione prima e dopo ciascun colpo.

Sono stati solo ferri dispari, e in particolare il ferro 9 con un tee. Un colpo che non ha difficoltà tecnica alcuna, ma che mi ha fatto penare non una ma due volte domenica, a questa bella gara al Feudo d’Asti. Il risultato dei due giorni è stato discreto ma non ottimo (73 – 75; è un par 70 semplice); e però alla fine, facendo i conti, ho capito che mi è mancato almeno uno di quei due colpi per prendere punti per l’ordine di merito, che è uno dei motivi principali per cui partecipo a gare del genere.

(Tra parentesi dirò che è cambiato molto il mio approccio al tipo di gare, ultimamente tendo a concentrarmi quasi esclusivamente su quelle del calendario Federgolf.)

Le due situazioni: le buche 5 e 7 del Feudo sono due semplicissimi par 3, alle condizioni di domenica raggiungibili col pitch nel primo caso e col ferro 9 nel secondo; e in più il green della 5 è largo come un appartamento di lusso. Non dovrebbe dunque essere cosa complicata prendere il green; eppure nel primo caso il mio ragionamento è stato che non sarei arrivato col pitch (la distanza era di 117 metri – grave errore mentale non credere nelle proprie capacità), così ho tirato un mezzo ferro 9 agganciandolo e facendo pasticci a seguire. Alla 7 il ferro 9 era il bastone perfetto, ma ho spedito la palla in acqua con un gancio. Due colpi obiettivamente difficili da eseguire in questa maniera!

Allora ieri ho praticato soprattutto quel colpo, e ho imparato molto aggiustando le cose. (Che poi qualunque “aggiustamento” è una toppa che metti al tuo swing, non potrà mai essere un rimedio definitivo; ma in questa fragilità c’è buona parte della bellezza del gioco.)

Però c’è un secondo fatto che riguarda domenica, meno appariscente ma decisamente molto più importante, di cui voglio parlare oggi. Il discorso parte da lontano. All’ultimo giro dell’Ambrosiano (la mia peggior prestazione dell’anno, un 83 che mi trafigge ancora ogni tanto) giocai con un signore che è diventato il mio modello attuale di golfista (non lo sapevo allora, in quel giorno lo odiavo e basta per quanto era bravo e calmo). Per diversi motivi:
– è un dilettante decisamente molto forte;
– è elegante, sicuro di sé;
– ha i capelli bianchi;
– sa stare sul campo,
che sono tutte qualità che ammiro in un golfista. Perché se anni fa sognavo di diventare un pro, oggi l’obiettivo è cambiato: essendomi reso conto che quei sogni erano onesti ma troppo al di sopra delle mie reali possibilità ho capito che diventare un golfista senior al top in Italia nella categoria, entrare nella Nazionale, essere insomma un modello (per me stesso innanzitutto) è un obiettivo ancora più bello e più pieno da avere.

E quindi questa persona, senza saperlo e senza volerlo, semplicemente col suo saper stare in campo, saper fare (e dire) le cose giuste al momento giusto, mi ha insegnato tantissimo. E io domenica ho giocato tutto il giorno sentendomi così, sicuro di me e del mio gioco; e i due doppi mi hanno scocciato, certamente, ma la cosa bella e di gran lunga più importante è la reazione al disastro, è reagire dopo le difficoltà pensando ai birdie che ti attendono svoltato l’angolo (il golf è sempre un’ottima metafora della vita) e alle opportunità che ti aspettano. Ecco, io domenica ho giocato così, leggero e sicuro, e questo sarà il mio atteggiamento nel golf d’ora in poi: capelli brizzolati, sorriso, fiducia nei propri mezzi, divertimento, leggerezza.

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Mag 10


76 – 76 – 83 | T-20 | ODM 405

Questi sono i freddi numeri, i miei numeri del Campionato nazionale senior della settimana scorsa. (E nel golf you are your numbers, si sa.)

Ma raccontare le cose – anche questo si sa – può essere fatto in tante maniere. In sostanza devo scegliere se ricordarmi dei primi due giorni splendidi, del mio quasi flawless golf, o dell’ultimo giro in cui la palla andava in tutte le direzioni (ma principalmente a destra, memore di movimenti che pensavo di essermi lasciato alle spalle e invece no, quando non te lo aspetti proprio eccoli lì a fare capolino). E non so decidere, quindi vado con ordine.

Giovedì, prova campo. L’Ambrosiano è un campo che non conoscevo. Dal sito e dai racconti di amici l’aspetto prioriatario pareva essere l’acqua, che in effetti domina in una quantità iompressionante di buche. E che è qualcosa che mi piace, perché rende interessante un terreno di gioco che altrimenti rischierebbe la monotonia nel suo essere quasi totalmente piatto. Le due note stonate sono i green, in condizioni non buone, e i bunker, dove soprattutto a causa della pioggia è molto meglio per te se non ci finisci mai. Ad ogni modo provo il campo, le sensazioni sono buone; nelle seconde nuove, sfidato dagli amici, simulo le condizioni di gara. Un bogey e un birdie per il par lordo – che non è poi un brutto risultato.

Venerdì faccio bogey alla 2 e alla 3 ma poi mi riprendo, alla 14 sono ancora +2 e poi lascio due colpi nel finale. Comunque. +4 per il giro (76) e decimo a pari merito – non una brutta prestazione considerando che la mia posizione di partenza era la numero 37.

Sabato è stata la giornata “perfetta”. Stesso risultato (+4) ma con il mio miglior golf. Un bel bogey alla 9 (sì, esistono anche i bei bogey, quando finisci in uno di quei bunker pieni d’acqua e umidità e pericoli, e ci metti due colpi due per uscirne), altri tre alla 11, 13 e 18 – in tutti i casi bogey che erano parenti prossimi del par, nel senso che la palla è uscita per pochissimo. Un birdie mancato alla 10 con la palla fermatasi sul ciglio della buca – that’s golf, nulla di grave. Alla fine della giornata sono in nona posizione.

E non ci faccio troppo caso, ma probabilmente qui cominciano i problemi. Sono già stato altre volte – pochissime per la verità, e dunque ben vengano queste occasioni – in posizioni del genere e non ne sono mai uscito molto bene. Ma in realtà a questo ho pensato solo dopo. Gioco il terzo giro con due golfisti di prim’ordine, due persone che – al di là dell’inarrivabile Gianluca Bolla – sono certamente candidati alle prime posizioni (come in effetti è stato). E questo probabilmente mi mette sulla difensiva, e ragionandoci ora capisco che è un errore: perché in un caso del genere devo semplicemente giocare il mio golf, come so fare (altrimenti non mi troverei lì), procedere umile e sicuro, allegro e rilassato, concentrato e sciolto. (Già, la teoria la so bene.)

Comunque. Inizio con uno sciocchissimo doppio bogey (palla in acqua da centro fairway con un ferro 8), il che probabilmente dice molto e di quella pressione che sentivo (ma, appunto, non verso la gara quanto piuttosto verso i compagni di gioco – e questa è una cosa sciocca, lo so, ma gestire le emozioni non è affar semplice), poi procedo non bene ma senza troppi disastri; e arrivo alla 14, un par 4 difficile con acqua sulla sinistra lungo tutta la buca, dove tiro un bel drive e poi un ferro 6 magnifico, il mio più bel colpo di tutti e tre i giorni: sono a 154 metri all’asta, la palla parte dritta come una spada, atterra due metri prima della bandiera e termina due metri dopo. Il putt è facile, con leggera pendenza a sinistra che sottostimo. La palla si ferma a 50 cm, io vado per finire. E sbaglio pure quel colpo. Sbaglio un putt da 50 centimetri in piano! Dal birdie al bogey è un attimo. Mentalmente è un colpo duro, perché da un possibile +5 mi trovo a un certo +7. Questo non mi fa sentire bene. Alla buca dopo manco, con un brutto putt, il birdie. Alla 15 faccio il disastro: drive sparato a destra, seconda palla persa, mancato up & down. Triplo bogey. Ossignor! Mi vergogno del mio gioco, sono confuso. Bogey anche alla 18 giocando in sicurezza (mi sono fidanzato con la parte destra della buca). 83. 83!

Non mi sento bene. Mi vergogno. Sono deluso del mio gioco, dei troppi colpi sbagliati in un campo semplicisismo. Delle palle in acqua, della palla persa, dei putt sbagliati.

Alla fine l’esperienza complessiva è positiva, me ne rendo conto, ma mi ci vorrà tanto tempo per digerire una giornata storta. Anche questa notte, per dire, ho sognato e rivisto quel triplo bogey. Non sempre le cose vanno come si vorrebbe, per ora scelgo di tenere la delusione con me.

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Mar 31

76 – 76 – 76 – 72. Sono i miei ultimi quattro score (18-30 marzo); i primi due in gara, gli ultimi due in friendly match.

Sento di stare giocando bene in questo periodo, e ieri ne ho avuto la prova: 12 fairway, 10 green, 6 up & down su 8, 28 putt, due birdie e due bogey per un par del campo che mi è parso, a viverlo, assolutamente semplicissimo. (Poi è vero che la gara è tutta un’altra storia, perché lo score pesa, e come! Ma intanto il par del campo è cosa fatta.)

Ho curato molto il gioco quest’inverno, da inizio dicembre ho fatto almeno una lezione al mese, cosa che non mi capitava da anni. Ora mi sembra di aver trovato le chiavi del gioco; è certamente possibile che domani le smarrisca, ma intanto le ho in tasca.

Ora, per settori.

Il drive non mi dà più ansia (le statistiche di quest’anno sono quasi al 78%), la codina parente stretta dello slice compare ancora, ogni tanto, ma sempre più raramente. Mi sono allungato di qualche metro, anche – credo – grazie al nuovo drive (ho scelto il penultimo modello perché 500 euro per un drive mi sembra una via di mezzo tra la follia e l’insulto, e ne sono molto soddisfatto).

Il gioco lungo mi dà qualche problema qua e là (l’ibrido dal rough, per esempio); ma ora tiro un ferro 5 dal fairway con confidenza – e la differenza è tangibile nel risultato.

Nei ferri medi faccio ancora qualche errore di troppo a destra; mi capita più volte di quanto sarebbe lecito di non prendere il green con il ferro 7, e questo è un punto da migliorare. Però ho la confidenza per tirare un mezzo 6 al posto di un 7 pieno, per dire; e questo ti viene solo col tempo e con la pratica (pratica di gioco, soprattutto).

I ferri corti non mi danno problemi.

Negli approcci sto migliorando. Ho risfogliato per la milionesima volta la “bibbia” di Pelz, capendo che un punto su cui dovevo (e devo ancora, ma ci sto lavorando) migliorare è l’accelerazione nel downswing, unita alla sensazione di ruotare completamente.

Il putt… il putt non lo tocchiamo; la media di quest’anno è 30 putt precisi precisi a giro e va bene così.

In campo pratica riesco a fare cose che non sono mai riuscito a fare prima. Un divertimento è per esempio mirare a un obiettivo (il paletto giallo a Chieri, la bandiera dei 100 metri alla Margherita, col ferro 9 nel primo caso e con un mezzo pitch nel secondo), e raggiungerlo dieci volte di fila in draw. È una soddisfazione autotelica.

Questo è il mio gioco attuale. Ora vedo in maniera chiara quella sfuggente araba fenice che ho chiamato due virgola; poi se ci arriverò ignoro, ma insomma ora sento che è un obiettivo possibile.

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Mar 20

Sono passati tre mesi dal mio ultimo post su questo blog, che era un confuso arrivederci. Avevo bisogno di silenzio, di pensare senza scrivere nulla per un po’.

Ringrazio le persone che si sono fatte sentire in questo periodo. Non è che io non abbia pensato al golf, è solo che dovevo ripartire da zero per via della perdita dell’amico mio più caro. “Perché lui e perché non, per esempio, io?”, mi sono chiesto tante volte – lui mio coetaneo, lui nel fiore dell’età; ma non c’è risposta a questa domanda, e del resto non è che importi parlarne qui.

Qui dirò semplicemente che con oggi riprendo le mie elucubrazioni golfistiche; i temi saranno sempre gli stessi, anche se mancherà quella puntualità cartesiana del venerdì. Insomma scriverò qui quando avrò qualcosa da dire, senza scadenze precise.

Io quindi ci sono. E i commenti, come sempre, sono i benvenuti.

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Dic 23

Una persona a me molto cara, un fratello di spirito, è mancata in questi giorni. Ho accusato il colpo, e ho bisogno di tempo. Scrivere ora sarebbe un esercizio frivolo e inutile, forse anche irrispettoso ma comunque senza senso. Allora prendo congedo temporaneo dai miei venticinque lettori con le parole di Elio Vittorini: “Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni”.

Dic 16

Questa mattina c’erano tre gradi, e io ero alla Marghe a fare lezione. Temperatura al limite, ma notavo dentro di me come sia interessante lavorare sullo swing, perché tratti qualcosa di assolutamente vivo e cangiante nel tempo, sia per i pensieri che per la pratica che per il tempo che passa, oltre che per altri aspetti minori come il tempo atmosferico, ad esempio; e altri ancora meno visibili ma fondamentali come le sensazioni.

Oggi, comunque, non voglio parlare di me: questo è un breve racconto di sensazioni. Ho trovato che il luogo fosse discretamente popolato, per essere una fredda e grigia mattina di dicembre. Ed è così che un campo pratica dovrebbe essere sempre: popolato di persone seriamente interessate a migliorarsi.

È questo, comunque, un bel periodo per il golf. Dicembre e gennaio, che apparentemente sono mesi in netto contrasto con il golf, sono di fatto il periodo in cui si possono sperimentare cambiamenti che daranno i loro frutti nell’estate a venire; la pratica procede tranquilla perché non necessita di risultati immediati ma è sostenuta da una visione di respiro ampio.

Magari poi non si concluderà nulla, o magari sì; ma questo, in fondo, non è importante. Perché anche il golf, in sé considerato, non è importante; invece è importante, è fondamentale la tua idea di golf, il tempo e la passione che tu hai messo, metti e metterai nella pratica golfistica. Alla fine l’handicap è una stelletta che ti rende fiero ma di cui agli altri non importa nulla. E comunque avere il tempo di “scolpire” il movimento, di provare e riprovare è il bello, il vero bello, del golf decembrino.

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Dic 09

Un breve post, oggi, solo per dire che sto lavorando tranquillo ai cambiamenti di swing per essere pronto per il Trofeo Sanremo (per me, come ben sa chi legge questo blog, senza dubbio per atmosfera la gara più bella dell’anno) e poi per la stagione. Ho quindi davanti a me tre mesi di golf rilassato e concentrato nello stesso tempo, ovvero senza lo stress da risultato ma con obiettivi chiari in mente.

Nel dettaglio:

– piedi larghezza spalle (io tendo a tenerli più larghi), sensazione di solidità nelle gambe;

– punte dei piedi aperte. Io ho sempre pensato, anche sulla scia di Ben Hogan, che il piede destro dovesse guardare in avanti; invece ora so che deve essere aperto di 10-20°, qualcosa del genere, per favorire il backswing. E su questo punto ho avuto anche la conferma, sostanzialmente casuale, non richiesta e graditissima, da parte di Baldovino Dassù (grazie Roberto!);

– fianco sinistro in alto;

– linea delle spalle diritta, comunque non aperta (mio vecchio difetto; e se parti in posizione chiusa è fisicamente impossibile fare draw);

– testa sempre dietro rispetto all’asse centrale dello swing;

– mantenere le gambe stabili lungo tutto il movimento.

Insomma due o tre cose su cui lavorare ci sono. E riflettere sul movimento, lavorarci su l’ho sempre fatto, in questo nulla cambia; ma in questo momento ho anche una guida che corregge i miei macro-errori. Bene, questo equivale a uno strong finish di una gara, poi quel che sarà sarà.

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Dic 02

Sono stanchissimo.

Oggi ho provato sensazioni sopite da anni (non dico da qui, ma forse da qui o da qui, qualcosa del genere). Ho fatto lezione con Stefano Soffietti. Lezione programmata da un paio di settimane ma desiderata da tempo (sono stato abbastanza confuso, dal punto di vista dello swing, negli ultimi tempi). E per la lezione mi sono preparato per bene, e oggi mi sentivo bene.

Iniziamo, e i miei macrodifetti sono lì, evidentissimi: un maestro li sgama subito (mentre un dilettante può pensarci sei mesi e non arrivare a conclusioni valide). E poi il FlightScope a misurare le mie prestazioni, io che nei primi colpi arrivavo un chilometro dall’esterno (ma questo lo sapevo già, da tempo immemore voglio imparare a fare draw riuscendoci solo a volte per caso) e poi, quasi per magia, con un aggiustamento nel set up i numeri che cambiano immediatamente, la palla che vola più lunga, lo slice quasi un ricordo del passato.

Non è così semplice naturalmente, c’è tanto lavoro da fare; ma son soddisfazioni. Perché il golf è per me innanzitutto lavoro e sudore e impegno e risultati che arrivano col tempo. Questo è, è questo il succo del discorso per me. È la rosa del Piccolo principe:

È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.

Avere una rosa è importante, cosa importa se non importa a nessuno? Importa a me, a me importa superare i miei limiti, capire, andare oltre. Dove arriverò non è importante adesso, adesso è importante sapere che certi difetti si possono sistemare, non diventerò mai un professionista ma questo non è importante, lo swing si può sistemare. Costa tempo e denaro e impegno ma si può fare, si può fare.

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Nov 25

bounce
Desidero raccontare di un momento di perfetto, ancorché breve, flow che ho avuto ieri mattina in campo pratica alla Margherita.

Ieri è stato un giorno di pioggia battente e continua, ma questo naturalmente non ferma la pratica di chi è veramente intenzionato a diventare il golfista migliore che può diventare. Ebbene, ieri mattina verso le 10:30 sono arrivato alla Marghe, e – cosa che non mi stupisce punto – ero da solo in campo pratica. (Era magnifico.) Ho tirato un gettone (32 palline), poi sono andato agli approcci con il fido 60° per un’oretta sotto una pioggia super-battente, a inventarmi colpi e immaginarmi situazioni. (L’immaginazione era regina, là in quel pantano. E oggi ho mal di schiena da umido ma non importa – vivere non necesse, navigare necesse.)

Infine sono tornato in campo pratica (va detto che mi ero messo nell’ultima postazione, quella riservata a Stefano Soffietti: cosa che da un certo punto di vista può far sorridere, ma da un altro rientra nel concetto di dare slancio alla pratica), e ho cominciato il secondo gettone. (A latere dico che poco dopo è stato il nostro fido e bravissimo caddie master a dirmi – con ampi gesti da lontano – di smettere, che poteva bastare, che avevano chiuso tutto, insomma che dovevo andarmene a casa.)

In pochi minuti, praticamente senza rendermene conto, sono entrato in uno stato di perfetto flow. Questo è successo quando ho scoperto una variabile dello swing: chiudere di più la mano destra, cosa che accoppiata alla maggior chiusura della mano sinistra rende il grip potente, solido, e ottimo il controllo del colpo. Avevo in mano l’ibrido 19°, e il rumore all’impatto era qualcosa di diverso rispetto ai colpi che conoscevo prima. È stata una sensazione ottima, diversa, inedita. È forse solo un punto di partenza, o forse anche una strada senza via d’uscita; ma la sensazione del momento è stata fantastica, e la pratica è terminata in una sensazione di flow assoluto.

(Nel mio diario di bordo, più tardi, ho annotato:

24 novembre, in cp alla Marghe in solitaria in una mattina di pioggia estrema
mano dx più verso il centro: questo fatto, unito alla medesima cosa della mano sx, crea un grip solido e ha come risultato un impatto pieno con la palla presa nel centro della faccia)

Ciò, tra l’altro, rientra perfettamente nel flusso (appunto) del libro che sto leggendo, che tratta esattamente di questi temi. (Ne dirò diffusamente più avanti.) E mi incoraggia verso il mio obiettivo difficile da sostenere ma affascinante di diventare il golfista migliore che io possa diventare.

Fatta la somma, si sta da soli sotto la pioggia soprattutto per momenti come questo.

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Nov 18

ogsh
L’autunno è, in questo momento, la stagione che meglio si adatta al mio golf di questo periodo.

In primo luogo c’è il gioco che pare scivolarmi dalle mani: a parte qualche colpo d’orgoglio (o di fortuna, o del caso), mediamente non è quello che mi aspetterei, quello che vorrei che fosse.

C’è un movimento che non mi soddisfa: avambracci che ruotano troppo poco nell backswing, faccia chiusissima all’apice (stesso, identico difetto di tanti anni fa), impatto decisamente dall’esterno. Prova e riprova, prova e riprova mi sembra che “conquistare” il mio proprio swing sia una montagna troppo difficile da scalare, qualcosa di improbo, di assolutamente inadatto alle mie forze. (A meno di fare lezione, chessò, una volta ogni quindici giorni in maniera regolare come facevo un tempo: ma in questo momento non so quale potrebbe essere la persona adatta a guidarmi in questa strada stretta, in salita e piena di dirupi laterali.)

Ci sono poi – è il nodo centrale – le motivazioni, che vanno a giorni alterni, ma in generale sono difficili da tenere alte.

Sto leggendo questo libro, fatto sostanzialmente di ricordi, di guardarsi indietro, di nostalgia. Il tempo dell’autunno è questo, dopotutto.

(Non è un caso, certamente, che tutto questo coincida col mio ingresso nella mezza età. Il che no, non è di per sé una cosa negativa, è solo che richiede tempo per essere metabolizzata – e nello specifico tanto tempo per me, essendo io lento in tutto).

Poi verranno altri obiettivi, verrà il tempo di Sanremo, la primavera e altre sfide; ma il mio golf è autunnale e crepuscolare, adesso.

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