mag 17

Storia di un corpo
C’è un nemico che si annida dentro di me da sempre. Che cresce, molto lentamente, dentro di me. Un nemico che mi sconfiggerà senza possibilità di appello. Mi è stato chiaro leggendo questo libro.

Ci ho messo nove anni esatti, ovvero da quando ho preso in mano un bastone per la prima volta ad ora, per avere la sensazione di aver capito un pochino il mio swing, le logiche del movimento e del mio corpo. E ora quel libro (che tra parentesi è un capolavoro assoluto, bellissimo, lancinante, che ti tocca l’anima e la scuote nel profondo) mi chiarisce senza tema di smentita che devo fare i conti con un corpo che si trasforma. Lentamente, ma si trasforma.

Ormai al risveglio la mattina è come un habitus mentale: faccio un controllo rapido del mio corpo, ascolto le mie sensazioni per sentire che cosa mi dicono. E, ahimè, troppo spesso mi capita di avvertire un dolorino nuovo, qualcosa che prima non c’era ma che dovrò portare con me; oppure una variazione sul tema, tipicamente una varietà nuova di mal di schiena.

Con la sciatalgia, e più in generale con la schiena, è stato così. Ogni tanto sento uno scricchiolio sospetto. Sì, faccio tutto quel che devo fare – palestra esercizi corsa eccetera –, ma questo mio corpo invecchia con me.

Un mio cugino, grande sportivo, mi ha detto una frase che mi ha colpito e che condivido: parlando del lato sportivo, mi ha detto che devo imparare a convivere col dolore. Non fare sciocchezze che poi pagherei salate, ma prenderlo come un dato di fatto e passare oltre.

Non che tutto ciò non sia bello, per carità; però non sarà bello negli anni a venire accorgermi che poco a poco perderò quella fluidità di swing la cui superficie ho messo così tanto a scalfire.

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mag 10

Io ho un problema con le gare.

Il problema è che le gare di circolo mi danno ormai pochissimi stimoli: che gusto c’è a vincere una gara che potrebbero vincere in quattro o cinque? Sì, è bello l’applauso dei tuoi pari, ma tutto finisce lì. (La prima volta che vinsi una gara, in un giovedì qualunque di otto anni fa, quello sì fu un avvenimento!) Il vero premio è lo scendere di handicap, cosa che però ovviamente capita di rado.

Il problema è che i giocatori bravini come me non sono sufficientemente bravi per fare il salto di categoria, e si ritrovano dunque in un limbo da cui non sanno come uscire.

Il problema è comune, vedo, a tanti giocatori. Me ne accorgo per esempio leggendo una lettera pubblicata sull’ultimo Mondo del golf, dove un giocatore con hcp 3,2 si lamenta di non poter più entrare nel field delle gare ufficiali e simili.

Prendiamo ad esempio il trofeo Glauco Lolli-Ghetti a Margara: vi partecipai nel 2010 con un hcp di 5,5, che era sulla linea del taglio. Ma l’anno dopo il taglio scese a 3,9, e a 2,3 nel 2012, cosa che mi ha impedito di prendervi parte. E in genere il taglio delle gare ufficiali è ormai intorno all’1. (Ci arriverò, un giorno.)

Insomma il sistema premia – giustamente, credo – i giocatori più bravi, che sono spinti a partecipare alle gare più importanti. E io penso alla montaliana Esterina:

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

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mag 03

Aim Point
Il mercato italiano del golf è asfittico, si sa – troppo pochi i giocatori praticanti. (Qui valgono considerazioni strutturali e fors’anche culturali che richiederebbero tempo per essere sviscerate, ma – temo – lascerebbero sostanzialmente le cose come stanno. Mi limito dunque a prendere atto e passo oltre.)

Segnalo quindi con estremo piacere il corso Aim Point che si terrà ad Arzaga il 29 e 30 giugno prossimi. L’obiettivo è quello di fornire ai golfisti gli strumenti adeguati per leggere al meglio le pendenze e dunque imbucare di più.

(Tra golfisti italiani ci si passa le informazioni sull’argomento quasi in religioso silenzio, visto che sono così rarefatte – mi pare ad esempio che a Monticello ci sia qualcuno che fa qualcosa del genere ma non ho informazioni specifiche al riguardo.)

Un grosso plauso va dunque ad Andrea Zanardelli, che con il suo sito sta facendo un bel lavoro a beneficio di tutti i golfisti. E ha il merito certamente non secondario di portare in Italia John Graham, uno tra i maestri emergenti in fatto di Aim Point. È un bell’atto di fede verso l’Italia, e gli auguro quindi tutto il successo che certamente merita.

Io – per questa volta – non credo di partecipare, ma per un motivo di “ram”: sto elaborando talmente tante informazioni (sia golfistiche che lavorative) che non avrei la necessaria lucidità per prepararmi all’incontro, studiare il giusto e assorbire poi i tanti concetti che certamente saranno espressi. Ma sul fatto che sia utile non ho nessun dubbio.

E, in ogni caso: chi è consapevole dei propri problemi sui green e desidera seriamente risolverli (o quantomeno arginarli) ha ora una scusa in meno.

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apr 26

Fabio Gariffo, Golf & Meditazione
Segnalo volentieri questo ebook che parla degli aspetti mentali del golf, perché ha almeno quattro pregi intrinseci: si legge in fretta (applicare i concetti è un’altra storia, e ovviamente richiede molto tempo), è gratuito, è in italiano e in italiano contiene una buona bibliografia di base.

Prende avvio dalle ricerche di Mihaly Csikszentmihalyi (questo è un buon punto di partenza per esplorazioni successive – e trovo quasi scandaloso che il suo Flow non esista in traduzione italiana – se ne veda qui una mia presentazione).

Parla poi delle tre tecniche che l’autore considera le più conosciute ed efficaci a proposito dell’allenamento della concentrazione: la visualizzazione, la routine e il centering.

Dedica ampio spazio alla meditazione e al respiro (temi che sono fondamentali per cogliere un’idea che a me pare centrale nello sport come nella vita: il fatto che mente e corpo non sono due entità distinte, ma due aspetti di un medesimo “fenomeno”, aspetti tra i quali non esiste soluzione di continuità).

Una citazione:

Se un’atleta vuole sentirsi forte, deve dirigere il suo focus mentale su tutto ciò che nella vita lo ha reso forte.

In due parole: è un ottimo punto di partenza per studi successivi.

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apr 19

hug
Uno dei motivi per cui adoro il Sudamerica (e, per ragioni familiari, il Cile in particolare, che accoglie una parte significativa delle mie radici) è che la cultura di quei paesi unisce l’efficienza e la praticità americane al calore latino.

È per questo che sono rimasto ammirato e commosso dall’abbraccio, tanto spontaneo e bellissimo quanto insolito, tra Cabrera e Scott al termine del Masters.

Qui il video completo. Un primo abbraccio si vede al minuto 17 e 14 secondi, e la faccia di Cabrera esprime ovviamente delusione (come potrebbe essere diversamente?), ma anche sollievo (e qui mi sovviene Ben Hogan al termine dello US Open del 1955 al San Francisco Olympic Club) e felicità per l’avversario (“a life changer”, come ha detto il commentatore americano appena il putt è entrato).

Al minuto 18 e 12 secondi i due si riabbracciano, all’uscita del green, e Scott parla nell’orecchio di Cabrera. Sarebbe magnifico sapere che cosa gli ha detto, ma lasciamo queste parole al privato di due grandi uomini; e sportsmanship è in ogni caso la parola per descrivere la scena.

Mi rendo conto che sconfino dal golf, ma oggi lo faccio a bella posta. Angel Cabrera è, prima che un golfista eccellente, un grande uomo.

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apr 12

green map
Nel golf si parla soprattutto di swing, ma è un fatto che le gare si vincono spesso sui green – non per nulla e non a caso si dice drive for show, putt for dough.

Ebbene, per pattare bene occorrono un’ottima tecnica (ovvio), un putt all’altezza della situazione (ovvero, non necessariamente da 300 euro ma dell’altezza, lie e loft adatti alle nostre caratteristiche) e la capacità di saper leggere bene i green.

Capacità che è sì arte, ma è anche tecnica; ovvero che si può acquisire e migliorare con la pratica (costante – non dimentichiamo l’insegnamento di Bob Rotella), ma anche con gli strumenti adeguati. Ecco come.

L’altra settimana ho iniziato a mappare uno dei nostri green. Sono andato sul green con carta e penna e ho cominciato a disegnarlo; poi ho segnato le pendenze; poi ho provato diversi putt per verificare le micropendenze.

Ma facendo questo mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, ovvero che quel sistema artigianale non mi avrebbe portato lontano. Non basta la bolla da carpentiere che uso ogni tanto, serve qualcos’altro.

L’ideale potrebbe essere l’AimPoint, che però in pratica non è applicabile (non almeno qui in Italia, non da noi golfisti della domenica). (È un sistema che adopera ad esempio Edoardo Molinari.)

Mi piace il BreakMaster.

Interessante questo articolo di David Owen.

Non ho la soluzione insomma (non ancora, almeno), ma il problema ce l’ho ben chiaro in mente.

E so qual è il sugo di tutta la storia: la tecnica più raffinata ti riporta alle origini, al nocciolo e alla sostanza delle cose (mappare un green quando piove forte, per esempio, è un gran sistema – benedetta pioggia, per una volta almeno!). Insomma tutta la tecnica, tutti gli strumenti e tutta la conoscenza alla fine riportano all’ essenziale, ovvero all’occhio, al tocco, alla sensibilità e all’esperienza.

apr 05

Marco Mascardi
Ammiravo da anni Marco Mascardi per i suoi luminosi articoli sul golf (o piuttosto “Golf”, come ama scrivere lui). Non sapevo chi fosse, ma ho sempre letto con piacere i suoi pezzi, testimoni di un’epoca che oggi potremmo senza tema di smentita definire mitica. In particolare mi commosse fino alle lacrime questo, uscito qualche anno fa su “Golf & turismo”.

Come non pensare a Montale?

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Sul numero di dicembre 2011 di “Golf Today”, rivista sulla quale entrambi scriviamo (be’, io ho una colonna soltanto, ma ubi maior minor cessat, si sa) lessi queste sue parole:

Perché, sui campi di Golf, in questo Paese, in estate hanno caldo solo i maleducati?

Quella domanda mi colpì, perché è esattamente quello che penso, io che non considero i bermuda come un abbigliamento appropriato sul campo nemmeno in agosto.

Allora chiesi alla nostra direttrice Maria Pia Gennaro di fare da “facilitatrice”. Insomma entrammo in contatto, ci siamo conosciuti quest’inverno. Sinceramente mi importava poco della differenza d’età, perché mi pareva una persona a modo, con tanta cultura e intelligenza.

Marco è un conversatore brillante, e i suoi 86 anni sono più una croce da portare al petto con orgoglio che non un peso. Tra i tanti argomenti dei nostri conversari (conversari, oddio, io preferisco ascoltarlo) ci sono stati, ovviamente, i bermuda: mi ha parlato, per esempio, dell’eleganza con cui questo indumento si può portare, in contrasto con certi pantaloncini che si vedono d’estate sui nostri campi (quelli sono i “Bermuda” però, che sono cosa diversa rispetto ai “bermuda”). (Io sono molto rigido in questo, forse troppo; però continuo a stupirmi nel vedere che si venga lasciati giocare con pantaloncini da spiaggia.)

E tanti altri argomenti: racconti di una vita, aneddoti, anche dettagli senza apparente importanza. Tout se tient.

Be’, oggi posso dire con una punta di orgoglio che Marco è mio amico. E ti vedrei bene, caro Marco, in un immaginario colloquio con Ben Hogan.

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mar 29

dustin-johnson-one-legged-squat
L’amico Fabio, commentando su FB il mio post della settimana scorsa, ha scritto:

Ecco, se dovessi mollare la bici, penso che potrei approcciare il golf. Verde, natura, quiete. Manca il vagabondaggio, ma si può ovviare variando i percorsi, credo. Difetta di lato atletico, ma forse sono io che non lo vedo. Peccato che sia miope come una talpa.

Allora, soprattutto con l’intento di sgombrare il campo da possibili malintesi, è necessario fare alcune considerazioni sull’aspetto atletico in senso proprio del golf.

Per iniziare, va detto che il golf può essere inteso come gioco oppure come sport. Nel primo caso è un’attività ludica (stare con gli amici, fare una passeggiata, respirare aria pura eccetera), assai onorevole e rispettabilissima, che corrisponde grossomodo alla percezione media che dall’esterno ne si può avere. Tuttavia noi qui parliamo della seconda attività, ovvero di chi gioca a golf per divertimento (ovvio), ma allo stesso tempo con l’intento di andare oltre i propri limiti, sfidare se stesso, darsi degli obiettivi e così via.

In generale, bisogna subito dire che il lato atletico è fondamentale per giocare davvero – ovvero considerando il golf uno sport e non un gioco. La prova è che i grassoni (absit inuiria verbo), che una volta abbondavano tra i golfisti migliori, oggi sono un’assoluta rarità: e quando ne vedi uno in TV (Tim Herron, John Daly eccetera) ti fa quasi tenerezza.

(Dieci anni fa pesavo dieci chili in più di oggi, e devo questa differenza – che è allo stesso tempo una curiosa controtendenza, in virtù dell’età – in maniera esclusiva al golf.)

Si parva licet, se io non facessi palestra e corsa ed esercizi quotidiani finirei le gare con la lingua per terra. Certo, Tim Herron mi batterebbe in qualunque momento anche giocando bendato e su una gamba sola (parentesi: Ben Hogan ogni tanto faceva le sfide con i soci del circolo che rappresentava giocando su una gamba sola – e vinceva, naturalmente), ma è chiaro che quel tipo di golfista è a livello professionistico una specie in estinzione. Si veda per esempio la bella intervista pubblicata sull’ultimo Golf Today a Matteo Manassero, dove lui parla in maniera ampia e specifica del suo allenamento fisico.

E mi viene in mente anche un battibecco avuto da Ian Poulter con un giornalista (su Twitter, credo, ma non sono riuscito a trovare il riferimento – e non sono stupito, vista che la grafomania di Poulter su Tiwtter è oramai leggendaria), il quale lo accusava di essere pigro. Poulter disse che il giornalista non aveva idea di quanta palestra facesse, e aggiunse che tale giornalista non sarebbe nemmeno stato in grado di svolgere la maggior parte degli esercizi che per lui sono pane quotidiano.

Il servizio principale del numero di settembre 2011 di Golf Digest era dedicato a quest’argomento. Va da sé che il golfista medio è più attirato dal nuovo drive che promette di fargliela tirare venti metri più lunga, ma è un fatto dimostrato scientificamente che la tirerà venti metri più lunga solo attraverso una combinazione di questi fattori:

- lezioni col maestro;

- pratica in solitaria (“the secret is in the dirt”);

- adeguato clubfitting;

- esercizio fisico.

Fine. Il nuovo drive non c’entra nulla, non gli darà nessun vantaggio competitivo.

L’ho fatta lunga, ma per ricapitolare: il golf è uno sport per atleti, e come!

mar 22

Cuneo, green della 13
C’è poco da fare: Cuneo è un campo che adoro. A me ha sempre regalato sensazioni splendide, anche perché è parte integrante del mio progetto più largo, più complesso e più a lungo termine, la vita 2.0 nel mio rifugio tra i monti.

Ebbene, la notizia è di questa domenica: il golf club Cuneo riapre le sue porte anche per questa stagione. Il comunicato è sul sito, a firma del segretario Andrea Chiardola:

Cari amici,
Il Golf Club Cuneo riaprirà entro fine Marzo.
Abbiamo bisogno di tutti voi per far sì che il 2013 sia l’anno di svolta per questo bellissimo Circolo.
A breve verrà presentato anche un Calendario Gare e vi invito tutti a venirci a trovare e provare lo splendido percorso delle nostre 18 buche.

Cuneo, green della 6
Facciamo un passo indietro, per osservare il quadro generale. L’economia è in difficoltà, e i settori dedicati al tempo libero sono logicamente (e giustamente) tra i primi a soffrirne; in più, il bacino di utenza cuneese non è largo. Conclusione: vendere green fee a Cuneo è un’impresa!

Dunque tanto di cappello a queste persone che si dannano l’anima per offrire un servizio ai golfisti. Per quanto mi riguarda, non vedo l’ora di tornarci. Cuneo 2013, l’anno della svolta? Accadrà quel che deve accadere, comunque questo circolo merita non solo di vivere ma anche di prosperare.

mar 15

Oggi parla la parte pirandelliana che è in me.

Alla penultima gara al mio circolo, lo scorso anno, registrai un +7 con un triplo bogey finale dovuto a presunzione: avevo tirato il drive sulla destra, avrei dovuto rimetterla in pista, fare un approccio e due putt, prendere il bogey che ne sarebbe risultato e veder scendere il mio handicap di 0,4. Invece io vedevo il green ma sbagliai il conseguente ferro 7 tra le piante: l’ego ebbe la meglio sulla ragione e il mio handicap restò immutato.

Il risultato lo vedo però oggi: domani inizia il trofeo del Tigullio e io mi trovo primo escluso, mentre anche solo un 0,2 in meno mi avrebbe fatto entrare. Uff. (Va detto anche che c’è una differenza abissale rispetto all’anno scorso, quando il taglio fu di 12,5, mentre quest’anno cade a 4,9.)

Si parva licet, penso ai rabbit, i giocatori di torneo di seconda fascia che un tempo correvano da un torneo del PGA all’altro nella speranza di ottenere un posto nel tabellone principale grazie alle qualificazioni del lunedì.

Insomma ho ancora una minima speranza che qualcuno questa mattina si ritiri: metterei veloce le scarpe e correrei a provare il campo. L’alternativa – molto più reale, in verità – è di trovarmi mesto (si fa per dire) nel mio campo, questo pomeriggio…

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