feb 03


Maria Pia Gennaro, decana tra i giornalisti italiani di golf, non ha bisogno di presentazioni. Io ho la fortuna di averla come direttrice della rivista sulla quale scrivo recensioni di libri di golf, “Golf Today”, e ho approfittato di questa conoscenza per farle qualche domanda.

Partiamo dall’oggi. Com’è nata l’avventura di “Golf Today”?
Dopo 11 anni a “Golf & Turismo” avevo voglia di cambiare; sin da ragazzina ho avuto la passione per “Golf World” (ero abbonata a 14 anni). Così con l’aiuto di Claudia Murri ci siamo mosse per mettere in piedi la rivista che avevo sempre sognato, quella che avrei voluto leggere da golfista e che a “Golf & Turismo” non avrei mai potuto fare perché troppo compressa e dipendente dal commerciale.

Come sei diventata giornalista?
Per scherzo. Giocavo ma amavo molto anche seguire gli Open, in Svizzera (Crans) e in Inghilterra dove andavo a studiare l’inglese. Così avevo conosciuto i giocatori che ai tempi erano molto meno sportivi e più goliardici di adesso. A Crans sono stata avvicinata da una signora, Lio Selva, che mi disse di avere appena aperto una rivista, “Parliamo di golf”, e mi chiese se volevo scrivere il report del torneo. Io frequentavo il primo anno in Bocconi e non avevo mai fatto nulla del genere: lei mi consigliò di pensare di fare un tema. Il risultato le piacque e così non ho più smesso, scoprendo che la mia strada era proprio quella.
Ho iniziato per scherzo, ho continuato con i profili dei campioni dell’epoca. Lio era una persona deliziosa che mi ha insegnato moltissimo. Mi ha sempre lasciato mano libera senza mai impormi nulla.

Com’era il golf italiano in quel periodo?
Pochi ma buoni, signori, poco truffaldini e molto corretti anche perché i segretari/direttori erano molto attenti alle regole. Io ricordo con immenso piacere il mio “maestro” di etichetta cui devo moltissimo, Ettore Muzio.

La tua passione per il golf traspare in ogni cosa che fai. Mi racconti come è nata?
Ho iniziato a giocare a 12 anni seguendo i miei. Non è stato amore a prima vista. Preferivo seguire le gare. Poi, improvvisamente, verso i 17 anni è nato l’amore. Ho iniziato con Pietro Manca e posso dire di avere avuto tutti i migliori maestri: Lillo Angelini, Carlo Grappasonni ma soprattutto la mia grande passione, Alberto Croce.

Noi sappiamo tutto – si fa per dire – del tuo golf raccontato, ma mi parli del tuo golf giocato? Qual è il tuo handicap? Quante volte giochi? Dove?
Non gioco più da cinque anni per problemi fisici, schiena, spalle e recentemente dell’altro. In più quando sei immerso in un mondo per 24 ore al giorno per lavoro non è più rilassante continuare a rimanerci dentro per gioco.
L’handicap era in clamorosa salita (7.3). Giocavo ultimamente non più di una volta a settimana mentre prima, quando facevo tornei, con un hcp fra il 2 e il 3, a livello nazionale ed ero ancora all’università, giocavo anche quattro volte. Sono golfisticamente nata a Varese dove sono rimasta per 30 anni vincendo anche qualche titolo nazionale.

Il tuo libro, Il fascino del golf.
È stato scritto d’accordo con l’editore, Whitestar, e mi dicono abbia avuto un grandissimo successo perché è introvabile o quasi. Ne sono molto fiera. È il quinto libro cui collaboro e devo dire che mi diverto molto.

Che cosa rappresenta per te il golf oggi?
Grande divertimento, passione, lavoro. In poche parole: la mia vita.

Qual è il golfista che hai apprezzato o apprezzi di più, e perché?
Il mio mito sarà sempre e comunque Ballesteros. Ho avuto la fortuna di vederlo giocare nei suoi anni migliori e di giocarci insieme spesso in allenamento. Avresti dovuto vedere come uscivo dagli alberi in quel periodo…
Per me è il GOLFISTA che ha compendiato tutto: carisma, talento, classe, bellezza, simpatia… Amo molto anche Tiger che, insieme a lui, mi ha dato belle emozioni anche se in misura minore.

Mi dici qualcosa di più del tuo rapporto con Ballesteros?
Sul rapporto con Seve potrei scrivere per ore. Preferisco però dire che ci siamo conosciuti a 17 anni ed è subito nata una sincera amicizia che non si è mai interrotta. Lui era attaccato anche a mio figlio, come a moltissimi bambini. È il giocatore che mi ha dato le massime emozioni in campo.
Seve era serio anche a 17 anni, a metà degli anni Settanta, quando un Open come Crans era considerato puro divertimento e la club house la sera diventava una discoteca dove non mancava nessuno. Seve stava lì ma alle 11 cascasse il mondo andava a dormire, mentre altri stavano fino all’alba presentandosi poi direttamente sul tee della 1. Uno di questi era Greg Norman!

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gen 27

Questo non è un post che racconta dei fatti, recensisce dei libri eccetera. È un “semplice” post di impressioni, quasi una pagina di diario.

Oggi è stato il giorno della prova campo per la gara federale di domani e domenica, quel Trofeo Sanremo che io considero la gara più entusiasmante per un dilettante italiano.

Come ho avuto occasione più volte di dire qui, Sanremo è per me l’epitome del golf italiano per la storia che rappresenta, per il golf che ha espresso, per tutto un insieme di ragioni forse poco tangibili ma per me molto reali. Di impressioni, appunto.

Ed essere qui dentro, ora, nella club house a raccontare queste impressioni, il giorno prima della gara e dopo la prova fatta con dei nazionali ha già – si parva licet – del mito, per me.

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gen 20


Dove: Circolo Golf degli Ulivi, Sanremo.

Quando: sabato 4 e/o domenica 5 febbraio.

Cosa: gara individuale Stableford, 18 buche – 3 categorie.

Quanto: EUR 55 a giornata (green fee e iscrizione gara).

Premi, incentivi e aggiornamenti qui. Come minimo sarà una splendida due giorni di golf – ci vediamo lì?

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gen 13


I libri dedicati al golf esercitano un fascino particolare su di me, spesso devo farmi violenza per non comprare questo o quel volume – se potessi, li acquisterei tutti. Adoro i libri usati, e ho scoperto qualche tempo fa questa libreria online dove solo gli usati sono oltre mille.

Per 2,49 sterline ho comprato questo libro; senza un motivo specifico, ma perché adoro leggere le storie dei campioni di golf.

Trovatomelo davanti poi, quando è stato il momento di iniziarlo mi sono chiesto perché avevo speso quei soldi, per quanto pochi. E non sono riuscito a darmi una risposta precisa (davanti ai libri mi sento come mia figlia piccola davanti a una vetrina piena di oggetti marchiati Hello Kitty: questa è la verità).

Ma la storia mi ha preso subito: perché ben raccontata, perché molto emozionante, perché istruttiva. Apprezzo l’umiltà della persona, il suo senso del dovere, l’ammirazione per il padre. Ho adorato quel concetto di “golf totale”, ovvero la fortunata esposizione al golf cui sono stati soggetti Davis Love III e suo fratello Mark da piccoli: avevano la libertà – ma non sono mai stati forzati in nessun modo – di giocare a golf nella maniera che preferivano.

Ho ritrovato concetti espressi in maniera brillante e chiarissima in ambiti assolutamente non correlati al golf, come qui e qui. L’idea, per esempio, che il talento è indispensabile per diventare dei numeri uno, ma un ruolo altrettanto importante – o, dovrei dire piuttosto, fondamentale – lo giocano il caso e il fatto che si raggiungano le diecimila ore di pratica in una determinata disciplina già negli anni della formazione. (Ah, se avessi avuto un papà golfista…)

Il libro amalgama la vita di Davis Love III con insegnamenti del padre. E non è agevole, ma probabilmente nemmeno utile, distinguere che cosa proviene dall’uno e che cosa dall’altro, tanto le due vite sono state intrecciate. Ecco allora qualche passo che mi ha colpito in maniera particolare:

Confidence is born of proper practice. If you practice well, you can do the things on the practice tee that will be demanded of you on the golf course, then you can play with confidence. And if you can play with confidence, you can play well (p. 60).
[La fiducia in se stessi nasce dalla pratica corretta. Se pratichi bene, puoi fare in campo pratica le cose che ti saranno richieste in campo, e allora potrai giocare con fiducia. E se puoi giocare avendo fiducia in te stesso, allora puoi giocare bene.]

Develop one part of your game, and then move on. Improve one thing and move on. Golf is a circle. Keep moving to the next station. Sooner or later, you’ll come back to where you were, then that part will need attention. Don’t try to perfect any one part of the game. That’s a sure road to burnout. Just improve, and move on (p. 61).
[Sviluppa una parte del tuo gioco e poi passa oltre. Migliora una cosa e passa oltre. Il golf è un cerchio. Bisogna che tu vada al passo successivo; prima o poi tornerai dov’eri, e allora quella parte di gioco richiederà la tua attenzione. Non cercare di perfezionare i vari aspetti del tuo gioco tutti insieme: sarebbe la strada sicura per l’esaurimento. Semplicemente migliora e vai avanti.]

Davis parla del rapporto del padre con i propri allievi:

Dad made these people feel better about the future of their golf games, and for many people that meant feeling better about themselves (p. 113).
[Papà faceva sentire meglio queste persone a riguardo del futuro del loro golf, e per tanti tra loro ciò significava stare meglio con se stessi.]

E qui invece il padre parla alla nuora, incinta della primogenita e preoccupata per non poter più fare tutte le cose che desiderava col marito:

We know you’re upset. But you have to understand that everything happens for a reason and everything’s going to work out fine (p. 123).
[Sappiamo che sei turbata. Ma bisogna che tu capisca che tutto accade per una ragione, e che ogni cosa andrà al suo posto.]

Insomma è un libro da cui si possono trarre grandi lezioni, per il golf e – soprattutto – per la vita.

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gen 06


Chi ha detto che le recensioni dei libri devono sempre essere favorevoli? Oggi parlo di un libro che trovo bruttino e inutile, Dave Pelz’s 10 Minutes a Day to Better Putting.

E ne parlo perché l’autore è il guru riconosciuto a livello mondiale del gioco corto, colui che ha scritto pagine indimenticabili per chi desidera “conquistare” – per quanto umanamente possibile – il gioco corto e il putt. Ammiro tantissimo i suoi altri libri (ne ho scritto qui, qui e qui); ma questo volume del 2003 è sostanzialmente inutile.

È un’ode ai vari strumenti che lui ha inventato in una vita intera dedicata al gioco dai cento metri in giù – qualcosa come una corporate brochure, insomma. Ma ben difficilmente il lettore troverà suggerimenti tanto utili da valere la spesa e il tempo.

Per me un lato positivo c’è stato, tuttavia: poiché l’ho letto nei giorni di Natale, orfano del “mio” campo pratica, mi sono avvalso di alcuni suggerimenti per creare un mio personalissimo, ma mooolto efficace (e divertente), putting green.

In ogni caso, a chi è interessato a migliorare il proprio gioco corto – e quale golfista seriamente deciso a scendere non lo è? –, consiglio vivamente gli altri suoi libri. Ma questo, per carità!, dimentichiamolo.

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dic 30


Un coccodrillo per Mario Camicia? Ma non facciamo ridere.

La voce del golf italiano, qualcuno che poteva piacere o non piacere ma difficilmente lasciava indifferenti, un profondo conoscitore del mondo del golf, persona correttissima e alla mano: tutto questo (e molto altro) era Mario Camicia.

Il mondo fa in fretta a dimenticare, però ogni appassionato italiano di golf gli deve almeno un pensiero, per tutti i bei momenti che ci ha fatto passare.

E per l’allegria nella sua voce, le sue battute mitiche. Come lo scorso gennaio, ad esempio, alla 18 del primo giro dello Joburg Open, quando Ross McGowan, che usava una pallina con le sembianze di un pallone da calcio (con i colori della squadra di cui è tifoso, l’Aston Villa), mancò un facile putt da un metro. Camicia: “Ha sbagliato un rigore”.

E per le gag involontarie: come quando Francesco Molinari, all’ultimo giro del HSBC Champions dell’anno scorso (che poi vinse), imbucò da fuori per l’eagle al par 4 della 13. A Camicia quasi venne un colpo.

Caro Mario, oggi siamo tutti un poco orfani di te. Ma la tua presenza ha reso più ricche e piacevoli le nostre vite: quindi oggi non piangiamo perché non sei più tra noi, ma sorridiamo perché abbiamo avuto la grande fortuna di averti come compagno per un pezzetto di strada insieme.

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dic 23


Accennavo la settimana scorsa ad un principio fondamentale per un golfista: l’idea che la pratica sia il più difficile possibile, in maniera che il campo diventi il meno complicato possibile.

Ecco, è un’idea semplice ma gravida di corollari e conseguenze. Ci sto riflettendo molto. L’acceleratore è stato questo libro, che prosegue – dal mio punto di vista – il discorso che ho iniziato con quest’altro. Ne scriverò più estesamente in futuro, qui, su “Golf Today” e nell’ebook che sto preparando.

Ad ogni modo, più che un singolo concetto si tratta di un’insieme di concetti che si intrecciano tra di loro. Innanzitutto il golf è divertente e in questo modo va inteso (questa è tra l’altro la singola lezione più significativa che Davis Love III ha appreso da quel grande maestro che era suo padre).

E poi, però, deve avere uno scopo, degli obiettivi, un contesto: per esempio che ci faccia diventare i golfisti migliori che possiamo essere. Non dei campioni, non dei professionisti, non necessariamente dei golfisti con l’handicap a una cifra: semplicemente i golfisti migliori che possiamo diventare. Esprimere il nostro potenziale al massimo.

Ebbene, uno strumento per arrivare lì è proprio quello di rendere la pratica difficile, in maniera che il campo sia poi facile (in senso relativo, è ovvio). Occorre praticare quindi sempre con uno scopo ben chiaro in mente, con degli obiettivi precisi, pensando molto e non semplicemente tirando una pallina dopo l’altra.

E una della modalità possibili per fare questo è proprio il gioco “Facciamo che io ero…” Del resto chi sa chi ha inventato questo gioco, nel golf? E poi anche Tiger ci gioca:

As a kid, it’s the way I learned to excel, to put myself in challenging positions. When I’m out practicing alone, I still do the same thing, like imagine some announcer going, Here’s Tiger Woods on the 18th hole, tied with Ben Hogan, Jack Nicklaus and Bobby Jones. Can he put this 3-wood on the right side of the fairway? It’s always about that inner battle. Can I or can I not do it? Your heart’s going. That’s the beauty of it.

E tra l’altro, in quella stessa intervista Tiger – parlando del padre – dice una cosa forse scontata ma interessante:

The cool thing about Pops is that through all the years, he kept it fun. Always competitive, always challenging, always fun.

Allora arrivo al titolo del post. Sanremo è il campo che io adoro maggiormente, tra quelli che conosco. Il circolo ospiterà a fine gennaio il Trofeo Sanremo, un classico del periodo (e la gara che tre anni fa inaugurò questo blog, by the way). L’altro ieri, ultimo giorno di apertura del mio circolo prima della pausa natalizia, ho passato un’ora in campo pratica giocando nella mia mente tutte e 18 le buche di Sanremo, dal tee della 1 all’ultimo putt alla 18.

Istruttivo e divertente. C’è molto da studiare, ma il cerchio si chiude.

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dic 16

Photo by http://www.flickr.com/people/billtam/


Il golf decembrino è molto particolare. Le gare sono terminate da tempo, le sacche in sala sacche cominciano a sparire – giorno per giorno le vedi calare, come una marea che refluisce –, l’atmosfera si fa più ovattata. Particolare.

Mi sovviene un racconto di John Updike, di cui ho riportato qui alcuni brani.

Per me personalmente vuol dire però anche altre cose interessanti: per esempio la possibilità di servirmi del campo come un campo pratica per provare colpi che mi danno ansia o mi mettono difficoltà, o anche per semplice soddisfazione.

L’altro ieri, per dire: per la serie ansia ho tirato 17 palline come secondo colpo alla 7 (un par 5 da noi), non riuscendo a prendere un singolo green (e anzi perdendo due ProV1 – le undici palle da lago naturalmente le ho ritrovate tutte, è la legge di Murphy applicata al secondo colpo del par 5). Poi mi sono assolto pensando che ero troppo lontano, data la stagione.

Per la serie soddisfazione ho provato due volte il secondo colpo alla 2, un par 4 corto (per me è un pitch da 105 metri in salita), e il suono all’impatto del ferro con la palla mi dava un senso pieno di appagamento. La prima volta ho tirato 6-7 palle, la seconda 11. (Gran lavoro di livellamento pitch mark dopo, naturalmente.)

E ieri dopo il pilates avevo solo mezz’oretta, in parte spesa sul green della 9 a provare un putt con doppia pendenza. Ed è vero che i green adesso non fanno testo, ma avevo in mente un principio fondamentale per un golfista, di cui parlerò ampiamente il prossimo anno: che la pratica sia il più difficile possibile, in maniera che il campo diventi il meno complicato possibile.

Nel giro di pochissimi giorni arriverà il freddo reale, e poi il circolo chiuderà. Ma il dottor Seuss direbbe:

Don’t cry because it’s over. Smile because it happened.

Golf decembrino.

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dic 09


Oggi parliamo del golf dal punto di vista linguistico. Come si può dire, in italiano, l’azione del tirare un putt?

Puttare, per quanto si trovi in tanti siti e financo sulle riviste, non funziona. In italiano si leggerebbe con la u, non sarebbe sensato; e peraltro è orrendo!

Pattare è bruttino. Esiste già in italiano ma con altro significato. Lo possiamo adoperare nel parlato, certamente; ma a scriverlo non facciamo bella figura.

Allora, a mio parere, non possiamo che risolvere la questione con una perifrasi. Per esempio:

- tirare un putt, come detto sopra, che è probabilmente il miglior compromesso;
- colpire con il putt (che però è un’espressione troppo generica, non certamente da golfista);
- imbucare con il putt (però questo è un concetto specifico, corrispondente all’inglese to putt out);
- effettuare un putt (brutto!).

Altri suggerimenti?

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dic 02

Isabella Data è una golfista che si è chiesta come si potrebbe migliorare quel luogo ameno che è il campo pratica. Dice:

Nella mia decennale esperienza di golfista ho avuto modo di elaborare un “decalogo” per trasformare il campo pratica da purgatorio (quale spesso si presenta) a paradiso del golfista praticante. Sì, perché, nonostante il campo pratica sia una fonte di entrate assai interessante sotto diversi aspetti, mi è parso sovente che i circoli non facciano poi tutta questa gran gara per attirarvi assidui frequentatori.

Nei mesi scorsi Il Mondo del Golf lo ha pubblicato a puntate. A me è piaciuto parecchio, mi sono sembrati tutti ottimi spunti di riflessione per i circoli. Allora le ho chiesto il permesso di inserirlo in questo blog: lei ha acconsentito di buon grado. Ora il decalogo è scaricabile qui.

Chi lo leggerà troverà le riflessioni pacate di Isabella, cui spetta anche l’ultimo commento:

Voglio sottolineare come la situazione attuale non sia assolutamente negativa. È anzi doveroso, da parte mia, segnalare come già oggi ci sia molto impegno per rendere i campi pratica sempre agibili, in tutte le stagioni e in fasce di orario già molto ampie. C’è qualità di servizio, ci sono i luminosi esempi di abnegazione a raccogliere palline in mezzo al fango e alla neve per far giocare gli irriducibili appena si può.
Grazie quindi a tutti i presidenti, a tutte le segreterie e a tutti i “Mohamed”, “Maurizio”, “Ikbal” che già oggi ci permettono di stare in un bel purgatorio. Sarà veramente bello se qualcuno troverà buona qualche mia idea, la metterà in pratica – magari migliorandola ancora, visto che a me manca di sicuro l’esperienza gestionale – e se, così facendo, qualche praticante in più si sentirà in paradiso e migliorerà con soddisfazione il suo gioco.
Il più bello del mondo.

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